[352] Antichità Estensi, Par. II.
[353] Agostino Giustiniani. Senarega. Guicciardini.
Anno di CRISTO MDVIII. Indizione XI.
GIULIO II papa 6.
MASSIMILIANO I re de' Rom. 16.
L'anno fu questo in cui i principali potentati dell'Europa meridionale
si unirono per atterrar la potenza della _repubblica veneta_,
sfoderando cadauno sì le recenti che le rancide pretensioni loro sopra
la Terra ferma posseduta da essi Veneti. Ma prima di questo fatto
avvenne che _Massimiliano re de' Romani_ si era messo in pensiero di
calare in Italia, non tanto per prendere, secondo il rito dei suoi
predecessori, la corona e il titolo imperiale in Roma, quanto per
ristabilire i diritti dell'imperio germanico in queste provincie, e
recare a Pisa, continuamente infestata da' Fiorentini, quel soccorso
che tante volte promesso e non mai eseguito, fece poi nascere il
proverbio del _Soccorso di Pisa_[355]. Chiesto a' Veneziani il passo
e l'alloggio per quattro mila cavalli, ebbe per risposta da quel
senato, che s'egli volea venir pacificamente e senza tanto apparato
d'armi, l'avrebbono con tutto onore ben ricevuto; ma che apparendo con
tanto armamento diversi i di lui disegni, non poteano acconsentire
al suo passaggio. A questa risoluzione de' Veneziani diede maggior
fomento _Lodovico XII_, re di Francia, che con esso loro era in lega,
perchè troppo si era divolgato, non mirare ad altro i movimenti di
Massimiliano, che a spogliar lui dello Stato di Milano in favore
dell'abbattuta casa Sforzesca. Per questo rifiuto e per altri motivi
sdegnato Massimiliano, circa il fine di gennaio col marchese di
Brandeburgo mosse lor guerra dalla parte di Trento, dove i Veneziani
possedevano Rovereto, tentando di aprirsi per le montagne un passaggio
verso Vicenza. Poscia con altre forze entrò nel Friuli, e s'impadronì
di Cadore con altri luoghi. Abbondava allora l'Italia di valenti
capitani, e il senato veneto non fu lento a sceglierne i migliori, e ad
ingrossarsi di gente. _Niccolò Orsino_ conte di Pitigliano, generale,
fu spedito con _Andrea Gritti_ provveditore a Rovereto, _Bartolomeo di
Alviano_, altro generale, con _Giorgio Cornaro_ alla difesa del Friuli.
Mosso a questo rumore il re di Francia, per sospetto che la festa fosse
fatta per lo Stato di Milano, ordinò anch'egli a _Carlo d'Ambosia_
signor di Sciomonte, governatore di Milano, di accorrere in aiuto
de' Veneziani insieme col famoso maresciallo di Francia _Gian-Giacomo
Trivulzio_.
Seguirono molte baruffe e saccheggi sul Trentino, e in que' contorni,
ma non di conseguenza, perchè i Franzesi teneano ordini segreti di
attendere alla difesa, e non alla offesa, per non irritar maggiormente
Massimiliano. Così non fu dalla parte del Friuli. L'animoso Alviano,
entrato nella valle di Cadore, e messi in rotta i Tedeschi, nel dì 23
di febbraio, cioè nell'ultimo giovedì di carnevale, ebbe a patti quel
castello. Nel dì seguente pose il campo a Cormons, castello assai ricco
e forte di sito, che ricusò di rendersi. Si venne all'assalto e alla
scalata, che costò molto sangue agli aggressori, e fra gli altri vi
perì Carlo Malatesta, giovane amatissimo nell'esercito, e di grande
espettazione. Il Guicciardino e il Bembo mettono la di lui morte sotto
Cadore; la Cronica veneta manoscritta, che presso di me si conserva,
scritta da chi si trovò presente a tutta la seguente guerra, il fa
morto sotto Cormons. Ebbe poi l'Alviano a patti quel castello, e per
rallegrare i suoi soldati, loro lasciollo in preda. Quindi si spinse
addosso a Gorizia, e in quattro giorni che le batterie giocarono,
ridusse nel dì 28 di marzo quel presidio a renderla. Di là si inviò
per istrade disastrose a Trieste, città molto mercantile e popolata, il
cui distretto fu in breve messo tutto a saccomano. Posto l'assedio per
terra, secondato da una squadra di navi venete per mare, fu anch'essa
obbligata a capitolare la resa, salvo l'avere e le persone. Lo stesso
avvenne a Porto Naone e a Fiume. Allora fu che Massimiliano, al vedere
andar ogni cosa a rovescio delle sue speranze, crescere il pericolo
suo, cominciò dalla parte di Trento a trattar di tregua, la quale nel
dì 30 d'aprile fu conchiusa per tre anni fra esso re dei Romani e i
Veneziani, senza voler aspettar le risposte del re di Francia.
Si rodeva di rabbia Massimiliano contra de' Veneziani, per essere
uscito con tanta vergogna e danno dal preso impegno, essendo restati
in man d'essi i luoghi occupati. Al che si aggiunse ancora il suono
di alcune canzoni satiriche pubblicate in Venezia contra di lui.
