NOTE:

[401] Agostino Giustiniani, Guicciardini, Anonimo Padovano, Pietro

Messia, ed altri.

[402] Lettere de' Principi, tom. 1.

Anno di CRISTO MDXXIII. Indizione XI.

CLEMENTE VII papa 1.

CARLO V imperadore 5.

Riuscì in quest'anno a _Francesco Maria Sforza_ duca di Milano di

ridurre in suo potere il fortissimo castello di quella città, avendo

capitolato quel castellano, che se in termine d'un mese non veniva

soccorso, lo renderebbe, perchè oramai penuriava troppo di vettovaglie

e di gente. L'Anonimo Padovano scrive che la resa seguì nel dì 17 di

maggio: il Guicciardini, che nel dì 14 di aprile. Si trovò che quella

guarnigione era ridotta a soli quarantacinque uomini. Sicchè restò il

solo castello di Cremona in man de' Franzesi, ed era ben provveduto.

Pare che sia più verisimile l'asserzione del Guicciardini intorno

alla resa del castello di Milano; perciocchè, quantunque non avesse

il duca per anche ottenuto dall'_Augusto Carlo_ l'investitura di quel

ducato, pure nel dì 24 di aprile con gran solennità e pari allegrezza

del popolo ne prese il possesso in Milano. E qui non si vuol tacere

un grave pericolo in cui incorse quel duca nel mese d'agosto. Era

egli stato più dì a Monza per fuggire il caldo. Nel tornare ch'egli

faceva a dì 25 d'esso mese a Milano, i ducento cavalli di sua guardia

parte camminavano avanti, e parte gli teneano dietro molto lontani,

a cagion del gran polverio, ed egli con pochi marciava nel mezzo. Fra

questi pochi era Bonifazio Visconte suo cameriere, che, conceputo un

odio grande per la morte dianzi data a monsignorino Visconte, e perchè

gli era tolta una prefettura in Val di Sesia, ne meditava vendetta;

e fingendo di voler parlare al duca in segreto, con un pugnale gli

tirò un colpo alla testa; ma, per cavalcare esso duca una muletta,

e Bonifazio un alto e velocissimo cavallo turco, andò il colpo

solamente a fare una leggier ferita nella spalla. Inseguito costui,

mercè dell'ottimo cavallo, ebbe la fortuna di salvarsi in Piemonte,

e poi in Francia. Questo accidente fece sospettar qualche congiura,

e molti furono imprigionati in Milano, ed alcuni ancora impiccati.

Guarì facilmente il duca. Non di meno fra Paolo carmelitano, scrittore

di questi tempi nella sua Storia manuscritta racconta che il pugnale

era avvelenato, perlochè ne fu difficile la guarigione, ed essergli

restata da lì innanzi una debolezza di nervi. Sparsa e ingrandita la

voce di questo fatto, le città di Valenza e d'Asti furono prese dai

fuorusciti milanesi; spedito colà _Antonio da Leva_, ricuperò que'

luoghi. Avea intanto l'_imperador Carlo_, dappoichè vide cacciati quasi

affatto fuori di Lombardia i Franzesi, applicati i suoi pensieri a

provvedere che non vi tornassero. Bramoso dunque di staccar da essi il

valoroso _duca di Ferrara Alfonso_, e massimamente il senato veneto, da

Vagliadolid spedì in Italia _Girolamo Adorno_ suo consigliere, persona

di rara abilità e destrezza, acciocchè ne trattasse.

Venuto questo ministro cesareo a Ferrara, nel dì 29 di novembre

dell'anno precedente, s'accordò col duca, obbligandosi l'imperadore

di tenere quel principe sotto la sua protezione, di confermargli

l'investitura imperiale de' suoi Stati, e di fargli restituire Modena e

Reggio, con che egli pagasse alla maestà sua centocinquanta mila scudi

d'oro. Non volle il duca prendere impegno alcuno contra de' Franzesi,

perchè restavano tuttavia allora in man d'essi i castelli di Milano

e di Cremona, e forse non s'erano loro tolte per anche le fortezze

di Trezzo e di Lecco, e poi si udivano dei gran preparamenti del _re

Francesco_ per tornar in Italia. Andò poscia l'Adorno anche a Venezia,

dove propose a quel senato una lega coll'imperadore. Grandi e lunghi

furono i dibattimenti fra que' saggi senatori, perchè dall'un canto

sembrava preponderare la potenza di chi era imperadore ed insieme re

di Spagna, corroborata dal duca di Milano, che uguale interesse avea

con esso Augusto. Ma dall'altra parte l'abbandonare il re di Francia

già collegato parea cosa di poco onore; oltre di che, i sicuri avvisi

dello armamento, che egli facea, teneano divisi e sospesi gli animi

di ciascuno. Intanto, perchè venne a morte l'Adorno, restò intepidito

quel negoziato. Ma da lì a un mese essendo stato spedito da Cesare a

Venezia _Marino Caracciolo_ protonotario apostolico, si ripigliò con

più vigore. Venne poi a morte nel dì 7 di luglio, per attestato del

Sansovino, il doge _Antonio Grimani_, e in suo luogo restò eletto

_Andrea Gritti_, personaggio che abbiam veduto dar tante prove di

valore e prudenza nelle sì fiere contingenze di quella repubblica. È

ben da stupire come una Cronica manuscritta di Venezia metta la di

lui elezione nel dì 20 d'aprile, e fra Paolo carmelitano nel dì 20

di maggio. Nè lo stesso Sansovino sembra assai concorde a sè stesso,

e discorda ancora da Pietro Giustiniani nell'assegnare il tempo del

ducato del Grimani. Ora il Gritti, siccome persona di gran saviezza,

mai non volle palesare il sentimento suo intorno alla lega proposta

dal ministro cesareo, lasciandone tutta la risoluzione al senato. E

questa finalmente fu conchiusa sul fine di luglio fra essi _Veneziani_,

_l'imperadore, Ferdinando arciduca_ e _Francesco duca_ di Milano.

Crebbe poi questa lega, perchè _papa Adriano VI_, amantissimo per

altro della pace d'Italia, dopo aver con lettere efficaci esortati

tutti i principi a conservarla, per potere accudire all'impresa

contra del Turco, veggendo pure ostinato il re di Francia a volerla

di nuovo turbare, nel dì 3 di agosto entrò anch'egli in essa lega,

siccome i _re d'Inghilterra_ d'_Ungheria_, i _Fiorentini, Sanesi_ e

_Genovesi_. E perchè si scopri che _Francesco Soderino_ cardinale

di Volterra, mostrandosi appassionato per la pace, e maneggiator

d'essa, segretamente intanto tramava in Sicilia una congiura contra

l'imperadore, e sollecitava il re Cristianissimo che colà inviasse la

sua flotta, fu, per ordine del pontefice, inviato prigione in castello

Sant'Angelo.

Ma che? il buon _papa Adriano_ sul più bello fu da questi terreni

imbrogli chiamato da Dio a miglior vita nel dì 14 di settembre,

con poco dispiacere, se non anche con gaudio della corte di Roma,

riguardante poco di buon occhio un pontefice non italiano, e trovandolo

anzi uomo inesperto ne' grandi affari politici, ossia nelle finezze

della mondana sapienza, la quale infine davanti a Dio ha un altro

nome. Per altro, egli fu pontefice pieno d'ottima volontà, di sapere

e probità non ordinaria; e s'egli fosse sopravvivuto, siccome aderiva

a convocare un concilio generale della Chiesa per riformar gli

abusi, così grande speranza c'era di poter rimediare al sempre più

crescente scisma del Settentrione. La morte del papa, quanto dall'una

parte scompigliò i disegni della lega suddetta, tanto dall'altra

animò _Francesco re_ di Francia a proseguir con più calore i suoi

preparamenti e disegni per calare in Italia. Era stato fin qui _Alfonso

duca_ di Ferrara aspettando con pazienza la restituzion delle sue città

di Modena e Reggio, promessa tante volte da _papa Leone X_, e dallo

stesso _Adriano VI_. Ma il possesso e dominio degli Stati terreni,

quand'anche sia ingiusto, porta seco un tale incanto, che niun quasi

mai sa indursi a spogliarsene, se non si adopera l'esorcismo della

forza. Il perchè, veggendosi il duca cotanto deluso, non potè più

stare alle mosse. Aveva dianzi l'imperadore tolta la terra di Carpi

ad _Alberto Pio_, gran cabalista di questi tempi, che, dopo aver

tradito esso Augusto, era dietro a far lo stesso giuoco al papa, che

gli avea affidata la custodia di Reggio e di Rubiera, come s'ha dal

Guicciardini. Ora, innanzi che accadesse la morte del papa, _Renzo da

Ceri_ avea tolta essa terra di Carpi agl'imperiali, con inalberar ivi

le bandiere di Francia. Dappoichè fu mancato di vita papa Adriano, si

diede Renzo a far delle scorrerie fra Modena e Reggio. Tentò anche

Rubiera, ma indarno. In questo tempo il _duca Alfonso_, sperando

d'essere sostenuto da esso Renzo, uscì colle sue genti in campagna. Nel

dì 27 di settembre si presentò davanti a Modena, e ne fece la chiamata.

Perchè dentro v'era _Francesco Guicciardini_ governatore pel papa, e il

_conte Guido Rangone_ con forza valevole da poter sostenere la città,

fu mandato in pace. Voltossi il duca a Reggio, dove nel dì 29 del mese

suddetto, senza dover usare violenza, da quel popolo fu allegramente

ricevuto; e poco stette a impadronirsi anche della cittadella e di

tutto il contado. Venuto poi al forte castello di Rubiera sulla via

Emilia ossia Claudia, colla artiglierie forzò la terra, ed appresso

anche la rocca a rendersi. Avrebbe inoltre potuto ridurre alla sua

ubbidienza Parma, ch'era senza presidio, e minacciata colle scorrerie

da Renzo da Ceri; ma avendo i Parmigiani mandato a Rubiera per saper

l'intenzione del duca Alfonso, e udito ch'egli altro non voleva se non

ricuperare il suo, e non occupar quello che era della Chiesa, allora si

animarono a difendere la lor città, e finì la loro paura.

Erano in questi tempi nate controversie fra il _re Francesco_ e _Carlo

duca di Borbone_ della real casa di Francia, per le quali questo

principe disgustato avea segretamente preso il partito di _Carlo

imperadore_. E perciocchè il re, avendo già raunata una possente

armata, meditava di portarsi in persona a riacquistare lo Stato di

Milano, giacchè per pruova avea conosciuto che la presenza del principe

influiva troppo al buon esito delle imprese, il Borbone con Cesare avea

progettato di assalire nella lontananza del re la Borgogna maggiore;

al qual fine s'andavano ammassando dodici mila Tedeschi. Traspirò

questa mena, allorchè il re Cristianissimo fu giunto a Lione; e però

il duca di Borbone, che quasi fu colto nella rete, ebbe la fortuna

di salvarsi travestito in Germania, daddove poi il vedremo venire

in Italia. Cagion fu la cospirazione suddetta che il re Francesco si

astenne per ora dal passare i monti per timore d'altre segrete insidie;

ma non per questo lasciò d'inviare in Lombardia per generale_ Guglielmo

Grosseri_o, per soprannome il _Bonivet_, ammiraglio allora di Francia,

che per favore specialmente di _Lodovica_ madre del re era salito

ai primi onori e alla confidenza del re medesimo, ma che accoppiava

coll'ignoranza del mestier della guerra una somma arroganza e superbia.

