NOTE:

[356] Marino Sanuto, Vita de' Dogi di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. pag.

949.

[357] Storia Veneta MS.

[358] Guicciardino, Storia Veneta MS.

[359] Guicciardino.

[360] Paoli de Clerici, Hist. MS.

[361] Storia Veneta MS.

[362] Altra Storia Veneta MS.

[363] Bembo.

[364] Petrus Justinian. Rer. Venet.

[365] Muratori, Antichità Estensi, tom. 2.

[366] Petrus Justinian., Rer. Ven., lib. 10.

[367] Bembo.

[368] Guicciardini.

[369] Giustiniani, Rer. Venet.

[370] Storia Veneta MS.

[371] Anonimo Padovano, Storia Veneta.

[372] Equicola, Cronica di Mantova.

[373] Paul. de Cler., Hist. MS.

[374] Buonaccorsi, Diario.

[375] Bembo.

[376] Du-Mont, Corp. Diplomat.

Anno di CRISTO MDX. Indizione XIII.

GIULIO II papa 8.

MASSIMILIANO I re de' Romani 18.

Non fu men del precedente fecondo il presente anno di guerre, di

spargimento di sangue e di rivoluzioni in Lombardia. Per conto

de' Veneziani, dolorosa bensì loro riuscì la perdita che fecero di

_Niccolò Orsino conte_ di Pitigliano, che, per le tante vigilie e

fatiche nella difesa di Padova, infermatosi in Lunigo, sul fine di

febbraio cessò di vivere in età d'anni sessantotto. Fu portato il suo

cadavero a Venezia, e datagli sepoltura ne' Santi Giovanni e Paolo,

con aver poi la gratitudine del senato posta a sì fedele sperimentato

generale una statua dorata, e una molto onorevole memoria. Ma raggi

di speranze maggiori cominciarono a trasparire per la _repubblica

veneta_ dal canto di _papa Giulio_. Dacchè questi ebbe riacquistato

quanto apparteneva di Stati alla Chiesa romana, fecero gran breccia

nel cuore di lui l'umiliazione de' Veneziani, le insinuazioni de'

cardinali veneti in Roma, e più d'ogni altra cosa il considerare

che non era bene il totale abbassamento della potenza veneta, che

specialmente veniva riguardata come sostegno a dell'Italia contra del

Turco; e per lo contrario potea solamente nuocere l'ingrandimento

de' potentati oltramontani in Italia. Però fin d'allora concepì

compassione verso la repubblica, e abborrimento alla lega di Cambrai.

Vi volle del tempo a smaltir tutte le rigorose condizioni che il

papa esigeva da' Veneziani, se bramavano daddovero di rimettersi in

sua grazia; ma questi infine, prendendo legge dal presente bisogno e

dall'inflessibilità del pontefice, gli accordarono quanto ei volle. E

però, nel dì 24 di febbraio, furono ammessi gli ambasciatori veneti, e

data l'assoluzione alla repubblica: del qual passo sopra gli altri si

mostrò malcontento il _re di Francia_, che da ciò ben comprendea dove

già piegasse l'inclinazion del pontefice. Più chiaramente se n'avvide

egli dipoi, perchè Giulio si diede a maneggiar pace fra Massimiliano

Cesare e i Veneziani, e a muovere l'Inghilterra contro la Francia, e a

tirar dalla sua gli Svizzeri. De' suoi negoziati altro a lui non riuscì

se non quest'ultimo, avendo egli stabilita lega con quei Cantoni:

il che fatto, alzò maggiormente il capo, e cominciò a muovere liti

contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, mal digerendo ch'egli fosse sì

attaccato alla Francia. Imperiosamente dunque gli comandò di non far

da lì innanzi sale a Comacchio in pregiudizio delle saline di Cervia,

siccome dianzi non ne facea, quando Cervia era in mano de' Veneziani.

Al che rispondeva il duca di non essere tenuto per alcuna capitolazione

col papa per questo, nè dovergli essere ciò impedito, dacchè egli

riconosceva per le sue investiture solamente dall'imperio la città di

Comacchio. Suscitò ancora altre querele col re Lodovico, una delle

quali fu, ch'egli non avesse a ritener sotto la sua protezione esso

duca di Ferrara.

