[340] Raphael Volaterranus. Guicciardini. Buonaccorsi. Bembo, ed altri.
[341] Guicciardini. Sardi. Paulus de Clericis. Carmelita, in Annal.
MSS. Raphael Volaterranus, et alii.
Anno di CRISTO MDIII. Indizione VI.
PIO III papa 1.
GIULIO II papa 1.
MASSIMILIANO I re de' Romani 11.
Ricco di novità gravissime fu l'anno presente, e non meno di
tradimenti, che erano alla moda in questi tempi. Non sì tosto ebbe
il _duca Valentino_ oppressi in Sinigaglia i due Orsini cogli altri
condottieri, che ne spedì l'avviso a papa Alessandro. Aveva questi
fatta dianzi una solenne, ma canina, pace con tutti gli Orsini;
ed inteso poi come felicemente fossero riuscite le insidie tese
a que' condottieri d'armi, tenendo in petto cotal notizia, sotto
colore d'alcune faccende, chiamò a palazzo il _cardinale Giambatista
Orsino_, ed, appena giunto, il fece far prigione e metterlo nella
torre Borgia[342]. Nello stesso tempo, per ordine suo, furono presi
_Rinaldo Orsino_ arcivescovo di Firenze, il _protonotario Orsino_
ed altri di quella nobil casa. Avuti poi i segnali delle fortezze e
terre de' medesimi, mandò a prenderne il possesso. Durò la prigionia
dell'infelice tradito cardinale sino al febbraio, in cui la morte il
liberò non solo da essa, ma da tutti i guai del mondo; e voce comune
fu che il veleno gli avesse abbreviata la vita, benchè il papa facesse
portarlo scoperto alla sepoltura, per farlo credere morto di naturale
infermità. Così il duca Valentino, andando ben d'accordo con lui,
dacchè intese la cattura di esso cardinale, trovandosi a Castel della
Pieve, si sbrigò col laccio di _Paolo Orsino_ e di _Francesco duca_
di Gravina della medesima famiglia, il qual ultimo nondimeno altri
fanno morto prima. Erasi il Valentino, senza perdere tempo, portato
a Città di Castello, e trovato che ne erano fuggiti tutti quei della
casa Vitelli, se ne impadronì. Altrettanto fece di Perugia, dacchè
_Gian-Paolo dei Baglioni_, il quale, più accorto degli altri, s'era
guardato dalla trappola di Sinigaglia, nol volle aspettare nella
patria sua. Quindi sempre più avido il Borgia si avvisò di tentare la
città di Siena, facendo sapere a quel popolo che cacciassero _Pandolfo
Petrucci_, come nemico suo; e senza aspettare risposta, s'inoltrò a
Sartiano e a Buonconvento, occupando que' luoghi con altre castella.
Il bello era che nel medesimo tempo tanto egli che il papa scrivevano
al Petrucci delle lettere le più dolci e piene d'affezione che mai
si leggessero. Gran bisbiglio e timore insorse per questo in Siena;
ma Pandolfo, per bene del pubblico suo ritiratosi a Pisa, tentò di
levare al Valentino i pretesti di passare a maggiori insulti. Nè
questi veramente osò di più, tra perchè Siena, città forte di gran
popolazione, si faceva assai rispettare, e perchè essendo accorso
_Gian-Giordano Orsino_ duca di Bracciano con gli altri di sua casa,
sottratti alla perfidia Borgia, e coi Savelli a difendere il resto
delle lor terre, il pontefice richiamò il figlio colle sue truppe a
Roma. Andò il Valentino, mosse guerra a quei baroni, senza riguardo
sulle prime ad esso duca di Bracciano, che era sotto la protezione
del re di Francia, e senza rispetto al _conte di Pitigliano_, che era
ai servigi della repubblica di Venezia. A riserva di Bracciano e di
Vicovaro, prese tutto. Ma fattosi udire per tanti acquisti e tradimenti
il risentimento del re Cristianissimo, si mise in trattato quella
pendenza fra il papa e i ministri del re, i quali per altre cagioni
erano insospettiti, anzi disgustati forte del medesimo pontefice,
siccome consapevoli del proverbio che allora correva: cioè, _che il
papa non faceva mai quello che diceva; e il Valentino non diceva mai
quello che faceva_.