Poderosa era l'armata ch'egli conduceva, perchè composta di otto mila

Svizzeri, sei mila Tedeschi, tre mila Italiani, tre mila Guasconi,

lancie mille e ottocento, arcieri due mila. Il Guicciardini parla di

sei mila Svizzeri, sei mila fanti tedeschi, dodici mila franzesi, e tre

mila italiani, oltre alle suddette lancie. Sul principio di settembre

arrivò questo esercito a Susa. Aveano i Veneziani collegati con Cesare

eletto per lor generale _Francesco Maria duca_ d'Urbino, nè tardarono

a spedirlo nel Bergamasco con cinquecento lancie, cinque mila fanti

e cinquecento cavalli leggieri, acciocchè ad ogni cenno di _Prospero

Colonna_ passassero l'Adda. Parimente l'_arciduca Ferdinando_ inviò sei

mila fanti a Milano. Trovavasi allora il Colonnese malconcio di sanità;

contuttociò, dopo aver presidiata Pavia, e mandato _Federigo marchese_

di Mantova alla guardia di Cremona, allorchè sentì avvicinarsi i

Francesi, fattosi portare in lettiga, s'andò a postare al Ticino con

pensiero di contrastarne loro il passaggio. Calati i Franzesi, poco

stettero a impadronirsi di Asti, Alessandria e Novara. Trovato anche

il fiume Ticino molto magro, cominciarono in più luoghi a passarlo: il

che obbligò il Colonna a ritirarsi in fretta a Milano, nel cui popolo

era entrata sì fatta costernazione, che, per sentimento dei saggi, se

il Bonivet marciava a dirittura colà, senza fatica v'entrava. Ma per

voler egli aspettare il resto di sue genti, si fermò tre giorni senza

alcuna azione, dando tempo ai Cesariani e Milanesi di ben fornire di

vettovaglie la città, di rifare i bastioni dei borghi, e di ricevere

un soccorso di quattro mila fanti italiani: con che tornò il cuore in

corpo a quel popolo, e, per l'avversione che ognuno nudriva contro i

Francesi, si dispose ad una gagliarda difesa.

Intanto l'armata franzese s'inoltrò a Binasco, e, facendo continue

scorrerie fino alle porte di Milano, s'impossessò di Monza, dove fu

posta molta cavalleria, affinchè per quella parte non passassero

vettovaglie a Milano. Venne in questo tempo avviso all'ammiraglio

Bonivet, avere il comandante franzese del castello di Cremona, siccome

ridotto agli estremi per penuria di viveri, capitolato di renderlo,

se in termine di quindici giorni non gli veniva soccorso; e che

il marchese di Mantova si era portato a Lodi con due mila fanti e

cinquecento cavalli, per vietare il passo ai Franzesi. Premendogli di

conservar quella fortezza, spedì il _signor di Baiardo_ e _Federigo

da Bozzolo_ con otto mila fanti, due mila cavalli e dieci pezzi

d'artiglieria a Lodi. A questo avviso, fu ben diligente il marchese

di Mantova a ritornarsene a Cremona. Entrarono i Franzesi in Lodi, ed

ivi restato il Baiardo con mille fanti, Federigo, seco menando gran

quantità di vini, farine e grascia, senza far paura alcuna, seguitò il

viaggio a Cremona, e nel dì 20 di settembre introdusse in quel castello

i viveri, e, invece de' soldati la maggior parte malati, ve ne mise

di sani. L'altro giorno se ne ritornò con tutto onore a Lodi. Questa

azione del Bozzolo fece nascere speranza al Bonivet di acquistare

la stessa città di Cremona; e però colà rimandò il suddetto Federigo

con sei mila fanti e mille cavalli, a cui poscia si aggiunse Renzo da

Ceri con tre mila fanti. Speravano questi capitani di penetrar nella

città per via della fortezza, ma si disingannarono in più assalti, con

loro gran danno dati ai trincieramenti e ripari fatti fra la città

e il castello, e sostenuti con bravura da Niccolò Varolo. Sicchè si

rivolsero a bombardar le mura della città alla porta di San Luca.

Fatta larga breccia, mentre si accingevano a dar la battaglia, eccoti

un'impetuosa pioggia che durò quattro giorni, con impedire il trasporto

delle vettovaglie, e fu forza di prenderne dallo stesso castello.

E perciocchè s'erano ingrossati i fiumi, Federigo da Bozzolo prese

la risoluzione di ritirarsi, affinchè non gl'incontrasse di peggio;

e tutto spelato, anzi rovinato, si ridusse a Lodi circa la metà di

ottobre. Giacchè questo colpo era andato fallito, l'ammiraglio si

accostò coll'esercito a Milano, confidando di poter ridurre a' suoi

voleri quell'augusta città piena di popolo con impedire, o difficoltare

il passo alle vettovaglie. Andava sempre più crescendo l'infermità di

_Prospero Colonna_, e però egli diede l'incombenza della difesa della

città al _signor di Alarcone_. Facea questi ogni dì uscire i suoi

cavalli per servire di scorta a chi portava dei viveri, e ne venivano

non pochi dalla Ghiaradadda e dai monti di Brianza. Ma ito sul fin

d'ottobre il _signor di San Paolo_ Franzese a Caravaggio, diede un

orribil sacco a quella terra e per que' contorni, e per li suddetti

monti saccheggiò o bruciò molte altre ville e castella: il che riempiè

di terrore tutti quegli abitanti. All'incontro, spedito il _marchese

di Mantova_ con ottocento cavalli e tre mila fanti venuti da Genova

di qua da Po, riprese Alessandria e molte castella: con che proibì a

tutta quella contrada e al Piemonte che niuna vettovaglia portassero al

campo franzese. Il perchè l'esercito franzese cominciò a far quaresima

prima del tempo, e si trovava di mala voglia. Ma neppure avea occasion

di cantare l'esercito cesareo di Milano, perchè scarseggiava di vitto,

e più di paghe. Perciò il Colonna co' primarii, consapevoli della

promessa fatta dall'imperadore di restituir Modena ad _Alfonso duca_

di Ferrara collo sborso di gran somma di danaro; ed anche informati

che questo principe, con tutte le istanze fatte dai Franzesi, non avea

voluto assisterli nell'assedio di Cremona, inviarono oratori a lui

per dargli Modena, purchè di presente sborsasse trenta mila ducati

d'oro, e venti altri nel termine di due mesi. Era già fatto l'accordo;

ma Francesco Guicciardini, governator di Modena per la Chiesa, tanto

seppe fare, che distrusse tutti i disegni del Colonna e le speranze

del duca. Intanto, non potendo più il Bonivet per le pioggie e per

altre incomodità fermarsi sotto Milano, e massimamente perchè circa la

metà di novembre gli era andato fallito un tradimento concertato con

Morgante da Parma; ed essendo anche sopravvenute le nevi, intavolò un

trattato di tregua cogli imperiali. Ma perchè questo non si conchiuse,

levò finalmente, nel dì 27 di novembre, il campo, e, senza che Prospero

Colonna volesse permettere l'inseguirli, si ridusse a Biagrasso e

Rosate.

Mentre per queste diaboliche guerre si trovava involto lo Stato di

Milano in indicibili calamità, si rallegrò la Chiesa di Dio dopo due

mesi di conclave, e dopo assaissime gare e discordie de' cardinali,

per l'elezione di _Giulio cardinale de Medici_, effettuata nel dì 19

di novembre, il quale assunse il nome di_ Clemente VII_; personaggio

di gran senno, e di non minore perizia nel governo degli Stati, e

tale, che mirabili cose dalla di lui testa gravida di politica si

promise il popolo romano. Quai mezzi adoperasse egli per salire a

sì eminente dignità, può il lettore apprenderlo dal Guicciardini.

L'Anonimo Padovano ci assicura che, terminate le solenni funzioni

della coronazione, questo pontefice dichiarò di voler essere amator

della pace, e pastore senza parzialità del Signore, e che accorderebbe

insieme i principi cristiani, per formar poscia una crociata contro

gl'infedeli. Certo è che un atto di gloriosa generosità diede principio

al suo governo, avendo perdonato al cardinal Soderino, suo gran nemico

negli anni addietro, e molto più nel conclave, a cui, liberato dalla

prigione, intervenne. Parimente si osservò in lui abborrimento a far

leghe, e ad entrare in impegni di guerra. Intanto l'assunzione sua fece

quetar tutti i rumori insorti nello Stato ecclesiastico; e il _duca

di Ferrara_, dopo aver lasciati buoni presidii in Reggio e Rubiera,

cessò d'inquietare la città di Modena. Inviò poscia esso duca i suoi

oratori a Roma per rendere ubbidienza al novello pontefice, e per

chiedere la restituzion d'essa Modena, tante volte promessa dai due

precedenti papi. Clemente, per lo contrario, facea istanze che il duca

restituisse Reggio e Rubiera. Varie sessioni furono perciò tenute,

e andando l'affare in lungo, altro non si conchiuse infine, se non

che vi fosse tregua fra loro per un anno da cominciarsi nel dì 15 di

marzo dello anno seguente 1524; e che ognun possedesse quel che aveva,

senza innovar cosa alcuna: il che fu poi puntualmente eseguito dal

duca Alfonso, ma non così da papa Clemente. Andava in questo mentre

sempre più peggiorando di salute _Prospero Colonna_; laonde Carlo

imperadore pensò alla provvisione di un nuovo condottiere dell'armi

sue in Lombardia, e insieme a rinforzare l'esercito suo per iscacciare

i Franzesi. Ebbe ordine _don Carlo de Nois_ ossia _della Noia_, vicerè

di Napoli, di venire a Milano, ed egli infatti arrivò a Bologna verso

la metà di dicembre, menando seco non più di trecento cavalli e di

mille fanti. Passato dipoi a Parma, giunse colà ancora _Carlo duca di

Borbone_, tutto voglioso di far del male al re di Francia, che gli avea

occupato gli Stati e mobili suoi di sommo valore. Stettero ivi fermi

per otto giorni, conferendo insieme di quel che s'avesse a fare. Avea

il Borbone portato seco un brevetto di luogotenente generale di Cesare.

Venne ad unirsi con loro anche il _marchese di Pescara_, che condusse

altri mille fanti dal regno di Napoli. Andati di là a Pavia, e ricevuta

una potente scorta, si ridussero poi tutti a Milano sul fine dell'anno;

e trovato tuttavia vivente il Colonna, andarono a visitarlo. Ma egli

nel dì penultimo di dicembre, per attestato del Guicciardini, oppure

nell'ultimo, come ha l'Anonimo Padovano, diede fine al suo vivere, con

sospetto, secondo il solito, di veleno, restando gran fama di lui, cioè

d'un capitano di rara saviezza e valore, a cui simile un pezzo fa non

avea veduto l'Italia, ma insieme la taccia di molta libidine, da cui

probabilmente provenne il veleno che il trasse a morte. Solennissime

esequie furono a lui fatte, e il corpo suo con quello di Marcantonio fu

poi trasportato a Napoli.

