NOTE:

[377] Du-Mont, Corp. Diplomat.

[378] Agostino Giustiniani, Annali di Genova. Guicciardino. Senarega,

de Reb. Genuens.

[379] Lab. Concil., tom. 13. Belcaire, Comment. Gall.

[380] Histoire de la Ligue de Cambray.

[381] Mezeray, Histoire de France, tom. 2.

[382] Serres, Histoire de France, tom. 2.

Anno di CRISTO MDXI. Indizione XIV.

GIULIO II papa 9.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 19.

Videsi nel verno di quest'anno uno spettacolo che fu e sarà sempre

deplorabile nella Chiesa di Dio: cioè un vecchio papa fare da general

d'armata, e comandar artiglierie ed assalti, senza curare l'alta sua

dignità, e i doveri di chi è vicario del mansueto e pacifico nostro

Salvatore. Si continuava l'assedio della Mirandola dall'esercito

pontificio, accresciuto da molte milizie venete; ma non con quella

celerità che avrebbe voluto l'impaziente _papa Giulio II_, passato a

San Felice, per accalorar l'impresa in quelle vicinanze[383]. Natigli

in cuore sospetti e diffidenze contra de' capitani, e fin contro lo

stesso suo nipote _duca d'Urbino_, si fece egli portare in lettiga al

campo. Fu quel verno uno de' più rigorosi che mai provasse l'Italia.

Per più giorni nevicò; tutto era neve e ghiaccio, e frequente un

asprissimo vento. Pure nulla potè trattenere il marziale ardore del

papa dall'assistere ai lavori, a far piantare le artiglierie e a

regolar gli attacchi, con essere più volte stata in pericolo della

vita la sacra sua persona; mentre i cardinali colla testa bassa

e coll'animo afflitto detestavano somigliante eccesso. La breccia

formata, e il grosso ghiaccio sopravvenuto alle larghe e profonde

fosse della Mirandola, indussero _Francesca_ figlia di _Gian-Jacopo

Trivulzio_, e vedova del fu _conte Lodovico Pico_, a capitolar la resa

di quella piazza. Tanta era la voglia del papa di entrarvi, che senza

voler aspettare che si disimbarazzasse ed aprisse la porta, per la

breccia con una scala v'entrò nel dì 21 di gennaio, e ne diede poscia

il possesso a _Gian-Francesco Pico_, che la pretendeva di sua ragione.

Si fermò il pontefice dieci giorni ivi, per prendere riposo dopo tante

fatiche, e poi se ne andò tutto glorioso a Ravenna, con tenersi oramai

in pugno l'acquisto anche di Ferrara. Trovavasi _Carlo d'Ambosia_

signor di Sciomonte e governator di Milano, svergognato non poco per

essersi lasciato burlare sotto Bologna, e per non aver dato soccorso

alla Mirandola: per lo che era caduto in disgrazia anche presso i suoi

soldati. Rondava egli intorno a Modena, e inteso che v'era dentro

poco presidio, ma senza sapere, o fingendo di non sapere che questa

città la avesse ricevuta _Massimiliano Cesare_ in deposito, e mandato

a governarla un suo uffiziale, gli cadde in pensiero di ricuperarla

nel dì 18 di febbraio, e di cancellar con questa prodezza il disonor

passato. Ma non gli venne fatto, perchè niun de' cittadini, come era il

concerto, si mosse. Ritiratosi poi egli a Correggio, ed infermatosi,

diede fine al suo vivere nel dì 10 di marzo con che restò pro interim

il comando delle armi franzesi a _Gian Jacopo Trivulzio_ maresciallo di

Francia, generale di gran nome nel mestier della guerra.

