NOTE:

[354] Giovio. Guicciardino. Mariana, De Reb. Hispan.

[355] Continuator Sabellici. Guicciardino. Istoria Veneta MS.

Anno di CRISTO MDIX. Indizione XII.

GIULIO II papa 7.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 17.

Di grandi avventure o, per dir meglio, disavventure fu ben gravido

l'anno presente in Italia. Non si potè tener così occulto il trattato

conchiuso in Cambrai, che non traspirasse al senato veneto; e tanto

più all'osservare i grandi armamenti che si faceano in più parti. Si

cominciarono perciò molti consigli in Venezia per provvedere a turbine

sì minaccioso. Trovavasi certamente allora la repubblica veneta nel più

bell'auge della sua fortuna. Per l'Istria, per la Dalmazia, in Candia,

in Cipri, e in altre parti del Levante si stendea la sua potenza. Uno

de' più fertili e ricchi pezzi dell'Italia era sotto il suo dominio.

La sola meravigliosa e sì popolata città di Venezia potea dirsi un

emporio di ricchezze tanto del pubblico che de' privati, a cagione del

gran commercio che da più secoli faceano i Veneti per mare, della gran

copia delle lor navi, del dovizioso loro arsenale che non avea pari

in Europa. Colà si portavano le merci dell'Oriente, e particolarmente

le specierie, che si distribuivano poi per la maggior parte delle

città dell'Italia, Germania e Francia. Immenso era questo guadagno,

se non che solamente circa questi tempi cominciò a calare, per avere

i Portoghesi trovato il passaggio per mare alle Indie Orientali, e

sempre più s'andò sminuendo da lì innanzi per l'industria d'altre

potenze marittime che passano oggidì a dirittura nelle stesse Indie.

Chi vuol avere un saggio delle ricchezze che nel secolo decimoquinto

colavano in quella potente città, non ha che da leggere una parlata

fatta nell'anno 1421, dal doge _Tommaso Mocenigo_, e registrata nella

Cronica Veneta di Marino Sanuto da me data alla luce[356]. Perciò al

bisogno grandi erano le forze di quella repubblica non meno in mare che

per terra; grande ancora il coraggio, la fedeltà, l'unione. Soprattutto

la saviezza, dote inveterata in quel senato, presedeva ai lor consigli;

e per le buone e puntuali paghe che dava essa repubblica, facilmente

correvano a lei le genti d'armi e i bravi condottieri de' quali allora

abbondava l'Italia. Tentarono bensì i Veneziani coll'offerta di Faenza,

e fors'anche di Rimini, di placare il pontefice. Fecero altri tentativi

presso Cesare e presso il re Cattolico: tutto indarno, perchè niun

d'essi credette compatibile col suo onore il recedere dal pattuito

nella lega. Si accinsero dunque animosamente i Veneti ad accrescere

le lor forze, risoluti alla difesa, e misero insieme un esercito di

due mila e cento lancie, ossia d'uomini d'arme, di mille cinquecento

cavalli leggieri italiani, di mille e ottocento stradioti greci, e

di dieciotto mila fanti da guerra, a' quali aggiunsero ancora dodici

mila altri fanti delle cernide de' contadini. La Cronica scritta

a penna di autore Anonimo Padovano, ma contemporaneo, la qual si

conserva presso di me, riferisce il nome di tutti i capitani[357];

e poi confessa che almeno secento di questi uomini d'arme erano vili

famigli, perchè scelti in fretta, ed essere stati que' contadini più

atti al badile e all'aratro, che a' fatti di guerra. Poteano questi

nondimeno servire per guastatori, e per fianco ai presidiarii, secondo

le occorrenze. Oltre a ciò, gran preparamento si fece di legni armati

per mare, e ne' fiumi, e nel lago di Garda. Condussero ancora alcuni

della casa Orsina e Savella, e _Fracasso da San Severino_, condottieri

di molta gente d'armi. Ma il papa impedì loro il venire. Fu anche

impedito il passo a Giovanni conte di Comania, a Michele Frangipane

e a Bothandreas capitano della Liburnia, che doveano condurre mille

e cinquecento cavalli. Chiamati in consiglio _Bartolomeo d'Alviano_

e il _conte di Pitigliano_, generali delle lor armi, per intendere i

lor sentimenti, l'ultimo d'essi, come più vecchio, fu di parere che

si fortificassero le città di Terra ferma, e provvedute che fossero

di buon presidio, si stesse alla difesa, menando la cosa in lungo,

per li vantaggi che poteano venire dal guadagnar tempo contra una lega

facile a disciogliersi per varii avvenimenti[358]. Giudicò all'incontro

l'Alviano, che si avesse ad uscire in campagna, prima che fosse calato

in Italia col preparato nuovo esercito il re Lodovico, meglio essendo

il far la guerra in casa altrui, che l'aspettarla nella propria; e

potendo anche avvenire che si prendesse qualche città dello Stato di

Milano, la cui conquista frastornasse i primi disegni de nemici. Prese

il senato un partito di mezzo, cioè ordinò che l'esercito non passasse

l'Adda, ma si tenesse in que' contorni. Nel mese d'aprile attaccatosi

il fuoco nell'arsenale di Venezia, ne bruciò gran parte colla perdita

di dodici corpi di galee sottili, e di molte monizioni. Da lì a

pochi giorni a cagion d'un fulmine si bruciò la rocca del castello di

Brescia con tutta la polve da fuoco e tutte le munizioni. Cadde ancora

l'archivio della repubblica: avvenimenti che dalla gente superfiziale

furono presi per preliminari e presagi di maggiori sciagure.