Anno di CRISTO MDXXIV. Indizione XII.

CLEMENTE VII papa 2.

CARLO V imperadore 6.

Grandi consulti si fecero in Milano dai generali cesarei intorno alle

operazioni della futura campagna, e fu risoluto di aspettar sei mila

fanti che l'_arciduca Ferdinando_ mandava di Germania. E perciocchè

mancava il denaro, principal mobile negli affari di guerra, i Milanesi

si indussero, per amore o per forza, a prestar novanta mila ducati

d'oro al loro duca. _Papa Clemente_ anch'egli, tuttochè mostrasse

ai ministri del re Cristianissimo di non volere impacciarsi nelle

guerre de' potentati cristiani, pure segretissimamente inviò venti

mila ducati d'oro ad essi imperiali, e trenta mila ancora ne fece

lor pagare dai Fiorentini. Venne poi l'aspettato corpo di Tedeschi

a rinforzare l'armata cesarea, e seco si congiunse ancora colle sue

genti _Francesco Maria della Rovere_ duca d'Urbino, generale de'

Veneziani, di modo che ascese quell'esercito a mille ed ottocento

lancie, a venti mila fanti fra tedeschi, spagnuoli ed italiani, e

a due mila cavalli leggieri. Uscì il _vicerè Lanoia_ in campagna, e

andò a postarsi a Binasco: al quale avviso, l'_ammiraglio Bonivet_

raccolse l'esercito suo a Biagrasso, per quivi fermarsi, finchè gli

venissero i tante volte promessi rinforzi di Francia; ma non senza

timore, d'assediatore stato fin qui, di divenire assediato. Chiariti

i cesarei che troppo caro riuscirebbe il tentar di sloggiare da

quel fortissimo accampamento i nemici, passarono il Ticino, e iti a

Gambalò, di là cominciarono a scorrere tutta la Lomellina, impedendo

il trasporto dei viveri al campo franzese. Nel qual tempo, cioè verso

il fin di febbraio, il comandante franzese del castello di Cremona,

essendo ridotto agli estremi, ne pattuì la resa, se in termine di otto

giorni non gli veniva soccorso, e l'ammiraglio vergognosamente lasciò

cader quella fortezza. All'incontro, sul principio di marzo _Federigo

da Bozzolo_, comandante de' Franzesi in Lodi, fece una scorreria per

tutto il piano di Bergamo e Crema, asportandone un immenso bottino.

Ma non potendo più il Bonivet sussistere in Biagrasso per mancanza

di viveri, passò a Vigevano; e il duca di Urbino colle genti venete

applicò le artiglierie al castello di Garlasco, e con un sanguinoso

assedio se ne impadronì, e tutto poi lo diede a sacco. La stessa

orribil disavventura toccò al castello di Sartirana, dove tagliato

fu a pezzi il presidio franzese. Avea l'ammiraglio Bonivet tentato

di venire a battaglia campale con gl'imperiali; ma questo giuoco

azzardoso non piacendo al vicerè e a' suoi capitani, si contentarono

di andarlo inquietando con delle scaramuccie. Era egli ancora uscito

per soccorrere Sartirana, e non fu a tempo. E perciocchè i cesarei

ebbero in lor potere la città di Vercelli, egli, trovandosi sempre più

impaniato, si ridusse a Novara, per aspettar ivi otto mila Svizzeri,

già assoldati dal re Cristianissimo, che non trovavano mai la via per

muoversi. Calarono bensì cinquecento Grisoni nella pianura di Bergamo;

ma il _duca di Milano_ spedì contra di loro _Giovanni de Medici_, uomo

sopra modo ardito, con quattro mila fanti e due mila cavalli, che,

dopo averli fatti ritornare alle lor montagne, prese a forza d'armi

la terra di Caravaggio in Ghiaradadda, dove andò a fil di spada quasi

tutto il grosso presidio franzese; e poi rallegrò le sue truppe, con

saccheggiarne tutti gl'infelici abitanti. Di là, per ordine del duca,

passò il Medici a Biagrasso, dove tuttavia restavano mille Franzesi di

guarnigione; ed, avendo prima tolto il ponte che teneano essi Franzesi

sul Ticino, nello stesso giorno colle artiglierie fece gran rottura

nelle mura di quella terra, ed immediatamente venuto all'assalto, in

meno di mezz'ora v'entrò, con uccidere nel primo empito da ottocento

tra soldati ed abitanti. Restarono gli altri prigionieri, e quivi

pure fu dato un orrido sacco con tutte le sue conseguenze. Non avevano

peranche imparato gl'Italiani d'allora a far opere esteriori ai luoghi

di difesa, come usarono dipoi; e però sì facile era l'accesso, e il

fiero effetto delle artiglierie.

Costò ben caro alla misera città di Milano l'acquisto di Biagrasso;

perocchè nella lunga stanza in quel luogo essendo entrata la vera

peste, oppure una micidiale epidemia ne' Franzesi, portata poi gran

parte di quel bottino a Milano, cominciò ivi a spargere un occulto

crudel veleno, di cui avremo a parlare andando innanzi. Scesero in

questi tempi cinque oppure otto mila Svizzeri al soldo di Francia, e

giunsero fino ad Ivrea (l'Anonimo Padovano dice a Varese) con disegno

d'unirsi all'esercito franzese in Novara. Ma perciocchè marciavano

senza gran fretta, veggendo il _Bonivet_ andar di male in peggio i suoi

affari, venir meno le vettovaglie, e sminuirsi tutto di la sua armata

per li soldati che fuggivano alla volta di Francia, determinò anch'egli

sul principio di maggio d'avviarsi colà. Il perchè con grande ordinanza

passò a Romagnano, e gittò un ponte sulla Sesia, dove da lì a poco

arrivarono anche gli Svizzeri. Di grandi istanze fece allora il _duca

di Borbone_, tutto pregno d'odio contra della sua nazione, perchè si

assalisse un'armata impaurita e quasi fuggitiva. Ma gli altri capitani

l'intendeano diversamente, allegando l'antico proverbio: _A nemico

che fugge fagli i ponti d'oro_. Secondo il Giovio, anche il _marchese

di Pescara_ aringò contra di questo proverbio. Intanto l'ammiraglio

si applicò a far passare le sue genti di là dalla Sesia; quand'ecco

arrivargli addosso mille cavalli ed altretanti fanti nemici, che senza

commissione del lor generale venivano a cercar fortuna. Questo assalto,

e la fama o credenza d'aver sulle spalle tutto il cesareo esercito,

mise come in rotta i Franzesi, che disordinatamente cominciarono a

valicare il fiume. Ivi fu una calda scaramuccia, in cui restarono morti

moltissimi soldati ed uffiziali de' fuggitivi, e lo stesso Bonivet ne

riportò una ferita per colpo d'archibugio in un braccio, con restar

anche in poter de' cesarei sette pezzi d'artiglieria, alcune bandiere

ed assai carriaggi. Passati i Franzesi, tal fu la lor fretta e voglia

di mettersi in salvo, che lasciarono indietro a Santa Agata quindici

altri cannoni, forse credendoli in sacrato, per essere nello Stato di

Savoia; ma gl'imperiali, cioè la lor cavalleria leggiera, che andò

per gran tratto di paese inseguendoli, senza cerimonie li prese e

condusseli al suo campo. Il Giovio dà tutto l'onore di quest'ultima

impresa al _marchese di Pescara_. E questo fu il fine che ebbe la

spedizione dell'_ammiraglio Bonivet_ in Lombardia, non riportando egli

in Francia se non vergogna, e la brutta gloria delle tante miserie

cagionate in queste contrade. Restava tuttavia in man de' Franzesi

Alessandria, alla cui guardia era il _signor di Bussì_ o _Boisì_,

difendendola da tre mila fanti genovesi, venuti contro quella città.

Ebbe ordine l'indefesso marchese suddetto di portarsi colà con mille

cavalli e quattro mila fanti spagnuoli. Licenziato ancora il _duca

d'Urbino_ colle milizie venete, fu pregato di liberar Lodi dalle mani

di _Federigo da Bozzolo_, che quivi era restato con cinquecento cavalli

e tre mila fanti italiani; e così egli fece. Non voleva Federigo

ascoltar parola di resa; ma certificato della ritirata de' Franzesi,

e che speranza non rimaneva di soccorso, giudicò meglio di salvar

quella gente per servigio del re, e capitolò di poter andarsene con

tutti gli onori militari in Francia; laonde quella città fu consegnata

al duca di Milano. Nel passare che fece Federigo per l'Alessandrino,

trovò che due giorni innanzi il _marchese di Pescara_ avea costretto

il Bussì a rendere quella città colle medesime onorevoli condizioni; ed

accozzatisi insieme, condussero in Francia cavalli cinquecento e fanti

cinque mila, che prestarono poi buon servigio a quel re. Ciò fatto, il

_vicerè Lanoia_ condusse anch'egli l'esercito nel Monferrato e in quel

di Saluzzo, acciocchè la sua gente si ristorasse, anzi si deliziasse

alle spese di que' popoli, col pretesto che fossero stati fautori de'

Franzesi. A chi studia il libro della forza armata, troppo diverso da

quel del Vangelo, non mancano mai ragioni da assassinar gl'innocenti.

Si crederà oramai taluno terminata qui la tragedia dell'anno presente,

eppur vi restano altre scene, fors'anche più strepitose, da vedere.

Cotanto fu importunato l'_imperadore_ da _Carlo duca di Borbone_,

ribello e nemico del _re Francesco_, che si lasciò indurre a permettere

che fosse portata la guerra in Francia, dove il Borbone facea sperar

cose grandi pel credito e per le attinenze ed amicizie sue. Pensava

esso Augusto di muover guerra nello stesso tempo anch'egli a' Franzesi

dalla parte di Guascogna, e sperava che altrettanto farebbe in

Piccardia _Arrigo re d'Inghilterra_, con cui era unito di sentimenti.

