[349] Pingon. Guichenon.
[350] Buonaccorsi. Guicciardini.
Anno di CRISTO MDVI. Indizione IX.
GIULIO II papa 4.
MASSIMILIANO I re de' Rom. 14.
Meravigliavasi la gente al vedere come _papa Giulio_, personaggio
che in addietro s'era fatto conoscere di pensieri sì vasti e d'animo
torbido, fosse fin qui vivuto con tanta quiete. Cessò questa lor
meraviglia nell'anno presente, perchè esso papa, dopo aver più
volte detto in concistoro di voler nettare la Chiesa dai tiranni,
specialmente mirando a Perugia e Bologna, deliberò di eseguire il suo
disegno[351]. Non volle commettere ad altri questa impresa; ma siccome
papa guerriero si mosse da Roma nel dì 27 di agosto con ventiquattro
cardinali e quattrocento uomini d'armi, avendo già fatti maneggi per
aver soccorsi dal re di Francia, da Ferrara, da Mantova e da Firenze.
In Perugia i _Baglioni_, in Bologna i _Bentivogli_, fattisi capi del
popolo, appoco appoco n'erano divenuti come signori con deprimere
chiunque si mostrava contrario ai loro voleri. Indirizzò Giulio i
suoi passi alla volta di Perugia, dove _Gian-Paolo Baglione_ trovossi
in grande imbroglio, perchè troppo disgustoso era il cedere, troppo
pericoloso il resistere. Nel di lui animo prevalsero i consigli del
duca d'Urbino, sotto la cui fede, arrivato che fu il papa ad Orvieto,
andò colà ad inchinarlo e ad offerirsi umilmente alla di lui volontà.
Fu ricevuto in grazia, con rimetter egli le fortezze e porte di Perugia
in mano del papa, e con promettere di andar seco in Romagna con cento
cinquanta uomini d'arme. Entrò pacificamente il pontefice in Perugia
nel dì 12 di settembre, e ne prese il dominio. Quindi maggiormente
rinforzato dal Baglione, s'inviò alla volta d'Imola; nè parendogli
decoroso il passar per Faenza occupata dai Veneziani, girò per le
montagne del Fiorentino, e andò a posare in Imola, da dove intimò a
_Giovanni Bentivoglio_ di rilasciar Bologna colla minaccia di tutte le
pene spirituali e temporali. Sulla speranza di molte promesse della
protezione del re di Francia s'era il Bentivoglio messo in istato di
difesa. Ma il re, a cui maggiormente premeva per li suoi interessi
di tenersi amico il papa, che di giovare a' suoi raccomandati, mandò
ordine al _signor di Sciomonte_ governator di Milano di assistere con
tutte le sue forze il papa. E in effetto con secento lance ed otto mila
fanti si vide arrivare lo Sciomonte a Castelfranco. Anche il pontefice
avea ricevuto gente dai _Fiorentini_, da _Alfonso duca_ di Ferrara
e da _Francesco marchese_ di Mantova, il quale fu dichiarato capitan
generale dell'esercito pontificio. A sì gagliardo apparato di forze
nemiche s'avvide il Bentivoglio che vano era il ricalcitrare. E però
piuttosto che ricorrere alla clemenza del papa, dalla cui generosità
forse avrebbe potuto ottener maggiori vantaggi, passò nel dì 2 di
novembre al campo franzese ed impetrato di mettere in salvo la sua
famiglia e i suoi mobili per ritirarsi poi sul Milanese, lasciò in
libertà i Bolognesi di trattare col papa. Entrò questi in Bologna con
gran pompa nel dì 11 di novembre, tutto giubilo per sì nobile acquisto.
Morivano di voglia anche i Franzesi d'entrare, non certo per divozione,
in quella grassa città, ed usarono anche della forza; ma il popolo
in armi fece sì buona guardia, che convenne loro restarsene di fuori,
eccettuato lo Sciomonte col suo corteggio, che fu a baciare i piedi al
papa, e riportò, oltre ad un regalo in pecunia per lui, e ad un altro
assai tenue per le sue genti, la promessa di un cappello per _Lodovico
d'Ambosia_ vescovo d'Albi, suo fratello.
