[399] Raynaldus, Annal. Eccl.
[400] Guicciardini. Panvinio. Anonimo Padovano. Giovio.
Anno di CRISTO MDXXII. Indizione X.
ADRIANO VI papa 1.
CARLO V imperadore 4.
Appena restò vacante, per la morte di _papa Leone X_, la sedia di
san Pietro, che _Alfonso duca_ di Ferrara, liberato da chi cotanto il
perseguitava, non si potè contenere dal far battere monete d'argento
nel cui rovescio si mostrava un uomo che traeva dalle branche
d'un leone un agnello, col motto preso dal primo libro, capitolo
diciassettesimo, versicolo trentasette dei Re: DE MANV LEONIS. Poscia,
uscito in campagna colle sue genti, riacquistò il Bondeno, il Finale,
San Felice, le montagne del Modenese e la Garfagnana. Similmente
ricuperò Lugo, Bagnacavallo ed altre sue terre della Romagnola. Ma
non potè aver Cento, difeso da' Bolognesi, sotto cui s'era portato
colle artiglierie, perchè, all'avviso di un gagliardo soccorso che
veniva da Modena, giudicò meglio di ritirarsi. Anche il _signor
di Lautrec_, rinserrato prima co' suoi Franzesi in Cremona, preso
animo dalla morte del papa, la quale aveva fatto sbandare l'esercito
collegato, fece un tentativo contro di Parma. Ebbe in suo potere il
Codiponte; diede anche più d'un assalto alla città, ma ne fu ripulsato;
e però abbandonò l'impresa. Si gloria il Guicciardini d'essere colla
sua intrepidezza stato cagione che si sostenesse quella città. Quel
nondimeno che fece più strepito, dappoichè il papa cessò di vivere,
fu la risoluzion presa da _Francesco Maria della Rovere_, già duca
d'Urbino, di ricuperare i suoi Stati. Stava egli in Mantova, aspettando
tutto dì che spirasse qualche buon vento; e questo, quando men si
credeva, arrivò. Unitosi dunque con _Malatesta_ ed _Orazio Baglione_,
già cacciati da Perugia, e messi insieme quattro mila fanti e due mila
cavalli (il Guicciardini scrive meno), ed ottenuti dal duca di Ferrara
sette pezzi d'artiglieria, senza ostacolo arrivò nel ducato d'Urbino.
Il desideravano e l'attendeano a man giunte que' popoli, perchè
l'amavano a dismisura pel suo grazioso governo. In quattro giorni si
vide tornare alla sua ubbidienza ogni terra di quel ducato. Passò dipoi
a Pesaro, e s'impadronì di quella città, e da lì a pochi giorni anche
della rocca. In quel calore di fortuna gli riuscì parimente di cacciar
fuori di Camerino _Giovan Matteo da Varano_, signore ossia duca di
quella città, con introdurvi _Sigismondo_ della stessa famiglia, che
pretendea d'avervi miglior ragione, ma che non potè aver la rocca. Sul
principio poi del presente anno coll'esercito suo, accresciuto da molti
voluntarii, andò il duca d'Urbino a mettere il campo a Perugia, ed,
impadronitosi d'un borgo, cominciò tosto a dar da più parti l'assalto
alle mura. Dentro v'era alla difesa _Vitello Vitelli_, inviato dai
Fiorentini con due mila fanti ed alcune squadre di cavalli alla difesa
di quella città, unito con _Gentile Baglione_, messo ivi da papa Leone
dopo la morte di Gian-Paolo. Si avvilirono questi difensori per timore
del popolo, e la notte si ritirarono, lasciando che colà facessero
l'entrata Malatesta ed Orazio Baglioni.
Mentre succedeano tali scene, sorse la discordia nel conclave fra i
cardinali ivi racchiusi per l'elezione del nuovo pontefice. Comunemente
si credea che _Giulio cardinal de Medici_, dopo avere, nell'anno
addietro, esercitato il suo spirito in affari di guerra nel felice
esercito de' collegati, avesse ancora a riportar vittoria in questo
cimento, atteso il credito suo, la sua opulenza e l'aderenza di
moltissimi porporati, creature di papa Leone suo cugino. Ma i vecchi,
che credeano dovuto alla loro età il pontificato, più che a Giulio,
il quale non contava se non quarantacinque anni d'età, e il partito
franzese, di cui si fece capo il _cardinal Soderino_, fecero abortir
que' disegni. Però, giacchè neppure a lui piaceva che andassero innanzi
i suoi competitori, gli cadde in mente, o gli fu suggerito, di proporre
pel pontificato il _cardinale Adriano_ vescovo di Tortosa, nato di
bassi parenti nella città di Utrect in Fiandra, ma che per le sue rare
virtù e pel molto suo sapere era giunto ad essere maestro dell'Augusto
_Carlo V_, ed avea conseguita la porpora cardinalizia nell'anno 1517.
