NOTE:

[386] Paris de Grassis. Guicciardino. Buonaccorsi. Anonimo Padovano.

Nardi, ed altri.

Anno di CRISTO MDXIII. Indizione I.

LEONE X papa 1.

MASSIMILIANO I re de' Romani 21.

Fra tante sue sventure non avea per anche _Luigi XII_ re di Francia

dato congedo in suo cuore al desiderio e alla speranza di ricuperar lo

Stato di Milano, perchè tuttavia si conservavano alla divozione di lui

i castelli di Milano e di Cremona, e la Lanterna ossia il Finale di

Genova. Vari negoziati perciò fece durante questo verno coi potentati

nemici, o per pacificarli, o per rompere la loro unione. Nulla potè

ottenere dall'Inghilterra, meno dal papa e da Massimiliano. Per quanti

progetti facesse agli Svizzeri, costoro insuperbiti, mirando d'alto in

basso gli stessi monarchi, non volendo abbandonare la vigna che loro

molto bene fruttava, e credendo oramai di poter dar legge ad ognuno,

saldi stettero in sostenere lo Sforza. Unicamente riuscì ad esso re di

stabilire la tregua di un anno col re Cattolico, ma solamente per li

confini dell'Alpi coll'Aragona. Per consiglio ancora di _Gian-Jacopo

Trivulzio_, si rivolse ai Veneziani, non essendogli ignoto quanto

amareggiato giustamente fosse quel senato pel tradimento usatogli

dalla lega e dal papa, e perchè Massimiliano nell'investitura data

allo Sforza avea compreso anche Brescia, Bergamo e Crema. Infatti

dopo molti dibattimenti nel dì 13 (altri dicono nel dì 24) di marzo

dell'anno presente fu conclusa una lega difensiva ed offensiva fra esso

re Lodovico e la repubblica veneta, con obbligarsi questa a mantenere

mille e ducento lancie, ed otto mila fanti in aiuto del re; e che

Bergamo, Brescia, Cremona e la Ghiaradadda dovessero tornare sotto la

signoria di Venezia. _Andrea Gritti_ prigione in Francia, riavuta la

libertà, fu destinato a sottoscrivere questo accordo, per cui s'avea

a vedere una scena nuova in Italia. Intanto le prosperità dell'anno

precedente accendevano l'animo di _papa Giulio_ a disegni maggiori,

coll'essersi messo in capo di regolare a talento suo l'Italia tutta,

per non dire tutti i principi della cristianità. Già avea stesa una

bolla terribile contra del _re di Francia_, privandolo del titolo di

re, e concedendo quel regno a chiunque lo occupasse, con attizzar

più che mai il _re d'Inghilterra Arrigo_ contra dell'altro. Avea

segretamente comperata da _Massimiliano Cesare_ per trenta mila ducati

d'oro la città di Siena, affin di darla al nipote _duca d'Urbino_.

Sdegnato col _cardinal de Medici_, pensava ad alterar di nuovo lo

Stato di Firenze; minacciava i Lucchesi, e volea mettere in Genova

per doge _Ottaviano Fregoso_, con cacciarne _Giano_. E perciocchè egli

frequentemente avea in bocca di voler liberare l'Italia dai Barbari,

anzi gradiva il titolo di liberatore, come se già avesse terminata sì

grande opera, per attestato del Giovio nella Vita di Alfonso duca di

Ferrara, il _cardinal Grimani_ gli disse un dì che restava pur tuttavia

sotto il giogo il regno di Napoli. Allora Giulio, crollando il bastone

su cui s'appoggiava, e fremendo, con ira disse che in breve, se il

cielo altro non disponeva, i Napoletani avrebbono un altro padrone.

Ma il principale sfogo dello sdegno pontificio avea da essere nella

primavera contra del _duca di Ferrara_, il quale, abbandonato da tutti,

pensò in questo frattempo di prepararsi a morire glorioso, col fare

ogni possibil difesa. Stabilì una tregua coi Veneziani, fortificò

Ferrara, prese al suo soldo _Federigo Gonzaga_ signor di Bozzolo con

due mila fanti italiani, il capitan Calappini con altri due mila

fanti tedeschi, i quali, quantunque il papa facesse comandar loro

dall'imperadore, come a vassalli suoi, di ritornarsene, pur vollero

osservar la fede data al duca.

Era immerso in questi gran pensieri di mondo papa _Giulio II_, pensieri

confacevoli tutti al feroce suo animo e genio guerriero, quando venne

Dio a chiamarlo ai conti in tempo ch'egli forse non si aspettava.

Dopo alcuni giorni di malattia, nei quali conservò sempre il giudizio

consueto, e quella severità, a cui niuno del sacro collegio osò in

addietro di contraddire, dopo aver divotamente ricevuti i sacramenti

della Chiesa, nella notte del dì 20 di febbraio, venendo il giorno

21, spirò l'anima sua. Ho io chi scrive ch'egli sull'ultimo cadde in

delirio, e andava gridando: _Fuori d'Italia Franzesi: Fuori Alfonso

d'Este_. Ma ha maggior fondamento chi scrisse, esser egli stato

esente dalla frenesia. Scrivono gli storici veneti che alla di lui

morte cooperò la rabbia, per avere inteso il trattato di lega che si

manipolava fra il re di Francia e la loro repubblica, e per conoscere

d'essere in odio a tutti i cardinali per li suoi marziali disegni.

Ma queste verisimilmente non furono che immaginazioni. Quel che è

certo, questo pontefice comparve agli occhi del mondo principe d'animo

invitto, impetuoso, e pieno non men di smisurati disegni che di spirito

di vendetta, e benemerito assai della Chiesa romana pel temporale.