Stando _papa Giulio_ in Ravenna, avea spedito un corpo di cinque mila

fanti, sostenuti da alcune squadre di cavalli leggeri e d'uomini

d'armi, con ordine di prendere la bastia della Fossa Zaniola,

antemurale di Ferrara verso il Po di Argenta. Per secondar l'impresa,

passarono a quella volta tredici galee sottili e molti legni minori de'

Veneziani. Il duca di Ferrara, a cui premeva forte di sostenere quel

sito, messe insieme le sue genti, alle quali si unì lo Sciattiglione

con alcune schiere franzesi, con tal segretezza marciò a quella parte,

che si scagliò loro addosso nell'ultimo giorno di febbraio, quando

a tutt'altro pensavano. Fu in poco tempo sbaragliato quel picciolo

esercito con istrage e prigionia di molti, e coll'acquisto di molte

bandiere, artiglierie e bagaglio. Riuscì dipoi al medesimo duca nel

dì 25 di marzo di battere e far fuggire la flotta veneta, che s'era

inoltrata fino a Sant'Alberto, ed applicata a combattere un bastione,

con prendere due fuste, tre barbotte, e più di quaranta legni minori

e molti cannoni. Fu per questi tempi trattato assai caldamente di

pace, essendosi a questo fine portato a Bologna il papa, dove ancora

comparvero il vescovo Gurgense per Massimiliano, e gli ambasciatori

di Francia, Spagna, Venezia, e d'altri potentati. Ma nulla si potè

conchiudere. Però il Trivulzio, dacchè vide svanita questa speranza,

trovandosi alla testa d'un poderoso esercito franzese, e ansioso di

far qualche impresa, sul principio di maggio arrivò alla Concordia

sul fiume Secchia, e, secondo il Guicciardino, la prese. Lo Anonimo

Padovano mette più tardi questo fatto, siccome diremo. Seco era

_Gastone di Foix duca di Nemours_, figlio di una sorella del re

di Francia, giovane pieno di spiriti, poco fa venuto di Francia,

che diede uno de' primi saggi del suo valore contra di Gian-Paolo

Manfrone, capitano di trecento cavalli leggeri veneti, con far

prigione lui a Massa del Finale, e dissipar la sua gente. Dissi uno

de' primi saggi, perchè a lui parimente s'attribuisce l'aver dianzi

parte uccisi e parte presi ducento e più cavalli veneti comandati

da Leonardo da Praia cavalier gerosolimitano, che vi lasciò la vita.

S'inoltrò poscia il Trivulzio collo esercito suo fino a Bomporto sul

Panaro: nel qual tempo _papa Giulio_, sentito che si avvicinava questo

brutto temporale, preso consiglio dalla prudenza, e più dalla paura,

determinò di abbandonar Bologna. Ma, prima di mettersi in viaggio, fece

un'efficace parlata al Senato e nobiltà, esortando ognuno alla difesa

della città: al che mostrarono essi una mirabil prontezza che fu poi

derisa dal Guicciardino, ma difesa da una penna Bolognese. Nel dì 14

di maggio il papa se ne partì colla sua corte, e andò a mettere di

nuovo la residenza in Ravenna. Restò governatore di Bologna _Francesco

Alidosio_, detto il _cardinal di Pavia_, il quale, vedendo così bene

animati i cittadini, fece dipoi prendere loro le armi per opporsi

ai disegni de' nemici. Intanto il Trivulzio, costeggiato sempre dal

duca d'Urbino, coll'esercito pontificio e veneto giunse fino al ponte

del Lavino. Allora fu che si cominciò qualche tumulto in Bologna,

parte per le segrete insinuazioni dei fautori di _Annibale_ ed _Ermes

Bentivogli_, che erano nel campo franzese e soffiavano nella città; e

parte per paura nata nel popolo di perdere i loro raccolti, e di aver

da sofferire un assedio. Volle il cardinale farli uscire; ed unirli

al duca d'Urbino: non se ne sentirono voglia. Tentò di far entrare in

città Ramazzotto con mille fanti: nol vollero ricever dentro. Perciò il

cardinale, accortosi della loro ribellione, giudicò bene di mettersi

in salvo, e segretamente si inviò alla volta d'Imola. Dopo di che i

Bolognesi, nella notte nel dì 21 di maggio venendo il 22, ammisero in

città i Bentivogli con gran festa ed universal tripudio.