Arrivarono di Francia in Italia nella primavera di quest'anno mille

e ducento lancie, due mila cavalli leggeri, sei mila fanti Svizzeri,

e sei altri mila Guasconi e Piccardi, che si unirono con cinquecento

lancie, mille arcieri ed otto mila fanti, che erano nello Stato di

Milano. Giunse molto più tardi anche lo stesso re Lodovico col duca

di Lorena e copiosa nobiltà franzese. Nel dì 5 d'aprile ebbe ordine

_Carlo d'Ambosia_ signor di Sciomonte, di dar principio alla danza con

una scorreria. Passato l'Adda a Cassano, prese Treviglio, Rivolta, ed

altre castella, mettendo a sacco il territorio. Nello stesso tempo

_Francesco Gonzaga_ marchese di Mantova, entrato nella lega, assalì

il Veronese, ma fu respinto da Bartolomeo d'Alviano. Prese eziandio

Casal Maggiore, ma gli convenne abbandonarlo. In questo mentre fulminò

il papa interdetti ed orribili censure contro i Veneziani, e diede

principio anch'egli alle offese. _Francesco Maria della Rovere_,

nipote d'esso papa, già divenuto duca d'Urbino per la morte del _duca

Guidubaldo_, e generale dell'esercito pontificio, corse sul Faentino,

ed assediò Brisighella, dove perirono fra soldati e abitanti più di due

mila persone: e fu dato il sacco alla misera terra, con trattar chiese

e donne come avrebbono fatto i Turchi. Ebbe esso duca anche il castello

di Russi, e di là andò a mettere il campo a Ravenna, città creduta

allora inespugnabile per le tante fortificazioni fattevi da' Veneziani.

Dacchè si furono i Franzesi impadroniti di Treviglio, il _conte di

Pitigliano_ generale primario dell'armata veneta, che s'era postato

a Pontevico, si affrettò a raunar le sue genti, e mossosi contro i

nemici, gli obbligò a ritirarsi di là dall'Adda. Ricuperati alcuni dei

luoghi perduti, perchè un buon presidio franzese tenea saldo Treviglio,

convenne adoperar le artiglierie, e venire all'assalto. Lo sostennero

i Franzesi, ma provata la risolutezza degli aggressori, e perduta la

speranza di soccorso, appresso si renderono prigioni. Dionisio de'

Naldi capitano della compagnia de' Brisighelli, che innanzi agli altri

era stato all'assalto, inviperito ancora per le disgrazie della sua

patria, ottenne il sacco dell'infelice terra. Neppur ivi tralasciato

fu alcuno sfogo dell'empietà, della crudeltà e della libidine, con

rivolgersi nondimeno in grave danno dell'armata veneta siffatta

barbarie, perciocchè non poterono i capitani ritener gran copia d'altri

soldati, che non corresse a cercar ivi bottino, di maniera che per

farli uscire di là, si ricorse al brutto ripiego di attaccare il fuoco

alla terra, la quale, dianzi ricca ed amena, si ridusse all'ultima

miseria. Di questo scompiglio profittando il re Lodovico, potè a

man salva far transitare tutto il suo esercito per li ponti che avea

sull'Adda a Cassano.

Furono a vista le due potenti armate, e il re non sospirava che di

venir ad un fatto d'armi: lo che non meno era desiderato e proposto

dall'_Alviano_ governatore del campo veneto, ed uomo assai caldo.

Ma il saggio conte di Pitigliano stette costante in sostenere che il

meglio era di temporeggiare, e vincere colla spada nel fodero, oppure

di aspettar buona congiuntura per assalirli. Vedutosi dal re, che

neppur colla sfida inviata potea tirare i Veneziani ad un conflitto,

s'inviò in ordine di battaglia dietro l'Adda per la via che conduce a

Pandino. La vanguardia era guidata da _Gian-Giacomo Trivulzio_, celebre

capitano di questi tempi. Il re con lo Sciomonte era nel mezzo. Il

_signor della Palissa_ conducea la retroguardia. Similmente si mosse

l'armata veneta, e per altro cammino andò fiancheggiando la nemica.

L'Alviano guidava la vanguardia, il conte di Pitigliano il corpo

di battaglia, e Antonio de' Pii coi legati veneti la retroguardia.

O per accidente delle strade, o per industria dei Franzesi, tanto

s'avvicinarono i due eserciti, che l'Alviano, quando men sel pensava,

si trovò necessitato a menar le mani, e si venne ad un terribil fatto

di armi nel dì 14 di maggio, due miglia lungi da Pandino, in luogo

appellato l'Agnadello. Con sommo valore si combattè da ambe le parti.

