[387] Orosius, de Rebus Emanuelis regis.
[388] Antichità Estensi, tom. 2. Piena Esposizione dei diritti
imperiali ed estensi sopra Comacchio.
Anno di CRISTO MDXV. Indizione III.
LEONE X papa 3.
MASSIMILIANO I re de' Romani 23.
Funesto principio ebbe l'anno presente, perchè nello stesso primo
giorno di gennaio mancò di vita _Lodovico XII re_ di Francia per
infermità, comunemente creduta cagionata dal recente matrimonio colla
sorella del re d'Inghilterra di età d'anni diciotto, quando egli era
giunto ai cinquanta quattro anni, e prometteva ben più lunga vita. Fu
assai compianta la di lui perdita, perchè s'era acquistato il titolo
di padre de' suoi popoli, elogio il più glorioso d'ogni altro, ma che
per disavventura miriamo assai raro in tutti i tempi. Ora favorito
dalla prospera, ed ora battuto dall'avversa fortuna, era non di meno in
tal maniera risorto, che di gran cose tuttavia promettea, se la morte
non avesse troncato il filo di sua vita e delle sue speranze. Ma si
consolarono in breve i Franzesi, perchè a lui succedette _Francesco
I_ conte di Angolemme, il più prossimo del regal sangue maschile
secondo le leggi o le consuetudini di quel regno; giacchè Lodovico
non lasciò dopo di sè se non due femmine, cioè _Claudia_, sposata
ad esso Francesco nel dì 18 maggio dell'anno precedente, e _Renea_,
ch'era stata bensì in un trattato del dì 24 di marzo dello stesso
anno promessa a _Carlo_, nipote di _Massimiliano re de' Romani_, che
fu poi il glorioso Carlo V Augusto, ma divenne col tempo moglie di
_Ercole II d'Este_ principe e susseguentemente duca di Ferrara. Si
trovava il nuovo re Francesco in età di soli ventidue anni, principe
di gran mente, pieno di spiriti guerrieri, e sommamente avido di
gloria. Con gli altri suoi titoli unì egli tosto ancor quello di
duca di Milano, con tutto che sui principii occultasse la voglia di
ricuperar quel ducato, affine di assodar prima gli interessi suoi co'
potentati vicini. Confermò la lega col _re d'Inghilterra_, e poscia
colla _repubblica veneta_; ma nulla di pace potè ottenere nè da
_Massimiliano Cesare_, nè da _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona, nè
dagli _Svizzeri_, e meno da _papa Leone_, il quale andava barcheggiando
in questi tempi, sempre nondimeno con animo contrario a' Franzesi,
qualora volessero tentar di nuovo la conquista dello Stato di Milano.
In effetto essi re de' Romani e di Aragona, il duca di Milano, gli
Svizzeri e Fiorentini contrassero lega fra loro in questi tempi colla
mira di opporsi ai Franzesi, lasciato luogo d'entrarvi al papa, il
quale volea giocare a carte sicure. Avea nondimeno esso pontefice nel
dì 9 di dicembre del precedente anno fatta una particular lega coi
medesimi Svizzeri[389], confidando più in essi che in altra potenza per
la difesa del ducato di Milano. Inoltre fu da lui procurato nell'anno
antecedente un accasamento nobilissimo a _Giuliano_ suo fratello,
con avergli ottenuta per moglie[390] _Filiberta_ figlia di _Filippo
duca di Savoia_, e prossima parente, dice lo scrittor della Lega di
Cambrai, ma dovea dire sorella di _Luisa_ madre del sopraddetto re di
Francia _Francesco I_. Tale era ne' tempi presenti la potenza de' sommi
pontefici, che niuno de' gran principi si sdegnava di far parentado con
loro. Nel mese di febbraio si effettuò questo matrimonio, e sì suntuoso
e magnifico fu il ricevimento di questa principessa in Roma, che il
papa vi spese più di cento cinquanta mila ducati d'oro, come si ricava
dalle lettere del Bembo. Altre grandi feste s'erano fatte in Torino,
dove lo sposo si fermò per un mese; e similmente in Firenze, dove
ognuno o per amore o per timore gareggiava ad onorare ed esaltare la
casa de Medici.
