NOTE:

[389] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[390] Guichenon, Hist. de Maison de Savoye.

Anno di CRISTO MDXVI. Indizione IV.

LEONE X papa 4.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 24.

Rimasero nell'anno precedente sconcertati non poco i magnifici

disegni del _pontefice Leone_, per provveder la sua casa di un nicchio

principesco, perchè fu forzato a restituire Parma e Piacenza al re

Cristianissimo. Avea anche tentato di ottenere da _Massimiliano Cesare_

l'investitura di Modena e Reggio pel fratello, oppure pel nipote; ma

da varii motivi ne restò impedita Ingrazia. Peggio accadde nell'anno

presente. _Giuliano de Medici_ suo fratello, soprammodo cortese, e di

religione, d'onoratezza e d'altre belle doti fornito, erasi gravemente

infermato nel precedente dicembre, e continuò il suo male fino al dì

17 di marzo, in cui terminò il suo vivere e le speranze di maggior

grandezza, essendo prima tornato a Roma il pontefice. Sicchè non avendo

egli lasciata dopo di sè prole alcuna, rivolse papa Leone i pensieri

suoi al solo _Lorenzo_ suo nipote, capace di propagar la casa de

Medici[392]. Gran tempo era che andava studiando ragioni, e cercando

colori per togliere il ducato d'Urbino a _Francesco Maria della

Rovere_; e prima d'ora avrebbe avuto esecuzione l'intento suo, se il

predetto Giuliano, a cui pensava egli di conferir quegli Stati, non vi

avesse ripugnato per la gratitudine da lui professata a quel principe

a cagion di molti benefizii da lui ricevuti. Passato che fu all'altra

vita Giuliano, non avendo più il papa alcun rispetto o ritegno, e per

nulla valutando il tanto bene che la sua casa avea riportato da quel

medesimo duca, perchè stimolato dal nipote Lorenzo, e da _Alfonsina

Orsina _sua madre, donna sommamente ambiziosa, accumulò in un processo

alcuni veri o apparenti reati del suddetto duca, il principal de' quali

consisteva nell'avere ricusato di andar colle genti ad unirsi nell'anno

precedente all'armata pontifizia contro i Franzesi. Nè lasciò indietro

il grave eccesso dell'uccisione del _cardinal Alidosio_, ancorchè il

duca da _papa Giulio II_ ne avesse riportata assoluzione o grazia.

Mosse dipoi l'armi sue e quelle de' Fiorentini, per cacciar colla forza

da quegli Stati esso duca, il quale, assai conoscendo di non poter

solo far argine a questa piena, si appigliò al partito di cedere al

tempo e di ritirarsi a Pesaro; e, neppur quivi tenendosi sicuro, passò

a Mantova col figliuolo e colla moglie, figlia di quel marchese. Avea

ben lasciati presidii nelle fortezze di Pesaro, Sinigaglia, San Leo e

Rocca di Maiuolo; ma queste l'una dietro all'altra si andarono rendendo

a _Renzo da Ceri_ e agli altri uffiziali del papa, con infinito

dispiacere di tutti que' popoli, che non si può dire quanto amassero

quel principe per l'incorrotta sua giustizia ed ottimo governo. Allora

fu che scappò fuori la fiera sentenza che dichiarava decaduto da

quegli Stati esso duca; e quando la gente si credea guadagnato per la

Chiesa quei ducato, venne ognuno a sapere che la festa era stata fatta

per _Lorenzo de Medici_, il quale dal pontefice zio fu creato duca

d'Urbino, e signore di Pesaro e Sinigaglia. Al re di Francia, che in

Bologna avea molto perorato in favore del suddetto Francesco Maria duca

di Urbino, riuscì molesta non poco l'occupazione del di lui ducato;

nel qual tempo ancora andò esso re scoprendo che occulti maneggi

si facessero negli Svizzeri, presso il re d'Inghilterra, ed altri

potentati dal medesimo papa.

