[329] Cronica di Bologna MS. nella Libreria Estense. Diar. di Ferrara,
tom. 24 Rer. Ital.
[330] Guicciardini, Istoria d'Italia. Cronica MS. di Bologna.
Raynaldus, Annal. Eccles. Cronica Veneta, tom. 24 Rer. Ital.
[331] Raynaldus, Annal. Eccles.
[332] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens.
Guicciardini, Istoria d'Italia. Nardi, Istoria di Firenze. Bembo, ed
altri.
[333] Cronica di Venezia, tom. 21 Rer. Ital.
[334] Raynaldus, Annal. Eccles.
[335] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Cronica MS. di Bologna.
Guicciardini, Istor. d'Italia, ed altri.
[336] Alessandro Sardi, Storia MS. Annali MSS. di Bologna.
Guicciardini, Storia.
[337] Buonaccorsi, Dario.
[338] Buonaccorsi, Giovio, Guicciardini, Sardi.
[339] Raynaldus, Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MDII. Indizione V.
ALESSANDRO VI papa 11.
MASSIMILIANO I re de' Romani 10.
Quanto più andava crescendo in potenza il _duca Valentino_, tanto più
s'aumentava in lui la brama di nuovi acquisti, secondato in ciò dal
papa suo padre, che nulla più meditava e sospirava che di formare in
lui un gran principe in Italia. Non avea esso pontefice meno amore e
premura per l'ingrandimento di _Lucrezia_ sua figlia; e però con forti
maneggi fatti alla corte del re Cristianissimo fin l'anno precedente,
e col mezzo specialmente del _cardinal di Roano_, che era, per
concessione d'esso Alessandro, come un secondo papa in Francia, avea
indotto quel re a proporre e a far seguire l'accasamento della stessa
Lucrezia con don _Alfonso d'Este_, primogenito di _Ercole I_ duca di
Ferrara. Tante batterie furono adoperate per questo affare, con far
soprattutto i mediatori conoscere che questo parentado portava seco
l'assicurarsi dall'ambizione e dalle armi del duca Valentino (seppure,
come dice il Guicciardino, contro tanta perfidia era bastante sicurtà
alcuna), che gli Estensi condiscesero a tali nozze. Portò ella in dote
cento mila ducati d'oro contanti, immense gioie e suppellettili, colla
giunta ancora delle terre di Cento e della Pieve, cedute al duca di
Ferrara, oltre ad altri vantaggi della casa d'Este. Gran solennità
si fecero per questo in Roma e Ferrara, nella qual città entrò essa
principessa nel dì 2 di febbraio. Quanto al duca Valentino, amoreggiava
egli forte il ducato d'Urbino; ma essendo il _duca Guidubaldo_
ubbidientissimo in tutto al papa, e per le sue belle doti quasi adorato
da' suoi popoli, nè pretesto si trovava, nè facilità appariva di
poterlo spogliare di quegli Stati. Si rivolse dunque l'iniquo Borgia ai
tradimenti[340]. Portatosi a Nocera con poderoso esercito, e fingendo
di voler assalire lo Stato di Camerino, fece richiesta di artiglierie
e di genti d'armi al duca d'Urbino. Tutto gli fu dato, perchè troppo
pericoloso si considerò il negarlo. Ciò fatto, con tutta celerità
s'impadronì di Cagli, e continuò la marcia alla volta di Urbino, dove
il disarmato duca Guidubaldo, con _Francesco Maria della Rovere_, suo
nipote, ad altro non pensò che a salvare la vita, abbandonato tutto.
Se ne fuggì egli travestito; e, benchè inseguito, ebbe la fortuna
di potersi infine ritirare a Mantova, dove poco prima era giunta la
_duchessa Isabella_ sua moglie, sorella di _Francesco II marchese_
d'essa Mantova, la quale, dopo avere accompagnato a Ferrara _Lucrezia
Borgia_, colà s'era portata per visitare il fratello. Con queste arti
fece acquisto il duca Valentino di quattro città e di trecento castella
componenti quel ducato.