Qual poscia egli comparisse agli occhi di Dio, coll'aver suscitate

tante guerre per la cristianità, invece di promuovere qual padre

comune la pace, avendola tante volte avuta in sua mano, e coll'avere

impiegate le sostanze della Chiesa, ed abusato anche della religione

in tanti secolareschi impegni: a noi non tocca di deciderlo. Tuttavia

l'autor franzese della Lega di Cambrai non lascia di riflettere che

tanti disordini, cagionati da questo pur troppo bellicoso pontefice,

troppo influirono a scemar la venerazione dovuta al sommo grado dei

successori di san Pietro, e a far nascere il deplorabile scisma de'

popoli settentrionali, siccome fra pochi anni avvenne. Che s'egli

acquistò fama di grand'uomo, ciò fu, secondo il Guicciardino, _presso

coloro, i quali, essendo perduti i veri vocaboli delle cose, e confusa

la distinzion del pesarle rettamente, giudicano che sia più uffizio

de' pontefici l'aggiugnere coll'armi e col sangue de' cristiani imperio

alla sedia apostolica, che l'affaticarsi coll'esempio buono della vita,

e col correggere e medicare i costumi trascorsi per la salute di quelle

anime, per le quali si magnificano che Cristo gli abbia costituiti in

terra suoi vicarii_. Per altro fu uno de' suoi pregi l'essersi astenuto

dagli eccessi nell'amor del suo sangue, da cui non si guardarono altri

papi di questi tempi, avendo egli solamente ottenuto dai cardinali sul

fin della vita che Pesaro fosse dato in vicariato al _duca d'Urbino_

suo nipote. Alle forti istanze ancora di _madonna Felice_ sua figlia,

moglie di _Giovan-Giordano_ Orsino, la quale desiderava il cappello

cardinalizio per Guido da Montefalco suo fratello uterino, rispose

apertamente che non era persona degna di quel grado. A questo pontefice

ancora si dee il principio della nuova basilica vaticana, una delle

maraviglie del mondo, con altre belle fabbriche entro e fuori di Roma.

Secondo il Ciaconio, fu egli il primo dei papi che cominciò a portar

barba lunga, per opinione che da questo selvatico e vano ornamento

avesse a venir più riverenza a chi per tanti massicci titoli ne è sì

degno. Ma che anche gli ecclesiastici e i papi portassero barba negli

antichi tempi, è fuor di dubbio. La morte di questo pontefice non

alterò punto la quiete di Roma. Solamente in Lombardia accadde qualche

mutazione, perchè il _Cardona_ vicerè di Napoli, tuttavia esistente in

Milano, corse a Piacenza e Parma, costringendo que' popoli a rimettersi

sotto il dominio del duca di Milano, come spettanti a quel ducato; e

il _duca di Ferrara_ ricuperò Cento, Lugo, Bagnacavallo e le altre sue

terre di Romagna; ma non già la città di Reggio, perchè, ito colle sue

genti colà, niun movimento si fece da que' cittadini in suo favore.

Apertosi poi in Roma il conclave, in poco tempo, per opera specialmente

de' cardinali giovani, fu eletto papa _Giovanni cardinale_, figliuolo

del fu rinomato Lorenzo della celebre casa _de Medici_, non senza

maraviglia del popolo, che vide posto nella cattedra di san Pietro

chi non avea se non trentasette anni: del che per tanti anni addietro

non vi era esempio. Prese egli il nome di _Leone X_. Universalmente

venne applaudita sì inaspettata elezione, perchè questo personaggio

non avea macchie ne' precedenti suoi costumi; era di genio dolce,

liberale e magnifico, letterato ed amante della letteratura. Infatti,

non uscito per anche dal conclave, prese per segretarii delle sue

lettere _Pietro Bembo_ e _Jacopo Sadoleto_, scrittori di raro merito,

e col tempo cardinali insigni. Perciò si figurò la gente in lui

il rovescio del poc'anzi defunto papa Giulio II, cioè un pontefice

che metterebbe le sue delizie nel godimento della pace, e farebbe

godere ad ognuno un soave governo. Se in tutto l'indovinassero ce ne

accorgeremo. Diede egli principio al suo reggimento colla mansuetudine

e con rara magnificenza nel dì della sua coronazione, che fu il giorno

11 d'aprile, perchè fu essa eseguita con incredibil pompa, talmente

che non v'era memoria di solennità simile a questa. Acconsentì che

v'intervenisse _Alfonso duca_ di Ferrara, il quale in abito ducale

portò il gonfalon della Chiesa. Vi furono eziandio i _duchi d'Urbino_

e _di Camerino_, ed un concorso innumerabile di nobiltà. Cento mila

ducati d'oro (se n'erano trovati trecento mila in castello Sant'Angelo)

costò quella funzione, che non riportò applauso dai saggi, i quali

avrebbono desiderato che un romano pontefice, invece di profondere

i tesori in pompe secolaresche, si fosse applicato alla correzion

de' costumi della sacra sua corte: difetto che pur troppo produsse

dei lagrimevoli sconcerti sotto questo medesimo papa. Nulla si fece

di questo; anzi Roma divenne l'emporio dell'allegria, del lusso,

de' solazzi e banchetti, più di quel che fosse mai stata; laonde

sempre più crebbe la dissolutezza e licenza con grave danno della

disciplina ecclesiastica. Si mostrò sui principii papa Leone neutrale

ed irresoluto nei torbidi d'Italia, giacchè si udivano i preparamenti

de' Franzesi per tornare in Italia, ed altrettanto farsi da' Veneziani

collegati con essi, per ricuperare le città perdute: al qual fine

crearono lor capitan generale _Bartolomeo d'Alviano_, capitano di

singolare valore e sperienza, già per onorifica adozione decorato

del cognome della casa Orsina. Era questi stato condotto prigione

in Francia; e rilasciato ora in virtù della lega, seppe così ben

giustificare o col vero o col falso la condotta sua nella battaglia

di Ghiaradadda, rifondendone tutta la colpa sul Pitigliano, che tornò

in grazia del senato veneto. Si prevalse il papa di questi romori

per far paura a _Massimiliano duca_ di Milano, tanto che ottenne di

ricavar dalle sue mani Parma e Piacenza. Il che fatto, non piacendo

ad esso pontefice la venuta de' Franzesi, cominciò segretamente (per

non disgustare il re di Francia) a muovere con danari gli Svizzeri al

soccorso del duca di Milano.