Non men de' suoi due predecessori, nudriva il re Francesco un focoso

desiderio di conquistar anche il regno di Napoli, per li secreti

stimoli dell'ambizione che in alcuni monarchi non sa mai conoscere nè

dire: basta. Si astenne da quella impresa, benchè ideata appena dopo lo

acquisto di Milano, per le insinuazioni di papa Leone, che il pregò di

sospendere fino alla morte di _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona,

la qual si credeva per una lunga malattia imminente. Infatti compiè la

carriera del suo vivere quel regnante nel dì 15 di gennaio del presente

anno, con lasciare una fama perenne di principe che nella finezza della

politica mondana non ebbe pari, c che, assistito dalla fortuna, e da

_Isabella regina_ savissimi di Castiglia, seppe conquistare i regni

di Granata e di Napoli, e finalmente quello di Navarra, e cooperò

al sempre memorabile scoprimento delle Indie Occidentali. A lui

succedette ne' regni suddetti o in quei delle Due Sicilie l'_arciducae

Carlo_, già dichiarato re di Castiglia, e nipote di _Massimiliano

Cesare_. Non sì tosto giunse questo avviso al re Francesco, che tutto

si ringalluzzì, quasi contando per sua preda il regno di Napoli,

e immaginando che al giovane re Carlo, non peranche ben assodato

nel nuovo dominio, mancherebbe voglia o possanza di contrastargli

quell'acquisto. Ma questa determinazione l'avea egli fatta senza

domandarne licenza al re de' Romani, il quale, conchiusa dianzi lega

col re d'Inghilterra, col re Cattolico e con alquanti Cantoni degli

Svizzeri, mettea insieme un esercito per venire al soccorso di Brescia

e Verona. Era già ridotta a tale estremità Brescia, che, per mancanza

di viveri e di paghe, potea star poco a rendersi. Spedì Massimiliano

per la via di Lodrone circa sei mila fanti tedeschi, con ogni sorta

di munizioni da bocca e da guerra, che, giunti al castello d'Anfo, se

ne impadronirono tosto per la viltà di Orsatto Giustiniano, a cui fu

poi tagliato il capo in Venezia. Mandò il _Trivulzio_ mille cavalli

e cinque mila fanti sotto il comando di _Giano da Campofregoso_ per

frastornare la calata de' Tedeschi. Ma dopo un breve combattimento

quel corpo di gente vergognosamente voltò le spalle. Fu cagion questo

colpo che il Trivulzio si ritirò nel dì 22 di gennaio a Ghedi, e

mandò poi la gente a' quartieri d'inverno, e che Brescia restò ben

provveduta di vettovaglie. Per le preghiere de' Veneziani il re, invece

di Gian-Giacomo Trivulzio spedì poscia loro il _signor di Lautrec e

Teodoro Trivulzio_, con cinquecento lancie e quattro mila fanti, i

quali, venuta la primavera, tornarono a strignere Brescia, e diedero

anche una rotta a un corpo di Tedeschi che veniva portando buona somma

di contanti per pagare il presidio di quella città.

Sul principio di marzo arrivò a Trento _Massimiliano Cesare_, seco

guidando il _marchese di Brandeburgo_, il _duca di Baviera_ ed

altri gran signori, con dieci mila fanti svizzeri ed altrettanti

alemanni, e con tre mila cavalli, tutti ben in ordine. Calato poscia

al piano, e passato l'Adige, giunto che fu a Lacise, andò ad unirsi

con lui _Marcantonio Colonna_ colle sue genti: laonde fu creduto che

quell'esercito ascendesse a sei mila cavalli e a venticinque migliaia

di fanti. Tante forze impressero un giusto terrore ne' Franzesi e

Veneziani, i quali presero il partito di menar le cose al più che

potessero in lungo, con isperanza che, mancando la moneta al re de'