Passò dunque il Borbone nel mese di luglio con sedici mila fanti e

mille lancie le Alpi, conducendo seco un bel treno di artiglieria

grossa e minuta. Ducento mila scudi rimessi a Genova dall'Augusto Carlo

e dal re inglese, e pagati ad esse truppe, le fecero camminar di buon

cuore, aggiunta la speranza di ben bottinare in paese nemico. Contro

il parere d'esso Borbone, vollero i capitani cesarei che si andasse a

mettere l'assedio alla città di Marsilia in Provenza, sperandone buon

mercato, perchè sarebbono fiancheggiati per mare da una forte squadra

di legni genovesi, accorsi a quell'impresa. Avea il re Francesco

guernita quella città di sei mila fanti italiani e di trecento

lancie franzesi sotto il comando di _Renzo da Ceri_ e di _Federigo

da Bozzolo_; i quali tosto s'applicarono a far de' bastioni ed altre

difese dalla parte non men di terra che del mare. Per molti giorni

continuamente fu combattuta quella città dalle batterie; ma quanto

di giorno era atterrato di muro, la notte dai prodi capuani veniva

riparato con più forti argini di terreno. Si fecero varie sortite per

terra e varii combattimenti in mare fra le squadre nemiche; e infine

niuna apparenza restava di vincere una città sì valorosamente difesa

tanto da' soldati che dal popolo nemico del nome spagnuolo. Ebbe Renzo

anche la fortuna di scoprire un tradimento ordito quella città, e di

rimediarvi. Intanto il re Francesco stava in Lione (il Guicciardini

scrive in Avignone) ammassando una potente armata, con aver già presi

al suo soldo sedici mila Svizzeri e sei mila Tedeschi. Avvenne che

il re d'Inghilterra niun movimento fece contra dei Franzesi. Di poco

momento ancora fu quello dell'imperadore dalla banda della Navarra;

operò, avendo il re Cristianissimo richiamata buona parte delle milizie

che dianzi aveva opposto ai lor tentativi, l'esercito imperiale,

informato di tanto apparato di guerra, determinò di levare il campo

da Marsilia. Ma, nel levarsi, nacque voce che il re con ismisurate

forze veniva contra di loro; uscì ancora coi suoi Renzo da Ceri, per

dar loro la ben andata: onde non lieve timore e disordine sorse fra

essi, talmente che sei pezzi d'artiglieria lor furono presi, e molti

lasciarono ivi la vita. Ritiratisi poi il meglio che poterono quindici

miglia da Marsilia in forte alloggiamento, stavano aspettando qual

risoluzione fosse per prendere il re Francesco.

La risoluzione fu, che il re, sempre voglioso di conquistar lo Stato

di Milano, veggendolo ora sguernito di difensori, e che più agevole

sarebbe a lui di arrivar prima colà che alla nemica armata del Borbone,

a cui conveniva passar per le disastrose strade della riviera del mare;

s'avviò verso il Monsenisio con tutte le sue forze, credendo che la

persona e presenza sua rimoverebbe qualunque ostacolo che finora a'

suoi capitani avea impedito l'acquisto, oppure la conservazione dello

Stato di Milano. Attesta il Belcaire che esso re inclinava alquanto

alle guasconate, nè egli volle abboccarsi colla regina sua madre, che

era venuta per dissuaderlo da questa impresa. Giunto il re a Susa (ed

era sul principio di ottobre), ivi si fermò due giorni, aspettando

il resto dell'esercito suo, che tutto consisteva in due mila lancie,

tre mila cavalli leggieri e venticinque mila fanti. Il Guicciardini

parla di venti mila fanti, e nulla dice della cavalleria leggiera, di

cui non di meno niuna armata soleva andar senza. All'avviso di questa

mossa, il duca di Borbone s'affrettò per tornare in Italia. Se crediamo

al Giovio, fece fondere le artiglierie; se al Guicciardini, le fece

rompere e portare sui muli: l'Anonimo Padovano ha, che, caricatele

sulla flotta dei Genovesi, le spedì a Genova. Giorno e notte marciando

i suoi soldati per quelle asprissime strade dietro al mare, giunsero

finalmente mezzo morti al Finale. Trovossi il _vicerè Lanoia_ in questo

inaspettato temporale stranamente confuso, perchè, per aver mandato

il fiore del suo esercito in Francia, non vedea maniera di resistere

a sì gran torrente. Era impossibile il difendere Milano; perciocchè,

portata colà, siccome dicemmo, la peste da Biagrasso, nè facendosi

provvisione alcuna, prese tanta forza il male, che tal giorno fu che

morirono ivi mille persone e più. E si pretende che in termine di

quattro mesi, ne' quali fu la strage maggiore, vi perissero più di

cinquanta mila abitanti. Sicchè, tra questo flagello e la fuga di tanti

altri cittadini, restò la infelice città quasi disabitata. A cagion

d'esso malore il _duca Francesco_ s'era ritirato a Pizzighittone. Andò

il vicerè ad Alessandria, per dar mano all'armata sua che tornava

in Italia; e nel medesimo dì che il _marchese di Pescara_ giunse ad

Alba, anche il _re Cristianissimo_ arrivò a Vercelli. Venne dipoi il

vicerè a Pavia, e di là si portò col Pescara e sua gente a Milano,

dove del pari chiamò il duca Francesco, che non si arrischiò a passare.

Conoscendo poi disperato il caso per quella città, e che i Franzesi con

marcie sforzate tendevano a quella volta, si ritirò di là per andare

a Lodi. Nel medesimo tempo ch'egli usciva di Milano per porta Romana,

la vanguardia franzese v'entrò per porta Ticinese e Vercellina. Seguì

ancora una fiera scaramuccia fra essi e il marchese di Pescara, che

conduceva la retroguardia; e fu sentimento de' saggi, che se i Franzesi

non si fossero fermati in Milano, ed avessero seguitato l'esercito

cesareo, in quel dì si potea finire la guerra. Francesco Sforza, ch'era

venuto a Pavia, ciò inteso, a seconda del Ticino in barca si condusse

a Cremona, oppure a Soncino. Colà ancora si ridusse il vicerè Lanoia

coi più del suo esercito e col Borbone, dopo aver guernita la città

di Pavia con cinque mila Tedeschi, mille Spagnuoli e quattrocento

cavalli sotto il comando di _Antonio da Leva_, capitano di gran valore

e sapienza nell'arte militare. Lasciò ancora in Lodi il _marchese di

Pescara_ con due mila fanti; ma, secondo l'Anonimo Padovano, quivi

restò _Alfonso marchese del Vasto_, giovane di gran valore. V'andò

poi più tardi il Pescara. Anche Alessandria, Como e Trezzo furono ben

presidiate.

Non volle il _re Francesco_ entrare in Milano, ma solamente spedì colà

un corpo di gente capace di far l'assedio del castello, entro di cui

erano settecento fanti spagnuoli, e diede ordine che non fosse inferita

molestia all'afflitto e troppo diminuito popolo di quella città. Quindi

s'inviò ad assediar Pavia, per non lasciarsi alle spalle una città

poderosa per sè stessa, e vieppiù forte per la gagliarda guarnigione

che la custodiva. E venne ben biasimato da non pochi per questo,

credendosi che s'egli avesse tenuto dietro all'esercito imperiale,

l'avrebbe o disfatto o costretto a ritirarsi in Germania. Nel dì 28

d'ottobre andò l'esercito franzese ad accamparsi intorno a Pavia, e

furono distribuiti i quartieri per _Giovanni duca d'Albania_ della casa

Stuarda di nazione Scozzese, per _Arrigo d'Albret re di Navarra_, pel

_maresciallo della Palissa_, per l'_ammiraglio Bonivet_ e per altri

nobili uffiziali. Il re si fermò all'insigne Certosa di Pavia, cinque

miglia lungi dalla città. Diedesi principio all'incessante sinfonia

delle artiglierie; furono fatte breccie; si venne anche a qualche

assalto; tutto nondimeno invano, perchè _Antonio da Leva_ suppliva

ad ogni bisogno con nuovi ripari, trincee e cavalieri, ossia alzate

di terra, dalle quali colle sue artiglierie inferiva notabil danno al

campo franzese. Ora, parendo inespugnabile da quella parte la città,

fu proposto al re di assalirla dalla banda del Ticino, dove il Leva non

avea creduta necessaria fortificazione alcuna. Fu dunque da incredibil

numero di guastatori serrato il ramo del Ticino, che bagna le mura di

Pavia, e voltata quell'acqua per l'altro ramo appellato il Gravellone:

il che osservato da Antonio da Leva, con tutta la cittadinanza e colle

milizie si affrettò a formare anche verso il fiume, quanti mai potè,

bastioni di terra. Ma appena fu voltato il fiume, che cominciò una

dirotta pioggia, per cui, ingrossate le acque ruppero tutto il lavoro,

e tornarono a camminare nell'alveo consueto, con recare eziandio non

lieve danno agli stessi assedianti. Calate le pioggie, il re ordinò che

si desse nel dì 4 di dicembre una fiera battaglia da due bande a Pavia,

e vi volle egli assistere continuamente in persona. Altro guadagno

non fece in tre ore di orribil combattimento, che di perdere ottocento

fanti, e di ritirar molto maggior numero di feriti.

Trovossi _papa Clemente_ in questi tempi in grande imbroglio,

perchè, dopo aver ricusato di confermar la lega di _papa Adriano

VI_ coll'_imperadore_, neppure acconsentiva a farla col _re

Cristianissimo_. Con tutto ciò, mirando le forze superiori d'esso re in

Italia, e forse essendogli discaro che Carlo V, insieme imperadore e re

di Spagna, Napoli e Sicilia, si assodasse ancora nello Stato di Milano,

per mezzo di _Alberto Pio_ da Carpi e di _Gian-Matteo Giberti_ suo

datario, segretamente segnò un accordo col re Francesco, mettendo gli

Stati della Chiesa e Firenze con quella balìa e governo quasi dispotico

ch'egli tuttavia manteneva in quella repubblica, sotto la protezione di

lui, col solo obbligo di non prestar aiuto alcuno contro del medesimo

re. Almeno così fu creduto, perchè non si seppe mai bene il netto di

quel trattato segreto: tanto andava cauto il politico papa. Per quanto

so, trovandosi il re Cristianissimo scarso di moneta (disgrazia che

spesso accadeva ai guerreggianti d'allora), ed essendogli mancate

molte provvisioni da guerra, lo stesso papa cooperò che _Alfonso duca_

di Ferrara, col guadagnar la protezione dello stesso re, gl'inviasse

cento mila libbre di polve da artiglieria, gran copia di palle e

dodici cannoni di bronzo. Inviò il duca queste munizioni per Po fin sul

Parmigiano in cinque navi, non già nel dì 5 di settembre, come io già

scrissi nelle Antichità Estensi, ma bensì nel dì 10 di dicembre, come

ha Antonio Isnardi nella sua Cronica manuscritta di Ferrara. Di là poi

per terra su carra, ordinate in Parma e Piacenza dal papa, continuarono

il viaggio. Verisimilmente ancora (e lo scrive l'Anonimo Padovano),

per occulto maneggio del papa, il valoroso _Giovanni de Medici_ si

ritirò dal servigio dell'imperadore a quello del re Francesco, e fu

egli stesso inviato con mille e cinquecento fanti a scortar le suddette

munizioni. Strana risoluzione intanto parve ai saggi quella d'esso _re

Cristianissimo_, che, quantunque non si fosse impadronito di Pavia, nè

del castello di Milano, e tuttochè restassero molte forze al _vicerè

Lanoia_, e si sapesse che il _duca di Borbone_ era passato in Lamagna a

procacciar nuovi rinforzi di gente, pure determinò di far l'impresa di

Napoli nel tempo stesso. Contava egli per facilissima cosa l'acquisto

di quel regno, perchè sprovveduto allora di gente d'armi, e giacchè

gli convenne ridurre in blocco l'assedio di Pavia, con formare una

forte e mirabil circonvallazione intorno a quella città, giudicò che

intanto, durante il verno, gran ricompensa di quella inazione sarebbe

il guadagnare il regno suddetto. Fu infin creduto che il papa stesso

l'incitasse a questa spedizione per suoi fini politici, e lo scrivono

Jacopo Nardi e Galeazzo Cappella storici contemporanei, con altri.

