[313] Guicciardini, Istoria d'Italia, lib. 1.
[314] Raynaldus, Annal. Eccles.
[315] Burchardus, in Diar.
[316] Guicciardini, Istoria d'Italia. Ammirati, Istoria di Firenze.
Nardi, Ist. di Firenze.
[317] Corio, Ist. di Milano. Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[318] Navagero, Istor. Veneta, tom. 24 Rer. Italic.
[319] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.
[320] Mèmoir. de Comines lib. 7, cap. 18.
[321] Nardi, Istor. di Firenze, lib. 4.
[322] Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Istoria d'Italia.
Nardi, Ist. di Firenze, lib. 4.
[323] Raynaldus, Annal. Eccl. Nardi, Istor. di Firenze.
Anno di CRISTO MCCCCXCIX. Indiz. II.
ALESSANDRO VI papa 8.
MASSIMILIANO I re de' Rom. 7.
Bolliva tuttavia la discordia e guerra di Pisa, quando non meno
i _Veneziani _che _Lodovico duca_ di Milano, cangiati sentimenti,
mostrarono genio che si trattasse d'accordo[324]. I Veneziani, siccome
accennerò fra poco, ad una preda di maggior loro soddisfazione aveano
già rivolto il pensiero. Il duca di Milano, oramai presentendo un fiero
temporale che contra di lui si preparava in Francia, volea pensare a
difendere sè stesso, e non già l'altrui con tante inutili spese. Quanto
poi ai Fiorentini, nulla più desideravano che la pace, perchè troppo
stanchi e smunti per così lunga e dispendiosa guerra. Fu dunque da
tutti gl'interessati fatto compromesso di questa pendenza in _Ercole I
Estense_ duca di Ferrara. Profferì egli il suo laudo nel dì 6 d'aprile;
decretando che i Fiorentini tornassero padroni di Pisa, con restare
i Pisani in possesso delle rendite pubbliche e delle fortezze; e che
dovessero i Fiorentini pagare ai Veneziani in dodici anni cento e
ottanta mila scudi. L'insaziabilità delle persone cagion fu che tulle e
tre le parti rimanessero mal contente, anzi disgustate di questo laudo.
Con tutto ciò i Veneziani, sebben ricusarono di ratificarlo, pure
l'effettuarono con ritirar da Pisa le loro milizie. V'acconsentirono
anche i Fiorentini. Ma i Pisani, protestando di non volerlo accettare,
si accinsero a sostener soli la guerra: tanta era la loro avversione
a tornar sotto il giogo de' Fiorentini. Perciò eccoli ricominciar la
guerra. _Paolo Vitelli_, generale d'essi Fiorentini, ebbe ordine di
uscire in campagna: lo che eseguì nel mese di giugno; e, dopo la presa
d'alcuni luoghi, andò nel dì primo d'agosto a mettere il campo intorno
a Pisa. Impadronitosi da lì a dieci giorni della fortezza di Stampace,
tal terrore diede a' cittadini, che fu creduta inevitabile la presa
anche della città; ma il Vitelli non si seppe servir della fortuna,
e questa, spirato quel dì, non tornò più. Fecero i Pisani dei ripari,
ma quel che più gli aiutò fu l'aria della state, madre di sì copiose
malattie nell'esercito de' Fiorentini, che quando il Vitelli determinò
di dare un assalto generale alla città, gli convenne desistere
per mancanza di gente. Vennero per questa e per altre apparenti
ragioni in sospetto della di lui fede i Fiorentini, e chiamatolo a
Firenze, ancorchè ne' fieri tormenti a lui dati nulla confessasse di
pregiudiziale al suo onore, pure nel dì primo di ottobre fu decapitato,
con lasciare esempio ai posteri dell'evidente pericolo a cui si espone
chi pretende il generalato dell'armi delle repubbliche, perchè dove son
tante teste, quivi più facilmente che altrove la poca fortuna diventa
delitto. _Vitellozzo_ suo fratello con più giudizio si salvò a tempo,
ed, entrato in Pisa, vi fu ben veduto. Così per ora vergognosamente
ebbe fine la guerra dei Pisani, e si mormorò forte d'essi dappertutto
per la morte data al Vitelli. Nello stesso giorno, che tolta dicemmo
la vita al Vitelli, pagò il suo debito alla natura _Marsilio Ficino_
Fiorentino, ristoratore in Italia della filosofia platonica, ed uno de'
più insigni letterati che s'abbia avuto l'Italia.
Niun interesse stava in questi tempi più a cuore al novello re di
Francia _Lodovico XII_ che la meditata conquista del ducato di Milano
e del regno di Napoli, de' quali si pretendeva egli erede: dell'uno,
per le ragioni di _Valentina Visconte _avola sua; dell'altro, per la
cessione fattane già dalla casa d'Angiò alla corona di Francia[325].