Ardeva intanto di voglia il re Francesco di calare in Italia, e
cominciò a non essere più un segreto questo suo disegno: tanto grande
era la massa di gente armata ch'egli facea. L'autore della Lega di
Cambrai scrive, aver egli accresciuto il numero delle lancie, ossia
degli uomini d'arme, sino a quattromila; il che, secondo esso storico,
facea quasi venti mila combattenti a cavallo. Merita esame questa
asserzione, perchè non era molto in uso che un uomo d'arme conducesse
seco cinque cavalli e quattro armati di suo seguito. Scrive l'Anonimo
Padovano ch'esso re inviò il _signor di Lautrec_ con cinquecento
lancie e cinque mila fanti a' confini della Guascogna, per opporsi ai
tentativi del re Cattolico; e il _Tremoglia_ in Borgogna con un altro
corpo di gente, e _Gian-Jacopo Trivulzio_ con quattrocento lancie in
Provenza, per vegliare ai movimenti degli Svizzeri, a' quali premeva
troppo la conservazion dello Stato di Milano, dacchè aveano imparato
a succiar tutto il sangue de' popoli di quella contrada. Oltre ad
otto mila fanti e tre mila guastatori suoi sudditi, avea parimente
il re Francesco presi al suo soldo diciotto oppur ventidue mila fanti
tedeschi sotto varii capitani; e _Pietro Navarro_ celebre capitano, che
s'era ritirato dal servigio del re Cattolico, avea arrolati altri dieci
mila fanti, che l'autor della Lega fa tutti Biscaini, ma, l'Anonimo
Padovano scrive, essere stati sei mila Guasconi e quattro mila
Italiani. Per la impresa d'Italia scelse due mila e cinquecento uomini
d'arme e tre mila cavalli leggeri da unirsi alla copiosissima fanteria.
Il primo buon colpo che fece sulle prime il re Francesco, fu di tirar
dalla sua _ Ottaviano Fregoso_ doge di Genova, il quale, avendo fin
qui finto un grande attacamento ai collegati, e trovando vacillante
il suo Stato per la nemicizia degli Adorni e dei Fieschi, s'accordò
segretamente con esso re Cristianissimo. Ma troppo frettolosamente fu
fatto da lui questo passo; imperocchè trapelato il suo maneggio, e già
scesi in Lombardia sei mila Svizzeri che si unirono alle milizie del
duca di Milano, _Prospero Colonna_ generale del duca marciò alla volta
di Genova, avendo seco gli Adorni e i Fieschi. Avea bene il Fregoso
ammassati cinque mila fanti per sua difesa; ma, diffidando di potersi
sostenere con sì lievi forze, ricorse al papa suo gran protettore,
il quale, prestando fede alle di lui proteste, non tardò a spedire un
suo oratore al Colonna con ordine d'intimargli di non proceder oltre
contra del Fregoso, minacciando, in caso di contravvenzione (oh questa
è bella!), le pene spirituali e temporali. Fu cagione una tal sinfonia
che il Colonna, per non irritare il papa, venisse ad una convenzione
col Fregoso, per cui questi si obbligò di non favorire i Franzesi;
e sborsata gran quantità di danaro, che sempre era l'unico mezzo per
quetare gli Svizzeri, fu lasciato in pace. Ciò fatto, volò il Colonna
in Piemonte, per contrastare il passo ai Franzesi, quali già erano
con grandi forze giunti in Delfinato e in Provenza, ed aveano anche
preparata in Marsilia un'armata navale.
In questi tempi non istava in ozio la _repubblica veneta_, incoraggita
dall'imminente venuta de' Franzesi suoi collegati. Rinforzata il più
che potè la sua armata, giacchè era non lieve gara e mal animo fra
l'_Alviano_ e _Renzo da Ceri_, perchè l'ultimo facea continue querele,
quasi che l'altro l'avesse tradito con abbandonarlo, allorchè avvenne
l'assedio di Bergamo, prese la risoluzion di separarli. Dichiarato
dunque Renzo generale della fanteria, l'inviò segretamente con molte
schiere alla volta di Crema, dove in tre giorni felicemente arrivò.