Ma il Guicciardini, il Rinaldi ed altri son di parere diverso. Inviò

dunque il re Francesco _Giovanni Stuardo duca_ d'Albania con dieci

mila fanti e settecento uomini di arme alla volta della Toscana, che,

passati per la Garfagnana, s'unirono a Lucca con _Renzo da Ceri_, il

quale conduceva seco tre altri mila fanti. Furono astretti i Lucchesi

a pagargli dodici mila ducati d'oro, e a prestargli delle artiglierie.

A requisizion del papa si fermò ancora lo Stuardo intorno a Siena per

mutar quel governo. Tutte le fin qui narrate azioni del pontefice, e

l'aver egli finalmente confessato d'aver fatta una specie di concordia

col re Cristianissimo, amareggiarono non poco l'animo di _Carlo

imperadore_ e di tutti i suoi ministri; e tanto più perchè parea loro

d'intendere che una segreta lega, e non già una semplice concordia,

fosse contra d'essi la decantata da _Clemente VII_. Ne fecero perciò di

gravi doglianze. Voleva a tutte le maniere il _vicerè Lanoia_ correre

alla difesa del regno di Napoli; ma cotanto seppe dire il _marchese di

Pescara_, che il fermò in Lombardia. Del quel consiglio, perchè riuscì

poi utilissimo, i nostri storici concordemente diedero gran gloria ad

esso marchese, ancorchè gli altri capitani concorressero nel medesimo

parere. In questi tempi, con tutte le istanze fatte dal vicerè suddetto

per aver soccorso di gente o di danari dal senato veneto, nulla mai

potè ottenere, barcheggiando sempre quei saggi signori per vedere qual

esito avessero l'armi franzesi in Lombardia.

Anno di CRISTO MDXXV. Indiz. XIII.

CLEMENTE VII papa 3.

CARLO V imperadore 7.

Per l'ostinato assedio di Pavia si trovarono in mala positura non men

gli assediati che gli assedianti. Avea bensì _Antonio da Leva_ prese

le argenterie delle chiese d'essa città, ed anche dei particolari,

con far battere moneta, dove si leggevano queste parole: CAESARIANI

PAPIAE OBSESSI. MDXXIV. Ma non tardò a tornare il bisogno, a cui

riuscì di piccolo refrigerio la somma di tre mila ducati d'oro che il

_marchese di Pescara_, in tempo che fu fatta una concertata sortita,

seppe far passare nella città per mezzo di due vivandieri. Con tutto

ciò il savio Leva tante promesse e conforti adoperò, che tenne in

dover la sua gente, ancorchè più volte minacciassero di rendere la

città ai Franzesi, e crescessero poi le loro angustie pel difetto dei

viveri, con ridursi a cibarsi di carne di cavalli, cani, gatti ed altri

abbominevoli cibi. Non si sentiva meglio di polso il _re Francesco_,

perchè era molto scemata la sua armata per le diserzioni e malattie, e

specialmente per la sconsigliata spedizione del _duca d'Albania_ verso

il regno di Napoli. Quanto all'esercito imperiale, più ivi che altrove

si penuriava di danaro, nè altro s'udiva in quelle milizie che querele

e proteste d'andarsene, e senza voler più fare la guardie. L'eloquenza

e buona maniera del marchese di Pescara li ritenne, con promettere

specialmente di venir fra poco ad un fatto d'armi, in cui senza fallo

riporterebbero vittoria, e nuoterebbero poi nell'oro e nell'esplicabil

bottino del vinto esercito franzese. Verso la metà di gennaio

arrivarono al campo cesareo secento cavalli borgognoni ed altrettanti

tedeschi, tutti ben in ordine. Poi da lì a non molto giunsero ancora

sei mila fanti tedeschi, inviati dall'_arciduca Ferdinando_. Scrive

l'Anonimo Padovano che sul principio di quest'anno vennero di Germania

sei mila fanti tedeschi, condotti da _Carlo duca di Borbone_, i quali

andarono a Lodi, ricevuti con somma allegrezza dal marchese di Pescara.

Poi parla di altri cinque mila di là parimente venuti sul principio

di febbraio. Comunque sia, certo è che un grosso rinforzo pervenne al

campo cesareo. Allora fu che il _vicerè Lanoia_, d'accordo con tutti i

capitani, prese la risoluzione di provar le sue forze con quelle del re

Cristianissimo, e di tentare con ciò la liberazione di Pavia, la quale

ben sapevano essere ridotta all'agonia. Fecesi conto che l'armata sua

fosse composta di mille e ducento cavalli fra borgognoni e tedeschi, di

ottocento cavalli leggieri, di undici mila fanti tedeschi, e di fanti

sette mila fra italiani e spagnuoli, senza la numerosa guarnigione di

Pavia. Stette esso vicerè quattro giorni in Lodi, aspettando che il

_duca d'Urbino_ colle milizie venete venisse ad unirsi seco; ma indarno

l'aspettò. Indi passò a Marignano, e poscia a Sant'Angelo, castello

posto fra Lodi e Pavia, dove era stato inviato dal re Francesco _Pirro

Gonzaga_ con mille fanti e ducento cavalli. Il misero castello fu preso

a forza d'armi con istrage di quel presidio dal prode _marchese di

Pescara_, che poi lo diede in preda a' suoi soldati.

Varie disavventure intanto occorsero al re Cristianissimo. Due

mila fanti italiani, che venivano al suo campo, furono disfatti

sull'Alessandrino da _Gasparo del Maino_ governatore di Alessandria.

Parimente _Gian-Lodovico Pallavicino_, che s'era fortificato in Casal

Maggiore con due mila fanti e quattrocento cavalli (l'Anonimo Padovano

gli dà tre mila fanti e cinquecento cavalli), da _Ridolfo da Camerino_

colle genti del duca di Milano fu sconfitto e fatto prigione. Ma

peggio accadde. Riuscì a _Gian-Giacomo de Medici_, che poi fu marchese

di Marignano, di occupar la terra di Chiavenna, posseduta allora dai

Grisoni. Fu cagione questa novità che sei mila Grisoni, che erano nel

campo franzese, chiedessero congedo, nè maniera vi fu di ritenerli:

il che mise non poca costernazione nel resto dell'armata franzese, per

altro verso assai debole e smilza. Imperciocchè il _re Francesco_ nella

Certosa di Pavia, attendendo solamente a' vani piaceri e divertimenti,

senza curarsi di assistere alle rassegne de' soldati, si credea di

avere un gran numero di combattenti, e veramente li pagava, come se gli

avesse; ma, per negligenza de' suoi ministri e frode de' suoi capitani,

mancanti di molto erano tutte le compagnie. In questi medesimi tempi

non godeano miglior vento gli affari del _duca d'Albania_, giunto

nelle vicinanze di Roma col corpo di gente franzese. Gran tumulto fu in

quelle parti, essendosi specialmente scoperto che gli Orsini andavano

d'intelligenza con esso duca. Aveano anche unito circa quattro mila

uomini del lor partito, e marciavano per congiugnersi con lui; ma i

Colonnesi, fautori della parte imperiale, con molta cavalleria, e forse

con sei mila fanti (il Guicciardini li fa molto meno), andarono ad

assalirli a San Paolo fuori di Roma, e diedero loro una solenne rotta,

inseguendoli fino a ponte Sant'Angelo: il che avendo cagionato gran

terrore in Roma, poco mancò che il papa non si ritirasse in castello.

Finalmente nel dì 14 di febbraio l'esercito cesareo in Lombardia si

accostò sì da vicino a quello de' Franzesi, dove già s'era ritirato il

re, che gli assediati in Pavia, già ridotti agli estremi, si avvidero

con loro gran gioia di poter sperare il soccorso. Le azioni gloriose

fatte in questa occasione da _Francesco Ferdinando Davalos marchese di

Pescara_, che si potè chiamar l'Achille e l'anima dell'armata cesarea,

non è a me permesso di riferirle distesamente. Dirò solamente, che

avendo egli inviato _Alfonso Davalos marchese del Vasto_ suo cugino, e

giovane valorosissimo, ad assaltare un bastion de' nemici, nello stesso

tempo egli, spianata la fossa in altro sito, con valore e industria

mirabile spinse entro Pavia centocinquanta cavalli, cadaun d'essi con

un valigino pieno di polvere da fuoco: il che fu d'incredibil aiuto

ad _Antonio da Leva_, che n'era già rimasto senza. Così nel dì 20 di

febbraio gli riuscì con felice tentativo di spignere nell'afflitta

città gran copia di vettovaglia; e nel dì seguente espugnò un altro

bastione, con portarne via sei pezzi d'artiglieria.

Stavano in questa maniera a fronte le due armate nemiche; la franzese

stretta ne' suoi forti trincieramenti, ma col cuor palpitante, di

modo che il suddetto marchese di Pescara ebbe a dire al _vicerè

Lanoia_, essergli fin qui sembrato di combattere non con uomini, ma

con femmine. Gran parte de' capitani, ed anche il papa per mezzo di

_Girolamo Leandro vescovo di Brindisi_ suo nunzio, e con più lettere

andavano consigliando il _re Francesco_, che, schivata ogni battaglia

con gente disperata, si ritirasse di là dal Ticino, assicurandolo in

tal guisa della vittoria; perchè, mancando le paghe agl'imperiali,

in breve si sarebbe ridotta in nulla la loro armata. Il re di testa

cocciuta impuntò, parendo cosa vergognosa ad un par suo il levarsi da

quell'assedio e il mostrar paura. E perciocchè sapeva le deliberazioni

de' nemici di voler venire ad un fatto d'armi, mandati di là dal Ticino

tutti i carriaggi, mercatanti, vivandieri ed altra gente inutile, si

preparò a riceverli. Ora nella notte precedente al dì 24 di febbraio,

festa di San Mattia, e giorno che altre volte si provò poi propizio

all'_imperador Carlo V_, si mise in ordinanza di battaglia l'esercito

cesareo, e qualche ora avanti giorno, dopo aver gittate a terra circa

sessanta braccia del muro del Barco, vi entrarono, ed, avviandosi

verso Mirabello, ebbero all'incontro le schiere del re Cristianissimo.

Anche _Antonio da Leva_ spinse fuor di Pavia a quella danza quattro

mila fanti e quattrocento cavalli. Fu ben terribile ed ostinato il

combattimento, ma quasi tutto in rovina de' Franzesi. Gli Svizzeri,

che non menarono le mani collo ardore degli anni addietro, furono

rovesciati; il resto non attese che a cercar la salute colla fuga.

