DALL'ANNO 1501 FINO AL 1750

Anno di CRISTO MDI. Indizione IV.

ALESSANDRO VI papa 10.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 9.

I maggiori pensieri di _papa Alessandro _in questi tempi aveano per

mira l'ingrandimento di _Cesare Borgia_, appellato il _duca Valentino_,

suo figliuolo. Gran copia di danaro, raccolta con profusioni di grazie

nel giubileo dell'anno precedente, era venuta a tempo per promuovere

e sostenere i bellicosi impegni di questo suo idolo. Nella Romagna

restava tuttavia Faenza che ricusava di sottoporsi al di lui giogo:

però esso duca aveva tentato indarno sul principio dell'anno di

prendere quella città con una scalata; andò poi a strignerla nella

primavera con poderoso esercito d'Italiani, Franzesi e Spagnuoli.

Due assalti, furiosamente dati a quelle mura, costarono la vita a

molti de' suoi. Vigorosa fu la difesa de' cittadini, per l'amore che

portavano ad _Astorre_, ossia _Astorgio de' Manfredi_, loro signore,

giovinetto di rara avvenenza, e di età di circa diciassette anni. Ma

da lì a non molto, veggendo essi crescere il pericolo, e tolta ogni

speranza di soccorso capitolarono la resa della città nel dì 26 di

aprile, salvo l'onore, la vita e l'avere delle persone, e con patto

che Astorgio restasse in libertà e possesso de' suoi allodiali[336].

Il Valentino, che misurava tutte le cose colle sole regole del proprio

interesse, conservò il popolo che dovea restar suo suddito; ma contro

la fede condusse poi a Roma l'innocente garzone Astorgio, e tanto

a lui che ad un suo fratello bastardo levò dipoi barbaricamente la

vita. Dopo sì fatto acquisto non fu difficile al Valentino di ottenere

dal papa suo padre, a cui nulla sapea negare il sacro concistoro,

l'investitura e il titolo di duca della Romagna. Quindi si rivolsero

le di lui mire e brame alla città di Bologna, con entrar minaccioso

in quel territorio, e richiedere l'ingresso in castello San Pietro.

_Giovanni de' Bentivogli_, che in questi tempi veniva considerato

come signore di Bologna, e seco il reggimento d'essa città s'erano

dianzi posti sotto la protezione di _Lodovico XII_ re di Francia; nè

alcun impegno aveano preso in soccorso di Faenza, tuttochè il giovine

Astorgio fosse nipote d'esso Bentivoglio. A questo improvviso assalto

prese l'armi tutto il popolo di Bologna, ed assoldò quella gente che

potè. E perciocchè fu creduto che il Borgia tenesse intelligenza con

Agamennone, Giasone, Lodovico e Lancilotto de' Marescotti, famiglia

potente (vero o falso che fosse), da alcuni giovani nobili partigiani

de' Bentivogli furono essi dopo qualche tempo uccisi. Fu anche scritto

che il Valentino stesso rivelasse al Bentivoglio l'intelligenza sua

con que' gentiluomini, e che da ciò procedesse la loro morte. Ossia

che esso duca avesse riguardo alla protezione accordata dal re di

Francia a' Bolognesi, oppure che conoscesse, tali essere le forze loro

da non potere eseguire i suoi disegni, e massimamente venuta meno

la speranza, come fu divulgato, di qualche tradimento nella città,

spedì Paolo Orsino a Bologna, per trattare d'accordo. Si convenne

di cedergli Castel Bolognese, di dargli passo e vettovaglia pel

territorio, e una compagnia di cento uomini d'armi pagati per tre anni

al di lui servigio, con mille o due mila fanti. Scrive il Guicciardini

che s'obbligò il Bentivoglio di pagare al Borgia nove mila ducati

ogni anno. Ma gli Annali di Bologna, che esistono manoscritti nella

biblioteca estense, e sono di autore contemporaneo, siccome ancora

il Buonaccorsi[337], nulla dicono di questo pagamento. Alessandro

Sardi nella Storia Estense manoscritta scrive che al Valentino furono

promessi da' Bolognesi trenta mila scudi in tre anni, e cento uomini

d'armi, pagati per tre mesi.