Ma non passarono tre ore, che toccò la vittoria ai Franzesi. Circa

dieci mila restarono morti sul campo, i più nondimeno italiani. V'ha

chi dice otto, e chi solamente sei mila, secondo il costume dell'altre

battaglie. Slargò ben la bocca il Buonaccorsi con dire uccisi quindici

mila e più de' Veneziani. L'Alviano, ferito in volto, restò prigione,

e solamente dopo tre anni fu rimesso in libertà. La strage fu nella

fanteria veneta, perchè la cavalleria non tenne saldo. Rimasero padroni

i Franzesi del campo, di molta artiglieria, insegne e munizioni. Più

strano è il trovar qui discordia fra gli scrittori in un punto di

somma importanza: cioè, se crediamo al Guicciardino[359], il conte di

Pitigliano _colla maggior parte si astenne dal fatto di arme_, o perchè

già vide disperato il caso per la rotta dell'Alviano, o per isdegno

contra di lui per avere, contro l'autorità sua, preso a combattere.

Fra Paolo dei Cherici carmelitano veronese, che fiorì in questi tempi,

e condusse la sua Storia manoscritta sino al 1537, scrive[360], che

esso conte e i provveditori veneti, sbaragliato che fu l'Alviano,

vergognosamente se ne fuggirono. L'autore Anonimo Padovano della

Storia Veneta sopraccitata asserisce[361] che il Pitigliano entrò

colle sue schiere nel fatto d'armi, e gli convenne voltar le spalle.

Lo che vien confermato da un'altra Storia veneta manoscritta, il cui

autore veneziano pretende[362] che alcuni capitani italiani usassero

tradimento, conchiudendo infine che il Pitigliano con pochi si salvò

a Caravaggio. Il Bembo[363] e Pietro Giustiniano[364] passano sotto

silenzio questo punto. Ben pare che se il Pitigliano fosse stato colle

mani alla cintola in sì gran bisogno, si sarebbe tirato addosso un

rigoroso processo.

Certo è che tutto l'esercito franzese unito combattè, laddove il

Pitigliano arrivò a combattere solamente dappoichè l'Alviano era in

rotta. Se unita tutta l'armata veneta fosse stata a fronte de' nemici,

poteva essere diverso il fine di quella giornata.

Dappoichè il re Luigi ebbe solennizzata in più forme questa vittoria,

appellata dipoi di Ghiaradadda, e ordinato che ivi si fabbricasse una

Chiesa col titolo di santa Maria della Vittoria, non perdè tempo a

profittare di sì buon vento. Impadronissi di Caravaggio e di tutta la

Ghiaradadda; e giacchè era corso il terrore per tutte le città venete,

poco stette a rendersegli Cremona, per opera di Soncino Benzone, di

cui troppo s'erano fidati i Veneziani. Appresso vennero i Cremonesi

alla divozion de' Franzesi, e da lì a qualche tempo anche la fortezza.