Ancorchè il papa per suoi fini politici licenziasse allora gran
parte delle sue genti, pure il duca Valentino secretamente molte ne
raccoglieva, gravido sempre di più grandiose idee. Dava di grandi
sospetti a' Sanesi e Fiorentini, aspirava al dominio di Pisa. Cercava
anche il papa di tirare i cardinali a consentire che si desse al
figlio il titolo di re della Romagna, Marca ed Umbria. E giacchè era
a lui riuscito di abbattere Colonnesi, Orsini e Savelli, principali
baroni di Roma, stavano gli altri minori in continuo sospetto e
timore dell'infedeltà ed ambizione della regnante casa Borgia, in
guisa che molti ancora per loro meglio si assentarono; quando la
morte, che sovente sconcerta o concerta le cose de' mortali, venne a
fare impensatamente scena nuova. Cadde malato papa Alessandro, e nel
dì 18 di agosto fu chiamato da Dio a rendere conto della vita tanto
scandalosa da lui menata non men prima che durante il pontificato
suo. Talmente divulgata e radicata si è la voce che egli morisse
avvelenato, che non sì facilmente si potrà svellere dalla mente di
chi specialmente inclina in tutti gli avvenimenti alla malizia. Così
parlano il Guicciardini, il Volaterrano, il Giovio, il Bembo, per
tacere di tant'altri. Dicono che in una cena preparata, per cagione
de' caldi eccessivi, in una vigna, essendo approntati alcuni fiaschi di
vino con veleno, per iscacciar dal mondo _Adriano cardinale di Corneto_
(esecranda iniquità, esercitata già verso altri porporati ricchissimi,
per ingoiar le loro facoltà e molto più sopra i nemici per vendicarsi),
cambiati inavvertentemente essi fiaschi, toccasse il malefico
beveraggio al papa stesso. Diede maggior fomento a questa fama l'essere
sopraggiunta nel tempo stesso a due altri di que' commensali, cioè al
_duca Valentino_ e al sopraddetto cardinal di Corneto, una mortale
infermità, che essi poi superarono con potenti rimedii e col vigore
dell'età lor giovanile; ma non già il papa, a cui nel medesimo tempo
fecero guerra settantadue anni di sua età, avvegnachè egli per la sua
robustezza senile si promettesse molto più lunga carriera di vita. Ma,
quel che finì di persuadere alla gente che il veleno avesse liberata la
Chiesa di Dio da questo mal arnese, fu che il corpo suo, esposto alla
vista di ognuno, comparve gonfio, troppo sfigurato e puzzolente: lo che
fu attribuito all'attività del micidiale ingrediente.
Ora qui convien distinguere due punti, malamente confusi dal giudizio
del volgo. Il primo è che veramente dovette succedere quella scena, e
che in essa, per malizia del Valentino, restò avvelenato il cardinal
di Corneto, e per balordaggine dello scalco anche il duca Valentino.
