[396] Belcaire, Rerum Gallic., lib. 16.
[397] Ammirati. Guicciardini.
[398] Nardi.
Anno di CRISTO MDXXI. Indiz. IX.
LEONE X papa 9.
CARLO V imperadore 3.
Tenuta fu in quest'anno una magnifica dieta in Vormazia da _Carlo V
imperadore_, dove intervennero in gran copia i principi dell'impero.
Lo strepito e commozione che faceva la più che mai crescente eresia di
Lutero, e le istanze dei ministri pontifizii, indussero esso Augusto
a chiamar colà l'autore di tanti sconcerti. Senza salvocondotto non si
volle egli muovere. Giunto colà nel dì 16 di aprile con gran baldanza,
e presentato davanti a Cesare e alla maestosa adunanza, sostenne
quanto aveva insegnato, nè maniera si trovò di farlo muovere un dito.
Perciò restò licenziato, e poscia nel dì otto di maggio l'imperadore
pubblicò un terribil bando contro la di lui persona e suoi errori:
passi tutti che nulla servirono per fermare il torrente impetuoso delle
sue eresie. Alla guerra contro la religion cattolica tenne dietro in
quest'anno quella ancora de' principali potentati della Cristianità.
Dacchè fu partito di Spagna Carlo V si scoprirono in quelle parti dei
malcontenti e sediziosi; perciocchè il primo regalo ch'egli avea fatto
a que' popoli, nuovi sudditi, era stato l'accrescimento de' pubblici
aggravi, e l'aver loro tolti alcuni antichi privilegii. Si lamentavano
altri di avere un re straniero e lontano, dietro al quale correva l'oro
del regno. Nè mancavano altri che non sapeano digerire, che i ministri
fiamminghi comandassero alle teste spagnuole, e potessero tutto in
corte dell'augusto monarca. Però insorsero ribellioni e guerre. Anche
nella Navarra, già occupata da _Ferdinando il Cattolico_, si fecero più
commozioni, non amando quei popoli il nome spagnuolo, perchè uniti in
addietro ai Franzesi. Ora _Francesco I re_ di Francia che si sentiva
pieno di rabbia, dacchè vide congiunta in Carlo V la monarchia di
Spagna colla dignità imperiale, e con tanti altri Stati della casa
d'Austria, e troppo con ciò cresciuta la di lui potenza, non volle più
contenersi, e mosse guerra, nella primavera di quest'anno, contro la
Navarra, per renderla, diceva egli, ad _Arrigo re_ fanciullo, il cui
padre _Giovanni_ era stato spogliato di quel regno, ma, come mostrarono
i fatti, per incorporarla nel suo dominio. Confessa il Guicciardini,
che a dar moto alle guerre che maggiori delle passate sconvolsero
poi non solo l'Italia, ma quasi tutta la Cristianità d'occidente,
fu il primo chi più degli altri sarebbe stato tenuto a conservar la
pace, e invece di accendere il fuoco della guerra, avrebbe dovuto,
se occorreva, procurare di spegnerlo col proprio sangue. Parla di
_papa Leone X_ che ruminando alti pensieri di gloria mondana, più
che agli affari della religione, agonizzante in Germania, pensando
all'ingrandimento temporale della Chiesa, non solamente moriva di
voglia di ricuperar Parma e Piacenza, e di torre Ferrara al _duca
Alfonso_, ma eziandio meditava conquiste nel regno di Napoli. Trattò
col re di Francia, incitandolo all'impresa di quel regno, con che ne
restasse una porzione in dominio della Chiesa. Confortò ancora esso
re a dar principio alla rottura, con portar le armi nella Navarra.
Fu preso quel regno dai Franzesi, ma in breve ancora ricuperato dagli
Spagnuoli. Altra guerra di lunga mano più terribile fu in Fiandra fra
que' due emuli monarchi, la quale, siccome non pertinente all'assunto
mio, tralascio.