Intanto il _vicerè Cardona_, formato un esercito di mille lancie,
di ottocento cavalli leggieri e di otto mila ottimi fanti, con un
buon treno d'artiglieria s'incamminò a Vicenza, dove soggiornava
l'Alviano, il quale, non volendo aspettare questa visita, si ritirò
tosto alle Brentelle: laonde entrarono gli Spagnuoli in quella misera
città, correndo il mese di giugno, e vi commisero dei gran rubamenti.
Quanto frumento quivi si trovò, fu inviato a Verona; quanto ancora
poterono estrarne dal Polesine di Rovigo, lo condussero a quella città.
Terribile era l'apparato delle armi in questi tempi. Trovavasi alle
porte d'Italia una potente armata di Franzesi, più potente di gran
lunga per la presenza di un re guerriero ed armato. All'incontro, sino
al numero di trenta mila era cresciuto l'esercito degli Svizzeri,
che con _Prospero Colonna_ e colle truppe duchesche unito andò a
postarsi a Susa, a Pinerolo e ad altri siti. per dove poteano tentar
di sboccare i Franzesi. Fu d'uopo al _duca Massimiliano_ di mandare
un corpo di milizie a Cremona, per tenere in freno _Renzo da Ceri_, il
quale da Crema facea frequenti scorrerie sino alle porte d'essa città.
In questo mentre giunse a Piacenza _Lorenzo de Medici_, nipote del
papa, e generale de' Fiorentini, con cinquecento lancie, altrettanti
cavalli leggieri e sei mila fanti spediti da Firenze. Pervenuto
parimente a Bologna _Giuliano de Medici_ fratello del pontefice con tre
mila cavalli ed altrettanti fanti, gente papalina, inviò tosto alla
guardia di Verona ducento uomini d'arme. Anche il _vicerè Cardona_
coll'esercito suo andò ad unirsi co' Fiorentini a Piacenza. Era sul
principio d'agosto, e allora fu che si pubblicò in Roma, Napoli ed
altre città la lega conchiusa fra il _papa_ (stato fin qui fluttuante
ed ascoso), _Massimiliano re dei Romani_, _Ferdinando re_ d'Aragona,
_Firenze_, _Milano_ e _Svizzeri_. Nulla di questo potè ritenere i passi
dell'ardente re Cristianissimo, e molto meno un'ambasciata del _re
inglese_, che cercò di dissuaderlo da questa impresa. Spedì egli per
mare il signor della Clieta, ossia Aymar di Prie, con ducento cavalli
e cinque mila fanti, che, giunto a Savona, subito ebbe ubbidienza da
quella città. A questa nuova, l'astuto _Ottaviano Fregoso_ spedì tosto
chiedendo soccorso al duca di Milano e alla lega. E perchè questo non
venne, fingendo di non potersi difendere, ammise nel porto e nella
città i Franzesi, inalberando le loro insegne, con prendere da lì a
poco guarnigione del re di Francia. Rinforzato poi questo picciolo
esercito dalle genti del Fregoso, passò ad Alessandria e a Tortona, e
senza difficoltà se ne impadronì, tuttochè il vicerè avesse mandato un
buon numero di fanti e cavalli al Castellazzo. Anche Asti venne dipoi
alle loro mani.
Erasi già partito da Este _Bartolomeo d'Alviano_ coll'esercito veneto,
ed entrato nel serraglio di Mantova. Appena gli arrivò la nuova dello
sbarco fatto dai Franzesi a Genova, che passò sul Cremonese, dove diede
il sacco a più terre, e massimamente alla ricca terra di Castello
Lione. Quindi, accostatosi a Cremona, senza spargimento di sangue
l'occupò, e ne prese il possesso a nome del re di di Francia. Secondo
l'Anonimo Padovano, corse allora voce che il duca di Misano, chiuso
nel castello di quella città, lenza lasciarsi vedere, costernato da sì
brutti principii, e dal timore di peggio, uscisse di sè. Ma in simili
contrattempi facile è che nascano nel volgo siffatte immaginazioni.