Non si può mettere in dubbio l'infermità dell'uno e dell'altro, nè si
dee dare una mentita al Giovio, il quale nella Vita di Consalvo scrive
d'aver saputo dalla bocca del medesimo cardinal di Corneto, come egli
restò allora avvelenato, con aver poi perduta tutta la pelle. Ma per
conto del papa, o egli non intervenne a quella cena, o, seppur vi fu, a
lui non toccò di quella mortifera bevanda. Secondo il Volaterrano[343],
la diceria del veleno dato anche al pontefice si sparse _incerto
auctore_. Odorico Rinaldi[344] produce un Diario romano manuscritto,
da cui papa Alessandro nel dì 12 di agosto fu preso da febbre; che
_nel dì 15 di agosto gli furono cavate tredici once di sangue, o
circa, e sopravvenne la febbre terzana._ Nel dì 17 prese medicina. Nel
dì 18 passò all'altra vita, probabilmente per una di quelle terzane
perniciose che anche a' dì nostri o nella quinta o nella settima
portano via gl'infermi, se ad esse non si taglia il corso colla china,
l'uso della quale in quel secolo era ignoto all'Europa. Aggiungasi
quanto lasciò scritto Alessandro Sardi, contemporaneo del Guicciardini
e del Giovio, nella Storia che si conserva manuscritta nella libreria
estense. Dopo aver egli accennata la fama del veleno, seguita a
dire[345]: _Ma Beltrando Costabile, che allora era ambasciatore del
duca Ercole di Ferrara in Roma, e Niccolò Boncane Fiorentino, amico
intrinseco del gonfaloniere Soderino, con dieci lettere in cinque
diversi giorni da loro scritte al duca e al cardinale da Este, e lette
da noi, mostrano la morte del papa, succeduta in otto giorni per febbre
terzana, in quel tempo estivo regnante in Roma, dalla quale egli il
decimo giorno di agosto assalito, nè mitigata per apertura di vena,
nè rinfrescata per manna presa, spirò la sera che dicemmo. Poi per la
subbullizione del sangue putrefatto in que' giorni restando il cadavero
annerito e gonfio, sorse la fama del veleno da chi non conobbe la
causa di quegli effetti_. Basta questo per abbattere l'insussistente
voce, sparsa allora intorno alla morte di questo pontefice. La corte di
Ferrara, dove era una di lui figlia, si può credere che fosse molto ben
informata di questi affari.
Non lascia Raffaello Volaterrano di rappresentare ciò che di lodevole
si osservò in _Alessandro VI_, il suo ingegno, la sua memoria,
l'eloquenza in persuadere, la destrezza in governare, con altre doti
spettanti ad un principe, ma che sovente non si ricordava d'essere
principe cristiano, e, quel ch'è più, pontefice vicario di Cristo.
Certo è, tanti essere stati i suoi vizii, tante le sue azioni malvage
d'impudicizia, d'infedeltà, di crudeltà, d'ambizione, delle quali
parlano tante storie, e che lo stesso Volaterrano non dissimulò, che
il pontificato suo resterà in una deplorabil memoria per tutti i secoli
avvenire. Roma perciò era divenuta una sentina di iniquità; niuno vi si
trovava sicuro, perchè piena di soldati e di sgherri, a' quali tutto
veniva permesso. Guai se alcuno sparlava: dappertutto erano spie, e
una menoma parola costava la vita. Quanto poi patisse la religione
(non già ne' dommi, che Dio questi ha preservato sempre e preserverà,
ma nella disciplina) per tanti scandali, per le indulgenze allora più
che mai messe all'incanto, e per li benefizii che, secondo il Bembo,
si vendevano, e per altre biasimevoli invenzioni di cavar danaro,
affine di far guerra ed ingrandire l'iniquissimo suo figlio Cesare
Borgia: tutti i buoni lo conobbero allora, con dolersene indarno.
E maggiormente si conobbe da lì a qualche anno, pel pretesto che di
là presero le nuove eresie. Nulla io dico qui che non dicano tante
altre storie manuscritte e stampate: e nulla appunto da me si dice
in paragone del tanto che altri ne scrissero. Fortuna che in questa
mutazione di cose si trovasse gravemente infermo il duca Valentino,
perchè non gli mancavano forze, volontà e coraggio per tentar cose
grandi, ed accrescere od assodare la sua potenza. Non s'era mai
aspettato costui un sì strano contrattempo. Contuttociò anche in
quello stato ebbe tanta libertà di mente, che si assicurò di tutte
le ricchezze del padre, e chiamò a Roma tutte le sue soldatesche,
sperando per tal via di costringere il sacro collegio a creare un
papa ben affetto a lui, contando egli specialmente sopra i tanti
cardinali spagnuoli creati dal padre suo. E perciocchè non sì tosto
s'udì la morte del papa, che tutti i baroni romani fuggiti o disgustati
ripigliarono l'armi, tanto per ricuperar le lor terre, quanto per
vendicarsi del barbaro e disleale duca Valentino, egli si pacificò coi
Colonnesi, restituendo loro le terre occupate; e cominciò a trattare
coi ministri di Francia e Spagna, cadaun de' quali si studiava di
tirarlo dalla sua, sì per essere assistito da lui nella guerra di
Napoli, che per averlo favorevole nell'elezione del nuovo papa.