Intanto il re di Francia, che per tempo con un trattato s'era

assicurato del re d'Inghilterra, assai chiarito della disattenzion del

_re de' Romani_, informato ancora dei disordini ch'erano in Verona,

con pericolo che quella città ricadesse in potere de' Veneziani,

stante la continuata vicinanza del loro esercito a quella città; ebbe

cura di assodar meglio quell'antemurale allo Stato di Milano. Dati

perciò sessanta mila ducati d'oro a Massimiliano, ne ricevette in

pegno la cittadella di Verona (dove mise buon presidio) e il castello

di Lignago, se poteva ritorlo ai Veneziani. Quindi amendue si diedero

a far gran preparamenti d'armi, per continuare più che mai la guerra

contro la repubblica, la quale dal canto suo non tralasciava d'armarsi

affin di resistere a tanti nemici. Presero i Veneziani per governatore

dell'esercito loro _Lucio Malvezzo_, e per capitano della fanteria

_Lorenzo_ appellato _Renzo da Ceri_; nel qual tempo, con intelligenze

che aveano in Verona, tentarono una notte di sorprendere quella città

colle scale. Andò il colpo fallito: il che costò la vita a molti

che furono creduti o trovati veramente rei della congiura. Venuto il

mese d'aprile, eccoti comparire a Verona mille cavalli ed otto mila

fanti inviati da _Massimiliano Cesare_ sotto il comando del _principe

di Analt_. Di là a non molto _Carlo d'Ambosia_ governator di Milano

con _Gian-Giacomo Trivulzio_, seco conducendo mille e cinquecento

lancie, dieci mila fanti, tre mila cavalli leggeri e grosso treno

d'artiglieria, vennero a passar l'Adigetto alla Canda, e cominciarono

ad entrare sul Padovano. _Alfonso duca_ di Ferrara mosse anch'egli

le armi sue nel dì 12 di maggio, e tornò a farsi rendere ubbidienza

dal Polesine di Rovigo, da Este, e dagli altri luoghi che anticamente

furono signoreggiati da' suoi maggiori, che nel precedente autunno

gli erano stati ritolti da' Veneziani. All'approssimarsi di sì

poderosi nemici, s'era già l'esercito veneto ritirato dal Veronese

a Vicenza; ma perchè neppur quivi si tenne sicuro, passò oltre sul

Padovano alle Brentelle. Abbandonati i poveri Vicentini, gente ben

consapevole del mal animo che nudriva il principe di Analt contra di

loro, pretendendoli ribelli, gli spedirono ambasciatori. Solamente

poterono ottenere che la città restasse esente dal fuoco, purchè

pagassero trenta mila ducati d'oro. Ebbe tempo quel popolo di salvare

in Padova ed in altri luoghi il meglio delle robe sue e mogli e figli;

ed essendo restati pochi abitatori in quella città, arrivati che furono

i Tedeschi, rubarono ciò che poterono, ma non ciò che speravano. Un

atto di somma crudeltà commisero dipoi i Tedeschi. A Costoza villa

del Vicentino sotto la montagna cavate si truovano grotte o caverne

di mirabil estensione (dicono di tre miglia) a guisa di labirinto,

formate unicamente, per opinione d'alcuni, dai cavatori di pietre atte

al fabbricare. Son chiamate il Covolo, ossia la grotta di Masano.

Qualunque sia stata l'origine d'esse, che è tuttavia in forse, colà

entro s'era rifugiato uno sterminato numero di Vicentini infelici,

ed anche di nobili colle loro famiglie e masserizie, credendosi ivi

in sicuro, come altre volte, e specialmente nella guerra dell'anno

precedente erano stati. Informata l'avida gente tedesca che ivi si

nascondeva un ricco bottino, corse per impadronirsene. Ma perchè

l'entrata era stretta e ben difesa da quei di dentro, raunata gran

copia di fascine e paglie, e spintala nell'imboccatura delle caverne,

tanto fumo, con attaccarvi il fuoco, entrò colà, che ne rimasero

soffocate da secento persone tra grandi e piccoli, e forse più:

barbarie che anche oggidì fa orrore.

