NOTE:

[383] Bembo. Guicciardino. Storia Ven. MS.

[384] Rymer, Act. Public.

[385] Du-Mont, Corp. Diplomat.

Anno di CRISTO MDXII. Indizione XV.

GIULIO II papa 10.

MASSIMILIANO I re de' Romani 20.

Si meravigliano talvolta alcuni al vedere al di nostri le armate

campeggiare in tempo di verno, e fare assedii e battaglie, quasi

prodezze ignote agli antichi. Ma noi abbiam veduto ciò che avvenne

nel precedente verno; ora vedremo ciò che nel presente. Dappoichè

si fu congiunto l'esercito spagnuolo sotto il comando del vicerè

_Raimondo di Cardona_ col pontificio, in cui era legato _Giovanni

cardinale dei Medici_, e sotto di lui _Marcantonio Colonna_, messo

in consulta l'andare addosso a Ferrara, oppure a Bologna, si trovò

troppo difficile il primo disegno per le strade rotte e pel rigore

della stagione, e però fu presa la risoluzione di mettere il campo a

Bologna, dove si potea meglio campeggiare; e che intanto si procurasse

l'acquisto della bastia, ossia fortezza che il duca di Ferrara

teneva alla Fossa Zaniola, siccome posto di grande importanza per

andar a Ferrara. Colà fu inviato verso il fine di dicembre dell'anno

precedente _Pietro Navarro_, mastro di campo, generale della fanteria

spagnuola, uomo di gran credito nelle armi. V'andò egli con due mila

fanti (il Bembo scrive nove mila) e con un buon treno di artiglieria.

l'Anonimo Padovano: mette per capitano di questa impresa il signor

_Franzotto Orsino_. Aggiugne ancora che in poche ore, tolte le difese

agli assediati, se ne impadronirono gli Spagnuoli a forza d'armi. Del

medesimo tenore parla anche lo scrittore della Lega di Cambrai. Ma il

Guicciardino e il Bembo dicono, che dopo tre dì di resistenza, Gasparo

Sardi ferrarese dopo cinque giorni, e fra Paolo carmelitano dopo dieci

dì, ebbero quella piazza. Non può certamente sussistere tanta brevità

di tempo, perchè convenne battere con artiglierie le mura, e secondo

il Bembo, vi fu formata e fatta giuocar una mina gravida di polve

da fuoco: cose che richieggono tempo. La verità si è, che dopo fatta

la breccia o colle palle da cannone o colla mina, fu dato l'assalto

che costò non poco sangue agli aggressori, ed obbligò il valoroso

Vestidello Pagano, comandante di quella fortezza, con que' pochi de'

suoi ch'erano restati in vita, a rendersi, salve le persone, nel dì

ultimo di dicembre del precedente anno. Scrivono alcuni, ch'egli fu

ucciso nell'ostinata difesa; ma Gasparo Sardi e l'Ariosto che meglio

sapeano i fatti di casa loro, ci assicurano, avere quei mancatori di

fede tolta a lui la vita dopo la resa, in vendetta di un loro bravo

uffiziale perito con tant'altra gente in quell'assedio. Ecco le parole

dell'Ariosto:

_Che poichè in lor man vinto si fu messo_

_Il miser Vestidel, lasso e ferito,_

_Senz'arme fu fra cento spade ucciso_

_Dal popol la più parte circonciso._

_Alfonso duca_ di Ferrara, a cui stava forte sul cuore la perdita

di quel rilevante posto, nel dì 15 di gennaio di quest'anno colà si

portò anch'egli colla gente e colle artiglierie occorrenti, e seppe

così destramente e valorosamente condurre l'impresa, che diroccato il

muro frescamente rifatto, in poche ore a forza d'armi ripigliò quella

fortezza, con esservi mandati a filo di spada tutti i difensori. Fu

colpito nell'assalto lo stesso duca nella fronte da una pietra mossa

dalle artiglierie con tal empito, che rimase tramortito più giorni.

La celata gli salvò la vita. Papa Giulio, uomo facilmente rotto ed

iracondo, scrisse per questo fatto lettere di fuoco a' suoi capitani.

Dopo vari consigli finalmente nel dì 20 di gennaio colla neve in

terra l'esercito pontificio e spagnuolo imprese l'assedio di Bologna,

postandosi verso quella città dalla parte della Romagna per la

comodità delle vettovaglie. Piantate le batterie, si diede principio

alla loro terribile sinfonia, si formarono gli approcci, e già erano

diroccate cento braccia delle mura, e vacillante la torre della

porta di santo Stefano. Dentro non mancavano ad una valorosa difesa i

_Bentivogli_ con chi era del loro partito, e _Odetto di Fois_, ed _Ivo

d'Allegre_ capitani franzesi che con due mila Tedeschi e dugento lance

rinforzavano quel presidio. Erasi per dare l'assalto alla breccia, ma

si volle aspettar l'esito di una mina, tirata sotto la cappella della

beata Vergine del Baracane nella strada Castiglione da Pietro Novarro.

Scoppiò questa, e mirabil cosa fu, che la cappella fu balzata in aria,

e tornò a ricadere nel medesimo sito di prima, con restar delusa

l'aspettazion degli Spagnuoli, quivi pronti per l'assalto. Intanto

Gastone di Fois, ridottosi al Finale di Modena, andava ammassando le

sue genti, e seco si unì il duca di Ferrara colle sue. Udito il bisogno

de' Bolognesi, spedì loro mille fanti, e poi centocinquanta lance che

felicemente entrarono nella città: cosa che fece credere ai nemici

ch'egli non pensasse a passare colà in persona; e tanto più perchè

l'armata veneta avea spedito di là dal Mincio un grosso distaccamento,

e si temeva di Brescia. Ma il prode Gastone mosso una notte l'esercito

dal Finale, ad onta della neve e dei ghiacci, con esso arrivò a

Bologna nel dì quinto di febbraio e v'entrò per la porta di san Felice,

senzachè se ne avvedessero i nemici: il che certo parrà inverisimile

a più d'uno, e pure lo veggiamo scritto come cosa fuor di dubbio.