Conchiuse egli dipoi co' soli Franzesi, perchè l'esercito loro s'era
avvicinato a Roma, ed avea promessa la protezione del re a lui e agli
Stati da lui posseduti. Promise anch'egli, all'incontro, di militar
colle sue squadre in favore del re per l'impresa di Napoli.
Intanto erano in armi gli Orsini ed altri baroni romani. I _Vitelli_
se ne ritornarono a Città di Castello. A _Gian-Paolo Baglione_ riuscì
colla forza e coll'aiuto de' Fiorentini di rientrare in Perugia. Quei
di Piombino richiamarono l'antico lor signore _Jacopo di Appiano_. Si
mossero eziandio il_ duca d'Urbino, i signori di Camerino, Pesaro_
e _Sinigaglia_, per ricuperare i loro Stati. Ora trovandosi Roma in
gran discordia per la commozion de' baroni, per le milizie del duca
Valentino che aveano fatto degl'insulti ai cardinali ed occupavano
il Vaticano, ma vieppiù per le armate franzesi e spagnuole che erano
accorse a quelle vicinanze, tutte in apparenza per sostenere la
libertà nell'elezion del novello pontefice: ai maneggi de' cardinali,
che andavano tenendo le lor sessioni nella Minerva, riuscì di far
uscire di Roma il Valentino colle sue truppe, e d'indurre gli eserciti
stranieri a fermarsi otto miglia lungi da quella nobilissima città.
Era con somma fretta accorso da Francia _Giorgio di Ambosia_ cardinale
di Roano, tutto voglioso della tiara pontifizia, e seco avea condotto
il _cardinal di Aragona_ e il _cardinale Ascanio Sforza_, cavato
due anni prima dalla prigione, con obbligo di trattenersi in quella
corte. Entrati i cardinali in numero di trentasette in conclave, si
videro presto abortite le speranze ambiziose del cardinal di Roano, e
nel dì 22 di settembre concorsero i voti nella persona di _Francesco
Piccolomini_ Sanese, diacono cardinale, ed arcivescovo eletto della
patria sua, il qual prese il nome di _Pio III_. Era egli della famiglia
Todeschina; ma papa Pio II l'avea innestato nella sua, perchè figlio
di Laodamia sua sorella. Nel dì primo di ottobre fu egli coronato; ma
poco godè egli dell'onore, poco di lui la Chiesa di Dio; perciocchè nel
dì 18 dello stesso ottobre, a cagion di una piaga che avea nella gamba,
dopo soli ventisei giorni di pontificato, passò a miglior vita, in età
poco più di sessantaquattro anni; nè mancò sospetto di veleno: ciarla
familiare nella morte de' principi in que' secoli di tanta ambizione
ed iniquità. Gran perdita che fu questa per la religione. L'integrità
della sua vita in tutti gli anni addietro, la sua prudenza e il suo
zelo faceano sperar dei considerabili vantaggi alla Chiesa di Dio. In
fatti, appena salito sul trono pontificio, attese a convocar tosto
un concilio generale per la riforma della disciplina ecclesiastica,
ancorchè, in vigore de' capitoli saggiamente stabiliti nel conclave,
a ciò non fosse tenuto, se non dopo due anni: il che fa conoscere
che neppure allora mancavano in Roma personaggi zelanti dell'onore
di Dio e del ben della Chiesa. Se questo succedeva, oh quanti mali,
che poi sopravvennero alla religione, si sarebbono forse impediti!
Abborriva ancora la guerra, e non meditava se non consigli di pace.