Il _re Francesco_, valorosamente combattendo, e cercando indarno di

fermare i fuggitivi, dopo aver ricevuto due leggieri ferite nel volto

e in una mano, ammazzatogli il cavallo, vi restò sotto, nè mai si

volle rendere a cinque soldati, che, riconosciutolo agli ornamenti

delle armi per signore di alto affare, il voleano vivo e non morto,

per isperanza di grossa taglia. Se crediamo al Giovio, fu confortato

ad arrendersi al Borbone; ma egli, fremendo all'udire il nome di quel

traditore, disse che chiamassero il _vicerè Lanoia_, a cui si diede a

conoscere e si arrendè. Il ricevette egli prigione dell'imperadore,

e dopo avergli baciata la mano, e aiutatolo a rizzarsi, il condusse

sopra un ronzino nel castello di Pavia, dove fu nobilmente alloggiato

e curato. Intanto continuarono i cesarei ad uccidere o a far prigioni;

e perchè i Franzesi altro scampo non aveano che pel Ticino, moltissimi

d'essi incalzati dai nemici lasciarono la vita in quel fiume. Secondo

lo scandaglio di chi scrisse gli avvenimenti d'allora, rimasero estinti

in quella memorabil giornata otto in dieci mila del campo franzese, fra

quali l'ammiraglio _Bonivet_, il _Palissa_, il _Tremoglia_, l'_Aubignì_

ed altri uffiziali del primo ordine; e prigioni, oltre al re Francesco,

il _re di Navarra_, il _Bastardo di Savoia_, _Federigo da Bozzolo_

ed assaissimi altri capitani e gentiluomini. Laddove degl'imperiali

vogliono alcuni che non perisse più di settecento persone. L'Anonimo

Padovano scrive due mila persone, e fra queste un solo capitano di

conto, cioè _Ferrante Castriota marchese di Santo Angelo_. Presso il

Rinaldi, negli Annali Ecclesiastici, le lettere del Giberti datario

davano trucidati dodici in tredici mila Franzesi, e sette mila annegati

nel Ticino. Aprì ben la bocca questo monsignore. Salvossi prima

anche della rotta totale, e non senza grave suo biasimo, con sole

quattrocento lancie il signor di _Alanson_ verso Piemonte; ma, appena

giunto in Francia, vi terminò i suoi dì. _Teodoro Trivulzio_, ch'era

alla guardia di Milano, nel dì medesimo della rotta se ne partì in

fretta, seguitandolo alla sfilata i suoi soldati. Tutto il carriaggio

del re e le sue artiglierie vennero in potere de' vincitori; e sì

grande fu il bottino, che ogni menomo soldato ne arricchì. Pensò poi il

_vicerè Lanoia_ di mettere il re prigioniere nel castello di Milano;

ma non piacendo al _duca di Milano_ un sì pericoloso ospite, fu egli

poi condotto nella rocca di Pizzighittone, con accordargli per sua

compagnia venti de' suoi più cari, scelti da lui fra quei che erano

rimasti prigionieri. Il _marchese di Pescara_ con due ferite, l'una nel

viso, l'altra in una gamba, fu portato a Milano, dove stette gran tempo

in mano dei medici e chirurghi.

Tanta prosperità dell'armi cesaree in Italia quanto rallegrò i sudditi

dello _imperadore_ in Ispagna e Germania, altrettanto riuscì disgustosa

ai principi italiani, temendo essi, che la crescente potenza di Cesare

minacciasse ormai gli Stati di cadauno. Perciò _papa Clemente_ e i

_Veneziani_ più degli altri cominciarono a trattare di unirsi, per non

restar preda alla sospetta ambizione altrui. Maggiormente poi crebbe

la loro gelosia dacchè videro condotto in Ispagna il prigioniere _re

Cristianissimo_. Imperocchè mandò ben ordine l'imperadore, ch'esso re

fosse condotto a Napoli; ma il re Francesco, sperando di poter meglio

maneggiar la sua liberazione se potesse abboccarsi coll'imperadore

dimorante in Ispagna, si raccomandò per essere trasportato colà, e

procurò da Parigi tutte le precauzioni per la libertà e sicurezza del

trasporto. Pertanto sul fine di maggio, scortato esso re da trecento

lancie e da quattro mila fanti spagnuoli, fu menato a Genova, dove

imbarcatosi, con dieci galee genovesi ed altrettante franzesi, ma

armate dagli Imperiali, in compagnia del vicerè Lanoia arrivò poscia

a Madrid. Restò il _marchese di Pescara_, durante la lontananza del

Lanoia, vice-capitan-generale dell'esercito cesareo. Prima ancora

della partenza d'esso re, il papa, dopo aver conosciuto che il far

leghe allora contro del vittorioso imperadore, era non men difficile

che pericoloso, cominciò a trattar con esso d'accordo. Lo conchiuse

infatti per mezzo di _Gian-Bartolomeo da Gattinara_ nel dì primo di

aprile, e pubblicollo solamente nel dì 10 di maggio. Innanzi la detta

conclusione il _duca di Albania_, che stava accampato nelle vicinanze

di Roma, udita che ebbe la disavventura del re cristianissimo, cercò

la via di levarsi d'Italia, per timore d'esserne cacciato dai ministri

cesarei del regno di Napoli e dai Colonnesi. Licenziata dunque parte

delle sue genti, ed imbarcatosi col resto sulle galee della Francia

e del pontefice, fece vela alla volta della Provenza. Ora fra i

capitoli della lega poco fa accennata del papa coll'imperadore, uno

de' principali, e che forse diede ad essa il primario impulso, perchè

Clemente la procurasse, fu che il vicerè avesse da adoperar le forze

cesaree per obbligare _Alfonso duca_ di Ferrara a rilasciare alla

Chiesa la città di Reggio e la terra di Rubiera, da lui ricuperate

dopo la morte di _papa Adriano VI_, come cose sue e dell'impero, da

cui ne era egli investito. Questa avidità di spogliare il duca non

solo di que' due luoghi, oltre a Modena, tuttavia occupata dall'armi

pontificie, ma eziandio della stessa città di Ferrara, nata a' tempi

di Giulio II, e continuata in Leone X, era passata anche in papa

Clemente VII, non si sa se per la mondana gloria di dilatar le fimbrie

della temporal potenza dei papi, oppure per segrete mire d'ingrandir

la propria casa: giacchè egli intendeva ad innalzare _Alessandro_

ed _Ippolito_, ambedue bastardi, l'uno di _Giuliano Juniore de

Medici_, e l'altro di _Lorenzo de Medici_ già duca d'Urbino. Ma restò

delusa questa sua indebita cupidigia; perciocchè il _vicerè Lanoia_,

trovandosi in gravi angustie per mancanza di denaro da pagar le truppe,

avea, molto prima per mezzo del medesimo Gattinara, trattato col duca

Alfonso, e ricevutane in prestito la somma di cinquanta mila scudi

d'oro, con promessa d'assisterlo a ricuperar gli Stati dipendenti dal

romano imperio. Il perchè nè lo stesso Lanoia, nè l'imperadore vollero

ratificare questo capitolo, siccome pregiudiziale alle ragioni di esso

imperio. Si mosse ancora il duca di Ferrara nel mese di settembre, con

intenzion di passare personalmente in Ispagna, per esporre ivi a Cesare

l'ingiustizia di chi non solo gli riteneva il suo, ma anche cercava con

trattati di torgli il resto. Giunto egli a San Giovanni di Morienna,

mai non potè impetrare il passaporto da _Lodovica regina_ madre

reggente di Francia, e gli convenne tornarsene indietro.

Grandi maneggi intanto si faceano in Parigi e in Madrid per la

liberazione del re _Francesco_, tutti nondimeno indarno, perchè

esorbitanti pareano non meno a lui che alla regina sua madre le

condizioni, colle quali aveano da comperarla. Perciò esso re,

mal sofferendo questa gran dilazione, e forse per non averlo mai

l'imperadore degnato d'una visita, cadde gravemente infermo, sino

a dubitarsi di sua vita. Allora fu che l'_augusto Carlo_, non per

generosità, ma per proprio interesse, andò a visitarlo, e di sì dolci

parole e belle promesse il regalò, che a questa sua visita fu poi

attribuita la di lui guarigione. Nei medesimi tempi non mancarono

novità in Italia. Vedeva _Francesco Sforza duca_ di Milano d'essere

oramai ridotta tutta la sua autorità ad un solo nome, perchè gli

Spagnuoli erano veramente i padroni dello Stato di Milano, nè giammai

avea potuto ottenerne l'investitura da Cesare; e sebben questa era

stata spedita, pure gli veniva esibita a condizion di pagare in varie

rate, per quanto dicono, un milione e ducento mila ducati d'oro, per

qualche compenso alle tanto maggiori spese fatte dall'imperadore per

iscacciarne i Franzesi: pagamento impossibile dopo tanta desolazione

di quello Stato. Faceano compassione anche i popoli, perchè non

poteano più reggere agli aggravi e all'insolenza degli Spagnuoli. Ora

_Girolamo Morone_, primario consigliere del duca, cominciò segretamente

a trattare di liberar il suo padrone da questi ceppi. Non vi volle

molto a sapere, che il _marchese di Pescara_ si trovava disgustatissimo

dell'_imperadore_ e del _vicerè Lanoia_: epperò si azzardò il Morone a

proporgli di cacciar gli Spagnuoli da Milano, e di far lui poscia re di

Napoli. Al che si mostrò disposto il marchese, quando vi concorressero

i Veneziani e il pontefice. Si fece il tentativo col Senato veneto, che

si mostrò propenso ad entrare nel proposto progetto, nè il papa ne fu

alieno, e andò molto innanzi questo trattato. Non si potè poi decidere

se il marchese sulle prime acconsentisse daddovero, con pentirsene

dipoi, oppure se anche allora fingesse. La verità si è, che egli infine

avvisò di queste mene l'imperador Carlo, e ricevè ordine di provvedere.

Fece il Pescara circa la metà d'ottobre venire a Novara il Morone, ed,

avendo fatto ascondere _Antonio da Leva_ dietro ad un arazzo, acciocchè

tutto udisse, parlò molto con esso Morone di quella pratica, e poi

fattolo imprigionare, il mandò nel castello di Pavia. Quindi, come se

il _duca Francesco_ ne fosse consapevole, e perciò decaduto da ogni suo

diritto, l'obbligò a consegnargli Cremona, e le fortezze di Trezzo,

Lecco e Pizzighittone; ed, entrato in Milano, costrinse quel popolo

a giurar fedeltà a Cesare, mettendo dappertutto uffiziali in nome

dell'imperadore, con restar solamente al duca il castello di Cremona

e quel di Milano, dove egli abitava, che fu ben tosto serrato intorno

con trincieramenti da esso marchese. Non si può esprimere l'incredibil

dolore che questa novità e violenza recò a tutti i popoli dello stato

di Milano, e in quanta confusione restassero i principi d'Italia,

veggendo scoperti i lor segreti disegni, e massimamente perchè oramai

si toccava con mano, non aver l'imperadore acquistato quello Stato per

amore di Francesco Sforza, ma per proprio vantaggio, contro i chiari

capitoli della lega precedente. Però si cominciarono nuovi maneggi

fra le potenze italiane, e colla regina di Francia reggente, da cui

era stata già stabilita in quest'anno una nuova lega con _Arrigo

re d'Inghilterra_. Sul fine poi di novembre ebbe fine la vita di

_Francesco Ferdinando d'Avalos_, marchese di Pescara, in età di soli

trentasei anni, che tanto credito di valore e di senno avea conseguito

nelle guerre passate, onde veniva tenuto pel più sperto generale

d'armi che s'avesse allora l'Italia; ma dipinto dal Guicciardini per

altiero, insidioso, maligno e odiato dagl'Italiani per le sue doppiezze

in pregiudizio dell'infelice duca di Milano. Restò vedova di lui

_Vittoria Colonna_, donna per la beltà del corpo, e vieppiù per quella

dell'animo, celebratissima da tutti i poeti e scrittori di allora. In

luogo suo fu dato il comando dell'armi ad _Alfonso marchese del Vasto_,

suo cugino (appellato da altri nipote), giovane di grande animo,

prudenza e fede.