Pensava egli di uscir tosto addosso agli assedianti; ma deferendo

ai consigli di chi conoscea la necessità di ristorar la gente troppo

stanca, intanto preso dagli Spagnuoli uno stradiotto rivelò ad essi lo

stato presente della città. Di più non vi volle, perchè l'armata dei

collegati levasse frettolosamente il campo, e si ritirasse alla volta

d'Imola. Solamente alcuni cavalli franzesi ne pizzicarono la coda con

prendere qualche bagaglio. Nella Storia del Guicciardino è messa la

ritirata loro nel dì 15 di febbraio, ma ciò avvenne nella notte del dì

sesto antecedente al giorno settimo. Per questo avvenimento si diffuse

l'allegrezza per tutta Bologna; quando eccoli arrivar corrieri con

delle disgustose nuove che turbarono tutta la festa.

Aveva il _conte Luigi Avogadro_ nobile bresciano con altri suoi

compatrioti bene affetti alla repubblica veneta, e stanchi del

governo franzese, invitati segretamente i Veneziani all'acquisto di

Brescia, promettendo d'introdurli dentro per la porta delle Pile,

giacchè poco presidio era rimasto in quella città. A questo trattato

avendo accudito il senato veneto, _Andrea Gritti_ legato della

loro armata, e personaggio di gran coraggio, con trecento uomini

d'armi, mille e trecento cavalli leggieri e mille fanti, partito da

Soave, andò a valicare il Mincio, ed unito coll'Avogadro si presentò

davanti a Brescia. Ma, essendosi scoperto il trattato, e presi alcuni

de' congiurati, niun movimento si fece nella città. Il Gritti non

iscoraggito per questo, giacchè giunsero a rinforzarlo alcune migliaia

di villani, volle tentar colla forza ciò che non s'era potuto ottener

colla frode. Fu dato nel dì 5 di febbraio da più parti l'assalto e

la scalata a Brescia; e perciocchè finalmente sollevossi il popolo

gridando ad alte voci _Marco, Marco,_ il signor di Luda comandante

franzese co' suoi e co' nobili del suo seguito si ritirò nel castello.

Dato fu il sacco alle case de' nobili fuggiti, e a quanto v'era de'

Franzesi; e stentò assaissimo il Gritti a trattenere gl'ingordi soldati

e villani dal far peggio. Stesasi questa nuova a Bergamo, anche quella

città, a riserva del castello, alzò le bandiere di San Marco: segno

che i Franzesi non sapeano acquistarsi l'amore de' popoli. Corse bene

il Trivulzio a Bergamo, ma ritrovò serrate ivi le porte per lui; però

si ridusse a Crema, e quella città preservò dalla ribellione. In

Venezia per tali acquisti si fecero per tre dì immense allegrezze.

Intanto a Gastone di Fois giunsero l'uno dietro l'altro corrieri

coll'avviso della perdita di Brescia e di Bergamo. Per sì dolorosa

nuova non punto sbigottito il generoso principe, dopo aver lasciato in

Bologna il signor della Foglietta con quattrocento lancie e secento

arcieri, e _Federigo da Bozzolo_ con quattro mila fanti, nel lunedì

8 di febbraio col resto della sua gente s'avviò a Cento. Fu nel dì

seguente al Bondeno e alla Stellata. Nel mercordì passò il Po, e si

fermò ad Ostia. L'altro dì passò il Tartaro a Nogara; dove saputo che

_Gian-Paolo Baglione_ governatore dell'armata veneta era pervenuto

all'isola della Scala con trecento lancie e mille fanti, scortando

dodici cannoni da batteria e gran copia di munizioni per l'espugnazione

del castello di Brescia, subito spinse circa mille e ducento cavalli

a quella volta. Il Baglione, avvertito da' contadini, spronò coi suoi

il più che potè. Giunsero i Franzesi alla torre del Magnano addosso al

_conte Guido Rangone_, che marciava con altre fanterie e con trecento

cavalli. Fatta egli testa, cominciò valorosamente a difendersi; ma

sopraffatto dalla gente che di mano in mano arrivava, e cadutogli sotto

il cavallo, rimase egli con altri non pochi prigione. Si contarono più

di trecento fanti sul campo estinti, oltre ai prigionieri. Il resto si

salvò col Baglione. Questa pugna seguì circa le quattro ore della notte

al chiaro della neve, e al lume delle stelle. Vennero poi i vincitori

ad alloggiare in varie ville, _dove si trovò aver eglino fatto quel

giorno, senza mai trarre la briglia ai cavalli, miglia cinquanta: cosa

che so non sarà creduta; ma io, che fui presente sul fatto, ne faccio

vera testimonianza_. Queste son parole dell'Anonimo Padovano, la cui

Storia manuscritta è in mio potere.

Somma in questo mentre fu la sollecitudine e lo sforzo di _Andrea

Gritti_, per veder pure se poteva espugnare il castello di Brescia;