Ossia che il pontefice camminasse con simulazione ne' trattati col
re Cristianissimo, e fosse dietro a burlarlo (che in quest'arte
si sa essere egli stato eccellente), oppure che il re, entrato
in sospetto della fede di lui, tardasse troppo a ratificar la
capitolazion già formata, ossia finalmente che il papa ricevesse in
questo mentre dei disgusti dall'insolenza del Lautrec governator
di Milano, che non ammetteva, e con superbe parole dispregiava le
provvisioni ecclesiastiche inviate da Roma nello Stato di Milano:
certo è che il papa strinse e sottoscrisse nel giorno 8 di maggio
una lega con _Carlo V imperadore_ a difesa della casa de' Medici e
de' Fiorentini, con istabilire che togliendosi ai Franzesi il ducato
di Milano, questo si desse a _Francesco Maria Sforza_, figliuolo del
fu _Lodovico il Moro_, il quale se ne stava tutto dimesso in Trento,
aspettando qualche buon vento alla povera sua fortuna; e che Parma e
Piacenza tornassero alla Chiesa, per possederle con quelle ragioni
colle quali le avea tenute innanzi; e che l'imperadore desse aiuto
al papa, per togliere Ferrara all'Estense, e uno Stato in regno di
Napoli ad _Alessandro_, figlio bastardo di _Lorenzo de Medici_, già
duca d'Urbino. Fu con gran segretezza maneggiata questa lega, in cui
entrarono anche i Fiorentini, e prima che uscisse alla luce, papa Leone
con ispesa di cinquanta mila ducati d'oro assoldò sei, altri dicono
otto mila Svizzeri, e colle sue doppiezze ottenne loro il passaggio
per lo Stato di Milano, facendo credere ai Franzesi di averli presi
per opporli agli Spagnuoli a' confini del regno di Napoli. Vennero
costoro a Modena, e poi s'inviarono verso il Po, per quivi imbarcarsi.
_Alfonso duca_ di Ferrara gran sospetto prese di questa gente, perchè,
come scrive l'Anonimo Padovano, troppo addottrinato alle insidie
private e pubbliche, colle quali era dal pontefice perseguitato; e
però fece quanti preparamenti potè in Ferrara per difendersi. Ma il
papa assicuratolo che ciò non era per nuocergli, dimandò il passo e
vettovaglia, e tutto ottenuto, gli Svizzeri si imbarcarono a Revere,
e a seconda del fiume andarono poi per mare a Ravenna, e di là nella
Marca. Dopo qualche tempo costoro o perchè attediati dal far nulla,
per cui poco guadagnavano, chiesero congedo, o perchè il papa scoprì
il lor capitano partigiano dei Franzesi, per la maggior parte se ne
tornarono a' lor paesi. Questo avvenne nel mese di marzo. Intanto si
andava unendo gente dal papa in Reggio, e colà ancora si ridussero
quasi tutti i fuorusciti dello Stato di Milano, ed arrivò dipoi anche
_Girolamo Morone_, gran manipolatore di tutti questi imbrogli. Perchè
era in Francia il _Lautrec_, il _signor dello Scudo_ suo fratello,
vicegovernatore, avvisato di quella tresca, si portò colà con
quattrocento cavalli a dimandar conto di quella adunanza, e nel dì 24
di giugno si presentò alla porta di Reggio. Il Guicciardini governatore
avea la notte innanzi fatto entrare in quella città un grosso corpo di
gente. Mentre parlava il governatore collo Scudo, volle cacciarsi in
città alcuno de' suoi uomini d'arme, e nacque un tumulto, per cui quei
che erano stesi per le mura, spararono contro la comitiva del Franzese.
