NOTE:

[391] Antichità Estensi, P. II, pag. 320.

[392] Guicciardino. Ammirat. Nardi. Raynaldus, Annal. Eccl. Anonimo

Padovano.

Anno di CRISTO MDXVII. Indizione V.

LEONE X papa 5.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 25.

Ebbe fine in quest'anno il concilio lateranense, dove furono fatti

molti bei regolamenti di ecclesiastica disciplina, ma non quali

occorrevano e si desideravano da' migliori per la correzion dei tanti

abusi che allora deformavano la Chiesa di Dio, benchè salda stesse la

vera dottrina di Cristo per tutte le chiese d'Occidente. Non abbiam

vergogna di confessarlo, dappoichè tanti piissimi cattolici l'han

confessato. Pur troppo quegli abusi misero le armi in mano a Martino

Lutero, frate agostiniano in Sassonia, per cominciare nel presente

anno a imperversare contro la Chiesa cattolica, aprendo la porta non

solo ad un massimo deplorabile scisma, ma ad infinite eresie, che come

la finta idra andarono poi pullulando, e divise fra loro infestano

tuttavia tanti popoli del settentrione. Il gran mercato che si faceva

allora delle indulgenze, per raunar danaro in tutta la cristianità

d'occidente, in apparenza per la fabbrica della basilica vaticana, ma

in sostanza anche per altri mondani fini, quel fu che accese un fuoco

in Germania, che, di giorno in giorno sempre più crescendo, arrivò

a formar quella gran piaga nella Chiesa del Signore che tuttavia

deploriamo, e che Dio solo saprà saldare, quando gli alti suoi giudizii

saranno adempiuti. Ma perchè questo è argomento spettante alla storia

ecclesiastica, passiamo oltre. Le turbolenze degli anni addietro, e

i pubblici e i privati interessi de' potentati cristiani aveano nel

precedente anno tenuta molto in esercizio la politica de' gabinetti.

L'accrescimento della potenza franzese in Italia con occhio bieco

veniva riguardata da _papa Leone_, da _Massimiliano Cesare_, da _Arrigo

re d'Inghilterra_ e da _Carlo re di Spagna_, ma principalmente dagli

_Svizzeri_, che, dopo aver cavato tanto sangue dallo Stato di Milano,

ora che questo era caduto in mano di un re sì potente, miravano come

seccato il fonte della loro ricchezza. Però il _cardinale di Sion_

s'era sbracciato con più viaggi e maneggi per formare una lega, e gli

venne fatto di conchiuderla nel dì 19 d'ottobre del 1516[393] fra il

suddetto _Massimiliano_, il _re d'Inghilterra_ e il _re di Spagna_,

con lasciar luogo d'entrarvi al _papa_, il quale l'avea procurata, per

valersene come portasse l'occasione. Dall'altro canto anche _Francesco

re di Francia_ non istette in ozio per contraminare questi trattati,

ben conoscendoli formati contra di lui. Tanto operò con gli Svizzeri,

che, nel dì 29 di novembre di esso anno, a forza d'oro, trasse quella

nazione ad una pace perpetua col regno di Francia. Anzi molto prima

ancora aveva intavolato un altro negoziato di pace con _Massimiliano_

e col re _Carlo_ suo nipote, che fu bene in certa maniera conchiuso

nei dì 15 di agosto, ma che solamente acquistò perfezione nel dì 4 di

dicembre 1516, in cui fu ratificato da esso Cesare, sempre voglioso,

sempre bisognoso di danaro. Fra l'altre convenzioni v'era, che Riva

di Trento, Rovereto e Gradisca restassero in dominio di Massimiliano,

e che, cedendo egli al re Cristianissimo Verona, questi gli avesse

a pagare cento mila scudi d'oro, ed altrettanti i Veneziani. Però

nei primi giorni di quest'anno comparve a Verona _Bernardo vescovo

di Trento_, colla facoltà di fare la restituzion di quella città.

Insorsero ben discordie intorno al giorno in cui si avea da far la

consegna, e la guarnigione tumultuò, perchè dimandava le paghe: pure

nel dì 16 (altri dicono nel dì 15) di gennaio data fu la tenuta di

Verona al _signor di Lautrec_, uscendone il vescovo e _Marcantonio

Colonna_ con tutta sua gente. Passati poi tre giorni, il Lautrec

consegnò essa città ad _Andrea Gritti_, che la accettò a nome del

senato veneto, e ben regalato si ridusse nello Stato di Milano.