Ciò fatto, il duca, benchè abbandonato dalle milizie franzesi che erano

destinate pel regno di Napoli, pure s'inviò col resto della sua armata

verso Firenze. Mandò a chiedere il passo, e di aver di che vivere per

quel dominio; e intanto, senza aspettarne risposta, e tenendo a bada

gli ambasciatori de' Fiorentini, valicò l'Apennino, e andò a postarsi

a Barberino. Trovavasi allora Firenze in poco buono stato, sprovveduta

d'armati, con interna disunione, e con popolo dominante, pieno di

gelosia, per sospetto che i nobili fossero autori di questa mossa,

affin di mutare lo stato, e far ripatriare Pietro de Medici. Il peggio

era, che il re di Francia si dichiarava malcontento d'essi per crediti

di danari che pretendea da loro: cose tutte che animavano il Valentino

a pescare in quel torbido. Però, inoltratosi cinque miglia lungi da

Firenze, mandò a chiedere che si facesse altro governo in quella città,

e che vi fosse rimesso infatti Pier de Medici: benchè i più credono

ciò da lui proposto con secondi fini, e non con intenzione di aiutarlo

davvero. Fu dunque concordato che fosse lega tra i Fiorentini e lui;

e che niun soccorso venisse da essi a Piombino, dov'egli intendeva

di andare a mettere il campo; e che per tre anni fosse condotto da

quella repubblica con salario di trentasei mila ducati d'oro l'anno,

obbligandosi di mantenere trecento uomini d'armi al servigio d'essa,

ma senza dover egli servire colla persona. Fu questo tutto il suo

guadagno, giacchè non vide disposizione alcuna di alterar quello Stato,

nè avea gente da far paura ad una sì riguardevol città, benchè guarnita

allora quasi non d'altro che di contadini fatti venire dal Casentino

e dal Mugello. Intanto non pochi saccheggi commetteano le sue genti

nel contado, ed egli chiedea una prestanza di danaro e di artiglierie,

non trovando via per uscire di que' contorni: finchè, venutigli ordini

efficaci dal re di Francia di desistere da quella molesta danza, passò

in quel di Piombino, e, preso ivi qualche luogo, se ne andò poscia a

Roma, per ivi pigliar quelle risoluzioni che occorressero nell'impresa

di Napoli, già determinata da Lodovico re di Francia.