Immense difficoltà provava intanto l'armata franzese a trovar la
via per penetrare in Italia, essendo presi i più importanti passi
dalla Svizzera che vantava di voler fare prodezze incredibili per
frastornare i disegni dei Franzesi. Un gran pezzo è che quelle barriere
d'alti monti e di scoscesi valloni si credono posti dalla natura per
impedir con facilità l'ingresso in Italia, purchè vi stia un'armata
alla guardia. Pure tante volte s'è veduto, ed anche ai dì nostri, che
non basta un sì orrido baluardo a trattener gli oltramontani, purchè
superiori di forze, che non vengano a visitarci. Ciò anche allora
avvenne. Il maresciallo Trivulzio, pratico di quelle aspre montagne,
tanto andò girando, che, adocchiato il sito dove è il castello,
dell'Argentiera, e dove nasce la Stura che va a Cuneo, siccome ancora
il Colle dell'Agnello: quivi fissò che potesse trovarsi il varco nel
Piemonte. Il Giovio egregiamente descrive le immense fatiche durate da'
Franzesi per passare, ed anche con artiglierie, per quella parte, per
cui giunsero alle pianure di Saluzzo; mentre gli Svizzeri, accampati
tanto lungi verso Susa, li stavano aspettando per farne un sognato
macello. Era andato _Prospero Colonna_ generale del duca di Milano
con molte squadre a Villafranca, sette miglia lungi da Saluzzo, e con
varii uffiziali se ne stava nel dì 15 d'agosto saporitamente desinando,
quando all'improvviso ecco con una marcia sforzata giugnere colà il
_Palissa_ coll'_Aubigny_ e circa mille cavalli, che fece prigione
lui, _Cesare Feramosca, Pietro Margano_ ed altri capitani illustri, e
svaligiò la gente loro. Non piccolo sfregio recò alla riputazion del
Colonna l'essersi lasciato cogliere in quella positura, per non aver
tenute spie e guardie avanzate, con altre precauzioni usate da' saggi
condottieri d'armate. Fama fu che il bottino fatto da essi Franzesi
ascendesse a cento cinquanta mila scudi. Calò intanto per varie strade
l'esercito franzese, e andò a riunirsi a Torino, dove il _re Francesco_
fu magnificamente accolto da _Carlo III duca_ di Savoia.
Già gli Svizzeri aveano veduto andar a monte tutte le loro speranze e
braverie; e, riflettendo poscia allo scacco patito dalla cavalleria di
Prospero Colonna, in cui confidavano, per essere eglino senza cavalli;
e sentendo che l'Alviano, passato l'Adda, s'era impossessato di Lodi;
e che veniva il corpo de' Franzesi e Genovesi da un'altra parte:
dopo aver dato il sacco a Chivasso (e fu detto anche a Vercelli), si
ritirarono verso il Milanese. Tuttavia si fermava a Piacenza l'esercito
spagnuolo col pontificio e fiorentino; ma con poca armonia, perchè
_papa Leone_, che navigava sempre con due bussole, avea spedito un
suo familiare al re Cristianissimo, per iscusare il movimento delle
sue armi, e le lettere sue intercette dal vicerè Cardona aveano fatto
nascere molta diffidenza fra loro. Nulla di meno mostrava esso Cardona
di voler pure uscir in campagna, per unirsi cogli Svizzeri; se non
che l'Alviano dalla parte di Lodi coi Veneziani, e il signor della
Clieta colle brigate sue e dei Genovesi da un'altra parte pareano
disposti ad impedir la meditata unione. Impazientati gli Svizzeri per
questa dilazione, spedirono il cardinale di Sion, che non dimenticò
doglianze e minaccie per muovere quelle armi. Di belle parole e
promesse non gli fu avaro il vicerè; e poi, fattigli contare settanta
mila ducati d'oro, e datigli cinquecento cavalli sotto il comando
di _Lodovico Orsino_ conte di Pitigliano, il rimandò contento al
campo svizzero. Erasi interposto _Carlo duca di Savoia_, per trattare
accordo fra essi Svizzeri e il Cristianissimo, e buona piega avea già
preso l'affare; ma, giunto il cardinale col danaro suddetto, ruppero
gli Svizzeri il trattato, risoluti di volere rimettere al filo delle
spade il destino dello Stato di Milano. Raggruppò di nuovo il duca di