Altrettanto fece Bergamo. La nobiltà parimente e il popolo di Brescia,

veggendo imminente l'assedio, e prevedendo la propria rovina, al primo

comparir delle armi franzesi, mandarono al re le chiavi della loro

città, giacchè aveano dianzi ricusato di ricevere dentro il presidio

veneto. Cavalcò dipoi il re al forte castello di Peschiera, dove

il Mincio esce dal lago, e, fatta colle artiglierie buona breccia,

si venne all'assalto. Stanchi finalmente i cinquecento fanti che

erano ivi di presidio, più volte fecero segno di volersi rendere,

ma non esauditi, furono infine tagliati tutti a pezzi dai Franzesi,

entrati colà a forza d'armi. Pietro Giustiniano, il Guicciardino e il

Buonaccorsi scrivono che Andrea Riva provveditor veneto vi fu impiccato

ai merli col figliuolo. Con questa barbarie turchesca si facea la

guerra in que' tempi da' principi cristiani. Avrebbe anche potuto il re

Luigi passare il Mincio, e insignorirsi di Verona, perchè quel popolo,

sull'esempio de' Bresciani, non avea voluto ammettere la guarnigion

destinata dai Veneziani. Ma perchè il paese di là dal Mincio era

riserbato a Massimiliano Cesare, non se ne volle ingerire. Per tante

calamità, e perchè riparo non v'era alla diserzion continua delle poche

milizie che s'erano salvate somma era la costernazione in Venezia. Il

creduto migliore ripiego, a cui s'appigliò quel saggio Senato, fu di

tentare ogni via per placare il _papa_, _Cesare_ e il _re Cattolico_,

giacchè si scorgea inesorabile il re Cristianissimo. Diedero dunque

ordine ai cittadini di Verona e Vicenza di rendersi a Massimiliano,

subitochè si presentassero l'armi, senza fargli resistenza. Altrettanto

fecero sapere a' loro uffiziali esistenti in Faenza, Rimini, Cervia

e Ravenna, che rendessero quelle città; e ciò prima che spirassero

i giorni prescritti nel monitorio. Questi ordini furono eseguiti,

eccettochè per la rocca di Ravenna, che tenne forte, e infine o per

comandamento del Senato, o per mancanza di vettovaglie, venne in potere

del papa. Un brutto esempio di fede violata si vide allora, perchè i

governatori veneti di quella città, contro le capitolazioni, furono

ritenuti prigioni. Il duca d'Urbino entrò in possesso di quelle città,

e le guarnigioni si ritirarono a Venezia. Ai ministri del re Cattolico

nel regno di Napoli s'arrenderono poi le città che i Veneziani

possedeano ivi sulle spiaggia dell'Adriatico: del che contento il re

più non s'impacciò in guerra contro di loro. Quanto a _Massimiliano

Cesare_, mirabil era la negligenza sua in questo frangente, raunando

egli assai lentamente il suo esercito in Trento. Venne finalmente

quel dì, in cui il vescovo di quella città ebbe ordine di calare in

Lombardia con un corpo di gente. Se gli diedero tosto Verona e Vicenza.

Mandato un araldo anche a Padova, che non avea voluto ricevere le genti

d'arme de' Veneziani, quel popolo a' dì 4 di giugno consegnò la città

a Leonardo Trissino, che vi andò per parte dell'imperadore con soli

trecento fanti tedeschi. Anche la nobiltà di Trivigi mandò ambasciatori

a Padova ad offerir la città al re dei Romani; ma quegli uffiziali

affaccendati in rubare, e in bere il buon vino, tanto tardarono, che

sollevatosi in Trivigi un certo Marco Calegaro, gridando: _Viva San

Marco_, mosse la plebe contra de' nobili, diede il sacco agli Ebrei,

e tempo a' Veneziani di spedir colà ottocento fanti che quetarono il

tumulto, e tennero salda la città, molti de' cui nobili furono mandati

a provar cosa fossero i camerotti di Venezia.

Nella lega di Cambrai era entrato anche _Alfonso_ duca di Ferrara, e

per maggiormente animarlo il papa l'avea nel dì 19 d'aprile creato

gonfaloniere della Chiesa romana[365]. Mandò egli, nel dì 10 di

maggio, trentadue pezzi di artiglieria al campo della Chiesa, ch'era

sotto Ravenna. Poscia uscito colle sue genti in campagna, nel dì 30 di

quel mese s'impadronì di Rovigo e di tutto il suo Polesine, e poscia

d'Este, Montagnana e Monselice, antichi retaggi della Casa d'Este.

Così Cristoforo Frangipane prese nell'Istria alcune castella de'

Veneziani; ed il duca di Brunswich s'impadronì di Feltre e di Belluno

con varie terre del Friuli. Tutto insomma era in conquasso il dominio

veneto in terraferma. Per tanta confusione e tracollo delle cose

sue volle il senato veneto tentar, se potea, di raddolcir l'animo di

Massimiliano Cesare: al qual fine gl'inviarono _Antonio Giustiniano_

con ordine di fare ed esibir tutto, purchè potesse rimuoverlo dal

continuar le offese. Leggesi nella Storia del Guicciardino la parlata

d'esso oratore, piena di tanta umiltà, che sembrando piuttosto viltà

a chi visse parecchi anni dopo quello storico, la giudicarono una mera

invenzione di lui, come son tante altre concioni, fatture del solo suo

ingegno, ancorchè egli scriva di aver tradotta questa dal latino, nel

qual linguaggio fu recitata dal Giustiniano. Io non entrerò in questa

disputa, per cui si son molto scaldati vari autori, come diffusamente

si può vedere nella Storia franzese della Lega di Cambrai. Solamente

dirò, che lo stesso Bembo attesta, dato ordine al Giustiniano di

procurare la pace con qualsivoglia dura condizione, e di riconoscere

da Cesare qualunque terra dell'impero che la repubblica possedesse in

Friuli e Lombardia. Questa ambasciata, ossia che seguisse dopo tante

perdite, come vuole il Guicciardino, oppure prima, secondochè s'ha dal

Bembo, credendo altri, che due volte il Giustiniano fosse inviato a

Massimiliano, a nulla servì. Perciò il senato veneto, non obbliando

l'antica sua generosità, diedesi a fare ogni possibile sforzo per

accrescere il quasi annichilato esercito suo. Vennero a Venezia i

presidii, che abbandonarono la Romagna e il regno di Napoli; giunsero

dall'Istria, Albania e Dalmazia non poche schiere di gente bellicosa;

e il conte di Pitigliano generale, coll'esibir grosso ingaggiamento,

trasse alle sue bandiere assaissimi soldati italiani, di maniera che si

mise insieme un esercito capace di campeggiare. Intanto i _cardinali

Grimani _e _Contarino_ aveano fatti buoni uffizii in Roma presso il

papa, facendo conoscere che la repubblica coll'avere restituite le

città della Romagna entro il termine dei ventiquattro giorni prescritti

dal monitorio, non era incorsa nelle censure; e parve loro di scoprire

qualche buon raggio di animo mitigato del pontefice: del che avvisato

il senato, mandò tosto a Roma ambasciatori con isperanza di guadagnar

molto più con questa sommessione. Non furono pubblicamente ricevuti.

