[356] Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag.
949.
[357] Storia Veneta MS.
[358] Guicciardino, Storia Veneta MS.
[359] Guicciardino.
[360] Paoli de Clerici, Hist. MS.
[361] Storia Veneta MS.
[362] Altra Storia Veneta MS.
[363] Bembo.
[364] Petrus Justinian. Rer. Venet.
[365] Muratori, Antichità Estensi, tom. 2.
[366] Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10.
[367] Bembo.
[368] Guicciardini.
[369] Giustiniani, Rer. Venet.
[370] Storia Veneta MS.
[371] Anonimo Padovano, Storia Veneta.
[372] Equicola, Cronica di Mantova.
[373] Paul. de Cler., Hist. MS.
[374] Buonaccorsi, Diario.
[375] Bembo.
[376] Du-Mont, Corp. Diplomat.
Anno di CRISTO MDX. Indizione XIII.
GIULIO II papa 8.
MASSIMILIANO I re de' Romani 18.
Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di
spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto
de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero di
_Niccolò Orsino conte_ di Pitigliano, che, per le tante vigilie e
fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di
febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo
cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo,
con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato
generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi
di speranze maggiori cominciarono a trasparire per la _repubblica
veneta_ dal canto di _papa Giulio_. Dacchè questi ebbe riacquistato
quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia
nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de'
cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare
che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che
specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del
Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento
de' potentati oltramontani in Italia. Però fin d'allora concepì
compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai.
Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il
papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in
sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e
dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E
però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e
data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si
mostrò malcontento il _re di Francia_, che da ciò ben comprendea dove
già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide
egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano
Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a
tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì
se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni:
il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti
contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì
attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far
da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia,
siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani.
Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione
col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli
riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di
Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle
quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso
duca di Ferrara.
Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era
assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion del
_re de' Romani_, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona,
con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani,
stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città; ebbe
cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati
perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in
pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello
di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero
a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra
contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi
affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore
dell'esercito loro _Lucio Malvezzo_, e per capitano della fanteria
_Lorenzo_ appellato _Renzo da Ceri_; nel qual tempo, con intelligenze
che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città
colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti
che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il
mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila
fanti inviati da _Massimiliano Cesare_ sotto il comando del _principe
di Analt_. Di là a non molto _Carlo d'Ambosia_ governator di Milano
con _Gian-Giacomo Trivulzio_, seco conducendo mille e cinquecento
lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno
d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono
ad entrare sul Padovano. _Alfonso duca_ di Ferrara mosse anch'egli
le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza
dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente
furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno
gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì
poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese
a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul
Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben
consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di
loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente
poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè
pagassero trenta mila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare
in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli;
ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono
i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un
atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa
del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne
di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto,
formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte
al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano.
Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà
entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici,
ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi
in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno
precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si
nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè
l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran
copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne,
tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero
soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più:
barbarie che anche oggidì fa orrore.
Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar
oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne
formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non
minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate
le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in
quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi
diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli
abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS.
mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel
fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi.
Carlo Marino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non
tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il
principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di
male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento
Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in
Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo,
se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di
grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro
speranze erano riposte in _papa Giulio_, che, dimentico affatto degli
obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo
alla loro difesa. Si studiò egli di separar _Massimiliano Cesare_ da'
Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la
cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re
Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella
città. Cercò ancora di muovere _Arrigo re_ di Inghilterra contra di
lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri,
acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi
la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara;
e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie
all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza
de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di
lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni
frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le
maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del
dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi
mosse tutte le sue forze, comandate da _Francesco Maria_ suo nipote e
duca d'Urbino, contra dei di lui Stati.
Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total
decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscì bensì all'armata
franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi
per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li
Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice,
e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati
del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro
disegni. Cioè si intese che _Marco Antonio Colonna_ con grossa
compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la
Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in
Genova _Giovanni_ ed _Ottaviano Fregosi_. Gli Svizzeri già raunati
minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino col
_cardinal di Pavia_ e con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede
principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con
prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed
ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi
avvisi di tali movimenti, _Carlo d'Ambosia_ signore di Sciomonte
accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato
di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali
dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla
strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati
pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca
di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in
Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte;
perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi
conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a
Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che
v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò
poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San
Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla
sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella
città. Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona
dello stesso guerriero _papa Giulio_; ed egli non lasciò di comparire
a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per
terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca
Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò
di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi fece
_Massimiliano Cesare_ col papa, per l'occupazione di Modena città
dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì
31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca
Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere.
Era fin qui stato prigione in Venezia _Francesco Gonzaga_ marchese di
Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi,
guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà.
Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di
papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi
conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor
partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel
dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in
grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del
grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso
marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il
Du-Mont[377]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza)
gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò
dipoi con molta saviezza.
Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara
l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del
veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar
Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi
ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani, i quali, tuttochè
fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì
azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri
provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica,
Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi
il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie,
cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro il _duca di
Termine_, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in
quel tempo di flusso il _principe di Analto_, era toccato il comando
delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli
aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali
manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo,
chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con
quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche
batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei
lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da
Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo
colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano
tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel
dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San
Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le
cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare
al re di Francia la città di Genova[378]. In quelle vicinanze era già
giunto il _Colonna_ colle milizie del papa per terra; e le galee venete
anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova,
sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed
essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a
chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il
pertinace animo di papa Giulio. Sul principio di settembre di nuovo
spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per
terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella
città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i
Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran
fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro
lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti
d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono
verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque
assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti
con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo
le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se
ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento
il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che
costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per
venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare
indietro, non senza infamia del loro nome.
Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia
si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da
tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo
entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte
tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì
nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che
potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava
ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i
Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad
infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre
colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte
in Adria e alla Polesella, con condurre a Ferrara settanta dei loro
legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi
lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a
Bologna, commosso specialmente dalle premure di _Annibale_ e di _Ermes
Bentivogli_, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì
17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto,
e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di
cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali
e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già
il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace,
perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani
e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviò _Gian-Francesco
Pico_ conte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più
per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte
furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono
registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì,
finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi
fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici.
Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro
sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato
a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in
sua mano.
Fumava di rabbia _papa Giulio_, uomo, per consenso di tutti gli
storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore
del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e
città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora
d'odio contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, per vederlo sostenuto sì
poderosamente dai Franzesi.
E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato
di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo
avere unito ad un gagliardo esercito le schiere a lui inviate dal re
Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto,
le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la
risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita
di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre,
di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò
all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a
stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempi _Lodovico XII re_ di
Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea
infine fatto mettere in castello Santo Angelo il _cardinale d'Auch_,
ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le
maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17
di novembre assodò con un nuovo trattato la lega con _Massimiliano
Cesare_. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso
concilio[379] (conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia,
volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il
papa un _principe dell'imperio_, a cui esso papa avea mossa guerra con
pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con
prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso
l'autore franzese della Lega di Cambrai[380], che questa dimanda
riguardasse i Bentivogli, _i quali Giulio II avea cacciati da Bologna
dopo un possesso centenario_. Ma chiara cosa è che si parlava della
città di _Comacchio_, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture
imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse
consultato il Mezeray[381] e il Serres[382], storici franzesi, avrebbe
conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente
per Comacchio. I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in
Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne
riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare
le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più
oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione
un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con
animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece
di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era
dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali,
disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo
scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi
eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore.
Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose
dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria
dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante
Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far
nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo
canto a maggiormente tirare nel suo partito _Ferdinando il Cattolico_,
principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e
sommamente sospirava di cacciarli di Italia.