A questo avviso poco stette l'esercito pontificio a sfilare

precipitosamente verso la Romagna; ma in passando dietro le mura di

Bologna, parte di quel popolo, e i villani, e i montanari accorsi alla

preda, con altissime grida e villanie inseguendoli, tolsero loro le

artiglierie e munizioni, e buona parte de' carriaggi. Sopravvenne poi

la cavalleria franzese che levò a costoro parte di quel bottino, e

fece del resto addosso ai fuggitivi, i quali chi qua chi là attesero a

salvar la vita. La Storia manuscritta dell'Anonimo Padovano mette circa

tre mila morti, e gran quantità di prigioni. Il Guicciardino pochi ne

conta. Nel giorno seguente il Trivulzio coll'esercito marciò fuor di

Bologna, e la sera giunse a castello San Pietro. Avrebbe potuto con

sì buon vento far de' grandi progressi in Romagna, ma quivi si fermò

per ricevere nuovi ordini dal _re Lodovico_ E questi poi furono che

se ne tornasse indietro, persuadendosi il buon re di poter ammollire

con tanto rispetto il cuor duro del papa, e di trarlo alla pace, oltre

al non voler accrescere la gelosia delle altre potenze, se avesse

continuato il corso della vittoria. Portata intanto a papa Giulio in

Ravenna la dolorosa nuova di questi avvenimenti, facile è l'immaginare

con che trasporti di collera e di dolore la ricevesse, mirando in un

tratto svanite tanto sue glorie, dissipato l'esercito suo e il veneto,

ed avere, invece di prendere Ferrara, perduta Bologna, la più bella

e ricca delle sue città dopo Roma. Maggiormente si alterò egli dipoi

all'avviso che il popolo di Bologna avea abbattuta, e con ischerno

strascinata e rotta la bellissima statua sua, opera di Michel Agnolo

Buonarotti ch'era costata cinque mila ducati d'oro; e che la cittadella

di Bologna, benchè ampia e forte, mal provveduta di vettovaglie e di

munizioni, s'era, dopo cinque giorni, renduta, ed essere poi stata

furiosamente smantellata tutta dai Bolognesi. A tali disastri un altro

si aggiunse che più di tutto gli trafisse il cuore. Era corso a Ravenna

il _cardinale Alidosio_, ed avea rovesciata sul _duca d'Urbino_ tutta

la colpa di sì gran precipizio di cose, quando v'era gagliardo sospetto

che fra esso porporato e i Franzesi passassero segrete intelligenze,

e da lui fosse proceduto il male. Capitato colà anche il duca, nè

potendo ottenere udienza dallo sdegnato zio papa, e intesone il perchè,

talmente s'inviperì contra d'esso cardinale, uomo per altro dipinto

da alcuni come pieno di malvagità, che, trovatolo per accidente fuor

di casa, colle sue mani e coll'aiuto de' suoi seguaci spietatamente

l'uccise sulla strada, e poi si ritirò ad Urbino. Avrebbero tanti

accidenti umiliato, anzi abbattuto il cuor d'ognuno, ma non già quello

di papa Giulio, il quale, lasciata Ravenna, passò a Rimini, dove suo

malgrado cominciò a prestare orecchio alle proposizioni di pace, ma con

allontanarsene ogni dì più a misura di quegli avvenimenti che andavano

calmando la sua paura, e facendo risorgere le sue speranze. Parlava

egli ordinariamente più da vincitore che da vinto. E quantunque fosse

in questi tempi intimato un concilio o conciliabolo, da tenersi in Pisa

contra di lui, col pretesto di riformare la Chiesa nelle membra e nel

capo stesso, proclamato dai cardinali ribelli per incorreggibile; pure

sembrava ch'egli non se ne mettesse gran pensiero. Si ridusse poi a

Roma, dove processò e dichiarò decaduto da ogni grado il nipote _duca

d'Urbino_: gastigo nondimeno che non durò se non cinque mesi, dopo i

quali (tanto perorarono in favor d'esso duca i parziali, a forza di

screditare l'ucciso cardinal di Pavia) se ne tornò il duca a Roma,

rimesso come prima nella grazia ed amore del papa.

Tali mutazioni di cose servirono ad _Alfonso duca_ di Ferrara per

ricuperar Lugo e tutte le altre sue terre di Romagna, e poscia Carpi,

con farne fuggire _Alberto Pio_, che ebbe poco tempo di goderne il

possesso. Ricuperò ancora il Polesine di Rovigo, ed avrebbe anche

potuto riaver Modena; ma di più non osò per riverenza a _Massimiliano

Cesare_ che comandava in questa città, e al _re Cristianissimo_,

a cui non piaceva di dar maggiore molestia al pontefice. Quanto al

_Trivulzio_, dacchè egli ebbe intesa la mente del re, lasciato qualche

rinforzo di gente ai Bentivogli, s'inviò coll'esercito franzese alla

Concordia; e, se vogliam credere all'Anonimo Padovano, più che al

Guicciardino, fu in questo tempo, e non già prima, che l'espugnò.