Dio benedisse la proposizione suddetta; e quantunque Adriano non
avesse mai veduta Italia, nè fosse personalmente conosciuto dal sacro
collegio, pure, alla fama del raro suo merito si accordarono tutti ad
eleggerlo nel dì 9 di gennaio del presente anno. Trovavasi egli allora
in Biscaia ad esercitare l'impiego a lui appoggiato da esso Augusto
di governatore e visitatore dei regni di Spagna. Portatagli questa
nuova, per essere affatto inaspettata, riuscì a lui maravigliosa:
pure accettò la gran dignità, e, ritenuto il proprio nome, si fece
chiamare _Adriano VI_. Siccome uomo prudente, non mostrò segno alcuno
d'allegrezza, ma solamente, rivolto a Dio, il pregò, che giacchè gli
avea voluto imporre questo peso, gli contribuisse anche forze per
sostenerlo in utilità della Chiesa e della repubblica cristiana. Quanto
a' Romani, scaricarono la lor bile in loquacità e villanie contra de'
cardinali, perchè avessero eletto uno straniero, con pericolo che si
tornasse a veder la brutta scena della sedia di san Pietro trasportata
dì là dai monti. Peggio sparlarono da lì innanzi, perchè, mancata la
splendida corte di papa Leone X, e i cardinali usciti l'un dietro
l'altro fuori di Roma, erano cessati con ciò i grossi guadagni de'
mercatanti e del popolo, e cresciute le prepotenze e le ingiustizie
in essa città. Per questo non si sentiva altro che benedizioni alla
memoria di Leone, e maledizioni allo stato presente, stante l'aver
tardato più mesi il novello papa a comparire in Roma. Era in questi
tempi passato il _duca d'Urbino_ alla volta di Siena, desideroso di
far mutare il governo in quella città. Mandarono a tempo i Fiorentini
colà un rinforzo di gente, che tenne in dovere il popolo: e perchè essi
fecero anche venire in Lombardia _Giovanni de Medici_ con un corpo di
Svizzeri preso al loro soldo, il duca giudicò meglio di ritirarsi, e
passò poi nel Montefeltro, che tornò tutto alla sua divozione, fuorchè
la fortezza di San Leo e la rocca di Maiuolo. In Lombardia _Prospero
Colonna_, generale dell'armi cesaree in Milano, niuna diligenza e
precauzione ommetteva per premunirsi contro i tentativi de' Franzesi,
i quali si sapea che, oltre ad altra gente, aveano adunato un grosso
corpo di Svizzeri. Il Guicciardini scrive essere stati da dieci mila;
l'Anonimo Padovano li fa ascender a quattordici mila, e il Giovio
sino a diciotto mila. Gran riputazione s'acquistò egli coll'aver
fatto un mirabil trincieramento, guernito d'artiglierie, fuori della
città di Milano intorno al castello, aciocchè, venendo i Franzesi,
non potessero accostarsi a quella fortezza. Al pari di lui _Girolamo
Morone_ luogotenente del duca fece il maggior preparamento che potè
per la difesa; nè solamente egli con lettere finte, con ambasciate
false e colla sua eloquenza infiammò l'odio di quella nobiltà contro i
Franzesi; ma eccitò anche il popolo all'abborrimento di quella nazione
per mezzo di frate Andrea da Ferrara dell'ordine di santo Agostino, il
quale, predicando con gran concorso di gente, disse quanto mai seppe
in discredito dei Franzesi, e in commendazione del principe proprio,
cioè del _duca Francesco Sforza_, sollecitando ognuno a difendere
colle facoltà e col sangue la salute della patria. Con queste arti il
Morone trasse dai Milanesi tanto danaro, che potè assoldar quattro
mila fanti Tedeschi, i quali da Trento vennero a Milano. Nel qual
tempo anche l'_imperadore_ era dietro ad arrolare altri sei mila
fanti della medesima nazione, per inviarli colà. Nè questo bastò al
Colonna e al Morone. Dacchè videro sì ben accesi gli animi di quel
popolo, ne spedirono otto mila armati ad Alessandria, che, per opera
de' cittadini guelfi, s'era data ai Franzesi. Tanto il presidio di
quella città, quanto gli stessi abitanti, al sentire che nè Spagnuoli
nè Tedeschi erano con quella gente, baldanzosamente usciti fuor di
una porta, attaccarono battaglia. Toccò ad essi di voltar le spalle, e
sì disordinatamente cercarono di salvarsi nella città, che mischiati
con loro anche i Milanesi v'entrarono. Fu ivi gran mortalità, finchè
i fautori dei Franzesi se ne fuggirono fuori per un'altra porta,
lasciando la città in poter dei vincitori, i quali non dimenticarono di
darle il sacco. Da lì a pochi giorni anche Asti venne alle lor mani:
perdite che sconcertarono di molto gl'interessi dei Franzesi, perchè
restò loro tagliata la comunicazione con Genova, e tutto il di qua da
Po tornò all'ubbidienza di Milano.