Pretese il papa non adempiuto quanto era intimato dalla bolla, e

però incorse le censure. Mosse ancora varie altre dure pretensioni

contra della repubblica. Venuti siffatti disgustosi avvisi al senato

veneto, si scatenarono le lingue de' più contra del papa, con giugnere

(siccome abbiamo dal Bembo) Lorenzo Loredano figlio del doge a dire

ad alta voce, che giacchè il Turco, informato delle lor disgrazie, si

era esibito di mandar loro soccorsi, conveniva prevalersene contra di

questo non pontefice, ma carnefice, d'ogni crudeltà maestro. Il doge ed

altri più saggi presero poi la risoluzion di scrivere al papa lettere

piene d'umiltà e d'ubbidienza, confessandosi rei, e rimettendosi

alla clemenza di sua santità: lettere che produssero poi buon frutto,

siccome diremo.

Aveano già cominciato i Padovani ad assaggiar più d'un poco qual fosse

il disordinato governo dei loro ospiti novelli. Frequenti si provavano

i rubamenti; non era salvo l'onore delle donne; le risse, che spesso

succedeano coi soldati, costavano la vita ai cittadini e il sacco alle

lor case. Però non istette molto quel popolo infermo a desiderare di

mutar fianco. Di questa lor disposizione, e del poco presidio, e della

mala guardia che si faceva in Padova, essendo informati i Veneziani, fu

proposto in senato di ricuperar Padova. Vi fu chi arringò in contrario;

ma sì efficacemente perorò Lodovico Molino[366], che fu decretato

di tentarne l'impresa. Trovavasi in questi tempi sotto Asolo, terra

nobile del Trivigiano, lo smilzo esercito imperiale, di cui era stato

creato generale da Massimiliano Cesare _Costantino despota_ della

Morea, spogliato dal Turco de' suoi Stati. L'armata veneta, che era

a Trivigi, gli diede un giorno una buona spelazzata: lo che accrebbe

il coraggio per cose maggiori. Si fece poi correre voce fra i villani

del Padovano che si avea da prendere Padova, e permetterne il sacco:

sinfonia che mirabilmente infiammò il cuore di quella gente, dimentica

di ogni dovere verso la propria città, per sì fatta maniera, che otto

mila d'essi, prese l'armi, volarono all'armata, invasati dalla speranza

di sì ricco bottino. Anche da Venezia gran copia di nobili e plebei

accorse alla desiderata conquista e preda, venendo in barche per la

Brenta e pel Bachiglione. Staccatosi dunque da Trevigi l'esercito

veneto sotto il comando del _conte di Pitigliano_, e passato a Noale,

fu spedito innanzi _Andrea Gritti_ legato con cinquecento cavalli

leggeri; il quale, unitosi con altri fanti che erano a Mirano, e colle

brigate dei contadini, sul far del giorno tacitamente s'avvicinò a

Padova, e, mandate innanzi alcune carra di fieno, che fecero buon

giuoco, ebbe la fortuna di prendere la porta di Codalunga, col cui

capitano per altro passava intelligenza. Arrivando poi di mano in

mano genti fresche a sostenerlo, s'inoltrò più avanti. Gli uffiziali

cesarei sì per questo, come per udire il popolo gridar _Marco, Marco_,

spaventati si rifugiarono nel castello; e contuttochè seguisse qualche

battaglia, pure poco stettero i Veneti ad impadronirsi di tutta la

città. Gli arrabbiati villani non furono pigri a menar le griffe.

Rimasero saccheggiati tutti i banchi, le case e botteghe de' Giudei,

e circa ottanta case di nobili padovani aderenti agl'imperiali, con

perdita di grandi ricchezze. Tutto era in confusione, urli e grida.

Volle Dio che tardasse molto a giugnere il grosso della armata, e che

le infinite barche vegnenti per li canali trovassero del contrasto:

altrimenti, se giugneva tanta gente, che difficilmente si sarebbe

frenata, tutta restava desolata l'infelice città. Ma in questo mentre

si proclamò un bando, che sotto pena della forca niun più osasse di

saccheggiare; laonde, arrivato nello stesso giorno il Pitigliano col

maggior nerbo dell'armata, e chiunque veniva per acqua, trovarono per

lor conto sparecchiata la tavola.