Però mancò di vita con dispiacere di tutti i buoni. Ne' pochi giorni
del suo pontificato passò a Roma da Nepi, ove s'era ritirato, il duca
Valentino, per congratularsi col papa, e per acconciar seco i suoi
interessi, impetrato prima un salvocondotto. Ma Gian-Paolo Baglione,
che anch'egli quivi si trovava, e gli Orsini, tutti ardendo di voglia
di vendicarsi di questo odiatissimo tiranno, fatta raunata di gente,
andarono ad assalirlo. Ne seguirono morti e ferite; e, prevalendo le
forze degli Orsini, altro scampo e ripiego non ebbe il Valentino che
di rifugiarsi nel palazzo del Vaticano. Poscia o spontaneamente, o per
consiglio del papa, cercando maggior sicurezza, si ritirò in castello
Sant'Angelo; il che tenuto fu per un colpo della divina provvidenza,
affin di mettere fine alle ribalderie di questo pestifero mostro;
perchè si dissiparono, a tale avviso, le genti sue, e si squarciò tutta
la sua potenza.
Dopo la morte di Pio III si seppe così ben maneggiare il _cardinal
Giuliano della Rovere_, vescovo d'Ostia e penitenzier maggiore, nato
assai bassamente in Savona, ma d'animo sommamente signorile, e nipote
di _papa Sisto IV_, che guadagnò i voti di tutti i porporati, per
le ragioni che ne adduce il Guicciardini: laonde, con maraviglia
universale, restò, nel dì primo di novembre, proclamato papa,
primachè si chiudesse il conclave, ed assunse il nome di _Giulio
II_. Concorrevano in lui le doti d'uomo magnifico, di gran mente ed
accortezza, di non minor coraggio e di lunga sperienza nelle cose del
mondo, col concetto ancora di persona leale e veritiera. Conoscevano i
migliori abbondare in lui l'alterigia, e il genio inquieto, bellicoso e
vendicativo anche delle offese immaginate; ma convenne loro seguitar la
corrente. Aveva anche egli giurato di rimettere nel suo primiero lustro
la disciplina ecclesiastica, di raunare il concilio generale, e di
non far guerra senza il consenso di due terzi del sacro collegio. Come
egli mantenesse la parola, in breve ce ne accorgeremo. Non potea certo
crearsi pontefice, da cui fosse più alieno l'animo del duca Valentino;
perciocchè fra _Roderigo_, che fu poi _Alessandro VI_ papa, suo
padre, quando era cardinale, ed esso Giuliano della Rovere erano state
nemicizie pubbliche e private, talmente che un dì si strapazzarono con
tante villanie, che di peggio non avrebbe operato qualsivoglia più
insolente plebeo. Per questa cagione esso cardinal Giuliano, creato
che fu papa il Borgia, di cui aveva assai scandagliato il doppio e
perverso animo, destramente si ritirò ad Avignone e in Francia, dove
si guadagnò l'affetto e la stima de' re _Carlo IX_ e _Luigi XII_. Nè,
per quante esibizioni e carezze gli facesse papa Alessandro, mai volle
ritornare in Roma, solendo dire fra sè: _Giuliano, Giuliano, non ti
fidar del marrano_. Contuttociò il novello pontefice, perchè s'erano
imbrogliati gli affari della Romagna, e già egli meditava di ricuperar
gli Stati della Chiesa, giudicò bene di far servire a' suoi disegni
il medesimo Valentino. Cavatolo perciò fuori di castello Sant'Angelo,
con varie promesse, e col confermargli tutti i suoi titoli ed onori,
il trasse dalla sua. S'era, dissi, già sconvolta la Romagna, perchè
i Veneziani, persuasi che starebbe meglio in mano loro, o de' signori
esclusi, quella provincia, che in potere del Borgia, s'ingrossarono di
gente in Ravenna, da loro signoreggiata, e tanto fecero, che si misero
in possesso di Faenza e della sua rocca. Entrò in Forlì _Antonio Maria
degli Ordelaffi_. Rimisero in Rimini _Pandolfo Malatesta_; poscia,
fatto accordo con lui, ne acquistarono il dominio. Tentarono Fano, ma
questa città tenne per la Chiesa. Si impadronirono parimente di Porto
Cesenatico, di Sant'Arcangelo, e di altre assai terre in quel d'Imola e
Cesena, ed erano dietro a mettere il piede anche in Forlì.