Già erano insorte varie commozioni per le città di quel ducato, perchè

i popoli, dianzi cotanto infastiditi del dominio e pesante governo de'

Franzesi, sperando miglior trattamento sotto lo Sforza, s'erano poi

trovati non poco ingannati, stante l'eccesso delle taglie imposte per

pagare e regalare gl'insaziabili Svizzeri, e per raunare un esercito

in difesa dello Stato. Perciò prevaleva il desiderio di tornar sotto

i non più odiati Franzesi, divenendo il minor male in confronto

del maggiore una spezie di bene nelle bilance del mondo. Tanto più

ancora se ne invogliarono i popoli, perchè sembrava loro lo Sforza

principe di poca mente, e anche di minore spirito. Avvenne eziandio

che _Sagramoro Visconte_, deputato all'assedio del castello di Milano,

tuttavia occupato da essi Franzesi e languente, v'introdusse una notte

gran quantità di farina, vino e grascia: dopo il qual tradimento se

ne fuggì all'armata nemica, oppure in Francia, dove ricevette non

poche finezze dal re Lodovico. Calarono finalmente i Franzesi da Susa

in Lombardia con forte esercito, sotto il comando del _signor della

Tremoglia_ assistito dal prode maresciallo _Gian-Jacopo Trivulzio_,

e s'impadronirono senza opposizione di Asti e d'Alessandria. Le

speranze di Massimiliano Sforza erano riposte negli Svizzeri, giacchè

il _Cardona_ vicerè di Napoli co' suoi Spagnuoli se ne stava sul

Piacentino con ordini segreti del _re Cattolico_ di non mettere

a rischio la sua picciola armata, e di ritirarsi, occorrendo, ad

assicurare il regno di Napoli. Grandi rumori e quasi guerra fu fra

gli stessi Svizzeri, perchè parte di essi era stata guadagnata dalla

pecunia franzese. Pure prevalendo il partito di chi ardentemente

bramava la difesa dello Sforza nel ducato di Milano, cinque mila d'essi

vennero ad unirsi con lui, e maggior numero anche se ne aspettava. Con

questo rinforzo uscì il duca in campagna, e andò a postarsi su quel

di Tortona, per opporsi a' Franzesi. Ma intanto il popolo di Milano,

veggendo sguernita la città di milizie, e minacciante il castello,

acclamò il nome de' Franzesi. Fu subito ristorato di nuove genti e

di vettovaglie quell'importante castello. Dalla altra parte non perde

tempo l'Alviano, generale de' Veneziani, e, prevalendosi del terrore

già sparso per li popoli, uscì in campagna con mille e ducento lancie

due mila e cinquecento cavalli leggeri ed otto mila fanti, gente tutta

ben agguerrita e coraggiosa. Impadronitosi di Valeggio e di Peschiera,

ancorchè intendesse fatti gagliardi movimenti in Brescia, e fosse

chiamato colà; pure s'indrizzò a Cremona, dove bravamente entrò, con

isvaligiar _Cesare Feramosca_, che con trecento cavalli e cinquecento

fanti del duca di Milano era ivi in guardia. Mentre rinforzava di

vettovaglie il castello, che tuttavia restava in potere de' Franzesi,

ma vicino a rendersi, spedì _Renzo da Ceri_ con parte di sue genti a

Bergamo, dove era invitato da quel popolo. Furono ivi inalberate le

bandiere di San Marco. Altrettanto fece, al comparire di Renzo, la

città di Brescia, con ritirarsi gli Spagnuoli nel castello. L'esempio

di Cremona servì a far rivoltare anche Lodi e Soncino.

Quasi nel medesimo tempo spedite dal re di Francia nove galee sottili

con altri legni alla volta di Genova, si trovarono secondate da

molta gente delle riviere, e molto più da _Antoniotto_ e _Girolamo_

fratelli Adorni, i quali mossero tumulto in quella città con tal

vigore, che _Giano Fregoso_ durò fatica a salvar la vita colla fuga.

Tornò Genova in tal guisa, ma senza il castelletto, alla divozion

de' Franzesi, e fu ivi costituito governatore pel re Cristianissimo

il suddetto Antoniotto. Non potea con più prospero vento camminar

la fortuna de' Franzesi, perchè nulla più restava che facesse lor

contrasto, se non Novara e Como, tuttavia ubbidienti a _Massimiliano

Sforza_. S'era appunto ridotto questo principe a Novara, dove già erano

giunti cinque o sei mila Svizzeri, quando il Tremoglia e il Trivulzio

giunsero sotto quella città, e si diedero tosto a bersagliarla con

sedici pezzi d'artiglieria. l'Anonimo Padovano fa ascendere l'armata

de' Franzesi a mille quattrocento lancie, a mille cavalli leggeri e

a quattordici mila fanti. Gli scrittori franzesi, all'incontro, le

danno solamente cinquecento uomini d'armi, o, vogliam dire, lancie,

sei mila lanzicheneschi tedeschi e quattro mila fanti franzesi,

non avendo voluto il Tremoglia aspettare altri rinforzi che erano

in viaggio. Parea che gli Svizzeri sprezzassero l'arrivo del campo

franzese, talmente che vollero che stesse aperta la porta di Novara:

nel qual tempo tremava di paura Massimiliano Sforza, veggendosi

ristretto in quella stessa città, dove suo padre era stato venduto da

altri Svizzeri al medesimo Trivulzio, che era ivi all'assedio, temendo

un simile brutto giuoco da quella nazion venale. E certo fu creduto

che non mancassero secreti maneggi per questo; anzi il Tremoglia

superbamente avea scritto al re che gli darebbe prigione ancor questo

duca. Ma sentendo il Tremoglia che veniva il capitano ossia general

_Mottino_ con altri sette mila Svizzeri verso Novara, si ritirò due

miglia lungi da quella città a un luogo appellato la Riotta, e quivi

malamente si accampò. Il Belcaire, copiato poi dallo scrittor franzese

della Lega di Cambrai, forse persuaso che i suoi nazionali fossero

invincibili, ed incapaci di commettere mai spropositi, rovescia il

difetto di questo accampamento sul _Trivulzio_, quasi che non avesse

avuti la Francia tanti attestati della fedeltà e del sapere di questo

insigne capitano italiano, e quasi che mancassero ingegneri ed uomini

intendenti tra i Franzesi stessi che potessero scorgere il difetto di

quell'accampamento, e non potesse farsi ubbidire il Tremoglia. Arrivò

poi in Novara il Mottino colle sue genti; e, fatto consiglio, fu

risoluto di andare ad assalire il campo franzese, senza aspettare il

capitano _Altosasso_, che dovea venire con altre schiere di Svizzeri

ad unirsi con loro. Pertanto sul far del giorno sesto di giugno,

usciti in numero di dieci mila, furono addosso ai Franzesi, che non si

aspettavano siffatta visita, e si attaccò la terribil giornata. Fecero

sulle prime le artiglierie franzesi de' notabili squarci nelle file

nemiche; ma essendo riuscito agli Svizzeri di occupar que' medesimi

bronzi, e di rivolgerli contra gli stessi Franzesi dopo un feroce

combattimento di più ore, e dopo una grande vicendevole strage, toccò

ai Franzesi di voltar le spalle. Secondo il solito de' fatti d'armi,

che diversamente sono raccontati a misura delle diverse passioni,

ancor questo si truova descritto con gran varietà. Scrive l'Anonimo

Padovano che, a comun giudizio, vi perirono circa dieci mila persone

fra tutte e due le parti, ma molto più de' Franzesi, e quasi tutti

fanti. Lo storico Gradenigo mette morti cinque mila Svizzeri ed otto

mila Franzesi, la cavalleria de' quali, o perchè non potè, o perchè

non volle combattere, quasi tutta si salvò. Lasciarono i Franzesi in

preda ai vincitori tutte le artiglierie e munizioni. Il peggio fu che

senza poter essere ritenuti, non solamente si ritirarono in Piemonte,

ma passarono anche di là da' monti: scena accaduta anche a' dì

nostri. Qui avrei voluto l'eloquenza del Belcaire e dell'autore della

Lega di Cambrai a scusare e giustificare sì grande scappata dei lor

nazionali, quando aveano Alessandria, Asti, ed altre città da potervisi

ricoverare. Ma i mentovati due scrittori han dimenticato di stendere

questa apologia.

S'era dianzi inoltrato sino a Lodi lo _Alviano_ coll'armata veneta,

bramoso di unirsi co' Franzesi; ma perchè il _Cardona_ cogli Spagnuoli

si mosse a quella volta affin di vietargli il passo, quivi si

fermò. Udita poi la rotta de' Franzesi, disfatto il ponte sull'Adda,

abbandonata anche Cremona, si ritirò a Ghedi. Videsi poscia una strana

peripezia, perchè, per così dire, in un momento si rivoltò tutto

lo Stato di Milano contra de' Franzesi. In Milano quanti di loro si

trovarono che non ebbero tempo di salvarsi nel castello, tutti furono

messi a fil di spada. A trecento Guasconi, che erano in Pavia, toccò

la medesima mala sorte. Tutte le altre città si rivoltarono, mandando

a chiedere perdono a _Massimiliano duca_, con essere poi condannata

ognuna a pagare quantità grande di danaro, cioè Milano ducento mila

ducati d'oro, e le altre a proporzione: danaro che colò tutto per

premio della vittoria in mano agli Svizzeri, i quali, inseguendo da

lungi i fuggitivi Franzesi, maggiormente s'ingrassarono alle spese de'

Monferrini e Piemontesi. Intanto il vicerè di Napoli, che era fin qui

stato alla veletta, osservando qual esito avesse da avere la fortuna

dei Franzesi, si avviò a Cremona, e fu ammesso in quella città. Diede

ancora ad _Ottaviano Fregoso_ tre mila fanti e quattrocento cavalli,

sotto il comando del _marchese di Pescara_, per poter entrare in

Genova, con patto che, entratovi, gli pagasse ottanta mila ducati

d'oro. Se ne impadronì egli con esserne fuggito _Antoniotto Adorno_,

ed ivi fu creato doge, con aver poi quella repubblica sborsato sì

grave regalo all'ingordo Cardona. Fu anche abbandonata Brescia da

_Renzo di Ceri_, non avendo egli assai forze da difenderla; ma, nel

volere ridursi a Crema, s'incontrò in parte dell'armata spagnuola che

marciava alla volta di Brescia, e fu forzato in Soresina a lasciare

in lor mano le artiglierie, per potersi speditamente salvare in essa

Crema. Entrarono dunque di nuovo gli Spagnuoli in possesso della

città di Brescia, di cui già tenevano il castello. Da lì a qualche

tempo anche Bergamo tornò alla lor divozione, con pagare venti mila

ducati di taglia. Era ridotto alla Tomba _Bartolomeo d'Alviano_

colle milizie venete, dove concorsero molti Veronesi, malcontenti

del dominio tedesco, e l'animarono all'acquisto della lor patria,

perchè non vi erano di presidio se non due mila fanti e cinquecento

cavalli. Dopo aver egli inteso che _Gian-Paolo Baglione_, spedito

a Lignago, se n'era impadronito, passò sotto Verona. Con incredibil

prestezza piantò le batterie, e fece alquanto di breccia; venne anche

all'assalto. Tal difesa nondimeno fecero, e tali precauzioni presero

i pochi Tedeschi lasciati ivi di guarnigione, che l'Alviano, giacchè

non si sentiva commozione alcuna di dentro, si ritirò nel Padovano,

aspettando ciò che meditassero gli Spagnuoli, i quali, impadronitisi

per forza di Peschiera, e giunti all'Adige, aveano ivi gittato un

ponte. In questi tempi ancora pervenne a Verona il _vescovo Gurgense_,

primo mobile della corte di Massimiliano Cesare, con quattro mila fanti

e secento cavalli borgognoni, tutta bella gente. Al quale avviso i

Veneziani rinforzarono di molte soldatesche Trivigi sotto il comando

del Baglione. L'Alviano restò in Padova, dove fece delle mirabili

fortificazioni, coll'atterramento di molte case, con una vastissima

spianata intorno alla città, e con ogni maggior provvisione per

sostenere un assedio.