Savoia il negoziato, e già era concluso l'accordo, quando giunsero
all'armata svizzera altre venti bandiere di lor nazione, che lo
sturbarono affatto. Però il _re Francesco_, che tutto regolava secondo
i consigli del _Trivulzio_, venne da Vercelli a Novara, e, d'essa
impadronito, dopo aver lasciata gente all'assedio del castello, passò
il Tesino, e s'impossessò anche di Pavia. In questo mentre il vicerè
Cardona e Lorenzo de Medici mostrarono gran voglia di passare il Po,
per congiugnersi agli Svizzeri. Ma, appena fatto un passo innanzi,
ne fecero quattro addietro; e meno poi vi pensarono, dacchè il re di
Francia venne a Marignano, cioè fra loro e gli Svizzeri, che s'erano
ridotti a Milano. Di là passò il re a San Donato verso Milano, e
quivi fermò il suo campo. Bolliva la discordia fra essi Svizzeri,
inclinando gli uni alla concordia ed altri alla guerra; e parea che la
vincesse il partito de' primi, quando il suddetto cardinale di Sion
(cioè _Matteo Schiner_) da Como corse a Milano, e raunatili, incitò,
come infuriato ognuno ad un fatto d'arme: azione che non so se alcuno
crederà convenevole ad un vescovo e cardinale. Gli storici nostri, cioè
il Guicciardino e il Giovio, gareggiando in eloquenza con gli antichi,
gli mettono in bocca un'ornata orazione, cioè parole, ragioni e figure,
che quel porporato mai non s'avvisò di aver detto. La verità nondimeno
si è, avere l'impetuoso suo ragionamento fatta tal commozione in quella
feroce gente, che cominciarono tutti a gridare: _Alle armi_; e in
quello stesso giorno (era il dì 13 di settembre) formati tre squadroni,
si avviarono impetuosamente alla volta di Marignano, ossia di San
Donato, e con tanta allegrezza e grida, come se avessero già in pugno
la vittoria. Fu creduto che fossero trentacinque mila combattenti.
Alle ore venti arrivati colà con alquanti piccioli cannoni da campagna,
attaccarono il fatto d'armi co' Franzesi, i quali, preventivamente
avvisati di questa visita, erano anch'essi in ordine di battaglia.
Altri dicono che furono colti quasi alla sprovvista. Atroce fu il
combattimento, molta la strage di qua e di là, più nondimeno de'
Franzesi, che aveano anche perduti alcuni pezzi d'artiglieria, ma
poi li ricuperarono. Ma perchè fu cominciata la mischia assai tardi,
sopraggiunse la notte, che costrinse colla oscurità cadauna delle parti
a desistere dal menar le mani, stando poi tutti fermi ne' loro posti,
e in vicinanza tale, che per tutta la notte si andarono regalando di
obbrobriose parole; specialmente i Tedeschi con gli Svizzeri per odio
particolar delle nazioni: scena curiosa, e di cui si penerà a trovar
somigliante esempio. Non prese sonno il re co' suoi generali in tutta
quella notte, ma sempre a cavallo attese a far ripari, a mettere in
buon sito i cannoni, e a ordinar le schiere. Data fu la vanguardia
al _signor della Palissa_ con settecento lancie e dieci mila fanti
tedeschi. Il corpo di battaglia colle reali bandiere era guidato dal re
con ottocento uomini d'arme, dieci mila fanti tedeschi, e cinque altri
mila guasconi, e molta artiglieria, comandata dal _duca di Borbone.
Gian-Jacopo Trivulzio_ ebbe in cura la retroguardia con cinquecento
lancie, e cinque mila fanti italiani. I cavalli leggieri guidati dai
_signor della Clieta_ e dal _Bastardo di Savoia_ aveano ordine di
accorrere dove bisognasse soccorso. All'apparir del dì 14 di settembre,
trombe, tamburi e artiglierie diedero il segno della orribil battaglia,
col diventar quella campagna la casa del diavolo. Combatteano come
feroci leoni gli Svizzeri; ma perchè la vanguardia franzese cominciò a
rinculare, il re si spinse avanti con tutti i suoi, e fece maraviglie
di sua persona. Allora fu più che mai sanguinoso il combattimento;
nè già stava in ozio la retroguardia assalita dal capitano Aisper.