Romani (e questa gli mancava spesso), si discioglierebbe quella sua

armata. Rinforzarono i Veneziani gagliardamente Padova, Trivigi ed

altre fortezze. Ma Massimiliano mirava a ponente; sennonchè, applicate

le artiglierie al forte castello di Peschiera, lo costrinse alla

resa. Ritiratisi i Franzesi e Veneti a Cremona, colà comparve il

_duca di Borbone_ col resto di sue forze; e contuttochè si credesse

che la loro armata ascendesse a due mila e cinquecento lancie e a

due mila cavalli leggieri e a diciotto mila fanti, colui paura s'era

cacciata in corpo ai Franzesi, che già meditavano di tornarsene di là

dai monti. Probabilmente non era sì grande il nerbo della lor gente.

Comunque fosse, volle la lor fortuna che Massimiliano si perdesse

intorno al castello d'Asola, dove _Andrea Gritti_ legato veneto avea

spinto cento uomini d'armi e cinquecento fanti, e v'era per governatore

_Francesco Contarino_. Dieci giorni durò l'assedio, e senza frutto.

Se avesse Massimiliano, seguitando il parer di Marcantonio Colonna,

sollecitamente tenuto dietro ai Franzesi che si andavano ritirando,

opinion fu che, trovandoli sì impauriti, gli avrebbe veduti inviarsi

verso casa. Ma diede lor tempo, con fermarsi intorno ad Asola, che

ripigliassero coraggio, e che potesse arrivar loro un rinforzo d'alcune

migliaia di Svizzeri, assoldate dal re Cristianissimo. Pertanto passò

ben Massimiliano l'Adda, e andò anche in vicinanza di Milano; nel qual

tempo il Colonna s'impadronì di Lodi, dove non potè impedire che non

fosse usata gran crudeltà contro i Franzesi e Guelfi. Ma essendosi

posto con tutti i suoi e coi Veneti il duca di Borbone entro essa città

di Milano, risoluto di difenderla (al qual fine barbaramente diede

fuoco a tutti i borghi), ed essendo sopravvenuti gli Svizzeri suddetti

in aiuto suo, rimasero arenati i disegni e le Speranze di Massimiliano.

E massimamente perchè i suoi Svizzeri chiedevano paghe, e la cassa

cesarea era fallita, di modo che seguì qualche loro ammutinamento.

Crebbe poi maggiormente la paura in Cesare, e il sospetto di qualche

tradimento dalla parte d'essi Svizzeri (gente che già s'era guadagnato

questo discredito), perchè fu intercetta lettera finta da _Gian-Jacopo

Trivulzio_ ai capitani di quelli Svizzeri, in cui scriveva che fra due

giorni eseguissero quanto era con loro convenuto: stratagemma usato in

tante altre occasioni di guerra. Per questi accidenti Massimiliano,

dappoichè, accostatosi a Milano, vide che niun movimento si facea da

quel popolo, siccome gli era stato fatto credere, con poco suo onore

si ritirò a Lodi, e spartì in varii siti l'armata, aspettando pure che

venissero di Germania e Borgogna sessanta mila ducati a lui promessi.

Ne cavò dai poveri Bergamaschi quindici mila, picciolo refrigerio a

tanta sete. Anche gli Svizzeri che erano al soldo di Francia fecero

in questo mentre inghiottir degli amari bocconi al duca di Borbone;

perciocchè, avendo egli determinato di uscir di Milano per andare

a dar battaglia ai nemici, quella brava gente protestò di non voler

combattere contra de' proprii nazionali suoi parenti ed amici. Essendo

poi cresciuta la domestichezza d'essi Svizzeri con quei dell'armata

cesarea, entrò anche il duca in gravi sospetti della lor fede, e

giudicò meglio di licenziarli; e però carichi di doni li rimandò alle

lor case. Ecco qual fosse allora il concetto di quella gente venale.