Restò l'esercito tedesco sul Vicentino, perchè impedito di passar

oltre. Intanto i Franzesi, a' quali premeva di acquistar Lignago, ne

formarono l'assedio, in cui se meravigliosa fu la lor bravura, non

minor fu quella dei difensori. Pure, in sette soli giorni formate

le breccie, nel dì 12 di giugno per forza entrarono i Franzesi in

quel castello, creduto allora inespugnabile, ed un orrido sacco vi

diedero colla morte di ducento fanti veneziani e di moltissimi degli

abitanti. Scrive fra Paolo Cherici carmelitano, della cui Storia MS.

mi servo io ora, che, essendo ivi fanciullo di nove anni, vide quel

fiero scempio, e quasi miracolosamente si salvò dalle spade franzesi.

Carlo Marino provveditore coi capitani, ritiratosi nella rocca, non

tardò a rendersi a discrezione, con restar prigioniere. Tale fu il

principio di questa campagna, per cui i Veneziani, vedendo andare di

male in peggio le cose loro, condussero al loro stipendio cinquecento

Turchi sotto il comando di Giovanni Epirota. Ricorsero ancora in

Costantinopoli al Gran Signore, rappresentandogli il pericolo suo,

se lasciava tanto ingrandire i principi cristiani. Ne riportarono di

grandi promesse, che poi tutte finirono in fumo. Ma le maggiori loro

speranze erano riposte in _papa Giulio_, che, dimentico affatto degli

obblighi contratti nella lega di Cambrai, tutto avea rivolto l'animo

alla loro difesa. Si studiò egli di separar _Massimiliano Cesare_ da'

Franzesi, con offerirgli il danaro occorrente per riscuotere da essi la

cittadella di Verona; e perciocchè avea già fatto nascere liti col re

Lodovico, cominciò un trattato in Genova, per fargli ribellare quella

città. Cercò ancora di muovere _Arrigo re_ di Inghilterra contra di

lui. Quello che più importa, prese al suo soldo quindici mila Svizzeri,

acciocchè scendessero ai danni del re nello Stato di Milano. Calata poi

la visiera, cacciò da sè gli oratori d'esso re e del duca di Ferrara;

e mentre questo ultimo si trovava colle sue genti ed artiglierie

all'assedio di Lignago, gli fece comandare che desistesse dall'aderenza

de' Franzesi. Per quanto s'interponesse Massimiliano in favore di

lui, il pontefice nel dì 9 d'agosto, benchè appoggiato a sole ragioni

frivole, per non dir calunniose, fulminò contra d'esso Alfonso tutte le

maggiori censure e maledizioni, dichiarandolo decaduto e privato del

dominio di Ferrara, e di quanto egli riconosceva dalla Chiesa. Quindi

mosse tutte le sue forze, comandate da _Francesco Maria_ suo nipote e

duca d'Urbino, contra dei di lui Stati.

Per queste novità gli affari della repubblica, che pareano in total

decadenza, cominciarono a mutare aspetto. Riuscì bensì all'armata

franzese, che s'era unita colla imperiale, di tagliare a pezzi

per la maggior parte la cavalleria turchesca che militava per li

Veneziani. Dopo di che si presentarono le due armate sotto Monselice,

e cominciarono con grand'empito l'assedio. Ma dai movimenti e trattati

del papa, che vennero a scoppiare, rimasero sturbati tutti i loro

disegni. Cioè si intese che _Marco Antonio Colonna_ con grossa

compagnia di cavalli e fanti avea passata la Magra, ed occupata la

Spezie; e giunte colà tredici galee, si disponevano a rimettere in

Genova _Giovanni_ ed _Ottaviano Fregosi_. Gli Svizzeri già raunati

minacciavano d'entrare nello Stato di Milano. Il duca d'Urbino col

_cardinal di Pavia_ e con grosso esercito, nel dì 3 di luglio, diede

principio anch'egli alle ostilità contra del duca di Ferrara, con

prendere Massa de' Lombardi, Bagnacavallo, Lugo ed altre terre. Ed

ecco dove s'impiegavano allora i tesori della Chiesa romana. Ai primi

avvisi di tali movimenti, _Carlo d'Ambosia_ signore di Sciomonte

accorse col principal nerbo delle sue milizie alla guardia dello Stato

di Milano, e il duca Alfonso a Ferrara. Venne poi fatto agl'imperiali

dopo molte fatiche di prendere per assalto la rocca di Monselice colla

strage di tutto quel presidio. Ma da lì innanzi convenne ai collegati

pensar più alla difesa propria che all'offesa altrui. Mentre il duca

di Ferrara attendeva a premunirsi contra dell'armata pontificia in

Romagna, un maggiore inaspettato incendio divampò in altra parte;