Se ascoltiamo l'autor franzese della Lega di Cambrai, fu ricuperata

Padova dall'armi venete nel dì 18 di giugno. La verità si è, che sì

bel colpo riuscì loro nel dì 17 di luglio di quest'anno, correndo

la festa di santa Marina, poi da lì innanzi, ed anche oggidì, molto

solennizzata in Venezia per memoria di questo avvenimento, che fu il

principio del risorgimento della repubblica. Così ha il Bembo[367],

il Guicciardini[368], Pietro Giustiniano[369], la Storia Veneta

manoscritta[370]. Nell'altra Storia Veneta, scritta a penna che è

di un autor padovano, il quale si trovò presente a questi fatti, è

scritto[371]: _Questo fu a dì 17 del mese di luglio, l'anno di nostra

salute 1509, giorno di santa Marina, in martedì_: che tale appunto,

secondo la lettera dominicale G, fu il dì 17 di quel mese; e non già

del 1510, come per errore si legge negli almanacchi di Venezia. Nè si

dee tacere, avere quest'ultimo storico con gran franchezza attribuito a

un tradimento di _Costantino despoto_ della Morea, che comandava allora

le soldatesche italiane di Massimiliano, il riacquisto di Padova fatto

dai Veneziani. Pretende egli che _papa Giulio_ avesse già riconosciuto

essere il meglio della Chiesa e della Italia che si conservasse

la repubblica di Venezia, per opporla non meno ai Turchi, che alle

potenze cristiane, le quali venivano a conculcare e mettere in ceppi

le provincie italiane: laonde, dati ordini segreti ad esso Costantino

di favorir sotto mano i Veneti, il mandò a Trento a _Massimiliano

Cesare_ con cinquanta mila ducati per sollecitarlo a calare in Italia,

per paura che i Franzesi non prendessero il rimanente dello Stato

veneto. Fu inviato costui a Padova colle genti imperiali. Per quanto

que' Padovani che amavano il nome imperiale lo scongiurassero di non

ispogliar la città dell'opportuno presidio, volle egli andare a campo

ad Asolo. Crebbero le apparenze che Padova fosse in pericolo; ma per

quanto anche i suoi capitani, cioè Pandolfo Malatesta, Lodovico e

Federigo da Bozzolo, il marchese d'Ancisa ed altri, il consigliassero

di cacciarsi in Padova troppo sprovvista di gente, nulla mai volle

consentirvi. Potrebbe essere che costui non peccasse d'infedeltà, ma

bensì di superbia e d'imperizia nel maneggio della guerra. E quando

mai fosse stato reo d'infedeltà, sembra più verisimile che da' saggi

Veneziani fosse egli segretamente guadagnato, e non già imbeccato

dal pontefice, il quale non per anche avea sposati gl'interessi della

repubblica veneta. Ebbe Padova motivo di ringraziar Dio per essersi

salvata da un sacco universale; ma non potè per altro verso schivare

la propria rovina. Imperocchè, bisogna confessarlo, quasi tutta quella

nobiltà s'era mostrata vogliosa di mutar governo, e dichiarata in

favore degli imperiali. Non ne mancò loro il castigo. Preso che fu da'

Veneziani il castello di Padova a discrezione, sì quei nobili che colà

s'erano ritirati, che molti altri presi nella città, furono inviati

nelle carceri di Venezia, dove Leonardo de' Trissini finì presto la

vita, altri sul fine di novembre furono pubblicamente giustiziati

(rigore nondimeno fin dallo stesso Bembo disapprovato), e que' pochi

che poterono durar ivi per molti anni, si videro poi confinati in varii

luoghi delle coste marittime. Oltre a ciò, la maggior parte degli altri

nobili padovani fu chiamata a Venezia, con ordine di presentarsi ogni

dì a un certo ufficio. Molti di essi e delle principali famiglie, per

paura e per altre cagioni, se ne fuggirono dipoi, con venire perciò

dichiarati ribelli, ed applicati al fisco tutti i lor beni. L'autor

padovano registra il nome di chiunque soggiacque a tal flagello, per

cui perì il fiore di quella nobiltà. Qui nondimeno non finirono le

sciagure di quel povero popolo.

L'avere in questa maniera, cioè quasi dissi tanto vilmente,

_Massimiliano Cesare_ lasciata perdere la nobil città di Padova, mosse

allora le voci di ognuno, e poi le penne, degli storici a proverbiare

la di lui somma disattenzione e indolenza nel non mai unire il suo

esercito e calare in Italia. Già titubavano anche le città di Verona e

Vicenza, nella qual ultima si ritirò in fretta il despota Costantino;

e d'uopo fu che, per sostenerla, accorresse il signor della Palissa

con settecento lancie franzesi. Intanto i Veneziani ricuperarono tutto

il contado di Padova, e venne lor fatto di acquistar anche Lignago,

terra ossia castello forte sull'Adige, che mirabilmente servì loro in

questa guerra. Riuscì eziandio ai medesimi un colpo che fece grande

strepito per Italia. Se ne stava _Francesco marchese_ di Mantova

nell'isola della Scala con poche truppe, dimentico della vigilanza

e delle precauzioni che ogni accorto capitano dee prendere in tempo

di guerra. Di ciò avvisato dai villani Carlo Marino provveditor di

Lignago, segretamente disposte le cose, spedì colà Lucio Malvezzi

con ducento cavalli leggeri, e Citolo da Perugia con ottocento fanti

e molte brigate di contadini, che, giunti la notte, svaligiarono

d'armi, cavalli e arnesi tutti i soldati del marchese. Fuggì egli in

camicia, e nascoso in un campo di miglio o saggina, promise molto ad

un villano, se il salvava; ma, da costui tradito, cadde in mano di chi

gli faceva la caccia. Fu condotto a Lignago, e quindi a Venezia, dove

fu carcerato nella prigion delle Torreselle, e quivi per lungo tempo

si riposò. L'Equicola[372] e fra Paolo carmelitano[373] riferiscono

al dì 9 d'agosto la prigionia di questo principe. Il Buonaccorsi

scrive[374] che nel dì 7 dì agosto s'intese questa nuova in Firenze.