Vi restò morto _Alessandro Trivulzio_, e gli altri se ne fuggirono. Lo
Scudo dopo varie inutili doglianze se n'andò anche egli. Si servì poi
papa Leone di questo pretesto per giustificare nel concistoro l'accordo
ch'egli avea già fatto coll'imperadore. Avvenne ancora in Milano nella
festa di San Pietro un formidabil caso, che fu preso dal volgo per
augurio e preludio della caduta de' Franzesi in Italia. Per fulmine, o
peraltro fuoco dell'aria, benchè fosse tempo sereno, la torre di quel
castello, dove si teneano i barili di polve da fuoco, andò in aria con
tal forza, che squarciò anche parte del muro, uccise e magagnò oltre a
ducento fanti, vari nobili milanesi che per sospetto erano stati chiusi
in quel castello, e portò lontano 25 piedi (e non già cinquecento, come
ha il Guicciardini) pietre, che dieci paia di buoi avrebbono stentato a
muovere. Trovavasi allora il Lautrec ritornato di Francia in Cremona;
corse a Milano, e diede gli ordini opportuni per riparare il castello
che era in altri siti ancora conquassato, e il fornì di tutto il
bisognevole.
Finalmente scoppiò, e si fece palese il bel servigio prestato
all'Italia da papa Leone, con tirarle addosso una nuova guerra mercè
della lega contratta con gli Svizzeri e coll'imperadore. Ne provarono
non lieve affanno i Veneziani, soli in Italia collegati colla Francia,
i quali assoldarono tosto otto mila fanti, con inviarne dipoi sul
bresciano cinque mila, e lancie quattro cento, e cavalli leggieri
cinque cento, sotto il comando di _Teodoro Trivulzio_ e di _Andrea
Gritti_ legato. Perchè sempre più s'ingrossava in Reggio l'armata
pontifizia il _Lautrec_ mandò a Parma ducento uomini d'armi, e quattro
mila fanti Guasconi comandati dal signor dello Scudo suo fratello,
e da _Federigo signor di Bozzolo_. Occupò dipoi Busseto, e tutto lo
Stato di _Cristoforo Pallavicino_, a cui tolse anche la vita, perchè
accusato d'intelligenza col papa. Fu fatto in quest'anno un tentativo
dagli Adorni e Fieschi, per cacciare di Genova _Ottavino Fregoso_ e i
Franzesi, tutto a sommossa del papa, che loro somministrò sette galee
di Napoli, e due delle sue; ma rimase sconcertato il loro disegno.
Ordito ancora un tradimento per occupar la città di Como, a nulla
giovò. Chiamò _papa Leone_ a Roma _Prospero Colonna_, il quale era
stato dall'imperadore molto prima creato suo generale, per concertar
seco la meditata impresa del ducato di Milano. Condusse eziandio
_Federigo marchese_ di Mantova con titolo di capitan generale della
Chiesa. Si fece a Bologna la massa delle genti pontificie e spagnuole;
e il Colonna che dovea, come capo, comandar quell'armata, dopo molti
dibattimenti s'inoltrò verso Parma, e incomincionne l'assedio nel mese
d'agosto, principalmente dalla parte verso Ponente. Giunsero ad unirsi
seco otto mila fanti tedeschi, venuti di Germania, e il marchese di
Mantova con trecento lancie e cinquecento cavalli ungheri. Talmente
giocarono le batterie, che i Franzesi giudicarono meglio di ritirarsi
dal Codiponte, cioè da quella parte della città, che è di là dal fiume
Parma. Grande allegrezza fecero quegli abitanti al vedersi ritornati
sotto il dominio ecclesiastico. Ma cessò ben presto la loro festa,
perchè entrati i soldati diedero anch'essi con festa grande il sacco
a tutte le lor case. L'Anonimo Padovano scrive che vi commisero le
maggiori scelleratezze del mondo, e che il Colonna fece impiccar quanti