Per calare in Lombardia altro non mancava a _Renato bastardo di
Savoia_, gran maestro di Francia, e a _Galeazzo da San Severino_ grande
scudiere di Francia, inviati dal _re Francesco I_ alla condotta degli
Svizzeri, già raunati in suo favore, sennonchè dessero loro licenza di
passare le alte nevi delle montagne di San Bernardo e di San Gottardo.
Più volte fecero le spianate, ma indiscreta neve di nuovo cadendo,
tornava a chiudere i passi. Finalmente vennero in Lombardia, e andarono
ad unirsi col _signor di Lautrec_, il quale, sulla speranza di questo
rinforzo, già era uscito vigoroso in campagna sul principio di marzo.
Con esso lui si congiunsero ancora l'armi de' Veneziani, consistenti
in quattrocento lancie, mille cavalli leggieri e cinque mila fanti
sotto il comando di _Teodoro Trivulzio_ e di _Andrea Gritti_. La
fantasia delle genti, che amplifica sempre gli eserciti, stimò che
questa armata ascendesse a sessanta mila combattenti, ma era molto
meno. Ora il valoroso e saggio _Prospero Colonna_ generale della lega,
per non sapere qual disegno avessero formato i nemici, inviò _Filippo
Torniello_ a Novara, _monsignor Visconte_ ad Alessandria, _Antonio
da Leva_ a Pavia, e _Federigo marchese_ di Mantova a Piacenza, con
sufficienti guarnigioni alla guardia di quelle città, restando egli
in Milano con settecento uomini d'arme, settecento cavalli leggieri
e dodici mila fanti. Passò l'esercito franzese in vicinanza di
Milano verso ponente, mostrando voglia di assalire i meravigliosi
trincieramenti, cioè argini e fosse fatte dal Colonna intorno il
castello: nella quale occasione inoltratosi troppo ad ispiar que'
forti ripari _Marcantonio Colonna_, già prigione in Francia, ed ora
militante nell'esercito franzese, un colpo di colubrina della città gli
portò via le natiche, per cui da lì a poche ore morì. Scrive il Giovio
essere stato lo stesso Prospero Colonna che indrizzò quella colubrina,
e saputo dipoi di avere ucciso il proprio nipote, ne provò un sommo
affanno. Con esso Marcantonio restò ancora colpito ed ucciso _Camillo
Trivulzio_, giovane di gran cuore ed espettazione. All'accostarsi de'
Franzesi a quei trincieramenti, si diede tosto campana a martello per
tutto Milano, e chiunque era atto all'armi animosamente accorse ai
luoghi che dianzi gli erano stati assegnati. Dicono che circa sessanta
mila persone fossero questi difensori, computate le milizie pagate. Ciò
rapportato dai disertori al Lautrec, il quale s'era vanamente lusingato
che il popolo di Milano, per timore del sacco, si solleverebbe o
manderebbe a capitolare; siccome ancora la relazion degl'ingegneri
che aveano trovati insuperabili que' ripari: cagion furono ch'egli col
consiglio de' maggiori uffiziali deponesse il pensiero di sacrificar
quivi parte delle sue genti. Ritirossi per questo ad un luogo, cinque
miglia distante da Milano verso Pavia, da dove fece poi continue
scorrerie verso la città, e stava attento per impedire il passaggio
del _duca Francesco_ a Milano. Imperocchè una delle maggiori premure
del Colonna e del Morone era stata che esso Francesco Sforza duca,
dimorante in Trento, sen venisse a Milano per accrescere il coraggio a
quel popolo; e tanto più perchè egli avea seco sei mila fanti tedeschi,
i quali avrebbero data la vita all'esercito loro. Per mancanza di
danaro non si potè egli mettere sì presto in viaggio. Ma sovvenuto