perciocchè, avendo gli uffiziali del papa intelligenza in Modena coi

conti Francesco Maria e Gherardo de' Rangoni, appena comparvero a

Castelfranco, che questa città mandò loro le chiavi, di maniera che

v'entrarono pacificamente al dì 19 di agosto, e la cittadella tardò

poco a capitolare anch'essa. Impadronironsi poscia di Carpi, di San

Felice e del Finale, e portarono la guerra fin presso a Ferrara colla

sola separazione del ramo del Po, che allora scorrea presso di quella

città. Ad animar maggiormente l'armi pontificie ci mancava la persona

dello stesso guerriero _papa Giulio_; ed egli non lasciò di comparire

a Bologna nel dì 22 di settembre. Nel qual mentre i Veneziani per

terra e per Po fecero aspra guerra nel Polesine e Ferrarese al duca

Alfonso, il quale, intrepidamente or qua or là scorrendo, studiò

di sostenersi in mezzo a tante tempeste. Tali doglianze poi fece

_Massimiliano Cesare_ col papa, per l'occupazione di Modena città

dell'imperio, che Giulio s'indusse a depositarla in mano di lui nel dì

31 di gennaio del seguente anno, con patto di non restituirla al duca

Alfonso, e che intanto si esaminasse a chi essa dovesse appartenere.

Era fin qui stato prigione in Venezia _Francesco Gonzaga_ marchese di

Mantova. V'ha chi scrive, che per le minaccie del sultano de' Turchi,

guadagnato dai Mantovani o dal re di Francia, fu messo in libertà.

Tuttavia par più probabile che ciò avvenisse per l'interposizione di

papa Giulio e per li saggi riflessi del senato veneto; avendo essi

conosciuto quanto potesse lor giovare il tirar questo principe nel lor

partito in circostanza di tanto rilievo. La verità si è, ch'egli nel

dì 30 di luglio non solamente uscì di prigione, ma fu anche rimesso in

grazia de' Veneziani; e il papa, che avea privato il duca Alfonso del

grado di gonfalonier della Chiesa, conferì questa dignità allo stesso

marchese nel dì 3 di ottobre, come consta dalla sua bolla presso il

Du-Mont[377]. Così quel principe sposò anch'egli (almeno in apparenza)

gl'interessi del papa e de' Veneziani: nel che nondimeno si comportò

dipoi con molta saviezza.