Solamente restarono in potere degli uffiziali del Valentino le rocche o
fortezze di Cesena, di Forlì, di Bertinoro, d'Imola e di Forlimpopoli.
Sommamente increbbe al papa il movimento de' Veneziani, conoscendo
quanto poi sarebbe malagevole il trarre di mano alla lor possanza
la Romagna. E giacchè dall'un canto la spedizione de' suoi oratori
a Venezia, per lamentarsi di quella occupazione, a nulla giovò; e
dall'altro ne' principii del suo governo genti e danari gli mancavano
per farsi giustizia colle armi; giudicò bene di spedir colà il duca
Valentino, colla speranza che la presenza di lui potesse far mutare
l'aspetto delle cose in quelle contrade, seppur questo fu il suo vero
disegno. Andò il Valentino ad imbarcarsi per passare alla Specia. Ma
eccoti sopraggiugnere il _cardinal Soderino_ e Francesco Remolino a
chiedergli i segnali delle suddette fortezze, mostrando essi mutata la
risoluzion del papa per sospetto che i Veneziani con esibizioni larghe
di danaro gli cavassero di mano quelle fortezze. Ricusò il Borgia
di consegnarli, e però, d'ordine del papa, fu ritenuto come prigione
in una delle galee pontificie. Cagion fu questo trattamento ch'egli
poi s'indusse a darli: cosa nondimeno che a nulla servì, perchè ito
con essi l'_arcivescovo di Ragusi_, come commessario apostolico, i
castellani di quelle fortezze negarono di consegnarle, se non aveano
altro ordine dal Valentino, posto in luogo di libertà. Per questo fu
condotto esso Valentino a Roma, alloggiato in palazzo, ed accarezzato
dal papa, acciocchè tal dimostrazione il facesse comparir libero. Ma
spedito dal Valentino Pietro d'Oviedo suo familiare a que' castellani
con ordine di lasciar le fortezze ai ministri del papa, altro non potè
impetrare da don Diego Ramiro castellano di Cesena, che se l'intendeva
cogli altri, se non che gli fu posto un laccio alla gola, e tolta la
vita, come a traditore del suo signore. Ciò udito in Roma, fu ristretto
il Valentino in quella stessa torre Borgia che era stata in addietro il
ricettacolo di tanti miseri caduti in mano della sua barbarie. Produsse
anche la sua depressione che le genti spedite da lui innanzi alla volta
della Toscana furono tra Cortona e Castiglione Aretino svaligiate e
disperse dai Fiorentini.
Bollì più che mai in quest'anno la guerra fra gli Spagnuoli e Franzesi
nel regno di Napoli. A me non permette lo istituto mio di darne se
non un breve ragguaglio. Erasi interposto _Filippo arciduca_, marito
di _Giovanna_, figliuola del _re Cattolico Ferdinando_, per acconciar
le differenze insorte in quel regno; e gli riuscì di stabilire
una convenzione di tregua o pace con _Luigi re di Francia_, per la
quale esso re addormentato non attese più col vigore che occorreva a
sostenere i proprii interessi in quelle contrade. Restò egli poscia
deluso, perciocchè il re Cattolico fece intanto varii preparamenti
per continuare la guerra, con poi disapprovare l'accordo fatto dal
genero. Però il gran capitano _Consalvo_, senza ubbidire all'ordine
venutogli dall'arciduca di desistere dalle offese, seguitò ad impiegare
il suo senno, e i rinforzi di gente che di mano in mano gli andavano
arrivando, contra dei Franzesi, benchè sovente si trovasse inferiore
ad essi di forze. Varia era la fortuna della guerra in quelle parti,
grande la costanza di Consalvo in sostenere Barletta. Memorabile fu,
fra le altre azioni, un duello nel febbraio di quest'anno. Ossia che
ito un trombetta franzese a Barletta per riscuotere alcun prigione,
qualche soldato italiano sparlasse de' Franzesi, come scrive il
Guicciardini; oppure (come è più probabile, e fu scritto dal Sabellico
e dal Giovio) che scappasse detto ad alcun Franzese di nulla stimare
i soldati italiani (ingiusta sentenza, in cui anche oggidì prorompe
chi non sa ben pesare la situazion delle cose): certo è, che volendo