Fu presa a forza d'armi quella terra, e data a sacco, colla morte di

quasi tutto il presidio di trecento fanti, che ivi si trovarono sotto

il comando del suddetto Alberto Pio. Locchè fatto, si spinse sotto la

Mirandola. _Gian-Francesco Pico_, non vedendo speranza di soccorso,

e sapendo anche d'essere odiato da quel popolo, giudicò meglio di

capitolarne la resa, e di ritirarsi dolente colla sua famiglia ed avere

in Toscana; con che rientrò nella Mirandola la _contessa Francesca_,

figlia d'esso maresciallo Trivulzio, con Galeotto suo figlio. Attesero

da lì innanzi i Franzesi alla guerra contro la signoria di Venezia,

uniti con gl'imperiali in Verona. Nel mese di giugno dall'armata

veneta che era a Soave e a San Bonifazio, e continuamente infestava

il Veronese, fu spedito un grosso corpo di gente per dare il guasto

alle biade già mature. Trecento lance franzesi, uscite di Verona,

ne lasciarono tornar pochi al loro campo. Un altro giorno imperiali,

Franzesi ed Italiani, in numero di sedici mila persone sotto il comando

del _signor della Palissa_ e del signor di Rossa Borgognone, marciarono

verso Soave. _Lucio Malvezzo_ e _Andrea Gritti_, messo in armi

l'esercito veneto, animosamente s'affrontarono con loro a Villanova.

La peggio toccò ai Veneti, i quali poi si ritirarono a Lunigo, e di là

a Padova, lasciando aperta la strada a' nemici di venire a postarsi a

Vicenza. Passò dipoi l'armata de' collegati sotto Trivigi, ma lo trovò

ben guardato. Nel tempo stesso calò un esercito tedesco, comandato

dal _duca di Brunsvich_, nel Friuli, stato finora campo di battaglia e

di miserie. Si impadronì di Castel Nuovo, Conegliano, Sacile, Udine;

in una parola di tutto il Friuli. Quindi passò sotto Gradisca, una

delle migliori fortezze d'Italia; e, piantate le batterie, per viltà

de' soldati che erano alla difesa, furono obbligati gli uffiziali

veneti a capitolar la resa con oneste condizioni. Ma che? non andò

molto che si vide cangiar faccia la fortuna. Era mancato di vita

_Lucio Malvezzo_ governator dell'armata veneta, e in suo luogo eletto

_Gian-Paolo Buglione_ Perugino, persona di gran credito nella milizia.

Questi, sapendo essere Verona restata assai smilza di presidio,

e con soli fanti, spedì cinquecento stradiotti a cavallo, che si

diedero ad infestar tutti i contorni di Verona; cosicchè quella città

pareva assediata, nè potea ricevere vettovaglie. Venendo ancora il

conte di Prosnich Tedesco da Marostica, per andare a Trivigi con

trecento cavalli, il Baglione spedì contra d'essi _Giano Fregoso

_e il _conte Guido Rangone_ con secento cavalli. La battaglia ne'

contorni di Bassano fu svantaggiosa ai Veneti sul principio, con

restarvi prigioniere il Rangone, che, senza volere o potere aspettar

il compagno, avea attaccata la zuffa. Sopraggiunto poscia il Fregoso,

non solo ricuperò i prigioni, ma ruppe affatto i Tedeschi, che parte

dai vincitori, parte dai villani furono uccisi. Quel che è più,

venute le pioggie, rotte le strade, non potendo gli eserciti ricevere

vettovaglie, si ritirarono i collegati di sotto Trivigi, e andarono a

Verona. Anche il duca di Brunsvich se ne tornò in Germania. La loro

ritirata servì di facilità a' Veneziani per ricuperar l'infelice

Vicenza e tutto il Friuli, a riserva di Gradisca, non so se con più

loro onore o più vergogna di Massimiliano Cesare.