con nove mila ducati d'oro dal _cardinal de Medici_, allora si mosse,
e, passato il Po a Casal Maggiore, giunse a Piacenza, da dove poi
_Federigo marchese_ di Mantova con trecento uomini d'arme lo scortò
sino a Pavia circa la metà di marzo. Intanto il _signor dello Scudo_,
fratello del Lautrec, giunto a Genova con tre mila fanti guasconi,
calò in Lombardia; ed avvisatone il Lautrec, spedì ad unirsi seco
_Federigo Gonzaga_ signor di Bozzolo con cinquecento cavalli e sei mila
fanti. Questo corpo di gente marciò a Vigevano, e senza fatica se ne
impadronì. Andossene dipoi lo Scudo a Novara, dove tuttavia il castello
si tenea per i Franzesi; e tratti di là alquanti pezzi d'artiglieria,
cominciò a bersagliare la città. Dentro v'era _Filippo Torniello_ con
due mila fanti, che fece buona difesa; ma al terzo assalto, essendo
uscita alla difesa anche la guarnigion del castello, v'entrarono i
Franzesi, che misero a fil di spada la maggior parte di que' fanti,
fecero prigione il Torniello con altri uffiziali e cittadini, e poi
diedero il sacco all'infelice città, non senza biasimo del Colonna e
del marchese di Mantova, per non averle dato soccorso. Mentre ciò si
facea, il _duca Francesco Sforza_, accompagnato da _Antonio da Leva_,
segretamente uscito di Pavia, per una via fuor di mano s'inviò alla
volta di Milano, ed accolto a Sesto da _Prospero Colonna_, entrò in
quella città, dove con incredibil giubilo e segni d'amore fu ricevuto
dal popolo. Ora dacchè il Lautrec vide fallito il suo disegno, sapendo
che in Pavia non era restato che lo scarso presidio di trecento cavalli
e due mila fanti col marchese di Mantova, andò tosto a mettere il
campo ad essa città, e tardò poco a batterla colle artiglierie. Fece
sapere il marchese al Colonna il bisogno d'aiuto, laonde questi uscì di
Milano con tutto l'esercito, e andò fino a Rinasco, mostrando di voler
venire ad un fatto d'armi. Nulla più che questo sospirava il Lautrec;
ma il saggio Colonna aveva altro in cuore, e, stando in un forte
alloggiamento, si contentava di solamente inquietare il campo nemico.
Poscia una notte spedì _Francesco Ferdinando d'Avalos_ marchese di
Pescara con due grossi squadroni di cavalleria ad assaltare i Franzesi.
Urtò il prode cavaliere in due siti con tal empito nel loro campo, che,
credendo essi Franzesi venir loro addosso tutte le forze dei cesarei,
poco mancò che non si mettessero in fuga. Montato a cavallo il Lautrec
con gli altri capitani, li trattenne ed incoraggì: nel qual tempo
avendo il Colonna drizzati due mila fanti spagnuoli e mille corsi verso
Pavia, questi per un'altra porta entrarono in essa città, raccolti
con gran giubilo dal Gonzaga. Così racconta questo fatto l'Anonimo
Padovano; laddove il Guicciardini scrive che sul principio dell'assedio
il Colonna inviò colà mille fanti corsi e alcuni spagnuoli, che menando
le mani, e passando per gli alloggiamenti de' Franzesi, penetrarono
in Pavia. Il Giovio parla solamente di due compagnie di Spagnuoli e
due d'italiani, che parlando franzese co' Veneziani, e veneziano co'
Franzesi, solamente sul fine ebbero da menare le mani, ed entrarono
in Pavia. Ma altro che di sì poca gente abbisognava allora quella
città. Fu inseguito il marchese di Pescara dai Franzesi, e gli sarebbe
forse avvenuto del male, se non fossero stati spediti in suo soccorso
dal Colonna cinquecento cavalli, coi quali arrivò salvo a Binasco.