unì schiere assaissime di villani armati; dappertutto accrebbe le

fortificazioni e le guardie, animando specialmente con bella orazione

il popolo alla difesa, e con ricavarne per risposta, che tutti erano

pronti a mettere la vita loro e de' proprii figliuoli, e quanto aveano,

piuttosto che tornare sotto il crudel dominio oltramontano. Nel martedì

della seguente settimana giunse Gastone in vicinanza di Brescia, e

la notte introdusse nel castello quattrocento lancie (con rimandare

indietro i lor cavalli) e tre mila fanti. Fece nel dì seguente intimare

al popolo, che se non si rendevano in quel dì, darebbe la città a

sacco; e che, rendendosi, otterrebbe il perdono dal re. Altra risposta

non riportò, se non che si voleano difendere sino alla morte. Attese

quella notte chi avea giudizio a mettere in monistero le lor mogli e

figliuole, e a seppellir ori, argenti e gioie, dove più pensavano che

fossero sicuri. La mattina seguente, all'apparir del giorno, che fu il

dì 19 di febbraio, cioè il giovedì grasso dell'anno presente, giorno

sempre memorando, scesero dal castello i Franzesi. Si leggeva nei lor

volti l'impazienza e il furore per la voglia e speranza del vagheggiato

bottino. Battaglia fiera seguì ai primi ripari de' Veneziani. Superati

questi colla morte di circa due mila Veneti, entrarono i Franzesi con

grande schiamazzo nella città, e ferocemente assalita la gente d'armi

che era alla difesa della piazza, dopo un sanguinoso combattimento,

la mise in rotta. Intanto il resto dell'armata franzese che era fuori

della città, aspettando che si aprisse qualche porta, vide spalancarsi

quella di San Nazaro, per cui fuggiva con ducento cavalli il conte

Luigi Avogadro, promotore di quella congiura. Restò egli prigione, ed

entrate quelle milizie, finirono d'uccidere, dissipare e far prigioni

i Veneti e Bresciani armati, con tante grida e rumore, che parea che

rovinasse il mondo. Mirabili cose vi foce Gastone di Fois, non solo

come capitano, ma come ottimo soldato. Si fece conto che vi morissero

più di sei mila fra cittadini e Veneziani, o fra gli altri _Federigo

Contarino_ capitano di tutti i cavalli leggeri della repubblica.

Rimasero prigioni _Andrea Gritti legato, Antonio Giustiniano_ podestà,

_Gian-Paolo Manfrone_, ed altri assaissimi uffiziali. Dei Franzesi vi

morirono più di mille persone. Terminata la battaglia, si scatenarono

gli arrabbiati vincitori per dare il sacco a quell'opulenta ed infelice

città. Durò questo quasi per due giorni, ne' quali non si può dire

quanta fosse la crudeltà di que' cani, giacchè in sì fatte occasioni

gli armati non san più d'essere, non dirò cristiani, ma neppur uomini,

e peggiori si scuoprono delle fiere stesse. Non contenti de' mobili

di qualche prezzo, fecero prigioni tutti i benestanti cittadini,

obbligandoli con tormenti inuditi a rivelar le robe e danari ascosi,

o a pagare delle esorbitanti taglie; e molti, per non poterle pagare,

furono trucidati. Entrarono anche in ogni monistero di religiosi, e

tutto il bene ivi ricoverato restò in loro preda. Sul principio ancora

del sacco non pochi scellerati soldati, senza far conto del divieto

fatto dal generale Gastone, forzarono le porte di alcuni conventi

di sacre vergini, commettendovi cose da non dire. Ma avendone esso

generale fatti impiccare non so quanti, provvide alla sicurezza di que'

sacri luoghi, dove s'erano rifugiate quasi tutte le donne bresciane.

La sera finalmente del venerdì uscì bando, sotto pena della vita, che

cessasse il saccheggio, e che nel dì seguente tutti i soldati uscissero

di città. Appena udirono sì grande scempio i Bergamaschi, che nella

seguente domenica tornarono all'ubbidienza de' Franzesi, e collo sborso

di venti mila scudi impetrarono il perdono. L'Avogadro ed altri autori

di tanto male alla loro patria, nel dì appresso furono decapitati e

squartati; e due figli del primo da lì ad un anno anch'essi ebbero

reciso il capo in Milano. Tal fine ebbe questa lagrimevol tragedia, che

fece incredibile strepito per tutta l'Europa.