Dappoichè colla partenza dello Sciomonte e del duca di Ferrara

l'esercito di Massimiliano si trovò troppo snervato in paragone del

veneto, prese la risoluzione di ritirarsi a Verona, e di abbandonar

Vicenza, che tornò alla divozione della repubblica. Nel ritirarsi

ebbero le sue genti sempre alla coda i Veneziani, i quali, tuttochè

fosse lor presentata la battaglia, mai non vollero accudire a sì

azzardoso giuoco. Di questo buon vento si prevalsero ancora gli altri

provveditori veneti, per riacquistare Asolo del Trivisano, Marostica,

Cividal di Belluno, il Polesine di Rovigo ed altri luoghi. Passò dipoi

il grosso loro esercito sotto Verona, e, messa mano alle artiglierie,

cominciarono a bombardare quella città. V'era dentro il _duca di

Termine_, uffiziale del re Ferdinando, a cui, per esser morto in

quel tempo di flusso il _principe di Analto_, era toccato il comando

delle truppe collegate. Fece egli buona difesa sì per ripulsare gli

aggressori, come per tenere in freno i Veronesi, molti de' quali

manteneano corrispondenze co' Veneziani; finchè un capitano spagnuolo,

chiamato Calandres, ottenuta licenza dal duca, uscì una notte con

quattrocento fanti, e con tal valore assalì la guardia delle nemiche

batterie, che ne fece strage grande, con inchiodar anche quattro dei

lor cannoni, e gittarli nella fossa. Vi perì fra gli altri Citolo da

Perugia, uno dei più valorosi capitani dell'armata veneta. Questo

colpo, e l'avviso che gli Svizzeri, siccome dirò fra poco, erano

tornati a casa loro, cagion fu che i Veneziani, dopo tre dì, cioè nel

dì 12 di settembre, levarono il campo, e si ritirarono a Soave e San

Bonifazio. Mentre di questo tenore procedevano nella bassa Lombardia le

cose della guerra, per opera di papa Giulio tentato fu di far ribellare

al re di Francia la città di Genova[378]. In quelle vicinanze era già

giunto il _Colonna_ colle milizie del papa per terra; e le galee venete

anch'esse, dopo aver preso Sestri e Chiavaro, si presentarono a Genova,

sperando ivi delle già manipolate sollevazioni. Ma niun si mosse; ed

essendo accorsi in quella città varii aiuti, convenne ritirarsi; e a

chi dovette tornar per terra costò caro. Non per questo si quetò il

pertinace animo di papa Giulio. Sul principio di settembre di nuovo

spedì verso Genova più numerosa flotta, sperando che gli Svizzeri per

terra venissero nello stesso tempo a darle mano per assalire quella

città. Svizzeri non si videro; ed, usciti con buona copia di legni i

Genovesi, diedero la caccia ai pontifizii, facendoli tornare con gran

fretta a Cività Vecchia. Quanto ad essi Svizzeri mossi dal papa contro

lo Stato di Milano, calarono ben essi verso Varese, ma sprovveduti

d'artiglierie, di ponti e d'altri arnesi da guerra. S'inoltrarono

verso Appiano; e l'Ambosia o vogliam dire lo Sciomonte, quantunque

assai debole di forze, gli andava costeggiando, e tenendoli ristretti

con varie scaramuccie. Piegarono dipoi verso Como, e infine, scorgendo

le difficoltà di passar oltre, oppure per mancanza di vettovaglie, se

ne tornarono bravamente alle lor case, avendo mangiato a tradimento

il pane del papa. Pretendono gli storici genovesi contemporanei, che

costoro, dopo avere ricevuti dal papa settanta mila ducati d'oro per

venire, ricevessero poi da' Franzesi altra buona somma per tornare

indietro, non senza infamia del loro nome.

Tornata che fu la quiete in Genova e nello Stato di Milano, l'Ambosia

si mosse per venire in soccorso del duca di Ferrara, che era battuto da

tante parti. Si pensava egli di potere ricuperar Modena; ma, essendo

entrato in essa città un buon presidio, e ridottosi a questa parte

tutto l'esercito pontifizio, nulla potè per un pezzo operare. Servì

nondimeno questo suo movimento a far respirare il duca Alfonso, che

potè allora pigliar il Finale e Cento. Ma mentre egli si preparava

ad unirsi con lo Sciomonte, gli fu d'uopo attendere a casa, perchè i

Veneziani con due armate, parte per terra e parte pel Po, vennero ad

infestare il Ferrarese. Riuscì al prode duca nel dì 28 di settembre

colle sue genti comandate da Giulio Tassoni di dar loro due sconfitte

in Adria e alla Polesella, con condurre a Ferrara settanta dei loro

legni, molta artiglieria ed altre prede. Deliberò in questi tempi

lo Sciomonte, dopo aver preso Carpi, di portar la guerra sino a

Bologna, commosso specialmente dalle premure di _Annibale_ e di _Ermes

Bentivogli_, che gli rappresentavano facile quell'acquisto. Però nel dì

17 d'ottobre, occupato colle artiglierie il castello di Spilamberto,

e poi Castelfranco, nel dì 19 fece scorrere alcune squadre di

cavalleria fino alle porte di Bologna. Gran paura n'ebbero i cardinali

e cortigiani del papa, che ivi si trovava convalescente, ma non già

il papa stesso; e vi vollero gli argani ad indurlo a trattar di pace,

perch'egli aspettava a momenti un gagliardo soccorso da' Veneziani

e dal re Cattolico. Pure, lasciatosi vincere, inviò _Gian-Francesco

Pico_ conte della Mirandola e celebre letterato allo Sciomonte, più

per voglia di guadagnar tempo, che di accettar pace alcuna. Alte

furono le condizioni proposte dal generale franzese, che si veggono

registrate dal Guicciardino; e si andò giocando di scherma alcuni dì,

finchè, sopraggiunti a Bologna dei grossi rinforzi di gente, questi

fecero ritornare il papa alla consueta alterezza e sprezzo dei nemici.