Soccorsa in tal guisa Pavia, si ritirò poi quell'esercito a Milano.
Dolente restò per questo il Lautrec; ma, ciò non ostante, ancorchè in
essa città si trovasse allora un sì gagliardo presidio, pure, contro
il parere del provveditor veneto e di quasi tutti i capitani franzesi
ed italiani, non d'altro parlava che di venire all'assalto. Forse
l'avrebbe fatto, se nel più bello una pioggia, che durò sei giorni, con
impedire il trasporto delle vettovaglie, e l'essere tornato il Colonna
a Binasco, con avanzarsi dipoi sino all'insigne Certosa di Pavia,
per frastornare il tentativo dei Franzesi, non gli avessero infine
fatto prendere la risoluzione di ritirarsi a Landriano, dove seguì
una terribile zuffa colla peggio de' suoi. E tanto più si vide egli
necessitato a battere la ritirata, perchè non avendo con che pagare
gli Svizzeri, mentre era ben giunto ad Arona danaro di Francia, ma
non potea passare, coloro tumultuavano per tornare a casa. Ridottosi
dunque il Lautrec a Monza, e inteso che Prospero Colonna era giunto
col suo esercito a Sesto, cinque miglia lungi da lui, non s'attentò a
continuare la marcia sino a Cremona, secondochè avea disegnato. Ossia
che egli, non trovando altro ripiego per fermare gli Svizzeri ch'erano
sulle mosse, prendesse la risoluzione di far giornata campale, ed
animasse tutto il suo campo a questo marziale azzardo; oppure, come
comunemente fu creduto, che gli Svizzeri si esibissero di venire a
battaglia, tenendosi sicuri della vittoria, con gridar più volte: _O
paga, o battaglia_; altrimenti minacciavano d'andarsene: la verità si
è, che il Lautrec si preparò per andare ad assalir l'armata nemica.
Avea il Colonnese ritirata da Pavia buona parte di quel presidio, e,
certificato dalle spie del disegno dei Franzesi, attese a prepararsi
per ben riceverli. Adocchiato in questo mentre un luogo, appellato la
Bicocca, tre miglia lungi da Milano, circondato da fosse profonde,
da argini e canali di acqua, colà come in sito fortissimo andò a
postarsi. Fece venir da Milano tre mila fanti italiani e gran copia
di guastatori, che accrebbero quelle fortificazioni. Lo stesso _duca
Francesco_ con mille e cinquecento cavalli in persona accorse colà,
accompagnato da alcune migliaia di Milanesi volontarii, armati tutti di
archibusi, ed anche di coraggio.
Venuto il giorno 22 d'aprile, si mosse il Lautrec verso la Bicocca, e
scontrato _Stefano Colonna_ che veniva con cinquecento cavalli a spiare
i suoi andamenti, il mise in rotta, prendendo questo buon principio per
augurio di vittoria. Assaltarono da più parti gli Svizzeri e Franzesi
il campo imperiale, con ritrovar dappertutto insuperabili fosse, colpi
di cannone e di moschetteria. Più volte tentarono i feroci Svizzeri
di superar quegli argini e fosse, andando colla testa bassa contro le
cannonate; ma altro non guadagnarono se non morti e ferite. Perciò il
Lautrec, chiarito di non poter vincere la pugna, pien di mala voglia e
di vergogna ritiratosi, levò il campo, e ritirossi a Monza, seguitato
dagli Svizzeri, restati in vita, i quali, flagellati dalla memoria
di questo sinistro fatto, per più tempo non osarono di far delle
smargiassate. Si fece conto che circa tre mila d'essi con ventidue lor
capitani restassero freddi nel campo della battaglia. V'ha chi scrive,
esservi morti quasi altrettanti Franzesi. Passato che fu il Lautrec
di là dall'Adda, lasciò andare pel Bergamasco gli Svizzeri alle lor
montagne; ed egli, dopo aver inviato alla guardia di Lodi _Federigo
da Bozzolo_, e il _Buonavalle_ Franzese con sufficiente guarnigione,
e raccomandata allo _Scudo_ suo fratello la custodia di Cremona,
passò dipoi in Francia a ragguagliare il re di tante sue disavventure.