Erasi anche Massimiliano Cesare staccato dal suo esercito, con ridursi

in fine a Trento; e quantunque inviasse promesse di tornar presto, ed

anche di mandar nuova somma di danaro, tuttavia, non bastando questa a

pagare gli stipendii decorsi, non fu maniera che si potessero ritenere

i suoi Svizzeri dal tornare per la Valtellina alle lor montagne,

dappoichè ebbero dato il sacco a quante castella trovarono per istrada.

Altrettanto fece dipoi il _marchese di Brandeburgo_ con passare

in Lamagna. _Marcantonio Colonna_, che co' suoi s'era condotto sul

Bergamasco, veggendo il disfacimento di tanta armata, s'affrettò per

tornarsene a Verona; ma ebbe sempre alla coda _Mercurio Bua_ con gli

stradiotti veneziani, e _Baldassare Signorello_ con ducento cavalli,

di maniera che allo arrivo colà si trovò spelato più d'un poco. E

questo fine ebbe in poco tempo la impresa d'un re de' Romani e un

sì poderoso esercito: se con gloria di quel sovrano, lo deciderà chi

legge. Fu in questi tempi che _Carlo duca di Borbone_ passò in Francia,

dimettendo il governo di Milano, o perchè dimandò il congedo, o perchè

fu forzato a domandarlo per sospetti nati contra di lui. Succedette in

quel governo _Odetto di Fois signore di Lautrec_. Appena poi fu fuori

di Lombardia la nemica gente tedesca, che esso signor di Lautrec con

cinquecento lancie e cinque mila fanti franzesi, e _Andrea Gritti_

coll'armata veneta si presentarono di nuovo, nel dì 16 di maggio,

davanti Brescia, dove non si contava più di secento fanti spagnuoli e

quattrocento cavalli di presidio; e con quarantotto pezzi d'artiglieria

cominciarono a diroccare le mura. Diedero un feroce assalto di due ore

alla Garzetta, ma non ne riportarono se non morti e ferite. Continuato

poscia il fracasso delle batterie, quel comandante sprovvisto di

gente e di viveri, nè sperante soccorso, capitolò la resa, qualora in

termine di otto giorni non venisse soccorso, con dare a questo fine gli

ostaggi. Tentò veramente Massimiliano di spingere a quella volta molte

brigate di fanti, raccolte il meglio che si potè in quella strettezza

di tempo; ma queste, trovati i passi ben guerniti di gagliardi

presidii, speditivi dal Lautrec e dal Gritti, se ne ritornarono

placidamente indietro. Pertanto nel dì 26 di maggio (altri dicono nel

dì 24) uscì di Brescia la guarnigione spagnuola, ossia tedesca, con

bandiere spiegate, con tre pezzi di artiglieria e tutto il bagaglio, e

con loro molti Bresciani del partito cesareo, fra i quali spezialmente

la famiglia Gambara. Entrò il vittorioso esercito in quello stesso

dì nella città, dove si fecero infinite allegrezze da quel popolo

divoto al nome veneto; nè minori furono le fatte dipoi a Venezia per

sì importante acquisto. Il Belcaire, che animosamente nega essersi

adoperata la forza sotto Brescia, e dà qui una mentita al Giovio, e

dovea parimente darla al Guicciardini, s'ingannò forte. Più di lui ne

sapeva anche l'Anonimo Padovano, che si trovò presente a queste guerre.