fanti erano penetrati in un monistero di monache. Si diedero poscia i
collegati a maggiormente stringere e bombardare l'altra maggior parte
della città, posta al levante, e l'aveano ridotta a tale per iscarsezza
di vettovaglie, che n'era vicina la caduta. Tempestava _lo Scudo_ il
_signor di Lautrec_ suo fratello, per ottenere soccorso. Ma questi
assai lentamente procedeva, e con tutto che avesse una buona armata,
composta di cinquecento lancie, sette mila Svizzeri, quattro mila
fanti venuti poco fa di Francia, a' quali s'aggiunsero quattrocento
uomini d'arme, e quattro o cinque mila fanti de' Veneziani; pure non
si attentava a procedere innanzi, allegando che l'armata nemica era
superiore di forze, e che conveniva aspettar sei mila Svizzeri che
erano in viaggio per suo aiuto. Nulla di meno s'inoltrò finalmente sino
al Taro, sette miglia da Parma: movimento, di cui niuna apprensione
si misero gli assedianti. Ma eccoli un accidente che disturbò tutte
le loro misure. Era stato fin qui paziente _Alfonso duca_ di Ferrara,
mostrando di non conoscere l'odio che avea contra di lui _papa
Leone X_, e dissimulando le passate insidie. Venuto poi in chiaro
d'essere stato abbandonato alle voglie d'esso pontefice, nella lega
fatta coll'imperadore, e mirando il mal incamminamento degli affari
de' Franzesi unico uno sostegno, giudicò meglio di non tenersi più
neutrale. Però colle milizie che potè raunare, uscito di Ferrara, entrò
nel Modenese, prese il Finale, San Felice, e colle scorrerie arrivava
sino alle porte di Modena. Recato questo avviso al campo de' collegati,
bastò a far ch'essi, trovandosi fra due fuochi, spedissero in soccorso
di Modena il _conte Guido Rangone_, e poi sciogliessero l'assedio di
Parma, con ritirarsi a San Lazzaro: il che diede comodità al Lautrec di
ben fornire quella città di viveri e d'ogni altra munizione.
Aveva intanto il papa fatto assoldare dal _cardinale di Sion_, chi
dice dodici, chi dieci mila Svizzeri, ed altri dicono anche meno,
e questi calavano in Italia, quantunque protestassero di non voler
combattere co' Franzesi, per essere con loro in lega. _Prospero
Colonna_ adunque determinò di tentare ogni via per unirsi con loro,
siccome all'incontro andò il Lautrec a frapporsi, per impedir questa
unione. Allora che, passato il Po, fu egli giunto a Casal Maggiore,
colà comparve il _cardinal Giulio de Medici_, spedito dal papa con
titolo di legato, acciocchè, come uomo di testa, acquetasse colla sua
destrezza le discordie insorte fra i generali, e spezialmente fra il
_Colonnese_ e il _marchese di Pescara_, e desse calore alla impresa.
Tentò più volte il Lautrec di tirare a battaglia l'esercito de'
collegati, ma il saggio Prospero andò temporeggiando, che in fine a
Gambara si congiunse con parte degli Svizzeri, procedendo come scrive
il Guicciardini, in mezzo loro i due legati, cioè _il cardinale di Sion
e il cardinale de Medici, colle croci d'argento, circondate (tanto oggi
si abusa la riverenza della religione) tra tante armi ed artiglierie
da bestemmiatori, omicidiarii e rubatori_. Restò allora ben confuso
il Lautrec, e maggiormente crebbe il suo affanno, perchè da lì a poco
gli Svizzeri della sua armata improvvisamente se n'andarono con Dio, o
perchè venne un comandamento dai lor superiori, oppure perchè mancava
il danaro per pagarli. Imperciocchè il _re Francesco_ dopo avere sì
superbamente mossa guerra in Navarra e Fiandra a _Carlo imperadore_,