Intanto _papa Giulio_ più che mai inviperito contra del re di Francia,

e risoluto, come egli sempre andava dicendo, di voler cacciare i

Barbari d'Italia, senza pensare se questo fosse un mestiere da sommo

pastor della Chiesa e vicario di Cristo, movea cielo e terra per

levare gli amici ad esso re Cristianissimo, e per tirargli addosso dei

nemici. Gli riuscì di condurre _Massimiliano Cesare_ ad una tregua

di dieci mesi co' _Veneziani_, mediante lo sborso di cinquanta mila

fiorini renani, e in fine di staccarlo affatto dai Franzesi. Seppe

far tanto, che _Arrigo re_ d'Inghilterra si diede a fare un potente

preparamento d'armi per muovere guerra alla Francia. _Ferdinando il

Cattolico_, oltre a quella che faceva in Italia, fu incitato ancora

a cominciarne un'altra ne' Pirenei. Nuovi e gagliardi maneggi fece

parimente il pontefice col denaro e con altri regali, per tirar

di nuovo gli Svizzeri contra dello Stato di Milano. Vedeva il _re

Lodovico_ tutti questi nuvoli in aria, ed intanto avea sulle spalle

gli eserciti pontificio, veneto e spagnuolo, che maggior apprensione

gli recavano per gli Stati d'Italia. Perciò inviò ordine a _Gastone

di Fois_ di tentar la fortuna con una battaglia. Gastone, sentendosi

invitato al suo giuoco, e sapendo da altra parte che Bologna si trovava

continuamente infestata e come bloccata dalle armi del papa e del

vicerè Cardona, passò a Ferrara per concertare col _duca Alfonso_

quanto era da fare. E dacchè ebbe ricevuto un rinforzo di trecento

lancie e di quattro mila fanti guasconi e piccardi, e cinque mila

fanti tedeschi, condotti da Jacob e Filippo capitani di gran nome in

Germania; fece la rassegna dell'armata sua, che si trovò ascendere a

lancie ossia uomini d'arme mille e ottocento, a quattro mila arcieri

e a sedici mila fanti. Nel dì 26 di marzo mosse dal Finale di Modena

l'armata sua verso la Romagna, e al luogo del Bentivoglio seco

si unì Alfonso duca di Ferrara colle sue truppe, e con gran copia

d'artiglierie e munizioni. A questo avviso, il _cardinal de' Medici_

legato e il _Cardona_ si ritirarono verso la montagna di Faenza col

loro esercito, consistente in mille e cinquecento lancie, in tre

mila cavalli leggieri e in diciotto mila fanti. Non aveano voglia di

venire alle mani, perchè speravano che, tirando in lungo la faccenda,

calerebbono gli Svizzeri nello Stato di Milano, ed unicamente pensavano

a difficultar le vettovaglie al campo franzese. Giunto Gastone a

Cotignola, arrivarono oratori di _Massimiliano Cesare_ ad intimar gravi

pene ai Tedeschi militanti al soldo del re Cristianissimo; ma senza

frutto, avendo que' capitani risposto di non voler mancare alla lor

fede. Fu dunque presa la risoluzione nel campo franzese di marciare

alla volta di Ravenna. Per non lasciarsi alle spalle il forte e ricco

castello di Russi, giacchè arrogantemente fu risposto dagli abitanti

all'intimazione di rendersi, convenne adoperar le artiglierie, e con

un fiero e sanguinoso assalto impadronirsene. Vi furono tagliate

a pezzi (se vogliam prestar fede all'Anonimo Padovano, che sembra

essere intervenuto a quel macello) circa mille persone tra soldati e

terrazzani, e dato un orrido sacco all'infelice luogo. Il Guicciardino

molto men dice de' morti. Indi passò l'esercito sotto Ravenna, alla cui

difesa dianzi era stato inviato _Marcantonio Colonna_ con cento lancie,

ducento cavalli leggeri e mille fanti. Disposte le sue artiglierie,

cominciò tosto il duca di Ferrara a bersagliar quelle vecchie mura

con un continuo tremuoto. Formata la breccia, si venne all'assalto

nel venerdì santo, giorno ben santificato da quella gente; e durò la

battaglia per quattro ore, sostenuta con tal vigore dal Colonna, che

vi perirono fra l'una e l'altra parte da mille e cinquecento fanti,

la maggior parte italiani, e vi restò malamente ferito _Federigo da

Bozzolo_, valente capitano de' Franzesi.

A questi avvisi, il vicerè Cardona, non volendo lasciar perdere

Ravenna, fu necessitato a muoversi coll'armata collegata, e venne a

postarsi in un forte alloggiamento, tre miglia lungi da quella città,

dove si afforzò con alzar terra e cavar fosse fatte a mano colla

maggior celerità possibile. Trovavasi il general franzese in sommo

imbroglio, perchè vedea i nemici ostinati a schivar la zuffa; e intanto

l'armata sua si trovava in gran disagio, perchè erano cinque giorni

che gli uomini campavano di solo frumento cotto e d'acqua, e i cavalli

non istavano meglio, perchè cibati anch'essi di solo frumento e di

poche foglie di salici; sicchè era necessario o ritirarsi o avventurare

giornata campale. Fu preso l'ultimo partito, e tutto il sabbato santo

fu impiegato a prepararsi per sì orrida danza. La mattina dunque

del dì 11 di aprile, correndo la maggior festa dell'anno, cioè la

Risurrezion del Signore, giorno celebrato con tanta divozione da tutto

il Cristianesimo, ma funestato da coloro con tanti sdegni e spargimenti

di sangue, l'esercito franzese in ordinanza marciò contra del

collegato. Con essi Franzesi era il _cardinale San Severino_, legato

del conciliabolo di Pisa, che pareva un san Giorgio, perchè armato

da capo a' piedi. Prevalse fra gli Spagnuoli il parere di _Pietro

Navarro_, che non si avesse ad uscir dai trinceramenti, credendo egli

maggior vantaggio l'aspettar di piè fermo il nemico dietro ai ripari.

Ma il senno del duca di Ferrara trovò la maniera di cacciarli fuor

della tana; perciocchè, postate le batterie de' suoi grossi cannoni

in un buon sito, cominciò con tal furia a percuotere entro le lor

trincee i collegati, che, per attestato dell'Anonimo Padovano, il quale

diligentemente descrive questo gran fatto d armi, vi restarono uccise

circa due mila persone, e più di cinquecento cavalli sventrati. Allora

i capitani, veggendo così malmenata la lor gente senza poter fare

resistenza, chiesero licenza al vicerè di uscire a battaglia. Scrive il

Guicciardini che fu il valoroso _Fabrizio Colonna_ che annoiato di sì

brutto giuoco, senza dimandarne permissione, sboccò fuor dei ripari,

e diede principio alla mischia, seguitato poi dal resto dell'armata.

Gareggiavano in bravura questi due eserciti. L'odio delle nazioni,

l'amor della gloria, la necessità infiammavano il cuor di ognuno. Però

terribile fu il combattimento, e una giornata simile non s'era da gran

tempo veduta in Italia. All'istituto mio non lice il descriverne le

circostanze. Però basterà di dire che andarono in rotta i pontificii

e Spagnuoli, specialmente per la strage che ne fecero le bombarde del

duca Alfonso, postate ai loro fianchi; confessando il Bembo che egli

con questi bronzi e col suo stuolo fu cagione della vittoria in gran

parte. Perderono i vinti tutte le loro artiglierie, e buona parte delle

insegne e dello equipaggio, con lasciar morti sul campo ottocento

uomini d'armi, mille trecento cavalli leggeri e sette mila fanti, e

con restar prigionieri il cardinale legato, cioè _Giovanni de Medici_,

il _marchese di Bitonto_, _Ferdinando d'Avalos_ marchese di Pescara,

allora giovinetto, che poi riuscì capitano di gran nome, il _principe

di Bisignano_, il _Carvajal_ e _Pietro Navarro_ Spagnuoli con altri non

pochi uffiziali. Il prode _Fabrizio Colonna_, per sua buona ventura,

restò prigione di Alfonso duca di Ferrara, cioè d'un principe che gli

usò tutte le maggiori finezze, nè volle poi riscatto, siccome vedremo.

Restarono fra i morti il _duca d'Alba_, il _conte di Montebasso_,

il _Valmontone_ ed altri capitani. Si salvò a Cesena il _Cardona_,

dove attese a raccogliere le reliquie del tanto sminuito e sbandato

esercito.