Non mancano mai ragioni o pretesti a chi ha sete di nuovi acquisti,

e forze per effettuare i suoi disegni. Nel re Lodovico si faceano

trasferiti tutti gli antichi diritti della casa d'Angiò; e i recenti

di _Carlo VIII_ suo predecessore, già padrone di Napoli; il perchè

siccome principe magnanimo, e già grande in Italia per l'acquisto

del ducato di Milano e della signoria di Genova, si accinse in questo

anno alla conquista ancora di Napoli. A tale effetto avea prese le sue

misure, cioè guadagnato papa Alessandro coll'assistenza data al duca

Valentino, e con altri mezzi. Addormentò parimente _Massimiliano I_

re de' Romani, con fargli sperare _Claudia_, unica sua figliuola per

isposa di _Carlo duca_ di Lucemburgo di lui nipote, che fu poi Carlo

V; amendue di tenera età, e collo sborso di non so quale quantità

di danaro: con che ottenne una tregua di molti mesi. Era _Federigo

re_ di Napoli ben consapevole della voglia dei Franzesi d'invadere

il regno suo, e però avea fatto ricorso per protezione al medesimo

re de' Romani, con pagargli quaranta mila ducati, e prometterne

quindici mila il mese, acciocchè, occorrendo, movesse guerra allo

Stato di Milano, e ne riportò anche la promessa di non venir mai ad

accordo alcuno, senza inchiudervi ancor lui. Ma il buon Massimiliano,

lasciatosi abbagliare da' Franzesi, tutto dimenticò, senza neppur

avvertire che crollo potesse avvenire alle ragioni dell'impero dal

lasciare cotanto ingrandire in Italia un re di Francia. Le maggiori

speranze adunque d'esso re Ferdinando erano intanto riposte nell'aiuto

di _Ferdinando il Cattolico re_ d'Aragona, il quale, per esser padrone

della Sicilia, facilmente potea, e come stretto parente si credea che

volesse prestargli soccorso in così brutto frangente. Ma le parentele

fra i principi son tele di ragno, e cedono troppo facilmente al proprio

interesse, che è il primo e potente lor consigliere. Di belle parole

dunque e di promesse ne ebbe quante ne volle il re Federigo: diversi

poi furono i fatti. Imperocchè il re di Francia, conoscendo quale

ostacolo potesse venire dall'Aragonese alle sue idee, segretamente

entrò seco in un trattato, e fu conchiuso che amendue facessero

l'impresa di Napoli; e al re di Francia toccasse Napoli con Terra di

Lavoro e coll'Abbruzzo; e al re cattolico le provincie di Puglia e di

Calabria. Il Summonte ed altri prendono qui a giustificar l'azione del

re Ferdinando, allegando come giusta la di lui pretensione sul regno di

Napoli, acquistato colle forze dell'Aragona dal re Alfonso, quasichè

non fosse stato lecito ad esso Alfonso di lasciarlo a Ferdinando

suo figliuolo, benchè bastardo. Altri, all'incontro, il condannarono

d'insaziabilità, di tradimento e d'ingiustizia, perchè i discendenti

dal re Alfonso godeano quel regno coll'investitura della santa Sede,

e il re cattolico dava ad intendere di fare armamento in Sicilia,

tutto in difesa del re Federigo; quando unicamente tendeva alla di lui

rovina, e ad appagare la propria cupidità.

Pertanto si mossero i Franzesi dalla Lombardia, condotti parte dal

duca di Nemours e dal signore d'Aubigny per terra alla volta della

Toscana, mentre un'altra armata per mare si mosse da Genova. Fece

allora Federigo re di Napoli istanza a Consalvo, generale del re

cattolico in Sicilia, di unir seco le sue forze, e di venir a Gaeta,

con andar egli stesso intanto a San Germano per contrastare il passo

ai Franzesi. Mostrossi Consalvo simulatamente pronto; e richiesto

ed ottenuto il possesso di alcune terre in Calabria col pretesto

di difenderle, cominciò in essa ad esercitare la signoria di parte

della division fatta co' Franzesi. Giunti in questo mentre a Roma i

Franzesi, si svelò il loro trattato col re cattolico, e ne fu chiesta

l'approvazione al papa, palliando la loro lega e dimanda per essere più

vicine queste due potenze a soccorrere la cristianità contro al Turco,

anzi vantando di voler portare nella Asia la guerra. Impetrarono quanto

vollero; anzi lo stesso papa con loro si collegò. A tali avvisi il

re Federigo, tuttavia deluso da Consalvo, che mostrava di non credere

l'accordo del suo sovrano coi Franzesi, mandò il nerbo maggiore delle

sue genti alla difesa di Capoa, a cui da lì a non molto i Franzesi

misero l'assedio, e diedero anche un fiero assalto, ma con loro danno.