Anno di CRISTO MDXXVI. Indizione XIV.

CLEMENTE VII papa 4.

CARLO V imperadore 8.

Tale impressione fece nell'animo di _Carlo Augusto_ la lega della

Francia coll'Inghilterra, e la notizia che tutti i principi d'Italia

potessero unirsi contra di lui, che finalmente s'indusse alla

liberazione del _re Francesco_, ma con ingordissime condizioni di

suo vantaggio. Neppure il re fu restio ad accettar qualsivoglia

proposizione a lui fatta, purchè potesse uscir di prigione, fin

d'allora pensando che costava poco il promettere tutto, ed anche il

giurare, posciachè l'effettuar le promesse resterebbe poi in sua mano,

dacchè fosse in libertà. Però nel dì 17 di gennaio dell'anno presente,

e non già di febbraio, come ha il Guicciardini, e il Belcaire suo

gran copiatore, seguì in Madrid la pace fra quei due monarchi, con

aver ceduto[403] il re a Cesare tutti i suoi diritti sopra il regno

di Napoli, Milano, Genova, Fiandra ed altri luoghi, e con obbligo di

cedergli il ducato della Borgogna con altri Stati, per tacere tante

altre condizioni, tutte gravosissime al re Cristianissimo. Il gran

cancelliere _Mercurio Gattinara_, siccome quegli, che detestava sì

fatto accordo, ben prevedendo quel che poscia ne avvenne, con tutto

il comando e l'indegnazion di Cesare, non volle mai sottoscriverlo,

allegando non convenire all'uffizio suo l'approvar risoluzioni

perniciose alla corona. Il tempo comprovò poi vero il suo giudizio. Fu

poi nel principio di marzo condotto il re ai confini del suo regno, e

rimesso in libertà, e consegnati per ostaggio a Carlo V il _Delfino_

e il secondogenito del Cristianissimo, finchè fosse entro un tempo

discreto data piena esecuzione al concordato, con obbligarsi il re

di tornare personalmente in prigione, quando non si eseguisse. Questa

pace, per cui si lasciava alla discrezion di Cesare non solamente lo

Stato di Milano, ma il resto ancora d'Italia, sommamente conturbò le

potenze italiane, e, sopra gli altri, _papa Clemente_ e la _repubblica

veneta_. E tanto più, perchè continuava l'assedio del castello di

Milano con apparenza di non potersi ivi sostenere il duca gran tempo

per la mancanza de' viveri; nel qual tempo il popolo di Milano era

straziato da insopportabili aggravii ed avanie degli Spagnuoli, e

giunse anche a far sollevazione, ma senza trovare chi lo dirigesse ed

animasse a proseguir nell'impresa. Perciò il papa, per varii motivi

disgustato dei cesarei, e spezialmente per aver eglino mandata gente

sul Piacentino e Parmigiano, e i Veneziani furono solleciti a spedir

persone in Francia, per intendere qual fosse la mente del re intorno

al mantenere o no lo stipulato accordo, con ordine di stringere seco

lega, qualora egli recedesse dalla concordia. Infatti il re, dacchè fu

libero, si guardò di ratificarla, e cominciò a proporre di dar danaro

in grosse somme all'imperadore, piuttosto che cedergli la Borgogna: al

che l'Augusto Carlo non volle acconsentire.

Pertanto nel 22 di maggio (e non già nel dì 17) in Cugnach si conchiuse

una lega fra il _papa_, il _re di Francia_, la _repubblica veneta_,

quella di _Firenze_ e _Francesco Sforza_, per muovere concordemente

l'armi contra dell'imperadore, sostenere esso Sforza nel ducato di

Milano, invadere il regno di Napoli, e mutare il governo di Genova,

con altri punti che si leggono nello strumento di essa lega presso

il Du-Mont. In essa niun luogo fu lasciato al _duca di Ferrara_; anzi

il papa vi fece mettere parole generali d'essere aiutato a ricuperar

gli Stati della Chiesa. Con abuso non lieve della religione si

chiamò questa _la lega santa_; e fu in vigor di essa assoluto il _re

Francesco_ dai giuramenti e dalle promesse fatte all'imperadore. Quindi

il pontefice spedì a Piacenza il conte _Guido Rangone_, governator

generale dell'esercito della Chiesa, con cinque mila fanti, e le sue

genti d'armi, e poscia _Vitellio Vitelli_ con _Giovanni de Medici_,

e colle soldatesche de' Fiorentini. I Veneziani anch'essi ordinarono

a _Francesco Maria duca_ d'Urbino, lor generale, di passare a Chiari

sul Bresciano. Era comune la loro intenzione di soccorrere l'assediato

castello di Milano. Con forti ragioni avea il Sadoleto, come costa

dalla sua Vita, dissuaso il pontefice da questa guerra, per attendere

a pacificar le discordie de' principi cristiani, e per opporsi ai

progressi de' Turchi. Ma il papa, troppo politico, tanto pensava a

farla da principe temporale, che dimenticava i doveri dell'uffizio

pastorale. In questo tempo _Carlo Augusto_, non consapevole peranche

della lega suddetta, inviò a Roma _don Ugo di Moncada_ con proposizioni

molto vantaggiose per la pace. Nulla volle il papa accettare, per non

mancare alla fede data nella lega. Ma nè l'armi del papa si moveano

da Piacenza, nè le venete osavano di passar l'Adda, perchè il duca

di Urbino faceva istanza, che seco si unisse un corpo di Svizzeri,

che la lega avea bensì mandato ad assoldare, ma che mai non calava in

Lombardia. Il che diede tempo agl'imperiali di sorprendere il popolo

di Milano, che, forzato a pagare cinquanta mila ducati d'oro, più

d'una volta avea disordinatamente prese l'armi, e di costrignere molti

nobili e i lor capitani ad uscire di città, e a calmare il tumulto:

il che accadde circa il dì 20 di giugno. Furono altresì tolte le

armi ai cittadini, e poi tanta barbarie usata con essi, rubandoli,

bastonandoli, ferendoli, che alcuni di loro per disperazione si

uccisero, e parecchi, abbandonato quanto aveano, se ne fuggirono:

con che si ridusse quella nobil città all'estrema miseria. Intanto

_Lodovico Vistarino_, gentiluomo di Lodi, per liberar la sua patria

dalla crudeltà di mille e cinquecento Napoletani, dimoranti ivi di

presidio, se la intese col duca d'Urbino, da cui nella notte del dì 24

di giugno fu spedito colà _Malatesta Baglione_ con tre o quattro mila

fanti veneti; e questi s'impadronì della città di Lodi, e da lì a pochi

giorni anche del castello, essendo stato ripulsato il _marchese del

Vasto_, venuto per ricuperarla. Perciò allora si unirono colle genti

venete anche le pontifizie, e fu creduto che insieme ascendessero quasi

a sedici mila fanti e quattro mila cavalli. Ma perchè buona parte di

essi era gente nuova, e tumultuariamente raccolta, non si arrischiava

il duca d'Urbino a tentar cose grandi; e massimamente perchè si

credea che _Antonio da Leva_ e il marchese del Vasto, generali

dell'imperadore, avessero circa quindici mila fanti, ottocento lancie

e cinquecento cavalli leggieri, gente divisa parte in Milano, e gli

altri in Cremona e Pavia. Con tutto ciò l'esercito collegato, che era

giunto a Marignano, nel dì 5 di luglio andò a postarsi in vicinanza di

Milano, con disegno di assalire i borghi, e con isperanza di entrarvi.

Entrò bensì in quella città il _duca di Borbone_, che, venuto per mare

con ottocento fanti spagnuoli, e affrettato dalle lettere di Antonio da

Leva, con quella gente arrivò colà.

Adunque nel dì 7 del mese suddetto si accostò l'armata de' collegati

per dare l'assalto; ma, trovato alla difesa chi non avea paura,

si convertì l'assalto in lievi scaramuccie, e nel dì seguente

vergognosamente se ne tornò quell'esercito a Marignano. Non si seppe

intendere se in sì fatta ritirata, comunemente creduta di molta

ignominia, si nascondesse qualche mistero di politica e di mala fede,

oppure se il duca d'Urbino vi si fosse condotto con ragioni ben fondate

dell'arte militare. Certo è che i Veneziani ne furono, o almen se

ne mostrarono, molto malcontenti, e più il pontefice, che in questi

tempi cominciò ad essere travagliato dagli Spagnuoli, dalla parte

di Napoli, ed era anche minacciato dai Colonnesi. Eppure esso papa,

unito ai Fiorentini, si applicò a far mutare colla forza il governo di

Siena. Colà fu spedito il loro disordinato esercito, che fece infine

mostra del suo valore, non già col menar le mani, ma col menare i

piedi; perciocchè, essendo usciti nel dì 25 di luglio i Sanesi, e

impadronitisi delle artiglierie nemiche, tosto diedero a gambe gli

assedianti, con lasciare a' nemici vettovaglie, carriaggi e diecisette

pezzi d'artiglierie. Crescevano intanto sempre più i guai della

infelice e desolata città di Milano, con patetici colori descritti dal

Guicciardini, il quale osserva introdotto circa questi tempi dagli

Spagnuoli il barbarico costume di mal trattare e divorare non meno

i nemici che gli amici: esempio seguito anche dagl'Italiani. Eppure

l'esercito collegato se ne stava ozioso a Marignano, senza pensare a

liberar quel disperato popolo, nè a soccorrere il povero duca, chiuso

nel castello, e ridotto agli estremi per mancanza di vettovaglie. Nè

comparivano mai le migliaia di Svizzeri che il _re di Francia_ avea

fatto assoldare, per inviarli in Lombardia. Tuttavia, essendo venute a

Marignano circa trecento bocche inutili uscite del castello di Milano,

alle quali non era stata fatta opposizione, che accertarono il duca

d'Urbino della estremità grande in cui si trovavano gli assediati;

ed essendo anche giunti ad essa armata cinque mila Svizzeri degli

assoldati dal papa, esso _duca_ col _conte Guido Rangone_ generale del

papa giudicò necessario alla sua riputazione di tentare il soccorso

del suddetto castello. Però nel dì 22 di luglio mosse l'esercito; e,

dopo avere spedito il _conte Claudio Rangone_ e il _conte Lorenzo Cibò_

ad occupare la nobil terra di Monza, s'avvicinò a Milano, ma senza

mai tentare di far guerra ai borghi, o di soccorrere l'agonizzante

castello. In questo mentre, cioè nel dì 24 di esso mese, il _duca

Francesco_, non potendo più reggere, conchiuse un accordo col _duca

di Borbone_, con varii capitoli, de' quali niuno gli fu mantenuto,

fuorchè la libertà di ritirarsi con tutti i suoi, e se ne andò a Lodi,

città che liberamente fu dai collegati rimessa in sua mano; nella quale

occasione egli confermò i capitoli della lega col papa e co' Veneziani.