Erano entrati in cuor di _Ferdinando il Cattolico_ non piccioli
sospetti contra di _Consalvo gran capitano_, e vicerè per lui nel
regno di Napoli. Nè mancavano invidiosi e malevoli che li fomentavano
ed accrescevano, facendogli credere che Consalvo, colla liberalità
che usava per affezionarsi i regnicoli con discapito del regio
erario, meditasse di usurpare per sè quel regno; ovvero (il che è più
probabile) inclinasse a tenerlo per l'_arciduca Filippo_ suo genero,
il quale aveva assunto il titolo di re di Castiglia. Nel gennaio
dell'anno presente s'era esso arciduca con cinquanta vele e grande
accompagnamento di nobiltà fiamminga inviato per mare alla volta
di Spagna. Battuto da fiera tempesta, fu spinto in Inghilterra, ma,
ripigliato il cammino, sbarcò finalmente in Ispagna. Fu ad incontrarlo
il re Ferdinando, e si trovò maniera di calmare i lor dissapori,
e di conchiudere un accordo fra essi. Ora i suddetti sospetti di
Ferdinando, avvalorati sempre più da qualche disubbidienza di Consalvo,
e massimamente perchè, richiamato colle più affettuose parole, alla
corte di Aragona, egli con varie scuse e pretesti mai non s'era voluto
movere; indussero il re a venir egli in persona a Napoli. Mostravasi
questa sua risoluzione in apparenza nata dal forte desiderio e dalle
vive istanze de' Napoletani di vedere di nuovo il lor sovrano. Ma
l'interno motivo era di assicurarsi che Consalvo, caso che macchinasse
delle novità, non le potesse eseguire, con levargli destramente il
governo. Avvisato Consalvo del disegno del re, spedì persona apposta
in Ispagna per mostrarne il suo contento; e fu allora, seppur non
avvenne più tardi, che Ferdinando colla sua dote primaria, cioè colla
dissimulazione, gli confermò tutti i feudi e le rendite ascendenti a
venti mila ducati d'oro, ch'egli dianzi godeva in regno di Napoli,
e il grado di gran contestabile. Imbarcatosi dipoi, dopo avere
ricevuto nel suo passaggio per mare regali e segni di grande stima
dai Genovesi e Fiorentini, arrivò alle spiagge di Napoli sul fine di
ottobre. Consalvo, ancorchè molti vogliano (ed è ben probabile) che
fosse assai informato e persuaso del mal animo del re verso di lui,
pure con tutto coraggio ed ilarità di volto, affidato forse nella sua
innocenza, andò a presentarsi a lui. Son qui discordi il Guicciardini
e il Giovio. Quegli scrive che andò sino a Genova; e l'altro, secondo
le apparenze, più degno di fede, per avere scritta la Vita di lui, dice
che si portò ad inchinarlo al Capo Miseno presso Napoli. Non potea
Consalvo desiderare accoglimento più dolce e benigno; e finchè il re
si fermò in Napoli, la confidenza in lui fu grande, e nulla chiese
che non ottenesse. Nella sua venuta, per cagion dei venti contrarii
obbligato esso Ferdinando a fermarsi alquanti giorni a Porto Fino,
quivi avea ricevuta la nuova, come _Filippo_ suo genero re di Castiglia
(verisimilmente perchè troppo amico de' lauti conviti) era caduto
infermo in Burgos, e che nel dì 25 di settembre nel fiore della sua età
era passato all'altra vita. Fece questo impensato accidente credere
a molti che Ferdinando fosse per voltare le prore, e tornarsene in
Ispagna a riassumere le sospirate redini della Castiglia. Ma standogli
più a cuore il provvedere ai bisogni di Napoli, colà passò: e poscia
un bel funerale, ma senza lagrime, fece ivi alla memoria dell'estinto
genero.
A chiunque ha letto i precedenti Annali, uopo non è che io ricordi che
la discordia avea sempre in addietro tenuto il principal suo seggio
nella città di Genova. Ora le principali case fra esse, ora i popolari
coi nobili erano in rotta: effetti della superbia, dell'opulenza,
dell'ambizione e di altri malanni in quel popolo, a cui in vivacità
d'ingegno pochi altri d'Italia si possono paragonare. Tutte nondimeno
le lor gare parea che dovessero cessare sotto il dominio e governo
d'un re di Francia, padrone ancora di Milano. Non fu così. Mossosi a
sedizione il popolo contro la nobiltà, andò tanto innanzi il bollore
degli animi, che furono forzati i nobili, cedendo al matto furore del
popolo, di uscire dalla città, con restar perciò saccheggiate le lor
case. Ridotto il governo in mano della plebe più vile, costoro andarono
ad occupar le terre de' Fieschi, e passarono infino ad assediar Monaco,
che era di Luciano Grimaldi. _Filippo di Ravensten_ regio governatore,
dopo aver fatto il possibile per ismorzar questo incendio, veduto che
non vi era più il suo onore in mezzo a tanta disubbidienza, si ritirò,
lasciando buon presidio nel castelletto. Al re _Lodovico XII_ diedero
degli affanni e non poco da pensare sì fatte insolenze, temendo egli
che questa piaga avesse più profonde radici. Infatti, mentre egli era,
secondo lo stile francese, portato a favorir la parte de' nobili,
scoprì che il papa, siccome Savonese di nascita, si era dichiarato
favorevole al partito de' popolari. Diedesi perciò il re a fare
armamento per terra e per mare, affin di rimediare al disordine colla
forza, giacchè a nulla aveano servito le amorevoli insinuazioni e le
minaccie. Nel luglio del presente anno si scoprì anche in Ferrara una
congiura contro la vita del _duca Alfonso_[352]. Era questa tramata
da _don Ferdinando_ suo fratello minore per voglia di regnare, e da
Giulio suo fratello bastardo per ispirito di vendetta, non avendo esso
duca fatto risentimento in occasion d'avere il cardinal d'Este tentato
di fargli cavar gli occhi con barbarie detestata da ognuno. Convinti e
confessi amendue, furono condannati a morte; ma mentre aveano il capo
sotto la mannaia, Alfonso, facendo prevaler la clemenza alla giustizia,
li rimise ad una prigione perpetua. Campò dipoi don Ferdinando sino al
1540; Giulio sino al 1559, in cui riebbe la libertà.