Avrebbono il _duca di Milano_ e _Prospero Colonna_ saputo profittar del
disordine de' nemici, se non fossero stati ritenuti più giorni da una
sollevazion di Tedeschi, i quali, pretendendo un mese di paga a titolo
di regalo per la riportata vittoria, aveano prese le artiglierie, e
minacciavano di voltarle contra de' capitani. Bisognò infine, dopo
molte dispute, capitolare, con prometter loro sessanta mila ducati
di oro in termine di un mese, e dar loro ostaggi per questo. Grandi
difficoltà si trovarono poi a raunar tanta pecunia: pure fu soddisfatto
al bisogno. Quetato quel pericoloso rumore fu spedito il _marchese
di Pescara_ colla fanteria spagnuola a Lodi, dove non era per anche
entrato tutto il corpo di gente inviatovi dal Lautrec. Impadronitosi
egli con gran celerità di un borgo, tal terrore diede ai Franzesi, che,
abbandonata la città, corsero a ripassar l'Adda pel ponte. V'entrarono
poi gli Spagnuoli, e senza misericordia diedero il sacco non solo a
quanti cavalli, armi e bagaglio vi aveano lasciato i Franzesi, ma anche
alla misera cittadinanza. Passato di là il marchese a Pizzighittone,
e, piantate le artiglierie, forzò quel presidio alla resa. Andò poscia
Prospero Colonna con tutta la sua armata a stringere d'assedio la
detta città di Cremona. Lo Scudo e Federigo da Bozzolo, tuttochè si
trovassero assai forti di gente, pure, al mirarsi senza speranza di
soccorso, intavolarono tosto un trattato, che fu sottoscritto nel dì 26
di maggio, in cui si obbligarono i Franzesi di render quella città, ed
ogni altra fortezza nello Stato di Milano, a riserva dei castelli di
Milano, Cremona e Novara, se in termine di quaranta giorni non veniva
un esercito di Francia capace di passare il Po, o di espugnare una
città di quel ducato: e che fosse loro lecito di passare in Francia
a bandiere spiegate con tutti i loro carriaggi ed artiglierie. Furono
dati gli ostaggi per l'esecuzione del trattato.
L'indefesso _Colonna_, giacchè il ferro era caldo, non perdè tempo a
batterlo. Imperciocchè mise tosto in marcia l'esercito alla volta di
Genova, con pensiero di snidare anche di là i Franzesi. Seco si unì
il _duca di Milano_ con _Girolamo_ ed _Antoniotto_ fratelli Adorni,
fuorusciti di Genova. Arrivati che furono sotto quella nobil città,
s'accamparono intorno ad essa in varii siti, con disporre ben tosto
le artiglierie contro le mura. Il doge, ossia governatore _Ottaviano
Fregoso_, uomo di gran vaglia ed universalmente amato per l'ottimo
suo governo, avea già presi circa quattro mila fanti italiani al
suo servigio. Ben prevedendo che anche sopra di lui e della città
si dovea scaricar la tempesta, dianzi con più lettere avea chiesto
soccorso al _re Cristianissimo_, il quale, giacchè non avrebbono potuto
giugnere a tempo quattordici mila fanti e cinquecento lancie inviate
verso l'Italia per terra, spedì a Genova per mare _Pietro Navarro_,
celebre capitano da noi altrove veduto, con quattro galee e due mila
fanti imbarcati in altri legni. Giunse il Navarro colà due dì prima
dell'arrivo dell'armata imperiale. Ora il duca e il Colonna appena
arrivati[401], per un araldo fecero intendere ai Genovesi, che se
congedassero il presidio franzese, e ricevessero un altro doge, si
conserverebbe loro la libertà; se no, si aspettassero tutti i malori di
una città presa per forza. Non mancavano partigiani ai suddetti Adorni;
ma per paura del presidio niuno ardiva di muoversi, e il Fregoso facea
sperar vicino un più gagliardo soccorso di Franzesi. Pertanto, veggendo
il Colonna persistere quel popolo nell'union co' Franzesi, comandò
che le artiglierie parlassero più efficacemente dell'araldo. Riuscì al
_marchese di Pescara_ in poche ore di diroccar le mura d'una torre: il
che veduto dal Fregoso, si avvisò di trattare d'accordo, sperando di
menar la cosa tanto in lungo, che sopravvenisse il non molto lontano
soccorso de' Franzesi. Ma mentre si facea questo negoziato nel dì 30
di maggio, ed era come accordato tutto, il marchese di Pescara, che
avea promesso il sacco della città a' suoi fanti spagnuoli ed italiani,
diede l'assalto alla breccia fatta, e v'entrò verso la notte colla sua
gente, la qual subito s'applicò al saccheggio. Ciò inteso dal resto
dell'armata, non si potè ritenere che anch'essa non corresse alla
preda. Entrarono quella notte il duca e il Colonna nella misera città;