Quand'ecco arrivare l'Alviano con cinquantasei gentiluomini e ducento
dei suoi più bravi cavalieri, ed entrar nel conflitto con gran furore.
Lieve certo era questo soccorso, perchè l'Alviano avea lasciato il
resto dell'armata opporsi al vicerè, caso che egli si movesse per
unirsi con gli Svizzeri. Ma perciocchè con alte grida questi pochi
intonarono: _Marco, Marco_, quanto ciò accrebbe animo ai Franzesi,
altrettanto ne scemò agli Svizzeri, credendo ognuno che tutta l'armata
veneta fosse venuta a quella terribil danza. Il perchè gli Svizzeri,
cinque mila de' quali non aveano voluto combattere, per essere di
coloro che s'erano dianzi accordati col re, veggendo di non poter
rompere l'armata franzese, e tanti dalla lor parte morti e feriti,
cominciarono a dar indietro, come disordinati, e a sonare a raccolta.
Poi stretti insieme s'inviarono alla volta di Milano, e il cardinale
lor gran condottiero, avendo perduta la voce, fu più veloce degli
altri a fuggire. Il re, per consiglio de' suoi generali, non volle che
fossero inseguiti, per timore che sopraggiugnessero gli Spagnuoli, e
trovassero in tanto scompiglio e stanchezza i suoi. Non si speri mai
un esatto numero dei morti nelle battaglie, perchè ognuno a misura
delle sue passioni l'ingrandisce o sminuisce. Fu, secondo l'Anonimo
Padovano, creduto che vi restassero dieci mila Svizzeri e cinque mila
dell'armata franzese con assai riguardevoli uffiziali. Poi a Milano
gli Svizzeri, per avere un pretesto di tornare con onore a casa, fecero
istanza di una gran somma di danaro al duca di Milano, e, non potendola
ottenere, s'avviarono verso Como. Fu spedito dietro ad essi Mercurio
Bua con mille stradiotti ed altrettanti cavalli franzesi, che ne fece
moltissimi freddi. Il resto, passati i monti, si ridusse alle lor case
con volto ben diverso da quello con cui s'erano partiti.
Nel dì 14 del suddetto settembre Milano mandò al re ambasciatori
colle chiavi di quella città, e fu convenuto che quel popolo pagasse
trecento mila scudi in tre paghe. Non volle il _re Francesco_ entrare
in Milano, ma passò a Pavia, perchè il castello, in cui s'era chiuso
con buon presidio e gran copia di munizioni da guerra e provvisione di
viveri, _Massimiliano Sforza duca_, ricusò di rendersi. Tutte le altre
città vennero alla divozione del re, a riserva del suddetto fortissimo
castello, e di quel di Cremona. _Pietro Navarro_ fu destinato con
cinque mila fanti all'assedio del primo; e il _Bastardo di Savoia_ con
altrettanta gente all'espugnazione dell'altro. All'avviso di questi
avvenimenti, _papa Leone_, che già avea decretato di voler essere amico
solamente de' fortunati, non perdè tempo a far muovere trattato di
concordia col re Cristianissimo per mezzo di _Carlo duca_ di Savoia.