Ma se piansero per la loro mala sorte i collegati, non ebbero già

occasion di ridere i Franzesi per la loro vittoria. Imperocchè, secondo

l'Anonimo Padovano, che mostra d'aver avuta buona contezza di questa sì

sanguinosa giornata, vi perirono settecento uomini di armi, ottocento

ottanta arcieri e nove mila fanti, e, tra' principali uffiziali loro,

_Ivo d'Allegre_ con due figli, amendue capitani d'arcieri, _la Grotta_,

_Villadura_, i due capitani de' Tedeschi _Filippo_ e _Jacob_ ed altri

ch'io tralascio. Il _signore di Lautrec_, carico di ferite, ritrovato

fra i morti, e poi curato in Ferrara, salvò la vita. Certamente è

uno sbaglio di stampa il dirsi nella Storia del Guicciardino che

_tra l'uno e l'altro esercito perirono almeno dieci mila persone_.

Tanto il Giovio che il Mocenigo, il Bembo, il Buonaccorsi, il Nardi

ed altri storici mettono almeno sedici migliaia di morti. Ma ciò

che contrappesò la perdita de' collegati, fu la morte dello stesso

generale _Gastone di Fois_. A questo valoroso principe, giovane di

ventiquattr'anni, dopo aver fatto delle stupende azioni di valore e

di saggia condotta in quello spaventoso combattimento, parea di aver

fatto nulla, se non inseguiva con circa mille cavalli un corpo di tre

mila fanti spagnuoli, che ben serrato si ritirava dal campo. Un colpo

di archibuso il colpì in questa azione, per cui diede fine alle sue

vittorie, lasciando una perenne memoria del suo senno e coraggio, e una

ferma opinione che, s'egli fosse soppravvivuto, avrebbe fatto conquiste

e meraviglie maggiori. Fu poi portato a Milano il suo corpo, ed ivi

con esequie magnifiche e in sepolcro nobilissimo seppellito. Terminata

la sanguinosa battaglia, _Marcantonio Colonna_, dopo aver consigliato

i Ravennati di andar la mattina per tempo ad offerire la città ai

vincitori, per ottener le migliori condizioni che potessero, si ritirò

nella cittadella. Poi, nella mezza notte, lasciato ivi un capitano con

cento fanti, perchè mancavano le provvisioni, col resto de' suoi se

ne andò a Rimini. Comparvero, sul far del dì, i deputati di Ravenna

al campo franzese; ma mentre ivi si trattava della capitolazione,

i fanti Guasconi, non sazii del bottino fatto il dì innanzi, ed

avidi di far vendetta dei tanti de' suoi uccisi nella battaglia,

si arrampicarono per la breccia delle mura di Ravenna, e facilmente

cacciati quei pochi cittadini che vi erano in guardia, penetrarono

nella città. Dietro loro di mano in mano entrò il resto della fanteria,

e tutti poi si diedero non solamente a saccheggiar le case, ma anche

ad uccidere chiunque scontravano per le strade, senza riguardo a

sesso od età. Niun rispetto si ebbe alle cose sacre, e il barbarico

furore d'alcuni giunse ad introdursi in un monistero di sacre vergini,

con ivi commettere ogni maggiore eccesso. Tutto era urli e pianti.

Avvisato di tanto disordine il _signor della Palissa_, capo pro interim

dell'armata, corse col legato e con altri capitani all'infelice città,

e i primi suoi passi furono a quel monistero, e quanti vi si trovarono

dentro (erano trentaquattro) li fece immediatamente impiccar per la

gola alle finestre. Questo spettacolo e un bando generale servì per

mettere fine al saccheggio, e tutti i soldati uscirono della città. Il

terrore intanto sparso per tutta la Romagna cagione fu che le città di

Faenza, Cervia, Imola, Cesena, Rimini e Forlì, a riserva delle rocche,

mandassero le chiavi al campo franzese, per esentarsi da mali maggiori,

e la cittadella di Ravenna per pochi giorni si sostenne. Fu esibito al

duca di Ferrara il comando dell'armata gallica; ma egli, conoscendo che

gente indisciplinata, orgogliosa e bestiale fosse quella, se ne scusò

con buona maniera. E tanto più se ne astenne, perchè, come principe

savio già prevedeva che il re Cristianissimo con tanti minacciosi

venti che erano oltramonti per aria, non potrebbe più attendere agli

affari d'Italia, nè a rinforzar quella troppo infievolita armata.

Però ritiratosi a Ferrara, cominciò a pensare come potesse salvar sè

stesso nell'imminente naufragio. Infatti la famosa vittoria di Ravenna

fu l'ultima delle glorie franzesi nella presente guerra, e la fortuna

voltò loro da lì innanzi le spalle.

Arrivata che fu a Roma, dove era tornato il pontefice, la gran nuova

del suddetto fatto d'armi, non si può dire che paura e scompiglio

ivi nascesse. Cominciarono allora più che mai i saggi porporati a

tempestar _papa Giulio_, perchè venisse ad una pace; ed egli colla

paura in corpo una volta tenne delle strette pratiche per essa, e

massimamente per essersi traspirato che _Prospero Colonna_, _Roberto

Orsino_, _Pietro Margano_ ed altri baroni romani meditavano delle

novità. Ma da che si seppe il netto della battaglia, e che sì caro era

costato ai Franzesi il loro trionfo, rinculò ben tosto, e più di prima

si confermò nella brama e speranza di cacciarli d'Italia. A questa

risoluzione maggiormente li accesero sicuri avvisi che i re di Spagna

e d'Inghilterra moveano guerra alla Francia, e che venti mila Svizzeri,

condotti dal _cardinal Sedunense_ ossia di Sion, coi danari d'esso papa

e de' Veneziani, erano pronti a calare in Italia. Venne intanto ordine

dal re Lodovico al _signor della Palissa_, creato governator di Milano,

di ritirarsi alla difesa di quello Stato. Tanto fece egli con lasciar

leggieri presidii in Ravenna e Bologna. Ma dacchè s'intese mosso

l'esercito pontificio alla volta della Romagna, _Federigo da Bozzolo_,

lasciato in Ravenna, abbandonata quella città, sen venne colla poca

sua gente a rinforzar Bologna. Diede papa Giulio principio al concilio

lateranense nel dì 3 di maggio, con iscarso concorso nondimeno di

prelati; ed ivi furono dichiarati nulli tutti gli atti del ridicolo

conciliabolo pisano. Sul principio ancora di giugno pervennero per

la via di Trento sul Veronese gli Svizzeri e Tedeschi, e alla mostra

furono trovati circa diciotto mila fanti scelti. Con loro si congiunse

l'esercito de' Veneziani, consistente in mille uomini d'arme, due

mila cavalli leggieri, sei mila fanti e gran quantità di artiglierie.