Attesero in questo mentre gli Spagnuoli a ricuperar Lignago; indi

passarono a Montagnana, e quivi tennero molti consigli. Era di parere

il Cardona vicerè che s'imprendesse l'assedio di Trivigi, come più

facile a riuscire; ma gli convenne cedere all'ostinata volontà del

vescovo Gurgense, che pontò in preferir quello di Padova. Arrivarono

in questi giorni al loro campo ducento uomini di armi, che, alle

forti istanze di Cesare, mandò _papa Leone_. Mal volontieri, dice il

Guicciardino. Fu questo nondimeno un segno che il pontefice, ancorchè

andasse tergiversando, inclinava alla aderenza dell'_imperatore_ e del

_re di Spagna_. l'Anonimo Padovano scrive che furono ducento lancie

e due mila fanti spediti dal papa; e a lui, più che al Guicciardino,

sembra in molte circostanze dovuta fede, perchè scrive d'essersi

trovato presente in queste guerre d'Italia. Era composto l'esercito

spagnuolo di mille lancie, cinquecento cavalli leggieri e sette

mila fanti, co' quali si congiunsero quattro mila fanti tedeschi e

cinquecento cavalli borgognoni condotti dal suddetto vescovo Gurgense:

esercito poco sufficiente ad espugnar Padova, città di gran circuito,

ben munita e difesa dall'Alviano, uomo senza paura. Riuscì infatti

ridicolo il tentativo fatto contra di quella città, e dopo diciotto

giorni fu obbligato il Cardona a ritirarsi a Vicenza, città in questi

tempi come deserta, perchè continuamente esposta agl'insulti e al

possesso di chiunque giugnea colà più forte. Nè già era più felice lo

stato de' Bergamaschi. Dacchè gli Spagnuoli si furono impadroniti di

quella città, i loro commissarii aveano riscossi quindici mila ducati

d'oro da quegli afflitti cittadini. _Renzo da Ceri_, che, stando in

Crema per li Veneziani, tenea spie in Bergamo, segretamente di notte

con trecento cavalli e mille fanti marciò a quella volta; ed, entrato

nel far del giorno in essa città, non solamente risparmiò a quei

commissarii la fatica di portar via quel danaro, ma anche, uccisi e

presi molti di quei Spagnuoli, s'impossessò della città; e, lasciato

ivi il capitan Cagnolino Bergamasco, se ne tornò subito a Crema. Pochi

giorni passarono che giunse in Brescia il _conte Antonio da Lodrone_

con due mila Tedeschi; e già si disponeva per passare a Bergamo. Cagion

fu questo avviso che il Cagnolino si ritirasse in fretta colle sue

genti a Crema, e Bergamo tornasse in potere degli Spagnuoli. Risoluto

poscia il conte di Lodrone d'acquistar Pontevico, posto di grande

importanza sull'Oglio, colle artiglierie, e con un buon corpo di

combattenti ito colà, dopo una gran rottura di muro, diede l'assalto

alla terra. Fu questa mirabilmente difesa dal capitan Fattinnanzi,

che v'era di guarnigione con quattrocento fanti, di modo che dopo gran

sangue il conte fu astretto a convertire l'assedio in blocco. Passato

un mese, per mancanza di vettovaglie, quel capitano rendè la terra,

salvo l'avere e le persone. Avea Renzo da Ceri preso gusto alla preda.

Dacchè seppe che gli Spagnuoli aveano riscosso dai miseri Bergamaschi

altra gran somma di danaro per compensare i danni dianzi patiti, ma

senza colpa dei cittadini, se ne tornò col solito suo corteggio a

quella città; e, presi quanti Spagnuoli ivi trovò, dopo avervi lasciato

di presidio ottocento fanti e ducento cavalli sotto il governo di

Bartolomeo da Mosto, si ridusse di nuovo a Crema. Ciò inteso, il vicerè

_Cardona_ con lettere raccomandò la ricuperazion di Bergamo al duca

di Milano, il quale si trovava allora cogli Svizzeri in Piemonte,

saccheggiando tutto il paese, sotto pretesto d'impedire ai Franzesi il

ritorno in Italia. Spedì il duca a quell'impresa con assai schiere ed

artiglierie _Silvio Savello_ e _Cesare Feramosca_, che cominciarono

a battere la città. Ma ecco sul far del giorno giugnere quattrocento

cavalli ed altrettanti fanti, inviati da Crema da Renzo da Ceri, che

animosamente assalirono il campo milanese, nel qual tempo uscirono alla

medesima danza gli altri ch'erano nella città. Fu sanguinosa la pugna;

ma infine rimasero sconfitti i Veneziani colla perdita di quasi tutti i

fanti. S'arrendè l'infelice città di Bergamo, e all'innocente popolo fu

imposta dal Savello una taglia di dieci mila ducati d'oro.

