[394] Sammarthan., Histoire de la Maison de France.
[395] Belcaire, Commentar. Rerum Gallicar., lib. 16.
Anno di CRISTO MDXIX. Indizione VII.
LEONE X papa 7.
CARLO V imperadore 1.
Nel dì 12 del presente anno terminò il corso di sua vita _Massimiliano
re dei Romani_: principe che in pietà, clemenza ed altre virtù, non
si lasciò vincere da alcuno, e che vide ben favorita la sua casa
dalla fortuna, ma senza ch'egli sapesse profittar d'altre favorevoli
occasioni che esigevano più costanza, maggiore attività e miglior
uso del danaro ch'egli prodigamente spendeva, senza poi trovarlo al
bisogno. S'egli fosse più lungamente vissuto, era da sperare che il
suo zelo e potere avesse estinto in fasce lo scisma incominciato da
Lutero, il quale appunto, nell'interregno, prese maggior vigore.
Grandi maneggi furono fatti dai due principi che sopra gli altri
aspiravano a quella gran dignità, cioè da _Carlo V re di Spagna_,
delle due Sicilie, delle Indie Occidentali, e signore della Borgogna,
de' Paesi-Bassi e d'altri molti Stati, nel quale era caduto eziandio
tutto il retaggio della nobilissima casa d'Austria per la morte del
suddetto avolo suo; e _Francesco I_, re del floridissimo regno di
Francia, duca di Milano, e signore di Genova. Studioso cadaun di essi
di guadagnare i voti degli elettori, e spezialmente il re Francesco
con grosse offerte di danari (che questa sola buona ragione aveva
egli dal suo canto) cercò di ottenere il pallio. Ma perchè l'essere
Carlo di nazion germanica, portava nelle bilance di ognuno troppa
superiorità alle pretensioni dell'altro; e perchè ai principi della
Germania recava più timore la potenza unita di un re di Francia, che
la disunita di Carlo Austriaco; perciò nel dì 28 di giugno con bastanti
voti restò proclamato re di Germania e re de' Romani, ossia imperadore
eletto, esso _Carlo V_. Nei secoli addietro non prendevano i re di
Germania il titolo d'_imperadore_, se non dappoichè aveano ricevuta la
corona romana, siccome si è potuto vedere in tanti esempli de' secoli
antecedenti. Cominciò Massimiliano ad intitolarsi _imperadore eletto_,
trovandosi in vari suoi documenti questo titolo, benchè in altri si
vegga quel solo di _re de' Romani_. Ma Carlo V da lì innanzi altro
titolo non usò che quello di _eletto imperador de' Romani_. Nel che
è stato imitato dai suoi augusti successori, con lasciar anche nella
penna la parola _eletto_. Perciò a me ancora sarà lecito di chiamarli
tali in avvenire, ancorchè niun d'essi, fuorchè lo stesso Carlo V,
ricevesse o ricercasse mai l'imperiale corona di Roma. Non fu difficile
agl'intendenti delle cose del mondo il presagire, che poco sarebbe per
durar la pace fra il novello Augusto e Francesco re di Francia, per
gara di gloria, o per interesse di Stato. Si trovavano amendue giovani
e potenti: l'esaltazione dell'uno era troppo rincresciuta all'altro.
Il Belcaire[396] fa un ritratto di questi due principi. Egregie doti
concorrevano in _Francesco_, ma insieme due considerabili vizii,
cioè un eccessivo desio di gloria, congiunto con una somma stima di
sè medesimo, e una smoderata libidine. Della sua grazia spezialmente
godeano gli adulatori. Il gravar di nuove imposte i sudditi, per far
sempre nuove guerre, a lui pareva un nulla; nel che cominciò a non
voler punto ascoltare il consiglio de' pari e de' parlamenti, con
gloriarsi ancora di aver egli cavato dalla minorità, ed esentato dai
tutori il regno di Francia. In _Carlo V_ all'incontro si univa la
gravità con un perspicace ingegno, con molta moderazion delle passioni,
e con altre virtù atte a formare un insigne rettor di popoli, se non
che anche in lui l'amor della gloria il portò sempre alle guerre, e
talvolta ad anteporre l'utile all'onesto. L'emulazione di questi due
monarchi, che poi passò in odio, non produsse nell'anno presente alcun
litigio tra loro, ma si andò disponendo per partorirne.