Probabilmente avea egli ancora prevenuto esso duca di quel che fosse
da fare, caso che andassero in decadenza gli affari della lega. Trovò
il duca tutta la buona disposizione nel re per la riverenza ch'egli
professava alla santa Sede; e fu non solo conchiuso accordo, ma anche
lega fra loro, in cui il papa non dimenticò i vantaggi della protezione
de' Fiorentini. Una delle condizioni fu che esso papa restituisse al re
Parma e Piacenza, e che il re in ricompensa desse uno Stato in Francia
a _Giuliano_ fratello del pontefice, e pensione al medesimo, e un'altra
pensione a _Lorenzo_ di lui nipote. Ora il _vicerè Cardona_, che,
insospettito da gran tempo del papa, si era ritirato colle sue genti
nel Modenese, dacchè ebbe inteso ratificata da lui nel dì 15 d'ottobre
la lega col re, se ne tornò pacificamente a Napoli; e passando per
Roma, di grandi doglianze fece col papa, il quale in suo cuor se ne
rise. Passarono appena ventidue giorni, dappoichè fu dato principio
all'assedio del castello di Milano, che Massimiliano Sforza diede
orecchio alle proposizioni di un accomodamento col re, fattegli dal
_duca di Borbone_ governatore di Milano. Fu convenuto ch'egli cedesse
al re non solamente quell'importante castello e quel di Cremona, ma
eziandio tutte le sue ragioni sul ducato, e andasse a vivere in Francia
con pensione annua di trenta mila ducati d'oro. Tralascio altri punti
di quella capitolazione. Nel dì 5 d'ottobre uscì del suddetto castello
di Milano il codardo duca, dimentico affatto del valor dell'avolo suo,
e s'inviò alla volta della Francia, con restare in Italia un perpetuo
disonore al suo nome, e non minore a _Girolamo Morone_ suo onnipotente
consigliere, che seppe indurlo a sì vergognoso sacrifizio.
Nel dì 13 del medesimo mese anche il castello di Cremona venne in
poter de' Franzesi. Ci restavano i Veneziani che doveano partecipare
di così prospera fortuna della lor lega. Mentre il re, intento ai
preparamenti, per fare una superba entrata, in Milano, differiva il
dar loro un rinforzo di gente, _Bartolomeo di Alviano_ lor generale
accampato a Ghedi sul Bresciano, facendo continue scorrerie, ebbe la
sorte di ricuperar Bergamo, il cui popolo, tolti dentro ducento cavalli
veneti, inalberò le bandiere di San Marco. Ma mentre egli facea tutte
le disposizioni per passare all'assedio di Brescia, città guernita
di tre mila fanti spagnuoli, mille tedeschi e cinquecento cavalli,
caduto infermo, passò egli prima, cioè nel dì 7 di ottobre, all'altra
vita con sommo dispiacere del senato veneto rimasto privo in tanto
bisogno di un sì valoroso, ma non sempre saggio, capitano. Aveano
anche in diversa forma i Veneziani perduto un altro egregio condottier
d'armi, cioè _Renzo da Ceri_, il quale, non si potendo accomodare allo
star dipendente dall'Alviano, avea più fiate loro chiesta, e non mai
impetrata, licenza: laonde sul principio di settembre all'improvviso
con cento de' suoi si ritirò da Crema, e andò a prendere servigio
nell'esercito del papa, da cui avea ricevuto un mondo di promesse.
Intanto _Gabriello Emo_ e _Domenico Contarino_, legati dell'armata
veneta, si impadronirono a forza d'armi dell'insigne fortezza di
Peschiera, posta allo sboccare del Mincio dal lago di Garda. Anche la
terra d'Asola del Bresciano, posseduta allora da _Francesco marchese
di Mantova_, venne alle lor mani per sollevazione fatta da quel popolo
contro i soldati di presidio. Finalmente il _Bastardo di Savoia_
e _Teodoro Trivulzio_ furono spediti in aiuto de' Veneziani con
cinquecento lancie e sei mila fanti tedeschi. Uniti questi all'esercito
veneto, impresero l'assedio di Brescia, e, piantati ventidue pezzi di
artiglieria, ne cominciarono a battere furiosamente le mura. Ma che?
una mattina fecero i capitani spagnuoli sì vigorosa sortita, che, oltre
all'uccisione di cinque cento uomini di quei che erano alla custodia
delle batterie, condussero in città undici cannoni. Ne menavano anche
il resto, se non accorreva gran gente contra di loro. Due nondimeno
ne gittarono nella fossa, ed altri lasciarono inchiodati. Per questa
sventura si ritirò il campo veneto a Santa Eufemia, dove più giorni
stette, finchè cessassero le pioggie, e si provvedesse al bisogno. Il
re di Francia, che onoratamente procedeva ne' suoi impegni, non ebbe
difficoltà di accordare a' Veneziani per condottiero di quella impresa
il famoso _Gian-Jacopo Trivulzio_, ordinandogli che avesse a cuore
il loro servigio, come se si trattasse di affare della sua corona.
