Anno di CRISTO MDI. Indizione IV.
ALESSANDRO VI papa 10.
MASSIMILIANO I re de' Rom. 9.
I maggiori pensieri di _papa Alessandro _in questi tempi aveano per
mira l'ingrandimento di _Cesare Borgia_, appellato il _duca Valentino_,
suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie
nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere
e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna
restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo:
però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di
prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella
primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli.
Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a
molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che
portavano ad _Astorre_, ossia _Astorgio de' Manfredi_, loro signore,
giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma
da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni
speranza di soccorso capitolarono la resa della città nel dì 26 di
aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto
che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali[336].
Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio
interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro
la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto
a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la
vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere
dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro,
l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero
le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso
in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro.
_Giovanni de' Bentivogli_, che in questi tempi veniva considerato
come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano
dianzi posti sotto la protezione di _Lodovico XII_ re di Francia; nè
alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine
Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto
prese l'armi tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che
potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con
Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia
potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani
de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto
che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua
con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia
che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di
Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro
da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno
la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città,
spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne
di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel
territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni
al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini
che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati
ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella
biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora
il Buonaccorsi[337], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro
Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono
promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini
d'armi, pagati per tre mesi.
Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano
destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata
verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per
quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada
gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi
a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta
d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di
gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa,
affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio
era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti
di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino
a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da
Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città,
e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono
ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo
davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui;
e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva
di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da
quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno,
obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa,
ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo
guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato,
nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita
allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino
e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti
nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie,
non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini
efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò
in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a
Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa
di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.
Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti,
e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano
trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti
di _Carlo VIII_ suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè
siccome principe magnanimo, e già grande in Italia per l'acquisto
del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo
anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue
misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca
Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente _Massimiliano I_
re de' Romani, con fargli sperare _Claudia_, unica sua figliuola per
isposa di _Carlo duca_ di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo
V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità
di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era _Federigo
re_ di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere
il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo
re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne
quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo
Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad
accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano,
lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur
avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal
lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori
speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto
di _Ferdinando il Cattolico re_ d'Aragona, il quale, per esser padrone
della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che
volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele
fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio
interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole
dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi
poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale
ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente
entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero
l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di
Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie di Puglia e di
Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del
re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di
Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè
non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando
suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono
d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti
dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede,
e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia,
tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui
rovina, e ad appagare la propria cupidità.
Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal
duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della
Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece
allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re
cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta,
con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo
ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto
ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto
di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte
della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i
Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta
l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più
vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco,
anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto
vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il
re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere
l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle
sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi
misero l'assedio, e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno.
Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i
quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente
perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar
d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città,
o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti,
gl'invitasse a salir per le mura[338], certo è che nel dì 24 di luglio
entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e
le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone,
e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli
altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la
crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura,
dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la
lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare
le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere
alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche
d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca
Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una
scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere
da meno de' Turchi.
La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno,
che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna
mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo,
scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un
nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito
a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar
nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non
mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo
impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion
fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente
quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che
l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte
le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei
mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni
suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente
ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo
contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui
fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla
conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli
avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e
lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi,
che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto
in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico,
poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila
ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere.
Non istette in questo mentre punto in ozio _Consalvo Fernandez_,
chiamato il _gran capitano_, perciocchè si impadronì di tutte quante
le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria.
La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo
avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in
un luogo di ricovero, _don Ferrante_ suo primogenito, duca di Calabria,
appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni
di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di
disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di
soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a
Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in
libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva
più l'interesse del re Ferdinando che il timor di Dio, ritenne il
duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in
Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto
due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono
di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. _Alfonso_ secondogenito
del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni
in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E _Cesare_ terzogenito,
ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di
vivere.
Di tempo sì favorevole si servì ancora il _pontefice Alessandro_
per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano
dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra
di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor
terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come
ha Giovanni Burcardo nel suo Diario[339], _tutta la camera sua e tutto
il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola,
la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele
autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua,
avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse
perciò chiamare a sè._ Questa maniera di governo se facesse onore al
papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte
le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e
insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte
a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni
sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro
di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione
con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente _Jacopo
d'Appiano_, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio,
se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della
protezione di quel re, già a lui accordata. Ma andò indarno, perchè
al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui
molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera
di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la
fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno
presente _Agostino Barbarigo _doge di Venezia, e a lui succedette,
a dì 5 d'ottobre, _Leonardo Loredano_. Trovavasi allora la veneta
repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale
ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre
più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra
essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra,
e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun
d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella
flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne
a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor
terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la
nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi
manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu
trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche
scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.