Dappoichè fu sciolto l'assedio di Padova, fece _papa Leone_ quante

pratiche potè per istaccare i Veneziani dalla lega coi Franzesi; ma

senza frutto: tanto era irritato quel senato contro la mala fede degli

Spagnuoli. Però, essendosi il vicerè _Cardona_ ridotto con tutti i

capitani in Verona, tenuto fu ivi consiglio, e risoluto d'infestare

i Veneziani, per trarli colla forza ad acconciarsi con loro. Nel dì

17 di settembre s'avviò l'esercito collegato verso il Padovano, con

bando che fosse lecito ad ognuno il mettere a ferro e fuoco tutto il

paese da Monselice sino alle Acque salse. Fu eseguito il barbarico

editto, e in tempo che i poveri popoli, non aspettando la seconda

visita di questi cani, erano ritornati colle famiglie e bestiami alle

lor case. Non contenti costoro, cristiani di nome, e Turchi ne' fatti,

di far grandissimo bottino, imprigionavano, uccideano e bruciavano

case e ville, dovunque arrivava il loro furore. Meno degli altri non

operavano i soldati del papa. Fra le altre terre l'amena e fertile di

Pieve di Sacco, dove si contavano tante belle case di nobili veneti,

tutta fu consegnata alle fiamme. Lungo le Brente nuova e vecchia fecero

lo stesso scempio, scorrendo sino a Lizzafusina, Mergara, Mestre ed

altri luoghi marittimi, dai quali spararono anche di molte cannonate

verso Venezia, con arrivar le palle fin quasi a quella nobilissima

città: il che riempiè di terrore il popolo. L'_Alviano_, che in

Padova rodeva il freno al mirar tante iniquità dei nemici, seppe con

tal efficacia persuadere al senato veneto che si potea reprimere la

baldanza di quegli assassini, e di tagliar loro il ritorno a casa,

che data gli fu licenza di uscire in campagna coll'armata sua, benchè

inferiore all'altra di forze. I movimenti di questo generale, e i

passi stretti occupati da lui con far rompere le strade, cagion furono

che i collegati risolvessero di retrocedere per non restar privi dei

viveri. Ma alla Brenta e al Bachiglione ebbero a fronte l'Alviano, il

quale in tal maniera li strinse, che non sapeano trovar alcun varco per

ridursi in salvo. In tale stato di cose, se l'Alviano fosse stato un

saggio e prudente capitano, avrebbe di troppo angustiato il nemico, e,

senza azzardar battaglia, gli avrebbe dissipati o vinti colla fame. Ma

egli non parlava d'altro che di venire alle mani; e quantunque _Andrea

Gritti_ e _Andrea Loredano_ legati della repubblica colla maggior parte

de' capitani si opponessero, mostrando che non era da combattere con

gente disperata; pure si ostinò nella sua risoluzione, e furibondo

non rispose se non con villanie a chi gli contraddiceva. Non restava

ai collegati altro scampo che la via di Valsugana per ritirarsi a

Trento, ma questa si trovava piena di mille difficoltà. Sicchè il

miglior partito era quello d'aprirsi il passo colla spada alla mano,

se non che temeano che i Veneziani abborrissero questo giuoco. Ma il

saggio _Prospero Colonna_, ben conoscente del genio fervido e superbo

dell'_Alviano_, promise di tirare il campo veneto ad un fatto d'armi.

La mattina dunque del dì 7 d'ottobre, _Ferdinando d'Avalos_ marchese

di Pescara, giovane valorosissimo, s'avviò contro de' Veneziani

verso l'Olmo, ed unitosi col Colonnese nelle coerenze di Creazzo,

circa tre miglia lungi da Vicenza, diede principio alla terribile

zuffa. Si combattè con incredibile ardore da ambe le parti, ma infine

restò sconfitto l'Alviano. Le particolarità di questo conflitto

sono descritte in differente guisa dal Guicciardino, dal Giovio, dal

Gradenigo e da altri. Fra morti e presi de' Veneti si contarono circa

quattrocento uomini di arme e quattro mila fanti. L'Anonimo Padovano

vi aggiugne più di ottocento cavalli leggeri, e fa maggiore la strage

de' fanti. Restarono prigioni _Gian-Paolo Baglione_ governatore della

veneta armata, _Giulio Manfrone_, _Andrea Loredano_ legato del campo,

che fu poi barbaramente ucciso per gara nata fra i pretendenti di

averlo prigione. Tutta l'artiglieria coi carriaggi venne in potere dei

vincitori, i quali la stessa sera cenarono in Vicenza. Al vedere che

il senato veneto non prese risoluzione alcuna contro dell'Alviano,

può far credere fondato il sentimento di alcuni che scrivono esser

egli stato spinto dal Loredano suddetto ad uscire alla battaglia. Il

Loredano morto non potè più dir le sue ragioni. Perchè si avvicinava il

verno, niun'altra impresa tentarono i collegati, se non che il Cardona

seguitò da Vicenza ad infestar il Padovano, con lasciar tempo alla

repubblica veneta, intrepida sempre in mezzo alle sue sventure, di far

nuove provvisioni di guerra. Andato poscia a Roma il _vescovo Gurgense

Matteo Langio_, creato già cardinale, si ripigliarono i trattati di

pace, e ne fu fatto compromesso in _papa Leone X_; ma ancor questa

volta andò in fascio l'affare per le differenti pretensioni di tante

teste. Prima che terminasse l'anno presente, con tuttochè, a cagion

d'esso trattato, fosse seguita sospension d'armi, fu preso dai Tedeschi

Marano, castello quasi inespugnabile nel Friuli. Per ricuperarlo fu

spedito colà dai Veneziani un picciolo esercito, ma che restò rotto

con istrage di molti, e colla perdita delle artiglierie. In Lombardia

_Prospero Colonna_, divenuto generale dell'esercito del duca di Milano,

andò a mettere l'assedio a Crema al dispetto del verno ben rigoroso.

Dentro v'era _Renzo da Ceri_, che fece delle maraviglie di valore, con

rompere più volte i nemici, e far prigioni e prede; e condusse così ben

l'impresa, che fu necessitato il Colonna a lasciar in pace quella terra

nell'anno seguente. Durante esso verno occuparono i Tedeschi anche

Sacile e Feltre e misero di nuovo a ferro e fuoco la misera patria

del Friuli. Delle guerre fatte in questi tempi dal re d'Inghilterra e

dagli Svizzeri contra al re di Francia, per le quali il re Lodovico non

potè accudire all'Italia, e della guerra mossa dal re di Scozia contro

gl'Inglesi, siccome avventure non pertinenti all'assunto mio, niuna

menzione farò io, dovendo i lettori curiosi prenderne informazione da

altre storie.

Anno di CRISTO MDXIV. Indizione II.

LEONE X papa 2.

MASSIMILIANO I re de' Romani 22.

Ancorchè durasse la discordia fra tanti principi cristiani, e

continuasse anche la guerra in Italia, pure nell'anno presente non

si contarono avvenimenti sì strepitosi, come ne' precedenti. Ai tanti

infortunii patiti fin qui dalla veneta repubblica, se ne aggiunse uno

gravissimo nel dì 13 di gennaio. Circa un'ora di notte attaccatosi,

o per inavvertenza o per malizia degli uomini il fuoco in Rialto

a una bottega di telerie, questo, a cagione d'un gagliardo vento

che soffiava, sì fieramente si dilatò, che in poco tempo bruciò la

parte più ricca e frequentata di Venezia, perchè piena di drapperie,

argenterie e d'ogni altra sorta di merci preziose; calcolandosi che

circa due mila tra botteghe e case col fondaco de' Tedeschi restassero

preda del furioso incendio. Seguitava intanto la guerra nel Friuli,

dove _Cristoforo Frangipane_ e il _capitan Rizzano_ con mille cavalli

e cinque mila fanti tedeschi assediarono e bombardarono Osopo, castello

fortissimo. In tre assalti che gli diedero, vi perderono circa mille e

cinquecento persone. _Girolamo Savorgnano_, che difendea quella rocca,

s'era infine ridotto con soli ventiquattro uomini, essendo perito

il resto di sua gente; e però fece sapere a Venezia la necessità di

rendersi, qualora non gli venisse soccorso. Allora il senato ordinò

all'_Alviano_ di portarsi colà il più segretamente che potesse,

quantunque il vicerè Cardona fosse tuttavia ad Este e a Monselice,

e le di lui soldatesche facessero di tanto in tanto delle scorrerie

sino alle porte di Padova. Andò l'Alviano alla sordina (era il mese di

marzo) con un buon corpo di gente, e giunto a Sacile, spinse _Malatesta

Baglione_ contro il capitan Rizzano, che restò prigione. Sconfitti i

Tedeschi del suo seguito, si salvarono a Pordenone; ma poco stette a

comparir colà l'Alviano e a piantar le artiglierie. Terminò la faccenda

colla presa e col sacco dell'infelice castello, e colla strage di

tutti i difensori. Questo colpo fece ritirare in fretta il Frangipane

dall'assedio d'Osopo; laonde l'Alviano se ne tornò trionfante a Padova.