Qual fosse l'ansietà di _papa Leone_ per esaltare la propria casa,
l'abbiam di sopra accennato. Ma ad altri tempi, e non ai suoi, era
riserbato il compimento de' suoi desiderii. Cadde infermo in Firenze
_Lorenzo de Medici duca_ d'Urbino, suo nipote. L'Ammirati dice[397]
di mal franzese, e che la sua lunga ed acerba infermità il trasse
finalmente a morte nel dì 28 d'aprile. Io non so mai come nella Storia
del Nardi[398] sia scritto che egli passò all'altra vita a' dì 4 di
maggio del 1518. Sarà errore di stampa. Pochi giorni prima era pure
morta di parto _madama Maddalena_ sua consorte, con lasciare dopo di
sè una figliuola che, appellata _Catterina_, vedremo, a suo tempo,
regina di Francia. Dai più de' Fiorentini fu con interno segreto
giubilo solennizzata la sua morte, perchè credenza vi era, che questo
nipote pontifizio, il quale non solo primeggiava in quella città,
ma n'era il principal direttore, pensasse a farsene signore. Sicchè
terminata in lui la legittima discendenza di _Cosimo de Medici_ il
Magnifico, parve che venisse meno al papa ogni speranza di propagare
ed ingrandir la sua linea; perciocchè è ben vero, che di Lorenzo restò
un figlio bastardo, per nome _Alessandro_, il quale noi vedremo, a suo
tempo, duca di Firenze; ma Leone X non ne facea in questi tempi molta
stima, siccome neppure pensava a promuovere i discendenti da _Lorenzo_
fratello del suddetto Cosimo, nella qual linea vivea allora _Giovanni
de Medici_, personaggio di raro valore, a cui appunto nel dì 11 di
giugno del presente anno nacque _Cosimo_ che siccome vedremo, arrivò ad
essere gran duca di Toscana. Perciò il papa riunì alla Chiesa il ducato
d'Urbino, Pesaro e Sinigaglia, e solamente mandò a Firenze il _cardinal
Giulio de Medici_, acciocchè ivi comandasse le feste, e conservasse
il lustro e la potenza della casa de' Medici in quella nobil città. In
ricompensa ancora delle tante spese fatte dalla repubblica fiorentina,
per occupare e ricuperare in favore del defunto Lorenzo il ducato di
Urbino, le concedette la fortezza di San Leo e tutto il Montefeltro.
Ma quantunque nella morte del nipote rimanessero troncate le idee del
pontefice d'ingrandire la propria famiglia, non cessavano già, anzi
presero dipoi maggior vigore le altre ch'egli nudriva di accrescere la
potenza temporale della Chiesa romana, per emulazione alla gloria di
_papa Giulio II_; giacchè, come nota il Guicciardini, l'ambizione de'
sacerdoti non era in questi tempi, ed anche prima, da meno di quella
dei secolari. Già vedemmo papa Leone più volte obbligato a restituire
Modena e Reggio ad _Alfonso duca_ di Ferrara. Invece di far questo,
andava egli sempre meditando di spogliarlo ancora di Ferrara, e non
già con armi manifeste, ma con insidie. E gli si presentò occasione
di eseguir sì ingiusto disegno; imperciocchè fu preso il duca nel
novembre di quest'anno da una lunga e pericolosa malattia, per cui
si sparse voce che fosse disperata sua vita. Avvertitone il papa, e
sapendo che il _cardinal Ippolito_ fratello del duca, atto a sostener
la città, si trovava al suo arcivescovato di Strigonia in Ungheria,
diede commissione ad _Alessandro Fregoso vescovo_ di Ventimiglia,
abitante allora in Bologna, che, fingendo di voler entrare per forza
in Genova, ammassasse genti d'armi, e se la intendesse con _Alberto
Pio_, signor di Carpi, nemico giurato della casa d'Este. Con circa
sei mila tra cavalli e fanti passò questo buon ecclesiastico, per
effettuare l'ordito tradimento, verso la Concordia, facendo vista di
volerla contro quella terra. Avea noleggiato eziandio molte barche, per
passare il Po alla bocca del fiume Secchia. Ma _Federigo marchese_ di
Mantova, che stava attento agli andamenti di quelle soldatesche, venne
scoprendo la mena, e per uomo apposta ne spedì tosto l'avviso al duca
Alfonso suo zio. Stava allora senza sospetto il convalescente duca,
nè tardò a raddoppiar le guardie e le precauzioni alla città, dove
si trovò che circa quaranta braccia di muro di essa erano cadute. Si
fecero anche ritirare all'altra riva tutte le barche destinate a quel
tentativo: provvisione che indusse il vescovo Fregoso a ritornarsene
indietro colle pive nel sacco. Poco fa si è nominato Federigo marchese
di Mantova, e qui conviene avvertire, che, a' dì 20 di febbraio
del presente anno, dopo lunga malattia, mancò di vita il _marchese
Francesco_ suo padre: principe che in tante azioni avea dati segni
di gran valore, e col suo moderato governo s'era comperato l'affetto
de' suoi popoli. Lasciò dopo di sè _Federigo_ primogenito, che a lui
succedette nel dominio; _Ercole_ che fu poi cardinale; e _don Ferrante_
che fu duca di Molfetta, Guastalla, ec., e gran nome acquistò fra i
capitani del secolo presente.