Erasi postato il signor della Palissa a Valeggio presso il Mincio, per

contrastar loro il passo. Ma, sentendosi troppo debole di forze, nel

dì 9 di giugno si ritirò andando verso Ponte Vico. Sopravvenuto poi

ordine da _Massimiliano Cesare_, già dichiarato nemico de' Franzesi,

che richiamava tutti i fanti tedeschi che erano al loro soldo, quattro

mila d'essi nel medesimo dì se ne tornarono alle lor case: il che fu

cagione che il Palissa precipitosamente si ricoverasse a Pizzighettone,

e passasse l'Adda, sempre infestato dai corridori dell'esercito

collegato, che era passato di là dal Mincio. Gran bisbiglio e movimento

era in questi tempi per tutte le città dello Stato di Milano, a cagion

della voce sparsa che _Massimiliano Sforza_, figlio del fu Lodovico

il Moro, avesse a riacquistarne il dominio: cosa sommamente sospirata

da que' popoli, non tanto per l'antica divozione verso quella casa,

e per desiderio d'aver un proprio principe, quanto ancora perchè i

Franzesi d'allora mettevano in opera, dovunque comandavano, l'arte di

farsi odiare. Questo infatti era il concordato da Massimiliano re dei

Romani col papa. Furono i primi ad arrendersi senza contrasto alcuno

i Cremonesi, ancorchè la cittadella restasse in man de' Franzesi; e

nacque lite, chi avesse a prenderne il possesso pretendendo non meno i

Veneziani che il commissario dello Sforza, assistito da Cesare, quella

città. L'ultimo la vinse col favore degli Svizzeri, guadagnati da un

regalo di quaranta o cinquanta mila ducati che loro sborsò il popolo di

Cremona.

Servì ad accelerare il precipizio del dominio franzese in Italia la

guerra nel medesimo tempo mossa dai _re d'Aragona_ e _d'Inghilterra_

alla Francia; per cui il re Luigi, trovandosi molto imbrogliato, fu

costretto a richiamare il Palissa di là dai monti, con ordine di

lasciar ben guernite le cittadelle più forti. Si ritirò dunque il

Palissa a Pavia, lasciate guarnigioni in Crema e Trezzo. Anche il

_Trivulzio_, scorgendo di non poter tenere la città di Milano, che

tumultuava, parendo a que' cittadini un'ora mille anni di veder lo

Sforza rientrare nella signoria de' suoi maggiori, dopo aver ben

provveduto il castello di quella città, si ridusse a Pavia; perlochè

i Milanesi alzarono tosto le bandiere sforzesche. Altrettanto fece

Lodi, allorchè vi si appressò l'esercito della lega. E Bergamo si

diede ai Veneziani. Marciarono i collegati con gran fretta a Pavia,

per non lasciar pigliar fiato ai Franzesi che s'erano fortificati

in quella città. Ma il Palissa, che già scorgea commosso anche quel

popolo a sedizione, e disperato il caso di sostenersi lungamente,

dappoichè i nemici aveano piantate le bombarde, e passato anche il

Ticino, all'improvviso colle artiglierie e bagaglio uscì di quella

città, per incamminarsi alla volta d'Asti. Rottosi il ponte di legno

ch'era sul Gravelone, al primo pezzo d'artiglieria grossa che volle

passare, ne restarono di qua tagliati fuora tredici altri con due

mila fanti tedeschi; i quali, assaliti dagli Svizzeri, fecero una

memorabil difesa, finchè, vedendo morta la metà di loro, e perduta

ogni speranza d'aiuto, pieni di ferite si gettarono disperatamente nel

Ticino per passare all'altra riva, dove i Franzesi erano spettatori

della crudel battaglia senza loro poter recare aiuto. Se ne affogarono

circa ducento. Aveano i Franzesi molto prima inviato con buona scorta

il legato pontificio prigione, cioè _Giovanni cardinale de Medici_.

Allorchè fu egli al passo del Po alla Stella, oppure a Bassignana,

tolto fu di mano a Franzesi, e ridotto in luogo di salvamento.

Il Guicciardino di questo fatto dà l'onore ai villani del Cairo,

guadagnati la notte antecedente dai familiari del cardinale. L'Anonimo

Padovano ne fa autore il marchese Bernabò Malaspina; e il Giovio scrive

che fu molto prima concertata la sua fuga coll'abbate Bongallo e con

altri suoi amici. Gravissimi disagi patì poscia il resto dell'armata

franzese; pure continuò il viaggio, e passò l'Alpi, portando seco un

buon documento ai principi di non maltrattare i popoli, massimamente

quei di nuova conquista. Certamente l'alterigia loro, l'aspro governo e

il licenzioso procedere colle donne aveano talmente esacerbati i popoli

della Lombardia, che tutti a gara, subito che se la videro bella, si

sottrassero al loro dominio, anzi infierirono contro di loro. Appena

partito da Milano il Trivulzio, quel popolo furiosamente si diede a

svenar quanti soldati e mercatanti franzesi erano rimasti in quella

città, con saccheggiarne le case e botteghe. V'ha chi scrive, averne

uccisi circa mille e cinquecento. Parimente in Como ne furono scannati

non pochi, e nella lor fuga verso l'Alpi, contra di essi si scatenarono

tutti i villani del paese, uccidendo chiunque alquanto si scostava dal

corpo di battaglia. Intanto Pavia, Alessandria, Como, Tortona ed altre

città inalberarono le bandiere sforzesche. Il marchese di Monferrato

colle sue genti entrò in Asti e in Novara; ma non ebbe la fortezza di

quest'ultima città. In tanta rivoluzion di cose trovarono maniera i

ministri pontificii d'indurre i Piacentini e Parmigiani a darsi alla

Chiesa: il che aprì allora un campo di doglianze e dispute del duca

di Milano e dell'imperio contro il papa: dispute ravvivate poi a'

giorni nostri, siccome diremo a suo tempo. Pretese inoltre il papa che

Asti dovesse toccare a lui; ma non gli riuscì di aver quel boccone.