Gran rumore per tutta Italia fece un'azione sì proditoria, niuno
tenendosi più sicuro dalle insidie di costui, il quale, ito poscia
contra di Camerino, mentre andava trattando d'accordo con _Giulio da
Varano_ signore di quella città, ebbe con inganni maniera d'entrare
in essa città. Imprigionato Giulio con due suoi figliuoli, da lì a
non molto lo spietato Valentino, con farli strozzare, se ne sbrigò. Fu
ancora da' Fiorentini creduto che lo stesso Borgia e il papa avessero
mano nelle rivoluzioni che accaddero nel presente anno in Toscana;
dappoichè il re di Francia non avea acconsentito che lo stesso Borgia
divenisse signor di Pisa. Vogliosi sempre essi Fiorentini di ricuperar
quella città, altro mezzo più non conosceano che di vincerla colla
fame. Però, venuta la primavera, andarono a dare il guasto alle
biade del territorio di quella città, e quindi posero il campo a Vico
Pisano, tolto loro poco innanzi per tradimento di alcuni soldati. Ma
eccoti muoversi a ribellione il popolo di Arezzo, che tenea segreta
corrispondenza con _Vitellozzo Vitelli_, signore di Città di Castello,
il quale non tardò ad accorrere colà, e ad imprendere l'assedio della
cittadella. Ed ancor questa, perchè non venne mai sufficiente aiuto da'
Fiorentini, costretta fu ad arrendersi, dopo di che fu smantellata.
Con Vitellozzo erano congiunti _Gian-Paolo Baglione_, principal
direttore della città di Perugia, _Fabio Orsino_, il _cardinale_ e
_Pietro de Medici _fuorusciti di Firenze, e _Pandolfo Petrucci_, che
era come signor di Siena. Impadronironsi costoro dopo Arezzo anche
di Castiglione Aretino, della città di Cortona, d'Anghiari, di Borgo
San Sepolcro e di altri luoghi. Sarebbe andata più innanzi questa
tempesta, se i Fiorentini non avessero fatto ricorso al re di Francia,
rappresentandogli come procedenti dall'avidità del papa e di suo figlio
sì fatte novità, e facendogli costare il pericolo che soprastava
anche agli Stati del medesimo re in Italia, se si lasciava andar
troppo innanzi l'ingrandimento del Borgia. Per questo, e insieme pel
danaro, la cui virtù suole aver tanta efficacia, il re Lodovico XII
non solamente fece comandare al Valentino e agli altri suoi aderenti
che desistessero dalle offese dei Fiorentini, ma anche spedì alcune
compagnie di genti d'armi in Toscana, lo aspetto delle quali fece
ritornar in breve Arezzo e le altre terre perdute all'ubbidienza di
Firenze.
Furono cagione questi movimenti, e gl'imbrogli del regno di Napoli,
de' quali parleremo fra poco, che il re Lodovico tornasse in Italia,
portando seco non lieve sdegno contra del papa e del duca Valentino.
Concorsero ad Asti e a Milano varii principi e signori d'Italia; e
siccome tutti erano in sospetto di ulteriori disegni di esso Borgia,
così aggiunsero legna al fuoco. Già s'aspettava ognuno di mirar
l'armi del re volte alla depression del Valentino. Ma così ben seppe
maneggiarsi il papa, che, mitigato l'animo del re, questi ad altro non
attese dipoi che a far guerra in regno di Napoli, restando deluse le
speranze di tutti i potentati. Era questa guerra insorta fin l'anno
precedente; perchè, appena furono entrati in possesso Franzesi e
Spagnuoli della porzione lor destinata, che si venne a contesa fra
loro per li confini. _Consalvo_ tacque, finchè si fu impadronito di
Taranto; ma poi, sfoderate le pretensioni del re Cattolico, cacciò
improvvisamente dalla Tripalda e da altri luoghi i presidii franzesi,
e si appropriò la Basilicata. Perchè s'era per le malattie estenuata
di molto l'armata franzese, il _duca di Nemours_ vicerè giudicò
meglio di trattar colle buone, e di stabilire una tregua col gran
capitano sino all'agosto dell'anno presente, contentandosi che pro
interim si dividesse fra loro la dogana di Foggia e il Capitanato,
e si ritirassero i Franzesi dal principato. Ma, cresciute dipoi le
forze del vicerè per le genti inviategli dal re Lodovico, nel mese
di giugno diede l'Aubigny principio alle ostilità manifeste contro
gli Spagnuoli. E, dopo avere occupato tutto il Capitanato, si accampò
a Canosa, e l'ebbe infine a patti. Inferiore in possanza trovandosi
allora Consalvo, si ritirò a Barletta, restando ivi sprovveduto di
vettovaglie e danari. Se avessero saputo i Franzesi profittar di questa
sua debolezza, forse sbrigavano le lor faccende in quel regno. Attesero
essi a insignorirsi della Puglia e Calabria; presero Cosenza, e le
diedero il sacco; venuto colà soccorso dalla Sicilia, lo misero in
rotta. Tale prosperità dell'armi rendè poi negligente il re di Francia
a sostener con vigore la sua fortuna nel regno di Napoli, e ad altro
non pensò se non a tornarsene di là dai monti.