Gravemente s'infermò in Roma _papa Giulio_ verso la metà d'agosto, e

fece sperare a molti e temere ad altri il fine di sua vita. Neppur

questo ricordo dell'umana bastò ad introdurre in quel feroce animo

veri desiderii di pace, benchè tanto v'inclinasse il re di Francia

con altri potentati. Appena si riebbe egli, che tornò ai soliti

maneggi di leghe e ai preparamenti di guerra. S'era dato principio

in Pisa all'immaginato conciliabolo contra di lui. Per opporsegli,

intimò anch'egli un concilio generale da tenersi nell'anno prossimo

nel Laterano. Tanto poi seppe fare l'indefesso pontefice, che trasse

affatto ai suoi voleri in quest'anno _Ferdinando il Cattolico_ re

d'Aragona e delle due Sicilie, ed _Arrigo VIII_ re d'Inghilterra.

Veramente il primo avea mirato sempre di mal occhio le nuove

conquiste dei Franzesi in Italia, e dacchè ebbe ricuperato ciò che a

lui apparteneva nel regno di Napoli, sospirava ogni dì una ragione

o pretesto per levarsi dalla Lega di Cambrai, e romperla col re di

Francia. Siccome principe di mirabil accortezza, sapeva per lo più

coprir la sua fina politica col mantello della religione. Così fu nella

presente occasione. Col motivo di far guerra ai Mori in Africa, ottenne

dal papa le decime del clero, e con far predicare questa santa impresa,

ricavò lauto danaro dalla pietà de' suoi popoli, che mise insieme una

buona annata, la quale avea poi da servire contro i Cristiani, come

ne' tre secoli precedenti si era tante altre volte praticato non senza

disonore della religion cristiana. Ossia ch'egli fosse prima d'accordo

col papa per questo armamento, o che il papa il tirasse nel suo

partito in quest'anno, certo è che fecero lega insieme, comprendendo

in essa i Veneziani; e questa fu solennemente pubblicata in Roma nel

dì quinto d'ottobre. Indotto a ciò si mostrava il re Cattolico dal suo

particolare zelo di religione per difendere il papa, oppresso dall'armi

franzesi coll'occupazion di Bologna, e con lo scismatico concilio di

Pisa. Trasse il papa, siccome poco fa dissi, in questa lega anche il re

d'Inghilterra; e si legge presso in Rymer[384] e presso il Du-Mont[385]

lo strumento d'unione fra esso re e il Cattolico, stipulato a dì 20 di

dicembre dell'anno presente _pro suscipienda sanctae romanae Ecclesiae

Matris nostrae defensione pernecessaria_. Pertanto avendo Ferdinando

inviato nel regno di Napoli mille e ducento lance, o vogliano dire

uomini d'armi, mille cavalli leggeri e dieci mila fanti, tutta gente

di singolar bravura e fedeltà, pel cui mantenimento s'erano obbligati

il pontefice e il senato veneto di pagare ogni mese quaranta mila

ducati d'oro, la metà per cadauno: ordinò che questo esercito, sotto

il comando di _don Raimondo di Cardona_ vicerè di Napoli, venisse

ad unirsi in Romagna col pontificio e veneto, il che fu eseguito. Ma

qui non finì la tela. Furono di nuovo mossi dal danaro del papa gli

Svizzeri contro lo Stato di Milano; e in fatti molte migliaia d'essi

sul principio di novembre calarono a Varese, col concerto che le armi

venete e del papa avrebbono fatta una gagliarda diversione. Portavano

lo stendardo, sotto il quale nel precedente secolo aveano date le

memorabili rotte al duca di Borgogna. A questo formidabil segno dovea

tremar chicchessia. Lo Storico Padovano scrive, che nel loro generale

stendardo a lettere d'oro era scritto: DOMATORES PRINCIPVM. AMATORES

JUSTITIAE. DEFENSORES SANCTAE ROMANAE ECCLESIAE.