Ma falla, perchè il Bembo[375] va d'accordo coll'Equicola. Intanto il

_re Lodovico_ era tornato in Francia. Per ordine di _Massimiliano_, il

_principe di Analto_, il _duca di Brunsvich_ e _Cristoforo Frangipane_

fecero guerra ai Veneziani, e misero sossopra il Friuli e l'Istria,

dove seguirono saccheggi, incendii e baruffe non poche. Udine capitale

del Friuli fece buona difesa; più ancora ne fece Cividale contro le

artiglierie e gli assalti d'esso duca. E perciocchè ben conoscevano i

Veneziani che il pigro Massimiliano Cesare, dopo aver tante volte detto

di voler calare in Italia, una volta infine calerebbe e che il suo

turbine s'andrebbe a scaricar sopra di Padova, si diedero colla maggior

sollecitudine a fortificar la città, e a provvederla di meravigliosa

quantità di viveri e munizioni da guerra. Colà ancora spinsero il

nerbo maggiore della lor fanteria e cavalleria, colla giunta di

ducento giovani veneti volontarii, cadauno de' quali menò seco a sue

spese dieci o quindici o venti uomini armati. Il doge Loredano servì

d'esempio agli altri col mandarvi due suoi figliuoli. Lo stesso conte

di Pitigliano generale dell'esercito, quando fu il tempo, s'andò quivi

a rinchiudere.

Circa gli ultimi dì d'agosto venne alla perfine alla volta di Padova

l'esercito di Massimiliano re de' Romani; esercito formidabile

pel numero de' combattenti, ma senza ordine, senza unione, perchè

composto di varie nazioni e di molti volontarii. Lo stesso re v'era

in persona, ma seco non era venuto quell'oro che occorreva al bisogno

delle grandi imprese, avendo questo principe sempre avuto non minor

cura di raunarne, che di lasciarselo fuggire di mano, avaro insieme

e prodigo. Cento cinquanta cinque mila scudi d'oro, a lui pagati del

re Luigi per l'investitura di Milano, ottenuta nel dì 14 di giugno

dell'anno presente[376], c circa cento sessanta mila ducati d'oro

che per più capi esso Augusto avea ricavato dal papa, fecero presto

le ali. Però la principal paga, che si dava a questa gente, era di

permetter che saccheggiassero tutto il Padovano. Terribile fu infatti

la desolazione di quel fertilissimo paese; ma costò anche non poco a

quei nobili assassini, perchè i contadini, oltre all'essere sempre

stati ben affetti e fedeli alla repubblica, irritati dal crudel

trattamento d'essi imperiali, quanti ne poterono cogliere, tanti

sacrificarono alla loro vendetta. Venne a rinforzare l'armata cesarea

_Ippolito cardinale d'Este_, personaggio intendente delle cose di

guerra, spedito da _Alfonso duca_ di Ferrara suo fratello con cento

lancie, ducento cavalli leggeri, due mila fanti, pagati a sue spese,

e gran copia di artiglierie. Giunse ancora _Lodovico Pico conte_ della

Mirandola, mandato da _papa Giulio_, con ducento lancie della Chiesa e

ducento cavalli leggeri. Mandovvi parimente il governator franzese di

Milano molti uomini d'armi e munizioni da guerra in abbondanza. Quando

ognun si credeva che Massimiliano con sì potente esercito avesse da

assorbire Padova, cominciò egli a perdere il tempo in impadronirsi

di Limene, Monselice, Este, Montagnana ed altri luoghi. Lo storico

padovano attribuisce ancor questo ai consigli del despota della Morea

e del conte della Mirandola per le segrete commissioni date loro dal

papa. Si venne pure una volta a stringere d'assedio Padova nel mese

di settembre: assedio strepitoso, descritto dal Guicciardini, dagli

storici veneti e dall'Anonimo Padovano. Altro a me non permette di

dire l'istituto mio, se non che per quindici giorni vi si fecero di

grandi prodezze dall'una parte e dall'altra, e vi perirono migliaia di

persone; finchè, nel dì 27 di settembre, fu sì valorosamente difeso

un bastione dall'assalto degl'imperiali, che loro calò la voglia

di tentarne di più. Avendo dunque assai conosciuto Massimiliano

l'insuperabil difficoltà dell'impresa, scemata di molto l'armata

sua, vicine le pioggie, che poteano fargli più guerra che gli stessi

avversarii, nel principio di ottobre si ritirò con tutte le sue genti

in Vicenza. E quindi, licenziata buona parte di esse, con poco onore se

ne tornò in Germania.