Fu ancora spedito dall'esercito della lega _Giano Fregoso_ con mille

cavalli e tre mila fanti a Genova; alla comparsa de' quali, si ribellò

tutto quel popolo, e i Franzesi si chiusero nel castelletto e nella

fortezza della Lanterna. Fu esso Fregoso proclamato poco appresso doge

di quella repubblica.

Mentre sì gran tracollo davano in Lombardia gli affari dei

Franzesi, restando solamente in lor potere Brescia, Crema e qualche

fortezza[386], il pontefice, raunate le reliquie dell'esercito disfatto

sotto Ravenna, colla giunta di quattro altri mila fanti, spedì sul

fine di maggio questa armata in Romagna, per cui tornarono quetamente

alla sua ubbidienza tutte quelle città. Ne era generale _Francesco

Maria duca_ d'Urbino suo nipote, il quale intimò poi la resa a Bologna.

Vedendo i Bentivogli disperato il caso, se n'andarono chi a Mantova,

chi a Ferrara; e la città di Bologna, nel dì 10 di giugno, capitolò

col duca e col _cardinal Sigismondo Gonzaga_ legato, i quali poi vi

fecero solenne entrata nella domenica seguente 13 di giugno. Aveva

intanto _Alfonso duca_ di Ferrara, per mezzo del _marchese di Mantova_

suo cognato e di _Fabrizio Colonna_ suo prigione (trattato non di meno

non come tale, ma come suo amico), fatti varii maneggi per rientrare

in grazia del pontefice, ed era anche venuto il salvocondotto per

lui e per li suoi Stati. In vigore di questo, dopo aver egli mandato

innanzi il Colonna ben regalato e senza taglia alcuna, s'inviò nel

dì 23 di giugno a Roma, dove giunto, fu assoluto dalle censure, ed

ammesso al bacio del piede di sua santità. Ma che? I principi di animo

grande si fan gloria di perdonare ai supplicanti nemici. Papa Giulio,

al contrario, parve che si facesse gloria fino di mancar di fede.

Nel mentre che Alfonso era in Roma, il duca d'Urbino non solamente

occupò Cento, la Pieve e le terre della Romagna spettanti al duca, ma

eziandio inoltratosi a Reggio, non ostante il richiamo del Vitfurst

governatore cesareo di Modena, che gli intimò quella essere città

dell'imperio, costrinse i Reggiani alla resa. Dopo di che spogliò il

duca anche di Carpi, Brescello, San Felice e Finale. Inoltre lo stesso

papa cominciò a pontare, volendo, che esso duca gli cedesse il ducato

di Ferrara. Perciò Alfonso, che non si sentiva voglia di far questo

sacrifizio, chiese licenza, in vigore del salvocondotto, di tornarsene

a casa; nè la potè ottenere. I Colonnesi coll'oratore spagnuolo che

aveva anch'egli persuaso ad un principe di tanto credito il portarsi

colà, iti a pregare il papa di questo, non ne riportarono che ingiurie

e minaccie. Poscia si penetrò il disegno di papa Giulio di ritenerlo

prigione. Allora gli onorati signori Colonnesi, cioè _Fabrizio_ e

_Marcantonio_, che aveano obbligata la loro fede al duca, con una

brigata di lor gente, sforzata la porta di San Giovanni, il cavarono

di Roma, e salvo il condussero a Marino, da dove poi dopo tre mesi

travestito, con deludere tutte le spie messe fuori dal pontefice,

felicemente passò a Ferrara. Se queste azioni facessero onore a papa

Giulio, sel può ciascuno immaginare.

Restava al papa, inflessibile nelle sue passioni, di gastigare i

Fiorentini, e specialmente il gonfaloniere _Pietro Soderino_, perchè

avessero permesso in Pisa il conciliabolo de' Franzesi, e dato aiuto

di gente in questa guerra al re di Francia, tuttochè l'avessero fatto

forzati dall'obbligo delle lor precedenti convenzioni, con essersi per

altro mantenuti neutrali: della qual neutralità si ebbero poi molto a

pentire. Operò dunque colla lega, che il _Cardona_ vicerè di Napoli

colle armi spagnuole entrasse nel dominio fiorentino, e rimettesse

in casa i Medici, già da gran tempo banditi da quella città. Mentre

i Fiorentini trattavano d'accordo, gli Spagnuoli accampati sotto la

bella e ricca terra di Prato, non sapendo dove trovar vettovaglie, nel

dì 30 d'agosto diedero un assalto a quella terra; e senza che quattro

mila fanti, ch'erano ivi di presidio, ma troppo vili, facessero menoma

resistenza, vi entrarono. Commisero costoro inudite crudeltà, maggiori

delle commesse dai Franzesi in Brescia, come attesta il Giovio; il

quale aggiugne ancora, che cinquemila uomini disarmati, parte soldati

e parte terrazzani, furono ivi uccisi dalla inesplicabil brutalità dei

vincitori. L'Anonimo Padovano ne scrive ammazzati più di tre mila.

Il Guicciardini dice che vi morirono più di due mila persone, e che

il _cardinal de Medici_ legato pontificio, messe guardie alla chiesa

maggiore, salvò l'onestà delle donne, quasi tutte colà rifuggite. Ma il

Nardi e il Buonaccorsi, che registravano allora sì fieri avvenimenti,

asseriscono che non fu perdonato nè a vergini sacre, nè a luoghi

sacri, nè a' bambini in fasce. E quei che rimasero in vita, furono

tutti eccessivamente taglieggiati, e con varii tormenti straziati,

perchè pagassero ciò che non poteano. Ed ecco dove andavano a terminar

le strane premure di un papa per cacciare i Barbari d'Italia, cioè

con una medicina peggiore affatto del male: il che nello stesso

tempo, oltre alla Toscana, provò la Lombardia, inondata allora dagli

Svizzeri, divenuti formidabili da per tutto, e che da ogni lato

esigevano contribuzioni, e nulla potea saziarli. Nel tornare al lor

paese, occuparono la Valtellina, Chiavenna e Locarno, nè più vollero

dimetterle. Nel dì 31 d'agosto il gonfaloniere Soderino, uscito di

Firenze, si ritirò a Ragusi.