Sul principio di giugno il _signor di Lautrec_, per le forti istanze

dei Veneziani, passò sul Veronese, per formare l'assedio di quella

città. Le genti sue unite colle venete formavano un'armata di mille

e ducento uomini d'arme, di due mila cavalli leggieri e dodici mila

fanti. Ma alla difesa di Verona stava _Marcantonio Colonna_, divenuto

generale di Cesare, con grandi forze, perchè provveduto, secondo

l'Anonimo Padovano, di tre mila cavalli leggieri, sei mila fanti

tedeschi e mille e cinquecento spagnuoli. Venuto ordine dal senato

veneto che si mettesse a sacco quel paese per levare la sussistenza

alla città, orrendo spettacolo fu il vedere non solamente i soldati,

ma ancora gran gente del Trivisano, Padovano, Vicentino e Bresciano,

concorsa a questo inumano e pur delizioso mestiere, che tutti si

diedero a tagliar le biade e a saccheggiare e bruciar anche le case

dei poveri contadini. Erano per questo in somma disperazione i miseri

Veronesi, dentro oppressi da contribuzioni, gravezze e insolenze

innumerabili de' soldati, e fuori privati delle loro sostanze colla

desolazion di tutto il territorio. Infinita roba e gran copia di

bestiame aveano gl'infelici lor villani salvata in Val Polesella; ma

eccoti passar l'Adige Franzesi e Veneti, che, penetrati colà, fecero

un netto d'ogni cosa. Rallentò poscia questo flagello, perchè giunsero

alla Chiusa, e se ne impossessarono sei mila fanti tedeschi (altri

dicono otto, ed altri nove mila) spediti in soccorso a Verona. Corse

anche voce che quindici mila Svizzeri pagati dal re d'Inghilterra

avessero fra poco a calar nello Stato di Milano. Non vi volle di

più perchè il Lautrec, preso da spavento, contro il volere de'

Veneziani, si ritirasse a Peschiera ricuperata sul Mincio, da dove

poi le sue genti faceano continue scorrerie fino alle porte di Verona.

Passarono intanto le fanterie tedesche, poco danaro non di meno e poca

vettovaglia portando all'afflitta città di Verona; il che fatto, per

la maggior parte se ne tornarono al loro paese. Aspettò il Colonna tre

mila Svizzeri, inviati anch'essi in aiuto suo, e giunti che furono, con

tre mila cavalli e dieci mila fanti passò a Soave, dove si fermò otto

giorni, con dar tempo e sicurezza a que' popoli di fare i raccolti di

quel poco che loro era restato, e tutto poi fece condurre in Verona.

Pensava di far lo stesso verso il Mantovano; ma, tumultuando gli

Svizzeri e Tedeschi per mancanza di paghe, fu costretto a licenziar

tutti gli ultimamente venuti, parte de' quali passò poi al servigio

de' Veneziani. Andarono in questi tempi i Franzesi sul Mirandolese,

con disegno di cacciar da quella forte terra _Gian-Francesco Pico_, il

quale già v'era rientrato con farne uscire il nipote _Galeotto_. Finì

tutto il lor movimento in saccheggi, non solo di quel paese, ma di

tutto quel tratto del Mantovano, per dove passarono andando e venendo.

Nè già vantavano miglior legge i loro nemici. Marcantonio Colonna,

sul principio di luglio, partito segretamente di notte da Verona con

sette mila fanti tedeschi e cinquecento cavalli, all'improvviso giunse

a Vicenza, e per forza entratovi, tutta la mise a sacco, asportandone

spezialmente la seta, che era il maggior capitale di quel tante volte

spogliato popolo. Queste erano le sacrileghe maniere d'allora per

soddisfare in qualche guisa i non pagati soldati.