Perchè premeva non poco ai Veneziani di ricuperar Marano, castello

di molta importanza, fu spedito colà il Savorgnano con gente assai,

che cominciò a bersagliarlo colle batterie: nella quale occasione

a Giovanni Vetturi riuscì in un aguato di far prigione lo stesso

Frangipane, gran nemico della repubblica, e d'inviarlo nelle carceri

di Venezia. Ma, sciolto che fu questo assedio, anche il Vetturi, colto

in un'imboscata dai Tedeschi, restò prigione con cento de' suoi. Andò

poscia il vicerè con tutto il campo spagnuolo addosso a Cittadella, e,

formata la breccia, fece dare, nel dì 27 di giugno, un fiero assalto,

per cui restò preso e saccheggiato quel castello, e i soldati e

cittadini tutti fatti prigioni.

In questi tempi, venuta meno la vettovaglia al castello di Milano,

fu forzato a capitolare la resa, e il presidio franzese libero venne

condotto sino ai monti. Da lì a pochi giorni altrettanto fece il

castello di Cremona: il che quanta letizia recò al duca di Milano,

altrettanto scemò la riputazion de' Francesi in Italia. Restava in

lor potere la sola creduta inespugnabil fortezza della Lanterna,

presso a Genova; ma, per mancanza di viveri, fu anche essa astretta

nel dì 26 d'agosto a rendersi ai Genovesi, che per più mesi l'aveano

tenuta assediata; nè tardarono a spianarla sino a' fondamenti: con

che parve tolta affatto ogni apparenza che i Franzesi avessero più

a comparir in Italia: il che diede non poco affanno alla repubblica

veneta, restata sola contro a tanti nemici, ma che nondimeno giammai

non invilì, nè volle consentire a proposizione alcuna di pace, per cui

avesse da cedere alcuna delle città a lei tolte in terra ferma. Pure

con tutte queste peripezie il _re Luigi XII_ più che mai si sentiva

acceso della costante brama di ricuperare lo Stato di Milano. E però,

dappoichè con paci, tregue e parentadi ebbe acconci i suoi interessi

coi re d'Inghilterra e d'Aragona, che gli aveano date delle disgustose

lezioni in varii fatti di arme, si diede tutto a nuovi preparamenti di

gente d'arme, d'artiglierie e munizioni, risoluto di calar di nuovo in

Italia nello anno seguente. Fu in quest'anno fatta una specie di blocco

dall'armi del duca di Milano comandate da _Silvio Savello_ all'insigne

terra di Crema. Dentro v'era la peste, la guarnigione senza paghe e

gran carestia di viveri, per modo che _Renzo da Ceri_, ivi comandante,

omai diffidava di potersi sostenere. Pure, siccome persona di mirabil

senno ed attività, nel dì 25 d'agosto uscito all'improvviso addosso ai

nemici, li mise in rotta; e fama fu che il Savello vi perdesse trecento

fanti e quattrocento cinquanta cavalli uccisi, oltre ad altrettanti

rimasti prigioni. Fu poi rifornita Crema di vettovaglia da' Veneziani,

e il _conte Niccolò Scotto_ v'introdusse mille e cinquecento fanti.

Animato da questo rinforzo il valoroso Renzo da Ceri, uscì una notte di

Crema, e all'improvviso comparve a Bergamo, e v'entrò senza contrasto,

essendo fuggiti que' pochi Spagnuoli che v'erano di presidio, nella

Cappella, fortezza sopra il monte. Diedesi egli immantenente a far

bastioni ed altri ripari, con risoluzion di difendere di nuovo quella

città. Avvisati di ciò il _duca di Milano_ e il _vicerè Cardona_,

che stava nel Polesine di Rovigo, affinchè Renzo maggiormente ivi

non si afforzasse, si affrettarono per isloggiarlo di là. Andò lo

stesso vicerè con un corpo di gente e molta artiglieria colà, ed,

unitosi con _Prospero Colonna_ generale dell'armi duchesche, cominciò

aspramente a percuotere le mura di quella città. Ma quanto danno si

faceva il giorno, la notte veniva con tagliate e nuove fortificazioni

riparato dall'indefesso Renzo, il quale non lasciava di far anche delle

sortite con grave incomodo degli assedianti. Per segreti messi gli

faceva intanto sapere lo _Alviano_ che si difendesse, perchè farebbe

tal diversione, che il vicerè sarebbe astretto a ritirarsi. Tentò

infatti Verona, ma senza frutto. Quindi sollecitamente, passato verso

la nobil terra di Rovigo, spinse innanzi Baldassare di Scipione con

secento cavalli, che nel dì 19 di novembre trovati gli Spagnuoli senza

guardia, quasi tutti li fece prigioni od uccise; e furono cento uomini

d'arme, ducento cavalli leggeri e cinquecento fanti. Sopraggiunto poi

esso Alviano, la misera terra andò tutta a sacco. Questo colpo fece

scappare in fretta da Lendenara e dalla Badia quanti Spagnuoli si

trovavano in quelle terre. In questo mentre Renzo da Ceri, lusingato

sempre dalla speranza che l'Alviano il soccorresse, avea consumata

buona parte di sue genti nella difesa di Bergamo. Conosciuto poi

disperato il caso, capitolò la resa, se in termine d'otto giorni non

veniva soccorso, con patto che la città fosse salva dal sacco, e che

uscissero i suoi soldati con armi e bagaglio, ma senza poter entrare

in Crema per lo spazio di sei mesi. Spirati gli otto giorni senza

che comparisse soccorso alcuno, fu presa dal vicerè e dal Colonna la

tenuta della città, ma città bersagliata da infinite sciagure, perchè

condannata anche in questa occasione allo sborso di ottanta mila ducati

d'oro. Tornato poscia il vicerè a Verona, ed uscito in campagna contro

l'armata dell'Alviano, tal terrore ad essa recò, che come in rotta

si ritirarono i Veneziani a Padova, con perdita di molti cavalli. La

dirotta pioggia e le strade piene di fango impedirono agli Spagnuoli di

più ottenere nell'anno presente.