Era ito travestito e con pochi cavalli per la posta il duca Valentino
ad inchinare esso re a Milano; e siccome gli stava bene la lingua in
bocca, tanto seppe dir per dar buon colore alle malvagie sue azioni
passate, e tanto commendò la svisceratezza del papa verso la corona di
Francia, che riguadagnò l'affetto e la protezione del re: il che recò
non poco spavento a Vitellozzo, al Baglione, a Giovanni Bentivoglio,
a Pandolfo Petrucci, ad _Oliverotto da Fermo_, che s'era, con uccidere
Giovanni suo zio, fatto signore di quella città, e a Paolo Orsino. Nè
tardò molto il Valentino a richiedere colle minaccie la signoria di
Bologna. Il perchè, scorgendo ognun d'essi di trovarsi giornalmente
esposti alle insidie e all'ambizione del duca Valentino, fecero lega
insieme contra di lui. Richiamarono da Venezia _Guidubaldo duca_ di
Urbino, e dall'Aquila _Giovanni da Varano_, figlio dell'esimio signor
di Camerino, con ricuperar dipoi quasi tutte quelle contrade: il che
frastornò le idee del Borgia sopra Bologna. Ma inteso avere avuto
ordine lo Sciomonte, generale del re Lodovico, di assistere ad esso
duca Valentino, e che aveano da calare tre mila Svizzeri assoldati
da esso Borgia; cadaun di que' collegati scorato cominciò a pensare
alle cose proprie, e a trattar separatamente di concordia con chi pur
sapeano nulla aver più a cuore che la loro rovina. Non si può esprimere
quante dolci parole, quante belle promesse usasse verso ognun di essi
il perfido duca. A questo amo si lasciarono prendere tutti, e seguì
accordo con lui, approvato dal papa. Perchè Bologna era osso duro,
contentossi il Valentino di far lega con Giovanni Bentivoglio, e col
reggimento di quella città, la quale con nuovo accordo (se pur due
furono quegli accordi) si obbligò di pagargli per otto anni dodici
mila ducati d'oro l'anno, a titolo di condotta di cento uomini d'armi,
e di fornirlo per un anno di cento altri uomini d'armi e di ducento
balestrieri a cavallo. Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo ed
Oliverotto, incantati dalle lusinghe e carezze del Borgia, tornarono
agli stipendii di lui. Dopo di che colle lor forze costrinsero il duca
Guidubaldo e il Varano impauriti ad abbandonar di nuovo i loro Stati
d'Urbino e Camerino, che tornarono in potere del Borgia[341]. Per
ordine di lui andarono poscia questi condottieri a mettere il campo a
Sinigaglia, città di _Francesco Maria della Rovere _prefetto di Roma,
e la forzarono alla resa. Per li quali servigi si aspettavano forse
qualche gran ricompensa dal Valentino, ma l'ottennero ben diversa
dalla loro immaginazione. Imperocchè, venuto costui a quella città,
da cui prima avea ordinato che uscissero le loro genti, e chiamati a
parlamento i suddetti _Paolo Orsino, il duca di Gravina, Vitellozzo,
Oliverotto, Lodovico da Todi_ ed altri, fece lor mettere le mani
addosso; e nel giorno seguente, ultimo dell'anno presente (il Sardi
scrive che fu nel primo dell'anno appresso), furono strangolati in
una camera esso Vitellozzo e Oliverotto. Uscito in questo mentre il
Valentino per la rocca colle sue milizie, piombò all'improvviso addosso
a quelle degl'imprigionati signori, e tolse loro armi e cavalli. Ne
restarono assai morti, e più feriti, e il resto si sbandò. _Pandolfo
Petrucci_, che non era entrato in gabbia, ebbe la fortuna di salvarsi.
Alla misera Sinigaglia fu dato il sacco. Con queste scelleraggini
compiè il detestabil Valentino l'anno presente, non senza orrore e
terrore dell'Italia tutta. Or vatti a fidar di tiranni.