Dentro v'era Fabrizio Colonna, Ugo di Cardona con altri capitani, i

quali, conoscendo di poter poco lungamente resistere, massimamente

perchè il popolo s'era mosso a sedizione, cominciarono a trattar

d'accordo. Ma, ossia che intanto si rallentasse la guardia della città,

o che qualche traditore, giudicando di farsi benevoli gli assedianti,

gl'invitasse a salir per le mura[338], certo è che nel dì 24 di luglio

entrarono i Franzesi furibondi per un bastione nella misera città, e

le diedero il sacco, colla strage, chi dice fin di otto mila persone,

e chi di sole tre mila. Il Buonaccorsi, forse più veritiero degli

altri, parla solo di due mila. Non si può leggere senza orrore la

crudeltà usata dai vincitori, che non contenti, in tal congiuntura,

dell'avere de' cittadini e de' sacri arredi delle chiese, sfogarono la

lor libidine sopra le donne d'ogni condizione, senza neppur risparmiare

le consecrate a Dio, con essersi trovate alcune che, per non soggiacere

alla lor violenza, si precipitarono nel fiume e ne' pozzi. Non poche

d'esse furono condotte prigioni, e vendute poscia in Roma. Il duca

Valentino, che coi Franzesi si trovava a quella impresa, fattane una

scelta di quaranta delle più belle, le ritenne per sè, per non essere

da meno de' Turchi.

La disavventura di Capoa tal terrore mise nelle altre città del regno,

che quasi niuna si attentò di far da lì innanzi resistenza, ed ognuna

mandò le chiavi incontro all'esercito vittorioso. Il re Federigo,

scorgendo già il popolo di Napoli tumultuante e disposto a ricevere un

nuovo principe, si ritirò in Castel Nuovo. Laonde la città inviò subito

a trattare la resa, che fu accettata a mani baciate, con obbligar

nondimeno i Napoletani allo sborso di sessanta mila ducati d'oro. Non

mantenne dipoi l'Aubigny questi patti, perchè da lì a qualche tempo

impose una taglia di altri cento mila ducati in pena della ribellion

fatta a Carlo VIII, che questa bagattella gli dovette scappar di mente

quando fece la convenzion suddetta. Non passarono molti giorni che

l'infelice re Federigo capitolò coll'Aubigny di consegnargli tutte

le fortezze che si teneano per lui, con riserbarsi solamente per sei

mesi l'isola e rocca d'Ischia, e di poter non solo portar seco ogni

suo avere, a riserva delle artiglierie, ma anche andarsene liberamente

ovunque a lui fosse in grado. Tanto era l'odio ch'egli avea conceputo

contra del re Cattolico pel tradimento e per l'oppressione a lui

fatta, che elesse piuttosto di passare in Francia e di rimettersi alla

conosciuta generosità di quel re, che di fidarsi mai più di chi egli

avea sperimentato troppo infedele. Impetrato dunque un salvocondotto, e

lasciati andare al servigio di Consalvo, Prospero e Fabrizio Colonnesi,

che egli avea riscattati, con cinque galee sottili fu condotto

in Francia, dove sulle prime freddamente accollo dal re Lodovico,

poscia fu provveduto della ducea d'Angiò con rendita di trenta mila

ducati, dove poi nel dì 9 di settembre 1504 diede fine al suo vivere.

Non istette in questo mentre punto in ozio _Consalvo Fernandez_,

chiamato il _gran capitano_, perciocchè si impadronì di tutte quante

le terre destinate al re Cattolico suo signore in Puglia e Calabria.