si trovava in questi tempi in gravi angustie, nè potea somministrar
genti e pecunia all'Italia; e tutto che avesse pur disposti trecento
mila ducati d'oro da inviare al Lautrec: pure la regina sua madre gli
avea fatti impiegare in altri usi. Perciò diffidando esso Lautrec
di poter resistere alle forze nemiche, si ritirò di qua dall'Adda
affine di contrastare il passo all'armata della lega. Ma Riuscì al
Colonna di valicar quel fiume a Vauri, dove in combattimento con
lo Scudo restarono superiori le sue genti. Ritiratosi il Lautrec a
Milano, maravigliosa cosa fu il vedere, che appena giunto nel giorno
seguente l'esercito collegato in vicinanza di Milano, essendo stato
spedito avanti il valoroso _Ferdinando di Avalos marchese di Pescara_
con ducento cavalli e tre mila fanti spagnuoli, questi, dopo avere
sbaragliato un grosso corpo di cavalleria franzese uscito per ispiar
gli andamenti de' nemici, andò intrepidamente ad assalire verso porta
Romana i bastioni di quel borgo, dove erano alla guardia i Veneziani
con _Teodoro Trivulzio_ e _Andrea Gritti_. Si combattè, ma venne meno
il coraggio alla gente veneta, e il marchese, aiutato da quei di dentro
di fazion ghibellina, occupò la porta suddetta. Quivi restò prigioniero
il Trivulzio, il qual poi con venti mila ducati d'oro da lì a molti
giorni si riscattò. Ebbe fortuna il Gritti di salvarsi. Veramente
in questa guerra la potenza veneta non fece sforzo di gran rilievo,
come era solita, o perchè fosse rimasta smunta per le antecedenti
guerre, o perchè quel saggio senato avesse de' segreti motivi di
così operare. Entrò dunque il marchese nel recinto di quel borgo; nè
occorse di più, perchè il _Lautrec_ la notte, lasciato ben guernito il
castello, si ritirasse col resto di sua gente a Como; giacchè mirava
in gran commozione tutto lo Stato, troppo irritato per le esorbitanti
gravezze, dianzi da lui imposte, e voglioso di mutar padrone per la
speranza, spesso fallace, di starne meglio. Fu in gran pericolo di
andarne a sacco quella nobilissima città; ma, alzati i ponti, calate
le saracinesche e serrate le porte della cinta che divide essa città
da' borghi, si fermò il primo empito dei vincitori. Sopraggiunta la
notte maggiormente assicurò la cittadinanza, essendosi perduti i più
de' soldati a svaligiar i borghi, i quartieri de' Veneziani e Franzesi.
Questo gran fatto accadde nel dì 19 di novembre, con perpetua gloria di
_Prospero Colonna_, e non con minore del _marchese di Pescara_, che in
quella occasione fece mirabili prove di sua persona.
A persuasione poi di _Girolamo Morone_, andò un bando, che sotto pena
della vita niun Milanese fosse offeso. Venuto il giorno, comparvero
davanti al Colonna, ai legati e al marchese di Mantova dodici nobili
ambasciatori a dar la città, e a pregare che fosse preservata da
ingiurie pubbliche e private. V'entrò il Morone, prendendone il
possesso a nome di _Francesco Maria Sforza_, già riguardato qual duca,
e restò egli quivi al governo con titolo di luogotenente. Si fece
conto che più di tre mila fanti veneti lasciassero in quel conflitto
la vita; e gli altri Veneti, consistenti in altri tre mila fanti,
trecento lancie e circa ottocento cavalli leggieri, parte furono presi,
parte si dissiparono colla fuga la notte; di maniera che totalmente
si perdè l'esercito loro. Seguitarono l'esempio di Milano le città
di Pavia e Lodi. Parma e Piacenza si diedero ai ministri del papa.