l'una e l'altra nazione sostenere il suo decoro, per non dire la
maggioranza, ne seguì pubblica sfida fra tredici uomini d'arme
italiani scelti dalle brigate di _Prospero_ e _Fabrizio Colonna_,
militanti cogli Spagnuoli, ed altrettanti dalla parte dei Franzesi,
eletti dal duca di Nemours. Il Giovio registra il nome de' primi,
tace per rispetto quel de' secondi. La scommessa fu, che cadaun dei
vinti pagasse cento ducati d'oro, e perdesse armi e cavalli. Alla
vista degli eserciti seguì il fiero combattimento a Traili fra Andria
e Quarata. Dichiarassi la vittoria in favor degl'Italiani. Dal canto
dei Franzesi uno restò morto, e detto fu che sel meritava, perchè,
essendo da Asti, avea prese le armi contro la propria nazione. Gli
altri quasi tutti feriti, perchè seco non aveano portato il danaro
pattuito (tanta era la lor baldanza e vana fiducia di vincere), furono
menati prigioni a Barletta, dove ben accolti e consolati da Consalvo,
dappoichè ebbero pagato, fu loro concesso licenza di tornarsene al
campo franzese per predicare ai lor nazionali la moderazion della
lingua, e il rispettar gli uomini onorati e valorosi di qualsivoglia
nazione. Monsignore di Belcaire vescovo di Metz si credette di poter
qui sminuire la riputazion degl'Italiani[346], adducendo alcune
particolarità toccate dal Sabellico intorno a quel duello, quasichè la
frode, e non la virtù, avesse guadagnata la pugna. Ma quel prelato non
s'intendeva del mestiere dell'armi; e per la gloria degl'Italiani non
occorre rispondergli, se non che i giudici deputati a quel conflitto
dichiararono legittima la vittoria; nè mai i vinti o i lor compagni
pretesero di darle taccia alcuna.
Venuti poscia per mare nuovi rinforzi di gente a Consalvo tanto di
Spagna quanto di Germania, uscì vigoroso in campagna. Prese Ruvo,
lungi sette miglia da Trani, con farvi prigione il _signor della
Palizza_. Nel qual tempo anche ad _Ugo di Cardona_ riuscì di dare una
rotta in Calabria all'Aubigny, che vi restò ferito. Più strepitoso poi
fu un fatto d'armi, accaduto alla Cirignuola in Puglia nel dì 28 di
aprile dell'anno presente, in cui lasciarono la vita circa tre mila
Franzesi, e da lì a non molto finì anche di vivere il _duca di Nemours_
generale de' medesimi. Il caldo e il rumore di questa vittoria non
solamente fece venire in poter di Consalvo più di sessanta terre nella
Puglia; ma indusse ancora Capoa ed Aversa, e fin la stessa città di
Napoli, a chiamar gli Spagnuoli, giacchè per mare venivano impedite le
vettovaglie, e si mosse a tumulto per la carestia il popolo di quella
gran città. Entrò in Napoli il gran capitano nel dì 14 di maggio con
buona disciplina, e senza nuocere ad alcuno, e tosto prese a battere
colle artiglierie Castel Nuovo e l'altro dell'Uovo. Fu preso il primo
nel dì 22 di giugno per assalto: il che fu giudicato cosa meravigliosa.
Eransi ritirati i Franzesi a Gaeta e al Garigliano. Consalvo, a cui
non mancò mai diligenza nel suo mestiere, uscito in campagna, li
fece ritirar tutti a Gaeta, della qual città non tardò a cominciar
il blocco. Al primo avviso ch'ebbe il _re Luigi_, deluso dalla pace o
tregua fatta dall'arciduca, come i suoi affari prendeano brutta piega
nel regno di Napoli, mise insieme un forte armamento per mare e per
terra, dichiarando suo generale _monsignor della Tremoglia_, e poscia
_Francesco marchese di Mantova_. Per varie cagioni venne lentamente
questo esercito, composto di Franzesi, Svizzeri, Grigioni ed Italiani;
e solamente alla fine di luglio passò per Pontremoli in Toscana, e
di là a Roma, intorno alla qual città, per la morte sopraggiunta a
papa Alessandro VI, si fermò non pochi giorni. E intanto il castello
dell'Uovo in Napoli per una mina (cosa allor nuova), che fece saltar
colla polvere da fuoco Pietro Navarro, venne in poter di Consalvo.