Quali fossero in tempi di tante discordie i maneggi e raggiri di

_papa Leone_, chiunque bramasse d'esserne pienamente informato, dee

ricorrere al Guicciardino, storico provveduto di un buon microscopio,

per discernere le simulazioni e dissimulazioni della politica mondana

de' principi, nella quale certamente eccellenti furono in questi

tempi esso _pontefice_ e _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona e

delle Due Sicilie. Ebbe esso pontefice, mentre continuava ancora

il concilio lateranense, la consolazion di vedere affatto estinto

lo scisma de' Franzesi, cominciato col conciliabolo pisano. Nel

dì 12 di marzo ricevette ancora con gran pompa gli ambasciatori di

_Emmanuello re_ di Portogallo[387]. Condussero essi, oltre ad altri

preziosi regali, in dono al papa un superbo elefante, che riempiè di

maraviglia il popolo romano, concorso a folla per mirare un animale

strano agli occhi loro, ma sì familiare agli antichi Romani. Giunta

questa bestia davanti alla finestra, dove era assiso il papa, tre

volte s'inginocchiò, ubbidendo a chi lo avea così ammaestrato. Poi da

un tino d'acqua preparata ne tirò colla sua tromba o proboscide una

buona quantità, con cui asperse chi si trovava anche nelle finestre

più alte, e molto più ne spruzzò sopra la circostante plebe. Perchè

ancora a quel re era noto come il pontefice, senza gran cura della

sua dignità, si dilettasse della caccia, gl'inviò in dono una pantera,

avvezzata a quell'esercizio; e fattane la pruova, quante bestie le si

affacciarono, tutte in breve tempo le strozzò. Attendeva intanto papa

Leone, come si ha dal suddetto Guicciardino e dall'autore della Lega di

Cambrai, a coprir le segrete sue intenzioni, con deludere or questo,

or quello de' principi, essendo la general mira di seminar fra loro

la mala intelligenza, e di persuadere a cadauno la sua predilezione,

per desiderio di rendersi arbitro degli affari. Ma l'aver egli inviato

a Venezia il celebre _Pietro Bembo_ per istaccare quella repubblica

dall'alleanza coi Franzesi, senza però poterla smuovere, fece infine

capire al _re Lodovico_ che capitale avesse egli a fare delle belle

proteste di questo pontefice. Peggio intervenne ad _Alfonso duca_

di Ferrara. Dopo aver questi assistito alla coronazion di questo

papa, se ne tornò a casa sua carico di carezze e di promesse quante

ne volle. Insisteva il duca perchè gli fosse restituita la città di

Reggio, indebitamente occupata a lui da _papa Giulio II_ contro la

fede obbligata nel salvocondotto. Era disposto Leone a restituirla; ma

questo benedetto giorno non arrivava giammai[388]. Dopo grandi maneggi

si lasciò indurre il duca nel dì 15 di giugno a spogliarsi del diritto

di far sale nella città di Comacchio, della quale la casa d'Este per

tanti anni era stata, ed è tuttavia, investita dai soli imperadori; ma

_senza pregiudizio della cesarea maestà, e non altrimenti, nè in altro

modo_, come canta quella convenzione. Oltre allo essere stati annullati

tutti i processi di papa Giulio, promise il papa di restituire ad esso

duca in termine di cinque mesi Reggio. Ma questi cinque mesi nel cuor

di papa Leone doveano essere cinquecento mesi, perciocchè non solamente

mai non volle rendere quella città al duca, ma due giorni appena

dopo la convenzione suddetta stipulò coi ministri di _Massimiliano

Cesare_ la compera (salvo il gius della ricupera) della imperial città

di Modena pel prezzo di quaranta mila ducati d'oro, contati a quel

monarca, sempre ansioso e sempre bisognoso di pecunia, e che nulla badò

a commettere una sì patente ingiustizia in pregiudizio di un vassallo

che nulla avea operato contra del sacro romano imperio. Fruttava questa

città di sole rendite annue altrettanta somma. Troppo stava sul cuore

al pontefice l'acquisto di Modena, per aver libero il passaggio e la

comunicazione colle città di Reggio, Parma e Piacenza, che erano già

in suo potere. Gli occulti fini nondimeno d'esso papa non terminavano

qui, come osserva il Guicciardino. Imperciocchè, se non il primo,

certo uno de' principali pensieri di Leone era quello d'ingrandire

la propria casa de Medici, e non già con allodiali o feudi minori,

ma con di que' principati e Stati, che partecipano della sovranità,

spogliandone i legittimi possessori. Questa malattia l'abbiam trovata

in altri precedenti papi, ma specialmente comparve dipoi in esso Leone

X e in Clemente VII, amendue della stessa casa, che, per ottenere

quest'intento, impiegarono senza misura i tesori della Chiesa, e fecero

o fomentarono più guerre fra i popoli battezzati. Tale certo non era

la intenzione di Dio, allorchè li pose sulla cattedra di san Pietro,

e li costituì pastori del gregge suo. Avea papa Leone _Giuliano_ suo

fratello, avea _Lorenzo_ figlio di _Pietro Medici_ che era suo nipote,

e continuamente pensava ad innalzarli. Poichè quanto a _Giulio_ suo

cugino, figlio di _Giuliano_ ucciso nella congiura de' Pazzi, che

fu poi _papa Clemente VII_, benchè dal Nardi, dal Guicciardino, dal

Varchi, dal Panvinio e da altri si sappia essere egli nato fuori di

matrimonio, Leone l'avea creato cardinale nell'anno precedente. Le idee

di esso papa Leone erano di formare per _Giuliano_ un principato di

Modena, Reggio, Parma e Piacenza, e, se gli veniva fatto, d'aggiugnervi

anche Ferrara. Fu eziandio creduto che trattasse col re di Francia

di acquistare il regno di Napoli o per la Chiesa, oppure pel suddetto

suo fratello, già creato prefetto di Roma, e generale e gonfaloniere

della santa romana Chiesa. Qual esito avessero i suoi grandiosi disegni

l'andremo a poco a poco vedendo.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 56 / 102 题