Dopo sì felice successo, maggiormente cresciuto l'animo ai Veneziani,

ricuperarono con facilità Vicenza, aiutati da quel popolo, che

sospirava di tornare alla loro ubbidienza. Quindi s'inoltrarono sotto

Verona, città che sarebbe caduta anch'essa, se il _signor di Sciomonte_

non l'avesse rinforzata con trecento lancie franzesi, con somministrare

anche le paghe a quel presidio, a cui non poteva o sapeva provvedere

Massimiliano. Per questo l'armata veneta prese quartiere nel verno a

Soave, San Bonifazio e Cologna, continuamente scorrendo poi sino alle

porte di Verona, e tenendola molto angustiata. Ricuperarono eziandio

i Veneti Feltre, Cividal di Belluno, ed altri luoghi nel Friuli. Ma

il loro sdegno maggiore era contra di _Alfonso duca_ di Ferrara,

non solamente per aver egli tolto loro il Polesine di Rovigo, ma

per essersi anche fatto investire da Massimiliano Cesare di Este e

Montagnana, antichi dominii della sua casa. Pertanto a' suoi danni

spedirono per Po un'armata di diciotto galee, di alcuni galeoni e di

assaissime altre barche tutte piene di combattenti, sotto il comando

di _Angelo Trevisano_. I saccheggi ed incendii di qua e là dai gran

fiume, furono per più giorni il continuo loro esercizio; il che riempiè

di spavento la stessa città di Ferrara. A questo improvviso temporale

non punto sbigottito il duca Alfonso, unite che ebbe le sue genti,

ed ottenuto anche un rinforzo di Franzesi, uscì contro i Veneti,

premendo a lui specialmente di sloggiar li da una bastia che essi

aveano piantata di qua dal Po in faccia alla Polesella Sanguinoso ed

inutile riuscì l'assalto dato a quel sito nel dì 30 di novembre. Perì

in quelle battaglie _Lodovico Pico conte_ della Mirandola, stando a'

fianchi del cardinal d'Este. Fu anche nel dì 4 di dicembre presa dai

Veneziani la città di Comacchio, e saccheggiata con tutte le barbare

appendici della licenza militare. Maniera non appariva di levarsi di

dosso così malefici spiriti, se non che lo ingegno del cardinal d'Este

seppe trovare un valevol esorcismo. Non pochi cannoni e colubrine fece

egli postare di notte dietro gli argini del Po di sopra e di sotto

della flotta veneta; e col taglio di essi argini formate le occorrenti

troniere, sul fare dell'alba nel dì 21 di dicembre cominciò a salutar

con que' bronzi le galee e barche nemiche. Due di quelle galee calarono

a fondo, una restò consunta dal fuoco. Ognuno cercò di fuggire. Lo

stesso Trivisano ebbe pena a salvarsi. Giunte ancora addosso a loro

molte barche piene di soldati ferraresi, fecero del resto, in maniera

che vi restarono circa tre mila Veneti o uccisi, o annegati, o presi.

Vennero in potere di Alfonso tredici galee con assaissimi legni,

molte bandiere, infinite munizioni da bocca e da guerra; e il tutto

trionfalmente fu condotto a Ferrara, dopo aver presa a forza d'armi

la bastia de' Veneziani, con tagliar a pezzi secento Schiavoni che ivi

erano di presidio.

Con questi sì strepitosi successi terminò la campagna dell'anno

presente in Lombardia. Altri se ne contarono in Toscana. Imperciocchè i

Fiorentini, il maggior pensiero de' quali era la ricuperazion di Pisa,

mentre le altre potenze erano impegnate altrove, si accinsero a dar

l'ultima mano a quell'impresa. Sapeano che quell'ostinato popolo per

la fame si trovava ridotto ad un miserabile stato, cibandosi la plebe

de' più schifosi alimenti. S'erano preparati in Genova molti legni,

per condurre a quella città una buona quantità di grano. Se n'ebbe

notizia in Firenze, e però furono inviati uomini di arme e artiglierie

alle foci dell'Arno e in Val di Serchio, per impedire il passo. Furono

astretti, nel dì 18 di febbraio, i Genovesi a tornarsene indietro.

Fabbricate poi due bastie con un ponte sopra Arno, strinsero i

Fiorentini maggiormente quella città, i cui rettori finalmente, vedendo

disperato il caso, mossi ancora da qualche interna sollevazione,

inviarono ambasciatori a trattar della resa. Benchè avessero i

Fiorentini potuto aver quella città da lì a poco tempo a discrezione,

e vendicarsi di quel popolo da cui aveano ricevute non poche ingiurie,

pure non lasciarono da saggi di accettar la resa con delle condizioni

molto amorevoli e vantaggiose ai Pisani: capitolazione che fu anche

religiosamente osservata, dal che ne venne loro gran lode. Vi entrarono

dunque pacificamente nel dì 8 di giugno, e vi fecero tosto rifiorir

l'abbondanza e la pace.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 52 / 102 题