ma nè essi nè i fratelli Adorni poterono punto trattenere la sfrenata
soldatesca dal continuare il sacco per tutta quella notte e nel
seguente giorno. E siccome essa città era delle più ricche d'Italia,
così immenso fu il bottino. Dicono che fu salvo l'onor delle donne, e
che s'ebbe un mediocre rispetto alle chiese. Certo è che fu salvata
la sagristia di San Lorenzo, dove si conserva il catino di smeraldo
d'impareggiabil prezzo, con aver guadagnato un capitano tedesco, il
quale già ne sfondava le porte, mediante lo sborzo di mille ducati
d'oro. Restò in così fiera disavventura prigione _Pietro Navarro_ con
altri capitani franzesi; ed _Ottaviano Fregoso_, perchè non potè o
non volle fuggire, si rendè al marchese di Pescara, presso il quale,
dice il Guicciardini che egli morì non molti mesi dappoi. Ma l'Anonimo
Padovano scrive, essersi il Fregoso da lì a qualche tempo riscattato
collo sborso di quindici mila ducati d'oro. Fu poi creato doge di
Genova _Antoniotto Adorno_. Questi, avendo fatto venire artiglierie
da Pisa, in pochi dì si rendè padrone anche della cittadella, e di
San Francesco e del castelletto, con lasciar ripassare in Francia
quelle guarnigioni. Marciò dipoi il Colonna colla vittoriosa armata in
Piemonte, per opporsi a _Roberto Scotto_, che già avea passate l'Alpi,
conducendo seco il suddetto corpo di milizie franzesi; ma egli dopo
essersi intesi tanti progressi dell'esercito imperiale, ebbe ordine di
tornarsene indietro. Trovò esso Colonna che i _marchesi di Monferrato_
e _Saluzzo_ aveano in addietro somministrati viveri ed altri aiuti ai
Franzesi. Non poteano essi far di meno; pure questo fu un gran reato,
per cui non solamente si diede un buon rinfresco in quelle parti
all'esercito imperiale, ma si riscossero ancora grosse contribuzioni
di danaro. Venuto poscia il dì 4 di luglio, in cui spirava il termine
prefisso per la resa di Cremona, il _signor dello Scudo_ fedelmente
consegnò quella città ai ministri cesarei, e con tutto onore condusse
anch'egli le sue genti in Francia. Restavano tuttavia in poter de'
Franzesi i castelli di Milano, Cremona e Novara, e le rocche di Trezzo
e Lecco. Venne poi fatto al duca di ricuperar le due ultime e il
castello di Novara, con rimanere resistenti solamente i due primi.
Ciò fatto, furono cassate le fanterie tedesche ed italiane, e il resto
distribuito in vari luoghi dello Stato di Milano.
Non mancarono in quest'anno anche in Toscana movimenti di guerra.
_Renzo da Ceri_, già incitato da' Franzesi, si mosse con cinquecento
cavalli e sette mila fanti verso Siena, per introdurre mutazion di
governo in quella città. Diedero all'armi per questo i _Fiorentini_; e
fatto accordo col _duca d'Urbino_, a cui restituirono allora, secondo
alcuni, la fortezza di San Leo nel Montefeltro (quando il Nardi, più
informato d'essi, la riferisce all'anno 1527), presero per lor generale
il _conte Guido Rangone_, il quale con tal prudenza andò guastando
tutti i disegni di Renzo, che il forzò a trattare un accordo, e così
cessò quella briga. Parimente in Romagna furono ammazzamenti e non
pochi disordini, e spezialmente venne fatto a _Sigismondo_ figlio di
_Pandolfo Malatesta_ d'introdursi segretamente in Rimini, e coll'aiuto
de' suoi partigiani d'impadronirsi di quella città, retaggio antico dei
suoi ascendenti. Procedeano tali sconcerti dalla discordia del collegio
de' cardinali e dalla lontananza del papa. Però essi cardinali non
cessavano di replicare le istanze, perchè il santo padre venisse oramai
in Italia: cosa ch'egli non potè eseguire, per voler prima abboccarsi
coll'_imperador Carlo V_, di giorno in giorno aspettato in Ispagna. Ma
perciocchè esso Augusto troppo tardava a venire, il pontefice prese la
risoluzion di partirsi: e quantunque arrivasse poi ai lidi di Spagna
esso Carlo, pure Adriano si scusò, e andò ad imbarcarsi senza vederlo,
non sussistendo ciò che dice l'Anonimo Padovano, che per otto giorni
si trattennero amendue in Barcellona in continui ragionamenti. Il
corteggio del pontefice riuscì magnifico, perchè composto di diciotto
galee e d'altri legni, di tre o quattro mila soldati, e di gran copia
di prelati e nobiltà. Si mosse nel dì 6 di agosto, e sbarcò a Genova,
dove trovò quel popolo tuttavia sbalordito e dolente per la gravissima
sofferta burrasca. Colà si portarono il _duca di Milano, Prospero
Colonna_, il _marchese di Pescara_ ed altri a baciargli il piede.