Era intanto dichiarato per governator di Milano e suo luogotenente

generale dal re Cristianissimo, _Gastone di Fois_ suo nipote, giovane

che nell'età di soli ventidue anni uguagliava, se non superava,

in senno e valore i più vecchi e sperimentati capitani. Poca gente

d'armi, poca fanteria avea egli; e in Milano era non lieve il terrore

e la costernazione. Andò Gastone per consiglio del _Trivulzio_ a

postarsi a Saronno con quelle forze che potè raunare. Ed essendosi

inoltrati gli Svizzeri a Galerate, con saccheggiare e bruciare ogni

cosa, seguitarono il viaggio verso Milano, dove si andò ritirando

Gastone, oppure Trivulzio, come s'ha dall'Anonimo Padovano. Il

quale aggiugne che seguirono varii combattimenti colla peggio ora

degli uni, ora degli altri. Ma non osando gli Svizzeri di fare alcun

tentativo contra di quella gran città, piegarono verso Cassano, con

apparenza di voler passare l'Adda. Quand'eccoti a tutto un tempo,

spedito un loro uffiziale a Gastone, si offerirono di tornarsene alle

loro montagne, se si volea dar loro un mese di paga. Essendo intanto

arrivati quattro mila fanti italiani a Milano, Gastone allora parlò

alto, e poco esibì. Da lì a poco andarono a finir le minaccie di que'

barbari in ritirarsi al loro paese, lasciando per la seconda volta

delusi i commissarii del papa e de' Veneziani, che erano con loro,

ed allegando per iscusa che non correvano le paghe, ed aver mancato i

generali del papa e de' Veneziani al concerto della lor venuta. Così

è raccontato questo fatto dal Guicciardino e dall'autore franzese

della Lega di Cambrai. Ma l'Anonimo Padovano, forse meglio informato

di questi affari, scrive che Gastone col danaro corruppe il capitano

Altosasso, ed alcuni altri condottieri svizzeri, i quali, mosso tumulto

nell'armata, fecero svanire ogni altro disegno. Usciti di questo

pericoloso imbroglio i Franzesi, vennero dipoi a prendere il quartiere

a Carpi, alla Mirandola, a San Felice e al Finale; e questo perchè

gli Spagnuoli erano già pervenuti a Forlì, ed uniti coll'esercito

pontificio minacciavano l'assedio di Bologna. Riuscì in quest'anno a

di tre di settembre ai Fiorentini dopo lungo tratto e molte minaccie,

di cavar di mano de' Senesi la terra di Montepulciano. Di grandi

istanze fece loro il _re Lodovico_, perchè uscissero di neutralità,

ed entrassero in lega con lui; e le dimande sue erano avvalorate dal

Soderini perpetuo gonfaloniere di quella repubblica. Tuttavia prevalse

il parere dei più di non mischiarsi in sì arrabbiata guerra. Nè si dee

tralasciare che fu dato principio in Pisa al conciliabolo dei Franzesi;

ma principio ridicolo, sì poco era il numero de' concorrenti, nè si

vedea comparire alcuno dalla parte di _Massimiliano Cesare_. Avea

_papa Giulio_ colle buone tentato più volte, ma sempre inutilmente,

di far ravvedere quei pochi sconsigliati cardinali; ma allorchè si

vide forte in sella per le leghe, delle quali, s'è parlato disopra,

nel dì 24 d'ottobre fulminò le censure contra di loro, privandoli del

cappello e d'ogni altro benefizio. Non sapea digerire il popolo di

Pisa di tenere in sua casa un sì fatto scandalo, e brontolava forte,

e facea temer qualche sollevazione. Perciò que' prelati impetrarono da

Firenze di poter tenere una guardia di Franzesi, ma mediocre, per lor

sicurezza. I Franzesi di quel tempo, per confession d'ognuno, erano

senza disciplina; e gravosi anche agli amici per la loro arroganza ed

insolenza, massimamente verso le donne; locchè produsse delle risse

fra loro e i Pisani, ed una specialmente, in cui restarono feriti

i _signori di Lautres_ e di _Sciattiglione_, che comandavano quella

guardia. Il perchè quei cardinali, paventando di peggio, giudicarono

meglio di ritirarsi a Milano, anche ivi mal veduti da quel popolo, ma

sostenuti da chi potea farsi rispettare. Un grande tremuoto nel mese

di marzo del presente anno recò non lieve danno a Venezia, a Padova, al

Friuli e a molti di que' contorni.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 54 / 102 题