Infinite allegrezze fecero i Veronesi, liberati dall'insoffribil giogo

dell'armi straniere. E tal fine ebbe la lega di Cambrai, e la lunga e

crudel guerra originata da essa, per cui non si può dire quanti tesori,

quanto sangue spendessero tanti principi della cristianità, e quanti

disastri e desolazioni patisse tutta la Lombardia. Maraviglia fu che

in mezzo a sì potente e lungo turbine potesse sostenersi la repubblica

veneta; ma quanto più terribile fu il suo pericolo, tanto maggior

divenne la sua gloria; perchè, quantunque perdesse qualche porzione

dell'antico suo dominio, pur seppe e potè conservare la maggior parte e

il meglio delle sue signorie in terra ferma.

Dopo una sì solenne ed universal pace pareva oramai che l'Italia avesse

a respirare, ma fallirono questi conti; perciocchè _Francesco Maria_,

già _duca d'Urbino_, dimorante in Mantova, esule da' suoi Stati,

sentendo il mal governo che facea _Lorenzo de Medici_, e invitato da

chiunque gli era affezionato e fedele, si accinse a ricuperar quel

ducato. Fu a ciò anche istigato da _Federigo Gonzaga signor di Bozzolo_

e condottier d'armi assai rinomato, per vendicarsi di un affronto che

pretendeva a sè fatto dal suddetto Lorenzo. Giacchè la pace dovea far

cassare non poche brigate di soldati, e questi avvezzi all'onorato

mestier della guerra, delle prede e rapine, avrebbono cercato chi

desse loro soldo, nello stesso tempo che si trattava della restituzion

di Verona, se l'intese esso Francesco Maria co' caporali spagnuoli e

tedeschi, e prese al suo servigio cinque mila fanti dei primi, e tre

mila altri italiani con mille e cinquecento cavalli. Il _marchese di

Mantova_ gli somministrò buona copia di danaro. Però con questa armata,

picciola di numero, ma considerabile pel suo valore, poco dopo la resa

di Verona s'avviò alla volta de' suoi Stati con tal celerità, che non

ebbero tempo per opporsegli le genti del papa e di Lorenzo de Medici

che erano in Ravenna e Rimini. Passato per la via del Furlo, in poco

tempo ebbe alla sua divozion Urbino con tutto il ducato, eccettuata

la fortezza di San Leo. Ma non già Pesaro, Sinigaglia, Gradara e

Mondavio, terre separate da quel ducato, perchè _Renzo da Ceri_, che

v'inviò gran gente di presidio, le sostenne. Intanto Lorenzo de Medici

alle milizie italiane, tanto sue che de' Fiorentini, unì due mila

e cinquecento fanti tedeschi, e più di quattro mila fanti guasconi,

che aveano servito nell'armata di Lautrec. L'Anonimo Padovano dice

ducento lancie e due mila Guasconi, comandati dal _signore di Scudo_.

I capitani di questo esercito erano _Renzo da Ceri_, _Vitello da Città

di Castello_ e il _conte Guido Rangone_; ed ascese questa armata fino a

mille uomini d'armi, mille cavalli leggieri e quindici mila fanti, che

pareano atti ad inghiottire il duca d'Urbino. Era insospettito forte il

papa che il re di Francia tenesse mano segretamente in questa guerra;

ma il re, per disingannarlo, mandò i suoi ministri a Roma, affinchè

trattassero lega col pontefice, che infatti fu stabilita. Fu in tal

congiuntura fatta gagliarda istanza a papa Leone, perchè restituisse

Modena, Reggio e Rubiera ad _Alfonso duca_ di Ferrara, secondochè

ne avea date in Bologna tante promesse, non mai eseguite. Promise il

papa con un breve di restituirle nello spazio di sette mesi, ma con

intenzione di nulla farne, se cessavano i presenti pericoli, siccome

infatti avvenne, perchè l'osservar la parola non fu mai contato fra le

virtù di questo pontefice. Continuò dipoi con varie vicende la guerra,

diffusamente descritta dal Guicciardini. Altro non ne rapporterò io, se

non che trovandosi Lorenzo de Medici nel mese di giugno all'assedio di

Mondolfo, fu colpito nella sommità del capo da una palla di archibuso;

pel qual colpo gli convenne star molti giorni in letto: il che fu

cagione che i suoi soldati più pensassero a saccheggiare il paese che

a cercar vittoria. Spedito dal papa il _cardinal Giulio de Medici_ suo

cugino al comando di quell'armata, appena giunto egli colà, insorse

una quistione tra i fanti italiani e tedeschi, per cui seguirono

ammazzamenti e saccheggi non pochi, e fu forza dividere quelle nazioni

tra Rimini e Pesaro. Accadde ancora che il duca Francesco Maria,

tenendo segrete intelligenze col corpo degli Spagnuoli, militanti per

la Chiesa, arrivò una mattina improvvisamente ai loro alloggiamenti.