Finalmente s'inviò alla volta del regno l'armata franzese, e giunse ad
unirsi co' suoi a Gaeta. S'era postato Consalvo a San Germano. Vennero
anche i Franzesi al Garigliano, e riuscì loro di far un ponte su quel
fiume, e senza alcun progresso in que' contorni si accamparono. Era
quel sito assai disagiato, perchè i soldati stavano come impantanati
nel fango; nè potendo reggere a quei patimenti, essendo anche mal
pagati, parte s'infermavano, parte disertavano, di maniera che molto
s'infievolì l'esercito loro. Anche Francesco marchese di Mantova,
che fin qui avea esercitato fra loro la carica di generale, essendo
caduto malato, oppur fingendosi tale, per non poter più reggere o alla
superbia o alla discordia o alla disubbidienza de' Franzesi, impetrata
licenza dal re, se ne tornò a casa. Si rinforzò intanto il gran
capitano coll'arrivo di _Bartolomeo d'Alviano_, famoso condottiere,
innestato nella casa Orsina, che con altri di quel cognome al servigio
del re Cattolico menò varie compagnie d'armati. Voce comune fu, aver
lo stesso Alviano con tante ragioni incitato Consalvo ad un fatto
d'armi, che, ad onta de' suoi capitani di contrario parere, egli vi si
lasciò indurre. Gittato dunque allo improvviso un ponte nella notte
del dì 27 di dicembre (ma dovrebbe essere il dì 28) sul Garigliano
a Suio, quattro miglia al di sopra di quel dei Franzesi, senza che
questi se ne avvedessero, passò buona parte dell'armata spagnuola di
qua. La mattina seguente, giorno di venerdì felice alla lor gente,
fatto assalire col resto di sue truppe il ponte de' Franzesi, nello
stesso tempo Consalvo co' suoi spronò verso il loro campo. Più a
ritirarsi che a combattere pensarono i Franzesi, e, lasciata addietro
la maggior parte delle munizioni (il Guicciardini dice anche nove
pezzi grossi di artiglieria), ordinatamente s'inviarono verso Gaeta,
ma inseguiti sempre e battuti dagli Spagnuoli sino alle mura di quella
città. Grande fu la lor perdita per li morti, feriti e prigioni, ma
più per lo sbandamento di assaissimi che andarono qua e là dispersi.
Vi perì fra gli altri _Pietro de Medici_, fuggendo pel fiume sopra una
barca, che carica di quattro pezzi di cannoni si affondò. Stette poco
il gran capitano ad impadronirsi del monte di Gaeta; dopo di che si
accampò intorno a quella città. E tali furono i prosperosi avvenimenti
dell'armi spagnuole nel regno di Napoli, correndo quest'anno: in
cui ancora verso la metà di giugno tornarono i Fiorentini a dare la
mala pasqua alle campagne di Pisa, e venne lor fatto di acquistar la
Verucola, e di ricuperar Vico Pisano. Perchè nè il papa nè gli altri
monarchi cristiani, perduto ciascuno dietro ai proprii interessi,
porgevano aiuto alcuno alla repubblica veneta, la prudenza di quel
senato giudicò spediente il far pace, come potè, co' Turchi. Gli
convenne restituir Santa Maura, e accomodarsi ad altre dure condizioni,
tollerabili nondimeno, perchè troppo pericoloso era l'ostinarsi nella
guerra contro di sì possente nemico. Fece il papa in quest'anno nel dì
29 di novembre una creazione di quattro cardinali, fra i quali due suoi
nipoti.