Fu spedito il marchese di Pescara con dieci mila fanti e cinquecento
cavalli dietro a' Franzesi, ritirati a Como; ma il Lautrec, lasciato
ivi un presidio sufficiente, s'incamminò col resto de' suoi verso
Cremona, intese bensì per istrada che anche quella città aveva alzate
le bandiere sforzesche; tuttavia, perchè si tenea forte la cittadella,
v'entrò, e ricuperò la città, con fare il miracolo di non inferire
alcun male a que' cittadini. Piantate intanto il marchese di Pescara le
batterie contro la città di Como, poco stette quel popolo a capitolar
la resa con patto che fossero salve le persone e robe tanto degli
abitanti che de' Franzesi. Ma, entrati gli Spagnuoli, misero a sacco
l'infelice città, con grande infamia del marchese, il quale poi col
tempo fu chiamato a duello come colpevole di questo sfregio fatto alla
pubblica fede. In una parola, a riserva di Cremona, d Alessandria,
del castello di Milano e di qualche altra fortezza, il resto dello
Stato di Milano venne in potere di Francesco Sforza, non senza grave
affanno de' Veneziani, che, oltre allo aver perduto il loro esercito,
restavano, per ragion della lor lega col re Cristianissimo, esposti
ad evidenti pericoli. Ma non era da paragonar la cattiva lor positura
con quella di _Alfonso duca di Ferrara_, giacchè egli, dopo la caduta
dei Franzesi, non vedea più maniera di salvarsi in mezzo a queste
vicende. Alla sempre vigorosa brama di _papa Leone_ di torgli Ferrara,
s'era aggiunto uno straordinario sdegno, per aver egli frastornato
dianzi l'acquisto di Parma. Si era il duca ritirato a casa, dappoichè
fu venuta sul Reggiano l'armata collegata, e poco stette a provar
gli effetti della collera pontificia. Vennero l'armi di esso papa al
Finale, a San Felice, e riacquistarono quelle terre. Presero anche
il Bondeno, con tagliare a pezzi il presidio, e dare il sacco a quel
luogo. Dall'altra parte, verso la Romagna occuparono altri ministri
del pontefice Lugo, Bagnacavallo, con altre terre del duca, e poscia
Cento e la Pieve. Furono anche mossi i Fiorentini ad impadronirsi
della provincia della Garfagnana di là dall'Apennino, composta di
circa novanta comunità, che s'era fin qui mantenuta fedele al duca;
e riuscì ancora al Guicciardini di ridurre all'ubbidienza di Modena
la picciola provincia del Frignano, finora costante nella fede verso
il duca. Ma neppur questa bastò a papa Leone. Pubblicò egli allora un
fierissimo monitorio contra d'Alfonso, dichiarandolo ribello, colle
frangie d'altri titoli obbrobriosi, e mettendo l'interdetto alla
città di Ferrara, per aver egli occupato le terre del Finale e San
Felice spettanti alla Chiesa romana; quasi che avessero i pontefici
acquistata indulgenza plenaria in ispogliar quel duca delle imperiali
città di Modena e Reggio; e fosse poi enorme delitto, s'egli tentava di
ripigliare il suo, cioè terre a lui indebitamente tolte, e delle quali
era investito dagl'imperadori. Tuttochè sentisse il duca il soverchio
abbassamento de' suoi affari; pure, irritato al maggior segno dal veder
adoperate contra di sè anche l'armi spirituali, non potè contenersi
dal mettere fuori colla stampa un manifesto, in cui palesò al mondo
gli oltraggi, le insidie e le mancanze di fede di papa Leone X per
conto suo, e privo affatto di giustizia il procedere della corte di
Roma contra di lui. E perciocchè sapea essere stabilito nella lega del
papa coll'imperadore, che, cacciati i Franzesi da Milano, si avessero
a volgere l'armi sopra Ferrara, senza neppure aspettare di aver prese
tutte le fortezze di quello Stato: da uomo forte si accinse a ben
munire e provveder di vettovaglie quella città. Prese anche al suo
soldo quattro mila Tedeschi, ed accrebbe le milizie italiane, risoluto
di vendere caro la propria rovina, giacchè aspettava a momenti l'armi
imperiali e pontificie alle mura di Ferrara. Certamente non fu mai la
nobilissima casa d'Este in tanto pericolo di naufragio, come in questo
frangente. Ma chi con segrete ruote regola il mondo tutto, eccoti che,
con far nascere un'inaspettata scena, fece non poco cangiare aspetto
alle cose d'Italia.
Per quanto s'ha dai Giornali di Paris de' Grassi, cerimoniere del
papa, riferiti dal Rinaldi[399], e per quello che attestano altri
scrittori[400], non si può esprimere qual allegrezza provasse papa
Leone all'avviso della presa di Milano, e di mano in mano alle nuove
de' susseguenti acquisti. Non capiva in sè per la gioia d'aver depressi
i Franzesi, e mirava con gaudio inesplicabil la già fatta ricuperazione
di Parma e Piacenza, parendogli oramai di non essere da meno di papa
Giulio II. Ordinò pertanto che si facessero gran feste in Roma, e
venne apposta dalla Malliana in quella città per deliziarsi nei viva
del popolo. Ma che? Nel dì 25 di novembre cominciò a declinar la sua
allegria per qualche incomodo di salute, nel dì primo di dicembre
improvvisamente, senza neppure poter ricevere i sacramenti della
Chiesa, diede fine al suo vivere in età di soli quarantasei anni.