Mostravasi parimente mal soddisfatto dei Veneti il re Lodovico per
l'accordo seguito senza consentimento suo con Massimiliano. Ciò servì
poscia a riunir segretamente gli animi di questi due potentati contro
la repubblica veneta; e tanto più, perchè nelle lor massime concorreva
il pontefice, acceso di somma voglia di ricuperar le città della
Romagna, e che perciò maggiormente accendeva il fuoco altrui. Sotto
dunque lo specioso titolo di acconciar le differenze vertenti fra
Massimiliano e il duca di Gueldria patrocinato da' Franzesi, _Giorgio
d'Ambosia cardinale_ di Roano, personaggio di grande accortezza, primo
mobile della corte di Francia e legato del papa, passò a Cambrai,
per trattar ivi di lega con _Margherita vedova duchessa di Savoia_,
munita d'ampio mandato da Massimiliano suo padre. Al qual congresso
intervenne ancora, col pretesto di accelerar la pace, l'ambasciatore di
_Ferdinando il Cattolico_, principe che forse fu il primo a promuovere
questa alleanza. Nel dì 10 di dicembre fu segnata la suddetta lega
offensiva contro la repubblica di Venezia, in Cambrai fra _Massimiliano
Cesare_, _Lodovico re_ di Francia, e _Ferdinando re_ d'Aragona, e
per parte ancor di _papa Giulio II_, ancorchè il cardinal di Roano
non avesse mandato valevole a tal atto. Fu insieme lasciato luogo di
entrarvi a _Carlo duca di Savoia_, ad _Alfonso duca di Ferrara_ e a
_Francesco marchese di Mantova_, i quali a suo tempo vi si aggiunsero
anch'essi; e fu questa non meno ratificata dai principali contraenti,
che dal papa nel marzo dell'anno seguente. Per ingannare il pubblico,
altro non si pubblicò allora, se non la concordia ivi stabilita fra
Massimiliano e Carlo suo nipote dall'un canto, e il duca di Gueldria
dall'altro, e si tenne ben segreta la macchina preparata contra de'
Veneziani. Le pretensioni di queste potenze erano, per conto del
_pontefice_, di ricuperar le città di Ravenna, Cervia, Rimini e Faenza,
occupate le prime un pezzo fa, ed ultimamente le altre. L'autore
della bella storia franzese della Lega di Cambrai, creduto da molti
il cardinale di Polignac, vi aggiugne ancora Imola e Cesena, quasi
che ancor queste fossero in mano de' Veneziani, il che non sussiste.
La verità nondimeno è, che negli atti di essa lega, dati alla luce da
più d'uno, e in questi ultimi anni dal signor Du-Mont nel suo Corpo
Diplomatico, si leggono anche le suddette due città per negligenza del
cardinal di Roano. Pretendeva _Massimiliano_, chiamato ivi _imperadore
eletto_, le città di Verona, Padova, Vicenza, Trivigi e Rovereto, il
Friuli, il patriarcato di Aquileia, coi luoghi occupati nell'ultima
guerra. Così _Lodovico re_ di Francia intendeva di riacquistare
Brescia, Crema, Bergamo, Cremona e Ghiaradadda, ch'erano una volta
pertinenze del ducato di Milano, quasi che la repubblica veneta non le
possedesse da gran tempo in vigore di legittimi trattati. Finalmente
il _re Cattolico_ volea riavere i porti del regno di Napoli, già
impegnati ai Veneziani dal re Ferdinando, figlio d'Alfonso I, cioè
Trani, Brindisi, Otranto e Monopoli nel golfo Adriatico. Delle altre
condizioni di questo trattato non occorre ch'io parli, se non che per
disobbligar Cesare dal fresco giuramento della tregua di tre anni, fu
creduto sufficiente che il papa fulminasse a suo tempo un interdetto ed
altre censure orribili contro i Veneziani, se in termine di quaranta
giorni non restituivano le terre della Chiesa: dopo il qual tempo
richiedesse di assistenza lo eletto imperadore, come avvocato della
Chiesa Romana.
Diede fine in quest'anno al suo vivere e a' suoi affanni _Lodovico
Sforza_, soprannominato il Moro, già duca di Milano, dopo aver avuto
tempo di far buona penitenza in carcere de' suoi trascorsi peccati.
E siccome in que' tempi troppo era familiare il sospetto de' veleni,
corse anche voce ch'egli per questa via fosse giunto al termine de'
suoi giorni, ma senza apparire alcun giusto motivo di abbreviargli la
vita. Nel giugno eziandio dell'anno presente tornarono i Fiorentini a
dare il guasto alle biade dei Pisani, con giugnere sino alle mura della
città. Questo tante volte replicato flagello estenuò talmente le forze
del popolo pisano, che sarebbe oramai stato facile ad essi Fiorentini
di ridurlo a rendersi, se non si fossero ritenuti per li riguardi che
aveano al re di Francia e al re Cattolico, cadaun de' quali volea far
mercatanzia di quella città: cioè esigea di grosse somme, se ne doveano
permettere l'acquisto. Diedero inoltre essi Fiorentini un altro guasto
a buona parte del Lucchese, perchè non cessava quel popolo di mandar
soccorsi a Pisa.