NOTE:

[393] Du-Mont, Corps Diplomat., tom. 4, P. I.

Anno di CRISTO MDXVIII. Indizione VI.

LEONE X papa 6.

MASSIMILIANO I re de' Romani 26.

Fu questo dopo tante guerre un anno di pace tanto in Italia, quanto

negli altri regni cristiani, se non che gran timore era in Roma e ne'

popoli italiani che il gran Sultano de' Turchi Selim volgesse le armi

contro le provincie cristiane. _Papa Leone_, affinchè questo tiranno

non trovasse sprovvedute le contrade cristiane, più che mai si diede

ad incitare i monarchi battezzati ad una lega, non solamente per fargli

fronte occorrendo, ma anche per invadere preventivamente da più parti i

di lui Stati. A questo fine spedì a _Massimiliano Cesare_ il _cardinale

di San Sisto_, ed altri cardinali di grande autorità ai _re di

Francia_, _Spagna_ ed _Inghilterra_, avendo prima intimata una tregua

di cinque anni ad essi e a tutti gli altri principi cristiani. Andarono

questi legati, ma nulla operarono di sostanziale per sì rilevante

affare, se non che furono intimate le decime al clero, ed anche ben

pagate, ma senza che queste s'impiegassero poi contro il nemico comune.

Pensava ognun di que' monarchi a' proprii interessi più che a quelli

della cristianità. Eppure, se mai giusto fu il timore della potenza

turchesca, certamente fu in questo tempo. Imperocchè regnava Selim,

uno de' più feroci e crudeli sultani di quella nazione. Invasato costui

dallo spirito de' conquistatori e dall'amor della gloria, avea già sì

dilatato il suo imperio, che oramai ognun diffidava di resistergli.

Principi di gran potenza per più secoli erano stati fin qui i sultani,

ossia soldani d'Egitto, siccome possessori non solo di quel vasto e

fertilissimo paese, ma anche della Palestina, Soria e di una parte

dell'Arabia, e guerniti sempre d'un possente esercito di Mammalucchi,

non dissimili dai giannizzeri turcheschi. S'invogliò Selim di stendere

la sua signoria sopra quelle ricchissime contrade, e però, ammassato un

formidabile esercito, fingendo di volerla contro il sofì di Persia, già

da lui sconfitto, all'improvviso piombò addosso a Damasco e alle altre

città di Soria, delle quali, non men che di Gerusalemme, s'impadronì.

Spinse poi l'armi vittoriose contro il sultano di Egitto, che restò

sconfitto e ucciso in una gran battaglia. Succeduto a lui un altro

sultano, fu anch'egli preso e fatto ignominiosamente morire. In una

parola, con infinito spargimento di sangue e di crudeltà e saccheggi

innumerabili rimase distrutta affatto la monarchia di que' soldani, e

tutto il loro impero sottoposto al giogo de' Turchi. Tanti progressi

del tiranno d'Oriente, e per li quali venne egli a raddoppiar le

entrate della sua camera, e che spezialmente accaddero ne' due prossimi

passati anni, bastavano bene ad atterrir l'Italia, e chiunque era

confinante alla smisurata potenza di Selimo. Ma si aggiunse ch'egli

si diede ad armare una bella flotta di navi: segno ch'egli meditava

qualche grande impresa contro i Cristiani. Però avea ben ragion di

temere papa Leone. Fece egli fare in Roma solenni processioni di

penitenza, alle quali anche intervenne con pie' nudi, e non tralasciò

diligenza veruna per muovere i potentati della Cristianità ad una lega

e crociata contra di un sì forte non mai sazio conquistatore.