Lunga disputa fu fra i medici s'egli fosse morto di veleno, per varii
segnali osservati nel suo cadavero, e per altri motivi addotti dal
Grassi e dal Guicciardini. Già abbiam detto che una fistola nelle
parti inferiori gli facea guerra. Bastò ben questa ad abbreviargli la
vita. Ma perchè chi è morto nulla più cura le cose mondane, neppure
altri si curò di procedere oltre in questa ricerca. E così terminarono
i disegni e le glorie di papa Leone X, il quale, per attestato del
medesimo Guicciardini, ingannò assai l'espettazione che s'ebbe di lui,
quando fu assunto al pontificato. Perciocchè se alcuno avesse potuto
giovare alla Chiesa di Dio, certo si dovea sperare da lui: principe
di mirabile ingegno, desideroso di cose grandi, dotato di non volgare
eloquenza, e, prima del pontificato, amante della giustizia. Non gli
mancava buon fondo di religione e pietà. Ma, trascurando egli ciò
che avea da essere il principal suo mestiere, tutto si diede a farla
da principe secolare, con corte oltremodo magnifica, con attendere
continuamente ai passatempi, alle caccie, ai conviti, alle musiche,
e ad accrescere il lusso dei Romani in forma eccessiva. Il Giovio,
tenendo davanti agli occhi il detto di Tacito, lib. III, cap. 65 degli
Annali: _Praecipuum munus Annalium reor, ne virtutes sileantur, neque
pravis dictis factisque ex posteritate et infamia metus sit_: ben
dipinse non men le sue lodevoli che biasimevoli qualità. Certamente
fu egli con ragion celebrato per aver promosso il risorgimento delle
lettere. Certo è ancora che non godè mai si bel tempo Roma cristiana,
che sotto questo pontefice, ma con peggiorarne i costumi, essendosi
anche inventate o praticate maniere poco lodevoli di cavar danaro, per
soddisfare alla prodigalità di esso papa, per far fabbriche suntuose,
e specialmente per suscitare e sostener guerre, quasichè possa essere
glorioso ne' principi ecclesiastici quello che sovente è detestabile
anche nei principi secolari. Nè solamente immenso danaro della Chiesa
fu impiegato in quelle scomunicate guerre, onde restò esausto l'erario
pontificio; si trovarono eziandio impegnate da papa Leone le gioie
ed altre cose preziose del trono della Chiesa romana, oltre ad altri
grossi debiti ch'egli lasciò, a pagare i frutti, dei quali ogni anno la
camera pontificia spendeva quaranta mila ducati d'oro. E tutto questo
per accrescere alla Chiesa suddetta un dubbioso patrimonio, che ai dì
nostri si è veduto a lei tolto; quando nel tempo stesso sguazzava e si
dilatava l'eresia di Lutero; e il fier Solimano imperador de' Turchi,
scorgendo immersi in tante guerre i monarchi cristiani, formò l'assedio
di Belgrado, baluardo della Cristianità in Ungheria, e se ne impadronì:
dal che poi venne la rovina di quel vasto regno, e un'altra gran
piaga al Cristianesimo. Scrisse bensì il giovinetto _re di Ungheria
Lodovico_ calde lettere all'imperatore, al papa e agli altri principi
cristiani, implorando aiuto in sì gran bisogno; ma non trovò altro che
compatimento alle sue disgrazie. Mi sia lecito il rapportare all'anno
susseguente alcuni fatti accaduti sul fine del presente. Qui solamente
ricorderò che nel dì 22 di giugno venne a morte _Leonardo Loredano_
doge di Venezia, la cui prudenza in tempi tanto disastrosi a quella
repubblica, venne sommamente commendata. Fu a lui successore in quella
dignità _Antonio Grimani_.