Crescevano intanto le angherie, le taglie e la carestia nell'infelice

popolo di Verona, indarno servendo i conforti del Colonna, perchè

fatti bisognavano, e non parole. Informati dunque i Veneziani del

miserabile stato di quella città, cotante istanze fecero, che il

_signor di Lautrec_ s'indusse di nuovo a rinnovarne l'assedio. Volle

egli prima d'ogni altra cosa impadronirsi della Chiusa, per impedir

ai soccorsi che potessero venir di Lamagna; poscia nel dì 20 d'agosto

si avvicinò col campo a quell'afflitta città, e da più parti cominciò

a batterla colle artiglierie. Maravigliosa fu la difesa del Colonnese

per li ripari che continuamente formava di dentro, e per le sortite

che con danno degli assedianti facea al di fuori. Mancò la polve da

fuoco ai Gallo-Veneti, e già n'era giunta da Venezia a Lignago una gran

condotta sopra carri. Non si sa se per malizia, o per altro accidente,

le si attaccò il fuoco, e vi perirono non solamente cento e ottanta

vasi d'essa polve, ma anche tutte le carra, molti uomini, buoi, ed

altre cose condotte per bisogno di quell'impresa. Fu, ciò non ostante,

provveduto e proseguito con vigore l'assedio, ed anche più la difesa,

con immortal gloria di _Marcantonio Colonna_, che a tutte le breccie,

a tutti gli assalti accorrendo, sempre mirabilmente provvide, e, benchè

ne riportasse un dì un'archibugiata, seppe con sì bel modo e segretezza

farsi curare, che nella guarnigione niun disordine insorse. Durò questa

danza fino a mezzo ottobre, finattantochè giunse nuova che da Trento

veniva un grosso soccorso a Verona: il che tanto terrore mise nel campo

gallo-veneto, che tutti chi qua e chi là ordinatamente si misero in

salvo. Però, passati per la montagna di Perona circa ottocento cavalli

tedeschi, carichi di vettovaglie e munizioni, felicemente arrivarono

a Verona. Oltre a ciò ben circa cinque mila Tedeschi espugnarono

la Chiusa, con tagliare a pezzi il presidio veneto; ed aperto quel

passo, spinsero poi gran quantità d'altri viveri sopra zatte per

l'Adige alla medesima città, che recarono gran sollievo non meno ai

soldati che agl'infelici cittadini. Non si potea dar pace il senato

veneto al vedere saltar fuori ogni dì nuove remore alla ricuperazion

di Verona; e tanto più s'impazientavano, perchè gagliardamente si

trattava in Brusselles pace fra _Massimiliano Cesare_, _Francesco re

di Francia_ e _Carlo re di Spagna_, non sapendo qual destino potesse

toccare alla tuttavia pertinace città. Non cessavano di spronare il

Lautrec a ripigliar l'impresa; e perchè egli allegava la mancanza

delle paghe all'esercito suo, astretti furono i Veneziani anche a

questa esorbitante spesa, per cui si ridusse la lor costanza a mettere

all'incanto le dignità, gli uffizii e magistrati non men di Venezia che

di terra ferma, e a vendere od impegnare gli stabili della repubblica.

E continuarono bensì la guerra, con impedir la venuta d'altri soccorsi

a Verona, ma senza per questo poterla costrignere alla resa. Gravissimo

danno patì in tale occasione la città e il territorio di Brescia,

perchè gli convenne alimentar nobilmente l'esercito franzese con ispesa

di più di cinquecento ducati d'oro per giorno. Con tante vicende e guai

terminò ancora l'anno presente, in cui non si dee tacere un gravissimo

pericolo incorso da _papa Leone_, e narrato dal contemporaneo Anonimo

Padovano nella sua Storia manuscritta. Era ito esso pontefice nel mese

d'aprile per diporto a Civita (mi immagino che sia Cività Lavinia),

quando poco discosto di là diciotto fuste di Mori, smontati in terra

ferma, fecero una larga scorreria, con ridurre in ischiavitù gran

quantità di gente. Intenzion loro, per quanto apparve, era di cogliere

lo stesso papa, probabilmente da qualche scellerato informati che

egli praticava in quelle parti. Spaventato il pontefice, ebbe tempo

di scappare piucchè in fretta a Roma. Che orrore! che terribili

conseguenze, se riusciva a quei Barbari un sì gran colpo! Dolenti essi,

per non aver colto quanto speravano, voltarono le prore all'isola della

Elba, ch'era del signor di Piombino, e spogliatala di ogni bene, se ne

tornarono in Africa. Delle leghe fatte in quest'anno parleremo all'anno

seguente.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 58 / 102 题