Nel dì 22 d'agosto, se ne parti, e dopo essersi fermato due giorni in
Livorno, dove fu onorevolmente accolto dal _cardinal Giulio de Medici_,
come capo, per non dir padrone, de' Fiorentini, si trasferì a Cività
Vecchia. Colà smontato, trovò trentasette porporati che gli prestarono
i dovuti ossequii. Era dianzi entrata la peste in Roma, e vi avea fatta
strage di otto mila persone: spettacolo, per cui, oltre ai cardinali
e primati, gran parte ancora del popolo era fuggita. Perciò, tolta
l'esca al malore, pochi più oramai ne morivano. Con tutte le ragioni
addotte al papa, che conveniva differir l'ingresso suo in Roma, egli
volle farlo senza dimora, ed essere coronato. Intorno al giorno della
sua entrata e coronazione in Roma, si truova discrepanza fra gli
scrittori. Ma una lettera di Girolamo Negro[402] ci assicura che ciò
avvenne nel dì 29 d'agosto. Avendo poi quel miscuglio di gente riaccesa
più che mai la pestilenza, per cui mancarono di vita circa altre dieci
mila persone, il pontefice non per questo si sbigottì, e ritiratosi
in Belvedere, quivi attese a dar sesto agli affari di Roma. Spedì le
sue genti d'armi in Romagna, che poi ricuperarono Rimini dalle mani
di _Pandolfo Malatesta_ e di _Sigismondo_ suo figlio. Liberò eziandio
Imola, Ravenna ed altre città dei sediziosi. Appena fu intesa l'elezion
di questo papa, che _Alfonso duca_ di Ferrara inviò in Ispagna Lodovico
Cato a rendergli ubbidienza, e ad informarlo delle violenze contra di
lui usate dai due precedenti pontefici. Venuto poi il papa a Roma,
annullò il monitorio di _papa Leone X_, e le censure pubblicate
contra d'esso duca; gli confermò Ferrara, il Finale e San Felice, e
gli promise la restituzione di Modena e Reggio. Con tal congiuntura
Alfonso ricuperò Cento e la Pieve. Si provarono in quest'anno le
deplorabili conseguenze della guerra suscitata da esso papa Leone,
perchè, oltre alla desolazion della Lombardia e di Genova, il sultano
de' Turchi Solimano, veggendo impegnati i principi cristiani nelle
loro detestabili discordie, ito con un formidabile esercito per mare
e per terra all'assedio dell'isola di Rodi, posseduta per tanto tempo
dai cavalieri gerosolimitani, quantunque una stupenda difesa trovasse,
per cui dicono che tra malattie e ferite perdesse circa cento mila
persone; pure infine, per colpa d'alcuni traditori empii cristiani, se
ne impadronì nel dì 20 di dicembre, con danno ed infamia incredibile
della cristianità. Implorarono quei cavalieri soccorso da Roma, da
Venezia, dall'imperadore e da altri principi cristiani. Neppur uno alzò
un dito per aiutarli, intenti tutti a scannarsi fra loro. Similmente
con sì favorevole congiuntura si andò dilatando sempre più l'eresia
di fra Martino Lutero per la Germania, e quella di Zuinglio per gli
Svizzeri. Ebbe anche principio la crudelissima degli Anabatisti. Povera
cristianità in questi tempi!