La sola città di Taranto fece una gagliardia difesa. Colà, sul primo

avvicinamento delle armi nemiche, avea il re Federigo inviato, come in

un luogo di ricovero, _don Ferrante_ suo primogenito, duca di Calabria,

appellato da alcuni con errore don Alfonso, fidandolo a don Giovanni

di Ghevara conte di Potenza; e fattogli poi sapere che, in caso di

disgrazie, andasse a trovarlo in Francia. Perduta infine la speranza di

soccorso, convennero i rettori di Taranto di dar quella forte città a

Consalvo, facendolo prima giurare sull'ostia consacrata di lasciare in

libertà il giovinetto duca di Calabria. Ma Consalvo, in cui prevaleva

più l'interesse del re Ferdinando che il timor di Dio, ritenne il

duca, non senza grande infamia del nome suo, e col tempo lo inviò in

Ispagna, dove, come in una libera ed onorata prigione, dopo aver avuto

due mogli (che, perchè sterili gli furono date, niuna prole lasciarono

di sè), diede fine al suo vivere nel 1550. _Alfonso_ secondogenito

del re Federigo, passato col padre in Francia, terminò i suoi giorni

in Grenoble nel 1545 con sospetto di veleno. E _Cesare_ terzogenito,

ritiratosi a Ferrara, quivi anche egli in età d'anni diciotto cessò di

vivere.

Di tempo sì favorevole si servì ancora il _pontefice Alessandro_

per abbattere le nobili case de' Colonnesi e Savelli, che s'erano

dichiarati in favore di Federigo re di Napoli. Fulminate prima contra

di essi tutte le pene spirituali e temporali, mosse guerra alle lor

terre, e, portatosi in persona all'assedio di Sermoneta, commise, come

ha Giovanni Burcardo nel suo Diario[339], _tutta la camera sua e tutto

il palagio e i negozi occorrenti a donna Lucrezia Borgia sua figliuola,

la quale, nel tempo di tale assenza abitò le camere del papa. E diedele

autorità d'aprire le lettere sue; e se occorresse alcuna cosa ardua,

avesse il consiglio dei cardinali di Lisbona e d'altri, ch'ella potesse

perciò chiamare a sè._ Questa maniera di governo se facesse onore al

papa, poco ci vuole per conoscerlo. Vennero all'ubbidienza sua tutte

le terre di que' baroni; per le quali vane vittorie insuperbito, e

insieme dimentico dell'ufficio apostolico, e delle minaccie di morte

a lui fatte dal cielo nell'anno precedente, lasciò la briglia ad ogni

sfrenata licenza. Continuò parimente il duca Valentino la guerra contro

di Piombino, ed avendo spedito colà Vitellozzo e Gian-Paolo Baglione

con nuove genti, questo bastò ad intimidire sì fattamente _Jacopo

d'Appiano_, signore di quella terra, che, lasciato ivi buon presidio,

se ne ritirò, per andare in Francia ad implorare gli effetti della

protezione di quel re, già a lui accordata. Ma andò indarno, perchè

al re maggiormente premeva di soddisfare alle premure del papa, da cui

molto potea sperare, e molto ancora temere. In questo mezzo, per opera

di Pandolfo Petrucci da Siena, si arrendè quella terra, e poscia la

fortezza al suddetto duca. Diede fine al corso di sua vita nell'anno

presente _Agostino Barbarigo _doge di Venezia, e a lui succedette,

a dì 5 d'ottobre, _Leonardo Loredano_. Trovavasi allora la veneta

repubblica in non pochi affanni per la guerra col Turco, il quale

ogni dì più insolentiva, e non meno in Grecia che in Ungheria sempre

più s'ingrandiva alle spese de' cristiani. Erasi ben fatta lega fra

essa repubblica, il papa, i re di Francia, Aragona ed Inghilterra,

e con altri sovrani contro quel comune nemico; ma, attendendo ognun

d'essi a' proprii comodi e vantaggi, e nulla avendo operato una bella

flotta di Portoghesi che venne apposta nei mari di Levante, convenne

a' Veneziani di sostener soli tutto il peso della difesa delle lor

terre e dell'Italia. Nè si dee tacere, che trovandosi in Pavia la

nobile biblioteca dei duchi di Milano, ricca di antichi e preziosi

manoscritti, circa questi tempi, per ordine del re Lodovico, fu

trasportata a Bles in Francia. Di questo spoglio, e d'altri di antiche

scritture, indarno si lagnò la povera Lombardia.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 44 / 102 题