Lo Sciomonte, a cui mancavano le vettovaglie, se ne tornò indietro

sonoramente deluso, pentendosi, ma inutilmente, di non essere marciato

a dirittura a Bologna che, sguarnita allora, potea facilmente cadere in

sua mano.

Fumava di rabbia _papa Giulio_, uomo, per consenso di tutti gli

storici, impastato di bile, e tacciato ancora di disordinato amore

del vino, per l'insulto fatto dai Franzesi ad una città pontificia, e

città, dove soggiornava egli stesso in persona. Si rodeva tutto ancora

d'odio contra di _Alfonso duca_ di Ferrara, per vederlo sostenuto sì

poderosamente dai Franzesi.

E giacchè questi s'erano per la maggior parte ritirati nello stato

di Milano, pieno di ardore e di speranza di conquistar Ferrara, dopo

avere unito ad un gagliardo esercito le schiere a lui inviate dal re

Cattolico, mosse le sue armi a quella volta. Ma il verno era venuto,

le strade si trovavano quasi impraticabili; e però da lui fu presa la

risoluzione di assediar intanto la Mirandola, piazza forte e fornita

di presidio franzese. All'armata sua riuscì, nel dì 19 di dicembre,

di aver per forza la terra della Concordia: il che fatto, passò

all'assedio della Mirandola, col cui acquisto si veniva maggiormente a

stringere e bloccare Ferrara. Circa questi tempi _Lodovico XII re_ di

Francia, oltremodo alterato pel procedere del pontefice, il quale avea

infine fatto mettere in castello Santo Angelo il _cardinale d'Auch_,

ministro deputato agli affari del re in Roma, si diede a studiar le

maniere di opporsi ai maggiori disegni e tentativi di lui. Nel dì 17

di novembre assodò con un nuovo trattato la lega con _Massimiliano

Cesare_. Avendo anche fatto raunare nel dì tre di settembre un copioso

concilio[379] (conciliabolo appellato da altri) de' vescovi di Francia,

volle udire il lor parere, se era lecito a lui il difendere contro il

papa un _principe dell'imperio_, a cui esso papa avea mossa guerra con

pretensioni sopra uno Stato che quel principe teneva dall'imperio con

prescrizione più che centenaria. Gli fu risposto di sì. Fu d'avviso

l'autore franzese della Lega di Cambrai[380], che questa dimanda

riguardasse i Bentivogli, _i quali Giulio II avea cacciati da Bologna

dopo un possesso centenario_. Ma chiara cosa è che si parlava della

città di _Comacchio_, posseduta dalla casa d'Este con sole investiture

imperiali per più di cento cinquanta anni. Se quello scrittore avesse

consultato il Mezeray[381] e il Serres[382], storici franzesi, avrebbe

conosciuto che la lite era per un feudo dell'imperio, e nominatamente

per Comacchio. I Bentivogli interpolatamente signoreggiarono in

Bologna, nè mai pretesero che quella fosse città dell'imperio, anzi ne

riconobbero sempre per sovrani i papi. E fin qui si poteano comportare

le precauzioni del re Lodovico. Ma egli si lasciò trasportare più

oltre, essendo convenuto con Massimiliano di far convocare a Lione

un concilio generale per trattarvi della riforma della Chiesa, e con

animo, per quanto fu creduto, di deporre papa Giulio, il quale invece

di adempiere il giuramento da lui fatto di raunar esso concilio, s'era

dato alle armi con iscandalo della cristianità. E già cinque cardinali,

disgustati di lui, e fuggiti dalla sua corte, minacciavano questo

scisma. Non manca chi ha scritto, aver pensato Massimiliano di farsi

eleggere papa, o di farsi dichiarar capo della Chiesa come imperadore.

Sembra ben giusto il creder questa una delle vane, anzi ridicolose

dicerie di que' tempi. La pietà è stata sempre dote ereditaria

dell'augustissima casa d'Austria, e di questa niuno osò dir mancante

Massimiliano imperadore eletto. Con ciò si diede il re Luigi a far

nuovi preparamenti di guerra, siccome all'incontro papa Giulio dal suo

canto a maggiormente tirare nel suo partito _Ferdinando il Cattolico_,

principe che, al pari di lui, abborriva l'ingrandimento de' Franzesi, e

sommamente sospirava di cacciarli di Italia.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 53 / 102 题