Lo scrittor moderno della Lega di Cambrai scrive dato quest'ordine
a _Teodoro Trivulzio_; ma è certo che fu al maresciallo. Seco ancora
andò _Pietro Navarro_ con quattro mila fanti guasconi, e con ordine
di cassare i fanti tedeschi, perchè s'erano protestati di non voler
combattere contro quei della lor nazione, fu dato principio di nuovo
all'assedio di Brescia. Fecero bensì le bombarde uno squarcio nelle
mura; ma il terrapieno era tale, che non fu fatta breccia capace di
assalto. Prese il Navarro l'assunto di lavorar colle mine, ma trovò
de' contramminatori. Ciò non ostante, si volle venire ad un tentativo.
Costò molto sangue agli aggressori: e perchè si trovarono fosse ed
altri ripari nel di dentro, bisognò anche per questa seconda volta
ritirarsi. Queste traversie, e il verno che sopravveniva, costrinsero
il campo gallo-veneto a convertire l'assedio in blocco. Male ancora
procederono gli affari verso Verona. Dentro v'era _Marcantonio
Colonna_, che, uscito di là, diede una rotta a _Gianpaolo Manfrone_
capitano de' Veneziani. Prese anche Lignago, con farvi prigioni
alquanti nobili veneti.
Così camminavano le cose della guerra in Lombardia, quando _papa
Leone_, che avea parecchi interessi spettanti alla santa Sede e alla
sua propria casa da smaltire col re; e, quel che è più, non amava che
esso re venisse armato a Roma a fargli un atto d'ossequio, per timore
ch'egli turbasse la quiete dei Fiorentini, o volesse poi entrare
nel regno di Napoli; maneggiò un parlamento da farsi fra amendue in
Bologna. Adunque concertate le cose, comparve il pontefice in quella
città nel dì otto di dicembre, e nell'undecimo giorno seguente vi
arrivò anche il _re Francesco_, accompagnato da quattro mila cavalli,
al quale fu compartito ogni possibil onore. Nei privati ragionamenti
fra loro furono dibattute molte controversie, abolita la prammatica
sanzione, e stabilita una bella lega d'offesa e difesa. Non dimenticò
il re in questa occasione _Alfonso d'Este_ duca di Ferrara, principe
che era già stato ad inchinare la maestà sua, e seco s'era trattenuto
più d'un mese. Cioè fece di forti istanze al papa per la restituzione
di Modena e Reggio, città ingiustamente a lui tolte ed occupate
finora, benchè tante promesse avesse fatto il papa di renderle, e acciò
spezialmente fosse tenuto per Reggio in vigore de' patti, dei quali
parlammo all'anno precedente. Finalmente si convenne che il pontefice
le renderebbe fra due mesi, purchè il duca gli rifacesse i quaranta
mila ducati da lui sborsati a Massimiliano Cesare per Modena. Non mancò
Alfonso di offerire nel debito tempo il pagamento al papa, passato
dipoi a Firenze; e, siccome ho diffusamente narrato altrove[391], ne
seguì anche autentico strumento. Ma papa Leone non volea que' danari;
volea burlare il re e il duca, e così fu. Non solamente non restituì
quelle città, ma cominciò anche a pensare, come potesse torgli Ferrara
per la strabocchevol brama di ingrandire colle spoglie altrui _Lorenzo_
suo nipote. Tornossene il re di Francia a Milano, e figurandosi
oramai sicure le sue conquiste per la lega fedelmente mantenuta da'
Veneziani, e per l'altra che avea ultimamente stabilita col pontefice,
lasciato governatore di Milano _Carlo duca di Borbone_, sul fine di
gennaio dell'anno prossimo se ne ritornò in Francia. Il papa anch'egli,
lasciata Bologna, andò a passare il verno in Firenze sua patria,
dove con segni inestimabili d'onore e di divozione fu accolto da que'
cittadini.