Anno di CRISTO MDXX. Indiz. VIII.
LEONE X papa 8.
CARLO V imperadore 2.
Trovavasi ne' suoi regni di Spagna _Carlo V_, allorchè seguì l'elezione
di lui in re de' Romani, ossia imperadore. Essendosi egli preparato per
venire a prendere la corona germanica, passò in questo anno per mare
con flotta magnifica alla volta di Fiandra, e prima diede una scorsa
in Inghilterra per abboccarsi col _re Arrigo VIII_, con cui acconciò
i suoi interessi, e di là poi sbarcò ne' Paesi Passi, dove incredibil
fu il concorso de' principi, degli ambasciatori e della nobiltà, per
complimentarlo. Venuto l'ottobre, si trasferì ad Aquisgrana, dove con
somma magnificenza ricevè la prima corona dell'imperio nel dì 24 d'esso
mese. Di non lieve negligenza accusar si può Pietro Messia, che nella
vita di questo gloriosissimo augusto il vuol coronato nel dì 24 di
febbraio, giorno di san Mattia, siccome ancora chi ciò mette al dì 15
di giugno. Intanto sempre più insolentiva Martino Lutero in Germania.
Dal far guerra agli abusi della corte di Roma, era egli passato a farla
ancora contro la Chiesa cattolica, riprovando ora uno, ora altro degli
antichissimi suoi dogmi. Perciò _papa Leone X_ non potè più ritenersi
dal procedere contro un sì fiero laceratore della vigna del Signore.
Pubblicò egli nel dì 16 di giugno una bolla, in cui condennati molti
degli errori d'esso Lutero, fulminò le censure contra di lui e di tutti
i suoi aderenti, il numero de' quali era già divenuto formidabile in
Germania con iscoprirsi tale anche _Federigo duca di Sassonia_. Ma
questo incendio, a smorzar il quale non furono sul principio adoperati
valevoli mezzi, tal piede avea preso, che non solo non cessò con
tutti i fulmini del Vaticano, e con tutte le prediche degli zelanti
cattolici, ma si andò sempre più rinforzando, trovandolo utile i
principi, per occupar gl'immensi beni degli ecclesiastici; gustoso
gli stessi ecclesiastici, perchè dispensati dalla continenza; e soave
i secolari, perchè sgravati da varii digiuni e da altri salutevoli
istituti della Chiesa cattolica. Ma intorno a questa lagrimevol
tragedia può il lettore consigliarsi colla storia ecclesiastica.
Allorchè maggiormente paventava la Cristianità per li terribili
apparati di guerra che faceva Selimo tiranno dell'Oriente, e mentre già
si provavano ne' confini della Croazia e Dalmazia furiose scorrerie di
Turchi, con credersi anche imminente l'assedio di Rodi, posseduto dai
cavalieri, detti oggidì di Malta: allo improvviso vennero ordini da
Costantinopoli, che si sciogliesse quel grande armamento per mare, e
che le milizie tornassero alle lor case. La cagion di ciò fu che a quel
feroce sultano una pericolosa ulcera nelle reni cominciò a far guerra,
per cui calò a lui la voglia di muoverla contro i cristiani. Venuto poi
l'autunno, cotanto crebbe il suo malore, che restò colla morte di lui
libero il mondo dal timore di sì sanguinario regnante, glorioso bensì
fra i suoi per tante vittorie e conquiste, ma infame per la crudeltà
usata contro gli stessi suoi parenti e fratelli, e fin contra del
proprio padre. Succedette nell'imperio turchesco Solimano suo figlio,
gran flagello anch'esso, siccome vedremo, dei popoli cristiani. Per
questa mutazion di cose in Levante respirò Roma e l'Italia tutta.
Altro avvenimento degno di qualche memoria, accaduto in Italia nel
presente pacifico anno, non ci somministra l'istoria, fuorchè quanto
avvenne a _Gian-Paolo Baglione_ che avea fatta in addietro sì gran
figura fra gl'Italiani come condottier d'armi, e come signore o tiranno
di Perugia sua patria. Dall'Anonimo Padovano scrittore contemporaneo,
ci vien dipinto come tiranno non solo di quella città, ma di tutti i
luoghi circonvicini, uomo empio, senza fede, e, per dir tutto in una
parola, mostro di natura orrendissimo. Se di tutto egli fosse reo,
nol saprei dire. Cessata la guerra, era egli ritornato alla patria.