I Medici furono rimessi con infinite dimostrazioni d'allegrezza in

città, e riformarono quel reggimento a modo loro, con dover pagare i

Fiorentini al re dei Romani e al Cardona più di centoquaranta mila

ducati d'oro. Restarono poi sommamente burlati anche i Veneziani

dalla lor lega, chiamata allora la lega santa. Imperciocchè riuscì ben

loro di ricuperar Crema per trattato segreto che fecero con Benedetto

Crivello, posto dai Franzesi alla guardia di quella terra, il quale

corrotto con danari, per questo tradimento fu ben ricompensato da essi

Veneti. Ma non andò così per conto di Brescia, città, alle cui passate

e presenti miserie si aggiunse in questi tempi anche la peste, morendo

fin centocinquanta di que' cittadini per giorno. Ne formò l'esercito

veneziano l'assedio, e cominciò a battere colle artiglierie le mura.

Quando ecco giugnere il Cardona co' suoi Spagnuoli, ben carichi del

bottino della Toscana, il quale imbrogliò tutte le loro speranze.

Cominciò esso vicerè a pretendere che non solamente quella città

si avesse a rendere a lui, ma anche Bergamo e Crema, già ritornate

all'ubbidienza della repubblica. Erano queste pretensioni chiaramente

contrarie ai patti della lega. Ma di che non è capace la smoderata

avidità ed ambizione d'alcuni principi? Niun freno hanno per essi nè

la pubblica fede, nè i patti, nè i giuramenti; e volesse Dio che non ne

avessimo veduto ancor noi più d'un esempio a' dì nostri. Aveano già gli

Svizzeri e gli Spagnuoli molto prima cominciato ad usar delle insolenze

contro de' Veneziani. Le accrebbero sotto Brescia, la qual città,

nel dì 13 di novembre, con molto onorevoli condizioni fu consegnata

dal _signor d'Aubigny_ al _vicerè Cardona_. Costrinsero ancora essi

Spagnuoli a rendersi Peschiera, Lignago, e i castelli di Trezzo e di

Novara; siccome da un'altra parte riuscì ai Genovesi di trar con danari

il castelletto della lor città di mano del castellano franzese, che poi

fu squartato vivo in Lione.

Tornato che fu a' quartieri il deluso esercito veneto, si applicò

quel saggio senato a trattar di pace col _vescovo Gurgense_, che era

il plenipotenziario di _Massimiliano Cesare_ in Italia. Volle il papa

che questo negoziato si facesse in Roma; e, dettata imperiosamente la

capitolazione, comandò ai Veneziani di accettarla. Conteneva essa, che

Verona e Vicenza restassero a Massimiliano; che per Padova e Trivigi

pagassero ad esso Cesare trecento libbre d'oro ogni anno a titolo di

censo, e due mila e cinquecento libbre d'oro pel privilegio; e per le

terre del Friuli ne fosse poi giudice lo stesso papa. Conobbero allora

i Veneziani d'essere maltrattati e traditi anche da questa banda;

ed, ancorchè si trovassero in poco buono stato per li monti d'oro

spesi in guerra, pure, non ostante lo sdegno e le grida di esso papa,

generosamente ricusarono di consentire a sì gravosa ed inaspettata

pace, con darsi piuttosto ad intavolar accordo e lega col re di

Francia, siccome diremo, giacchè il papa, in una nuova lega fatta con

Massimiliano e col re di Aragona, ne avea esclusi con poco buon garbo

gli stessi Veneti. Nel dì 15 di dicembre arrivò a Milano _Massimiliano

Sforza_, dichiarato duca da Cesare e dalla lega; nè si può esprimere

con quanto giubilo, con quante feste egli fosse ricevuto dai Milanesi,

e quanto magnifica fosse l'entrata sua in quella nobil città, perchè

accompagnato dal _cardinal di Sion_, dal _vescovo Gurgense_, da

_Raimondo di Cardona_ vicerè, e da infinito numero di capitani e nobili

italiani, tedeschi, spagnuoli e svizzeri. Anche il castello di Milano,

tenuto da' Franzesi, intanto andava facendo co' grossi cannoni delle

salve, d'allegrezza non già, ma di danno ai Milanesi. Rimase nondimeno

il povero duca come schiavo degli Svizzeri. Nè si dee tacere che,

assaltato nell'anno presente il re Cristianissimo dai re d'Aragona e

d'Inghilterra, lasciò per sua negligenza che il primo, cioè _Ferdinando

il Cattolico_, occupasse la Navarra, togliendola a quel re. E perchè

mancava all'Aragonese un legittimo titolo di appropriarsi quel picciolo

regno, si servì d'una bolla di _papa Giulio II_, che avea dichiarato

decaduto da ogni suo diritto chiunque fosse aderito al conciliabolo di

Pisa, concedendo a ciascuno facoltà di occupar i loro Stati. Questa

bolla procurata dall'accorto re, per attestato del Mariana, tenuta

fu per molto tempo segreta, e poi sfoderata al bisogno. Ma non so io,

se quel re avesse creduta autorità ne' papi da donare i regni altrui

quando mai contra di lui fosse stata pronunziata una simil sentenza.

Maraviglia fu che il _re Luigi_, per lo sdegno che nudriva contro del

papa, sì pertinace promotore della di lui rovina, non si lasciasse

allora trasportare all'eccesso di far creare un antipapa nel suo regno.

Senza dubbio ne fu assai trattato. Probabilmente non il timore di Dio,

ma quel degli uomini il trattenne. Con tali e tante turbolenze terminò

l'anno presente.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 55 / 102 题