Stava tuttavia alla divozion di esso duca il castello di Cremona: nata

la speranza che si potesse ottener colla forza anche la città, fu

spedito colà nel dì 6 d'agosto _Malatesta Baglione_ con sufficienti

forze di gente e d'artiglierie. Fece egli giocar le batterie, diede

varii assalti, e tutto indarno; di maniera che il duca d'Urbino,

giacchè erano giunti al campo della santa lega i tredici mila Svizzeri,

tanto tempo aspettati, passò colà in persona con altre milizie. Strinse

egli e tormentò sì fattamente quella città, che il comandante imperiale

nel dì 25 di agosto capitolò di rendersi, se per tutto il mese suddetto

non gli veniva soccorso.

Poco felicemente camminavano gli affari del _pontefice_ in Lombardia,

e peggio poi in Roma. Imperocchè si trattò di pace fra esso papa da

una parte, e don _Ugo di Moncada_, reggente allora di Napoli per

la lontananza del vicerè, e i _Colonnesi_ dall'altra. _Vespasiano

Colonna_, di cui molto si fidava Clemente VII, fu il mezzano che

conchiuse l'accordo nel dì 22 d'agosto, per cui doveano i Colonnesi

restituire Anagni, e ritirare le lor genti nel regno di Napoli.

Riposando su questa capitolazione l'incauto pontefice, licenziò quasi

tutte le sue milizie. Ma nella notte precedente del dì 20 di settembre

eccoti segretamente arrivare lo stesso Moncada, allievo ben degno del

fu iniquo duca Valentino, ed _Ascanio Colonna_ e il suddetto Vespasiano

con ottocento cavalli e tre mila fanti, che presero tre porte di Roma.

Era con esso loro _Pompeo Colonna cardinale_, uomo di poca religione

e di smisurata ambizione, sì vago del pontificato, che fu creduto che

avesse cospirato alla morte violenta del pontefice, per occupar egli

dipoi la sedia di san Pietro. Il papa nel palazzo Vaticano, implorando

l'aiuto di Dio e degli uomini, non si volea muovere. Tanto dissero

i cardinali, che si rifugiò in castello Sant'Angelo nel medesimo

tempo che que' masnadieri diedero il sacco non solamente al palazzo

pontifizio, ma anche alla basilica vaticana, alla terza parte del

borgo nuovo, e a quanti cardinali e prelati trovarono in borgo, e agli

ambasciatori della lega, con perpetua infamia del nome cristiano. In

una lettera di Girolamo Negro[404] è descritta questa tragica scena. Ed

ecco il primo amaro frutto delle leghe e guerre di papa _Clemente VII_;

eppure Dio l'aveva riserbato a più dura lezione e disciplina. Perchè

il castello era sprovveduto di vettovaglie, avendo don Ugo proposto

una tregua, non durò fatica il papa a condiscendere, obbligandosi

fra le altre condizioni di richiamar le milizie sue dalla Lombardia.

Questo avvenimento disturbò tutti i disegni dell'esercito collegato

in Lombardia, che già si era fortemente rinforzato per l'arrivo del

_marchese di Saluzzo_ con cinquecento lancie e quattro mila fanti

franzesi, ed aspettava a momenti anche due mila Grigioni, con disegno

di strignere da due parti Milano. Ed ancorchè il papa, che non sapea

digerire la tregua fatta, nel ritirar le sue truppe, lasciasse in

quell'esercito quattro mila fanti sotto il comando di _Giovanni de

Medici_, col pretesto che fossero gente pagata dal re di Francia;

pure niun'altra considerabile azione fu fatta da essi collegati. Si

rendè intanto la città di Cremona, e ne fu dato possesso al _duca

Francesco_; ed anche Pizzighittone venne alle sue mani. Ciò fatto,

ritornarono i collegati a bloccare Milano: il che moltiplicò i guai di

quella infelice città. Non potè lungamente astenersi papa Clemente dal

rompere la tregua: tanto era il suo sdegno contra de' Colonnesi, e il

desiderio della vendetta. Privò del cappello il _cardinale Colonna_,

fece spianare in Roma le case de' Colonnesi; e giacchè di Lombardia

era giunto a Roma parte delle sue soldatesche, ordinò a _Vitello_

ossia _Paolo Vitelli_ di passare ai danni de' Colonnesi, di bruciare

e spianar le loro terre. Ma poca contentezza, anzi non poco biasimo

riportò da quella spedizione e dalle sue vendette l'ira pontificia.

Calò circa il principio di novembre a Trento Giorgio Fransperg, che

colla industria e danaro suo e più colle promesse di gran preda, avea

raunati tredici in quattordici mila fanti Tedeschi. Venne poi questo

sì grosso corpo di gente a Salò e circa il fine di novembre verso

Borgo forte, per passare ivi il Po. Il _duca di Urbino_ gli andava

inseguendo, per cogliere il tempo d'assalirli. Il trovarsi coloro

senza cavalli e artiglierie, facea credere sicura la vittoria. Scrive

nondimeno l'Anonimo Padovano che con essi Tedeschi erano cinquecento

cavalli sotto il governo del capitano Zucchero. Ma allorchè in

vicinanza di Borgoforte _Giovanni de Medici_ co' cavalli leggieri

andò a pizzicar la loro coda, eccoti, contra la espettazion d'ognuno,

un colpo di falconetto che gli fracassò un ginocchio; per la qual

ferita portato a Mantova, fra pochi giorni, cioè nel dì 30 di esso

mese, cessò di vivere: giovane di circa ventotto anni, di mirabil

senno, e insieme di non minor ardire, mancando in lui chi si sperava

che avesse a divenire l'onor d'Italia nell'arte della guerra. Fu egli

padre di _Cosimo I_, che vedremo a suo tempo duca e poi gran duca di

Toscana. L'essersi avveduti i collegati che non mancava artiglieria

a quella gente, li fece dopo breve battaglia desistere da altri

tentativi; laonde coloro passarono il Po, e marciarono dipoi alla volta

di Piacenza. Seppesi poscia che _Alfonso duca_ di Ferrara, il quale

maneggiava da gran tempo i suoi affari con _Carlo Augusto_, pregato

da que' Tedeschi, e intento a far conoscere il suo buon animo ad esso

imperadore, avea loro inviato dodici tra falconetti e mezze colubrine,

con assai munizioni da guerra. Nè si dee tralasciare che papa Clemente,

il quale non possedea la virtù di saper perdonare, nè di reprimere i

suoi odii, niun orecchio avea fin qui voluto dare alle istanze di esso

duca Alfonso per riavere la sua città di Modena, anzi avea con insidie

cercato di spogliarlo anche di Ferrara: finalmente, pel tanto picchiare

de' suoi consiglieri, s'indusse a proporre un accordo con lui, non già

per grandezza d'animo, ma quasi per necessità in sì scabrosi tempi. Si

proponeva di dichiararlo capitan generale della lega, di dar per moglie

a _donno Ercole_ suo primogenito _Caterina de Medici_, che fu poi

regina di Francia, e di restituirgli Modena, pagando egli ducento mila

scudi d'oro. Appoggiata questa proposizione a _Francesco Guicciardini_,

non fu a tempo. Il duca onoratamente fece sapere, essere già acconciati

gli affari suoi coll'imperadore, nè poter esso prendere con onor suo

contrarie risoluzioni. Infatti, Carlo augusto sul fin di settembre

gli avea confermata l'investitura de' suoi Stati, fra' quali Modena

e Reggio, e dichiarato lui capitan generale delle sue armi in Italia,

e stabiliti gli sponsali del suddetto donno Ercole con _Margherita_,

sua figlia naturale, che vedremo poi duchessa di Firenze, e di Parma

e Piacenza. Si pentì ben Clemente delle passate sue durezze con questo

principe, e ne ebbe dei vivi rimproveri da' suoi collegati.

Nel novembre di quest'anno spedì _Carlo V_ in Italia il _vicerè Lanoia_

con una flotta, su cui venivano quattro mila fanti spagnuoli, e non già

quattordici mila, come con troppa apertura di bocca ha il Giustiniano

Genovese. Arrivata questa a Codimonte, il prode _Andrea Doria_, che

era allora a' servigi del papa, _Pietro Navarro_, che guidava le galee

di Francia e le galee de' Veneziani (avea questa armata dianzi tenuta

Genova per molto tempo come bloccata), andarono ad assalirla. In quella

battaglia perdè il vicerè una nave, e col resto assai maltrattato si

ridusse poi in regno di Napoli, dove, unito coi Colonnesi, cominciò a

dar grande apprensione al papa. In somma fu ben l'anno presente fecondo

di guai e disastri per tutta l'Italia, dove, secondo il minuto conto

che ne fece l'Anonimo Padovano, si contarono circa cento mila soldati

in varie parti, con infinite estorsioni ed inesplicabile aggravio

de' popoli, e specialmente della misera città di Milano e di quello

Stato, le cui miserie, descritte da varii autori, quasi non si possono

leggere senza lagrime. Pel gran bisogno di danaro finse il Borbone di

voler far decapitare il già imprigionato _Girolamo Morone_. Questi si

riscattò con venti mila ducati d'oro, e poco stette col suo ingegno

a divenire il confidente del medesimo Borbone. Negli stessi tempi

cominciò la città di Napoli ad essere flagellata da un'orrida peste,

che continuò poscia ne' tre seguenti anni, con gravissima strage di

quella sì popolata metropoli. Si aggiunse anche la carestia a questi

malori. Ma ciò che fu più degno di pianto, è da dir l'irruzione fatta

in quest'anno nell'Ungheria da Solimano sultano de' Turchi; la gran

rotta da lui data a que' popoli cristiani colla morte del re loro

_Lodovico_, e la presa della real città di Buda e di tanti altri

paesi. Grandi furono le dicerie per questo contra di _papa Clemente_,

imputando i più, ed anche lo stesso Carlo Augusto in iscrivendo ai

cardinali, queste calamità ad esso pontefice; giacchè egli, invece

di accudire a resistere ai Turchi in difesa del Cristianesimo, avea

voluto far guerra ai Cristiani, spendendo immensi tesori in mantenere

un'armata in Lombardia, un'altra ne' suoi Stati per guerreggiar co'

Sanesi e Colonnesi, e una flotta in mare per mutare il governo di

Genova. Ma qual rovina maggiore procedesse da questi politici impegni

del pontefice, pur troppo lo vedremo all'anno seguente.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 64 / 102 题