Ma in mezzo a questi timori non dimenticava esso pontefice

l'ingrandimento della propria casa. Aveva egli già concertato

l'accasamento di _Lorenzo duca di Urbino_ suo nipote con _madama

Maddalena_ della casa de' duchi o conti di Bologna in Piccardia. I

Sammartani la chiamano[394] Maddalena della Torre contessa d'Auvergne,

e il Belcaire[395] la dice figlia d'una sorella di _Francesco Borbone

duca di Vandomo_, di sangue reale. Venuta la primavera di quest'anno,

Lorenzo, passato a Firenze, ivi fece un suntuoso preparamento per

la sua andata in Francia. Secondo l'Anonimo Padovano, seco condusse

cinquecento cavalli ed infiniti carriaggi. Era in questo tempo nato a

_Francesco I re_ di Francia un figlio maschio, che fu poi _Francesco

II_; e perchè egli attendeva a guadagnarsi sempre più la benevolenza

del papa sulla speranza d'averlo propizio per la difesa dello Stato

di Milano, desiderò che esso pontefice fosse padrino al battesimo del

figliuolo. Per questa cagione, siccome scrive il Guicciardini, Lorenzo

affrettato a compiere quel viaggio, avendo prese le poste arrivò

a Parigi, dove, nel dì 25 d'aprile, con _Antonio duca di Lorena_ e

_Margherita d'Alenzon_ sorella del re tenne al sacro fonte il nato

Delfino. Furono in tal congiuntura per dieci giorni fatte immense

allegrezze, banchetti, giostre e tornei, ne' quali anche Lorenzo si

fece conoscere valoroso cavaliere. Furono poi celebrate con regal

pompa le di lui nozze; nè il re Cristianissimo lasciò indietro onore

alcuno che non compartisse a lui, massimamente all'udire le grandi

proteste ch'egli fece d'un perpetuo attaccamento suo e del pontefice

alla di lui corona. Portò in questa occasione Lorenzo un breve del papa

che concedeva al re di potere ad arbitrio suo valersi delle decime

raccolte per la meditata crociata, con obbligo poi di restituir quel

danaro quando si avesse a proceder contra del Turco. Ed ecco dove

andavano a finire tanti sussidii del clero: il che faceva poi gridare

i partigiani della nascente eresia di Lutero, i quali arrabbiatamente

declamavano contra il progetto d'essa crociata. Venne poi Lorenzo colla

consorte per mare a Livorno, ed indi a Firenze, dove per otto giorni

continui si fecero incredibili suntuose allegrezze. Cresceva intanto

a furia l'incendio commosso in Germania dal suddetto Lutero, perchè

sostenuto da _Federigo duca di Sassonia_. Perciò papa Leone giudicò

bene d'inviare in Germania _Tommaso da Vio cardinale_, insigne teologo

scolastico di questi tempi, appellato il cardinal Gaetano. Andò egli:

seco s'abboccò Lutero: si venne alle dispute sopra le indulgenze; ma

infine il porporato si trovò deluso. Lutero, uomo pien di alterigia,

avea cominciata la guerra alla Chiesa sua madre, era risoluto di

continuarla, perchè si sentiva sicure le spalle; nè un cervello sì

bollente e superbo si sarebbe mai ridotto a disdirsi. Stette _Alfonso

duca_ di Ferrara aspettando con impazienza che passassero i sette mesi

che papa Leone s'era preso di tempo col re di Francia per restituirgli

Modena, Reggio e Rubiera. Ma passò altro che sette mesi, senza che se

ne vedesse esecuzione alcuna. Ne fece egli istanze a Roma, e si trovò

che le promesse di questo pontefice, anche autenticate da strumenti e

brevi, solamente significavano di voler fare quello che tornasse il

conto a lui, e non altrimenti. Determinò per questo il duca, nel dì

14 di novembre, di portarsi in persona a Parigi per implorar di nuovo

la protezione del re, e tornò di colà nel seguente febbraio con buona

provvision di parole, perchè in que' tempi si guardava ognuno dal

disgustare un papa, e molto più premeva a quel re di tenerselo amico,

dacchè era divenuto signor di Milano.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 60 / 102 题