Parte di essi scappò a Pesaro, e l'altra parte andò ad unirsi con

lui. Dopo di che assaltò il campo de' Tedeschi, dove secento d'essi

restarono morti o feriti. Non andò molto che anche un'altra buona

frotta di Guasconi passò nell'armata d'esso duca.

Trovavasi assai forte di gente _Francesco Maria_, ma esausto affatto

di pecunia, requisito troppo importante agl'impegni della guerra. Ne

penuriava anche _papa Leone_, ma seppe trovar maniera di ricavarne,

con fare nel dì primo di luglio la promozione di trentuno cardinali,

fra i quali molti di gran merito pel loro sapere o nobiltà. Dagli

altri creati per altri motivi ricavò la somma di ducento mila ducati

d'oro, che mirabilmente servirono a terminar la guerra d'Urbino.

Imperciocchè, ossia che l'accorto cardinal Giulio de Medici sapesse

sotto mano guadagnar gli Spagnuoli che erano al servigio di Francesco

Maria, o che s'interponesse _don Ugo di Moncada_ vicerè di Sicilia,

per istaccarli da lui: certo è che esso duca entrato in diffidenza

de' medesimi, e conosciuto di non potersi sostenere contro le forze

del papa, aiutato dai re di Francia e di Spagna, diede orecchio ad un

miserabile accomodamento; per cui il pontefice si obbligò di pagare ai

fanti spagnuoli quarantacinque mila ducati d'oro, e sessanta mila ai

fanti guasconi; e che esso Francesco Maria potesse passar liberamente

a Mantova con tutte le sue robe, colle artiglierie e colla famosa

libreria, messa insieme da _Federigo I duca_ di Urbino, avolo suo

materno: il che fu eseguito. Così terminò la presente guerra, durata

quasi otto mesi, per cui spese il pontefice circa ottocento mila ducati

di oro, la maggior parte nondimeno, come vuole il Guicciardini, pagata

dai Fiorentini, i quali fecero in tale occasione una trista figura,

siccome divenuti schiavi della casa de Medici. Furono poi confiscati

i beni di moltissimi nobili del ducato d'Urbino, che s'erano mostrati

favorevoli a Francesco Maria, e vennero atterrate nel seguente anno le

mura d'Urbino, Fossombrone e Mondolfo, acciocchè non avessero quegli

abitanti coraggio di ribellarsi in avvenire. Lorenzo de Medici colà

tornò duca. Appartiene a quest'anno un esecrando avvenimento, cioè la

congiura di _Alfonso Petrucci cardinale_ di Siena contro la persona

del pontefice Leone. Era inviperito questo porporato, perchè il papa

avesse fatto cacciar di Siena _Borghese_ suo fratello, quasi signore di

quella città, e privato lui stesso delle rendite paterne. Crebbe tanto

questo sacrilego odio, che più volte pensò d'uccidere lo stesso papa

nel concistoro, oppure alla caccia; ma infine s'appigliò al partito di

farlo avvelenare per mezzo di Batista da Vercelli chirurgo, se potea

giugnere a medicar una fistola antica, che il papa avea ne' confini

delle natiche. Fu scoperta questa infame trama, preso il cardinale con

varii complici, provato il delitto, per cui in castello Sant'Angelo

gli venne tagliato il capo. _Bendinello de' Sauli_ cardinal genovese,

siccome convinto che il Petrucci gli avesse rivelata la scellerata sua

intenzione, fu privato della dignità del cardinalato, e condannato a

una perpetua prigione. Questi poi col danaro ricuperò la libertà e il

cappello, ma perchè poco tempo dappoi mancò di vita, attribuirono i

maligni la morte sua a veleno. A _Raffaello Riario cardinale_ di San

Giorgio e camerlengo per la stessa ragione tolto fu il cappello, ma

restituito da lì a non molto tempo per grossissima quantità di danaro.

Adriano cardinale di Corneto, benchè gli fosse perdonato, diffidando di

sua vita, se ne fuggì, nè si seppe dove incognito andasse a terminare i

suoi giorni. Gran dire cagionò dappertutto questo nero attentato. Nel

presente anno a' dì 8 di ottobre _Francesco re di Francia_ rinnovò la

lega offensiva e difensiva colla _republica di Venezia_.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 59 / 102 题