NOTE:

[347] Bembo. Guicciardini. Raynaldus, Annal. Eccles.

[348] Giovio. Buonaccorsi. Guicciardini. Panvinio. Alessandro Sardi.

Anno di CRISTO MDV. Indizione VIII.

GIULIO II papa 3.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 13.

Non avea fin qui _papa Giulio_ voluto accettar gli ambasciatori che la

repubblica di Venezia avea proposto d'inviare a rendergli ubbidienza,

persistendo sempre in pretendere prima la restituzion delle terre

occupate da essi Veneziani in Romagna. Ma dacchè vide non valer le

minaccie per muovere quel senato, e che forze mancavano a lui per

sostener le parole: intronato ancora dalle doglianze de' popoli di

Forlì, Imola e Cesena, che, a cagion delle castella del territorio loro

detenute da essi Veneti, pativano grande incomodo e danno; condiscese

infine ad un accordo. Cioè permise a' Veneziani il possesso di Rimini

e Faenza, ed eglino, circa il dì 12 di marzo, restituirono alla Chiesa

romana Porto Cesenatico, Savignano, Tossignano, Santo Arcangelo, e

sei altre terre col loro distretto. Parve contento di questa cessione

il papa, mentre nello stesso tempo divisava dei mezzi per riavere il

resto. Nel dì 3 di febbraio fece egli la promozione di nove cardinali,

e fra essi si contò un altro suo nipote. Sarebbe passato quest'anno

con somma pace in Italia, se i Fiorentini, sempre più accaniti contra

di Pisa, non ne avessero turbata la quiete[350]. Erano i lor disegni

di tornare anche nell'anno presente a dare il guasto alle campagne

pisane; anzi meditavano di andar a mettere il campo a Pisa stessa, per

ultimar quella impresa, o, come essi diceano, per levarsi d'addosso

quella febbre continua. Ma Gian-Paolo Baglione, che era stato condotto

da essi colle sue genti d'arme, allegò scuse di non poter venire; e

proteggendo il gran capitano _Consalvo_ Pisa, si venne a sapere che

anche inviava colà alcune poche fanterie. Ma, quel che maggiormente

dava da pensare ai Fiorentini, era che _Bartolomeo d'Alviano_, persona

di molto ardire, in quel di Roma facea massa di gente, con vantarsi

pubblicamente di voler passare in aiuto de' Pisani, e di condursi

anche sotto Firenze. Per queste cagioni non osarono i Fiorentini di

fare nell'anno presente il solito brutto gioco ai Pisani. Ma eccoti

sul principio di maggio passare l'Alviano colle sue soldatesche pel

Sanese, entrare nel Fiorentino, andarsene dipoi a Piombino: il che

diede tempo ai Fiorentini di accrescere, come poterono, le loro forze.

Scopertosi dipoi che l'Alviano era per condurre le sue squadre a

Pisa verso la metà d'agosto, _Ercole Bentivoglio_ generale delle armi

fiorentine, tenuto consiglio con Marcantonio Colonna, Jacopo Savello

ed altri condottieri, determinò di contrastargli il passaggio. Si

venne perciò a battaglia, in cui restò disfatto l'Alviano, e costretto

di fuggirsene a Siena, con aver perduto più di mille cavalli e molti

carriaggi. Credette allora il popolo di Firenze giunto il beato giorno

di ricuperar Pisa; e, quantunque molti dei saggi ne dissuadessero

l'impresa, pure fu presa la risoluzion di andar sotto quella città. Nel

dì 8 di settembre le artiglierie cominciarono la lor terribile sinfonia

contro di Pisa. Atterrata buona parte delle mura, si venne all'assalto;

ma con tal coraggio si difesero i Pisani, che lo perderono gli

assalitori. Da un'altra parte si fece breccia, e male e peggio riuscì

il secondo tentativo. Perlochè passò loro la voglia di far altre pruove

del proprio valore, e pieni di vergogna se ne tornarono indietro.

E tanto più per aver inteso che dal Consalvo di notte erano stati

introdotti in Pisa trecento fanti. Dopo questo fatto ve ne inviò egli

altri mille e cinquecento: con che tramontarono per ora le speranze del

popolo di Firenze.

Nel dì 25 di gennaio dell'anno presente mancò di vita _Ercole I

duca_ di Ferrara, principe che, dopo avere imparato a sue spese che

pericoloso mestiere sia quel della guerra, avea atteso a conservar

la pace, e ad ingrandire ed abbellir Ferrara con varie fabbriche

e delizie, e a rendere più felici i suoi popoli. Lasciò dopo di sè

tre figli legittimi, _Alfonso_ primogenito, _Ferdinando_ e _Ippolito

cardinale_. Nell'anno precedente aveva egli inviato Alfonso alle corti

di Francia, Spagna ed Inghilterra, acciocchè la conoscenza di que' gran

principi, e de' costumi e governi delle varie nazioni, servisse a lui

di scuola per ben reggere sè stesso e gli altri. Trovavasi Alfonso in

Inghilterra disposto a passare in Ispagna, allorchè, giuntogli l'avviso

della grave malattia del padre, gli convenne affrettare il suo ritorno

a Ferrara, dove fu riconosciuto per duca e signore da tutti i suoi

popoli. Pace bensì godè in quest'anno l'Italia, ma non andò già esente

da altre calamità. Fiero tremuoto si fece sentire con varie scosse

in più giorni in Venezia, Ferrara, Bologna ed altri luoghi, per cui

caddero a terra non poche case, campanili e chiese, e a moltissime

altre si slogarono le ossa; di modo che i popoli si ridussero a dormir

nelle piazze e ne' campi. Non minor flagello fu quello della carestia,

e carestia universale per tutta l'Italia, essendo stato pessimo il

raccolto, di modo che la povera gente fu ridotta a mangiar erbe,

e non pochi morirono per questo. Infermatosi gravemente nel marzo

dell'anno presente _Lodovico XII_ re di Francia, andò a battere alle

porte della morte, ma poi si riebbe. Se moriva, voce comune fu che i

_Veneziani_, uniti col gran capitano e col _cardinale Ascanio Sforza_,

avessero disegnato di cacciare i Franzesi dallo Stato di Milano. Ma

questo cardinale fu cacciato egli fuori del mondo in Roma nel dì 28

del seguente maggio dalla peste, altra calamità che si aggiunse alle

sopraddette.

Nè si dee tacere, come cosa in cui ebbe interesse anche l'Italia,

che nel mese di ottobre restò conchiusa pace fra il _re di Francia_

e _Ferdinando il Cattolico_, il quale dopo la morte della _regina

Isabella_ non usava più che il titolo di re d'Aragona. Erano insorte

liti fra esso re Cattolico e _Filippo arciduca_ suo genero, pretendendo

questi che il suocero non avesse più da ingerirsi nel governo della

Castiglia. Preparavasi infatti esso arciduca per venire di Fiandra in

Ispagna. Ferdinando giudicò bene in tal congiuntura di amicarsi colla

Francia. Ne' capitoli di quella pace si stabilì il di lui accasamento

con _Germana di Foix_, figliuola di una sorella del re di Francia

che portò in dote ciò che restava in man de' Franzesi nel regno di

Napoli. Rinunziò il re Lodovico alle altre sue pretensioni sopra quel

regno, obbligandosi Ferdinando di pagargli in dieci anni settecento

mila ducati d'oro. Restarono con ciò liberi dalla prigionia i baroni

del regno che aveano militato in favore del re Cattolico, e levato il

confisco fatto contro chi avea seguitato il partito franzese.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 48 / 102 题