Pazientò un pezzo _papa Leone_ questo mal arnese, ma, stimolato
da tanti ricorsi di que' popoli, determinò finalmente di mettervi
rimedio. Scrive il Guicciardini, che per avere Gian-Paolo cacciato
da Perugia Gentile della medesima famiglia, fu citato a Roma; che in
sua vece mandò Malatesta suo figlio; ma che persistendo il papa, ed
assicurandolo gli amici da ogni pericolo, perchè parlatone ad esso
pontefice, con parole di astuzia aveva egli fatto lor credere che niun
danno gli avverrebbe: se ne andò il Baglione a Roma, dove, dopo essere
stato imprigionato, e processato gli fu mozzato il capo. L'anonimo
Padovano pretende che Leone non confidando di poter avere in mano
questo tiranno, e parendogli che si potesse in tal caso rompere la
fede, con un breve tutto dolcezza il chiamò alla corte, fingendo di
voler trattare con lui d'importante affare. Mandò Gian-Paolo a Roma il
figlio per iscusarsi, stante una malattia che gli era sopraggiunta.
Il papa, dopo di aver fatto di grandi carezze al giovane, il rimandò
dicendo: essere necessaria la persona del padre a cagion della materia
da trattarsi, che non si potea confidare a lettere o persone. Aggiugne
esso Anonimo che il pontefice gli mandò anche un salvo condotto,
affidato dal quale, e dalle esortazioni del figlio, comparve Gian-Paolo
a Roma, dove baciò il piede al papa, e si trovò molto accarezzato. Ma
che ito nel seguente giorno a palazzo, fu ritenuto prigione dal _conte
Annibale Rangone_, capitano della guardia pontificia. Dopo di che
processato e tormentato, confessò un'infinità di enormi delitti, per li
quali non una, ma mille morti meritava; laonde fu una notte decapitato
in Castello Sant'Angelo. Fuggirono la moglie e i figli col loro
meglio a Padova, perchè Gian-Paolo era condottier d'armi al servigio
della repubblica veneta, e con quella sponda si credea di poter
commettere quante iniquità volea. Con ciò Perugia fu pienamente rimessa
all'ubbidienza del papa.
Racconta eziandio esso Anonimo Padovano, avere in quest'anno papa Leone
all'improvviso inviato _Giovanni de Medici_, giovane ferocissimo e vago
di guerra, con mille cavalli e quattro mila fanti a Fermo contra di
_Lodovico Freducci_ tiranno di quella città, ed uomo di gran valore.
Ne uscì costui con ducento cavalli, pensando di fuggire; ma raggiunto
dal Medici, fece bensì una maravigliosa difesa, ma finalmente lasciò
nel combattimento la vita con più di cento de' suoi seguaci. Fermo
immantinente ritornò alle mani del pontefice. La caduta del Freducci,
da cui dipendeano altri tirannetti che occupavano città o castelli in
quelle vicinanze, cagion fu ch'essi parte fuggissero, parte corressero
a Roma ad implorar la clemenza pontifizia, dove la maggior parte
furono carcerati: con che tutta la Marca restò purgata da que' mali
umori. Nè già lasciava papa Leone il pensiero di spogliar, se potea, di
Ferrara il _duca Alfonso_, giacchè gli parea poco il detener tuttavia
le imperiali città di Modena e Reggio contro le autentiche promesse
di restituirle ad esso duca. Vincere Ferrara coll'armi non era cosa
facile. Determinò dunque di adoperare un mezzo non degno de' principi
secolari, e molto meno di chi più dovrebbe ricordarsi d'essere Vicario
di Cristo, che di essere principe. Intavolò dunque un trattato di far
assassinare il duca, del che parlano non i soli storici ferraresi, ma
il Guicciardini stesso, insigne storico, che era allora governatore
dì Modena e Reggio pel medesimo papa, ed innocentemente si trovò
mischiato in questo nero tradimento. Chi maneggiò il trattato, fu
_Uberto Gambara_, protonotario apostolico, persona che arrivò poi a
guadagnare il cappel rosso. Se l'intese egli con Rodolfo Hello Tedesco,
capitano della guardia d'esso duca, a cui fu promesso molto, e mandata
per caparra la somma di due mila ducati d'oro. Già era concertato il
tempo e luogo di uccidere il duca; dato ordine al Guicciardini, e agli
uffiziali di Bologna di presentarsi in un determinato giorno ad una
porta di Ferrara. Ma il Tedesco, uomo d'onore, rivelò sul principio, e
continuamente di poi, al duca Alfonso tutta l'orditura del tradimento.
Si sentì più d'una volta tentato esso duca di lasciarlo proseguir sino
al fine; ma se ne astenne per non aver poi nemico dichiarato il papa, e
però gli bastò di far troncare la pratica, e di fermar poscia autentico
processo di questo infame attentato, colla deposizione di alcuni
complici, e colle lettere originali del Gambara per valersene, quando
occorresse il bisogno.