Prese egli le necessarie misure per tali imprese, facendo pace
coi _re_ di _Spagna_ e d'_Inghilterra_, e con _Massimiliano re_
de' Romani, e nello stesso tempo procacciando di aver le potenze
d'Italia a sè favorevoli, o almeno non opposte a' disegni suoi. Colle
grazie compartite a _Cesare duca_ Valentino s'era egli affezionato
_papa Alessandro VI_; e più ancora se ne prometteva, dacchè esso
pontefice, in cuore di cui il primo mobile era l'ingrandimento de'
proprii figliuoli, non avea potuto indurre _Federigo re_ di Napoli a
concedere una sua figliuola in moglie del suddetto duca Valentino, e
il principato di Taranto in dote; e però tutte le mire della grandezza
del figliuolo avea rivolte alla corte di Francia. Infatti l'accorto
re Lodovico non ebbe difficoltà di promuovere le nozze d'esso duca
Valentino con una figliuola di _Giovanni d'Albret_ re di Navarra
del real sangue di Francia, con condizione nondimeno che il papa la
dotasse di ducento mila scudi, e promovesse al cardinalato _monsignor
d'Albret_ fratello di quella principessa. In questa maniera tanto il
papa, quanto il duca suo figliuolo diventarono affatto franzesi, e
alli dieci di maggio seguì il matrimonio suddetto: del che sommamente
si rallegrò il papa. Ma niuno potea maggiormente ostare in Italia
alle idee del re Lodovico, che la potenza veneta. Trovò egli la via di
guadagnare ancor questa. Oltre all'essere i Veneziani mal soddisfatti
di _Lodovico il Moro_, considerato da essi per uomo pieno sempre di
doppiezze, e per traditore, massimamente pel fresco affare di Pisa,
il re gli invitò ad entrar seco in lega contro del medesimo Lodovico,
con esibir loro Cremona, città comodissima agli Stati di quella
repubblica. Per sì vantaggiosa esibizione prestò volentieri l'orecchio
quel senato alle proposizioni del re, e solamente fece istanza che
a Cremona s'aggiugnesse anche la Ghiaradadda; e il re liberalmente
accordò quanto vollero, pensando forse fin d'allora di ripigliarsela,
e con buona derrata, a suo tempo[326]. Fu pubblicata questa lega nel dì
25 di marzo, ed in essa entrò dipoi anche il papa, con patto che il re
prestasse aiuto al duca Valentino, per conquistare Imola, Faenza, Forlì
e Pesaro.
Intanto il re di Francia, essendosi collegato ancora con _Filiberto
duca_ di Savoia, cominciò a spedir soldatesche ad Asti sotto il comando
di _Gian-Giacomo Trivulzio_, sperimentato capitano, e nemico del duca
di Milano, che l'avea spogliato di tutti i suoi beni. Mandò ancora il
_conte di Lignì_ e il _signor d'Obignì_ con altre genti d'armi; ed
egli, per dar più calore alla guerra già determinata contra d'esso
duca di Milano, e per essere maggiormente a portata per li bisogni
occorrenti, si portò in persona a Lione. Fra il Trivulzio e i Guelfi
del ducato di Milano passavano intelligenze ed intrinsichezze di
molta conseguenza. Lodovico poi per li suoi vecchi peccati e per le
nuove sue estorsioni era odiato dai più, nè gli sconveniva il nome
di tiranno. Fece egli un potente armamento di gente, e general d'essa
_Gian-Galeazzo San Severino _genero suo; ma contra di lui era lo sdegno
di Dio[327]. Nell'agosto diedero i Franzesi principio alla guerra. Dopo
aver preso i due forti castelli d'Arazzo ed Anone, s'impadronirono
di Valenza. Tortona spontaneamente mandò loro le chiavi, e, senza
voler aspettare la forza, s'arrenderono Voghera, Castelnuovo e Ponte
Corone. Nel medesimo tempo i Veneziani coll'esercito loro entrarono
nella Ghiaradadda, e s'impossessarono di Caravaggio. Passò l'esercito
franzese sotto Alessandria. V'era dentro il general dello Sforza, cioè
il San Severino, con una poderosa guarnigione; ma vi era eziandio
il _conte di Gaiazzo_ suo fratello, capitano altresì dello Sforza,
segretamente già accordato co' Franzesi. Lo stesso Gian-Galeazzo
due dì dopo l'assedio all'improvviso se ne fuggì di Alessandria, con
dir poi d'essere stato ingannato da una lettera finta sotto nome di
_Lodovico Sforza_ duca di Milano: il che gli fece dubitar della sua
testa. Comunque sia, certo è che la sua partenza sbigottì sì forte il
presidio di quella città, che molti si diedero alla fuga, e i Franzesi
entrati spogliarono il resto di quei soldati, e misero poi a sacco
l'infelice città. Mortara e Pavia neppur esse fecero resistenza. Tutte
queste disavventure, e in poco tempo succedute, fecero conoscere a
Lodovico il Moro che era venuto il tempo di provar la mano di Dio
sopra di sè e sopra la sua famiglia. E però, deliberato di ritirarsi in
Germania, mandò innanzi i figliuoli, e con loro il tesoro, consistente
in ducento quaranta mila scudi d'oro oltre alle gioie e perle. Dopo
aver deputato alla custodia del castello di Milano, benchè contro
il parere dei suoi, _Bernardino da Corte_ con tre mila fanti, e
munizioni senza fine, perchè conservandosi questo, sperava coll'aiuto
dell'imperador _Massimiliano_ e degli Svizzeri di ritornare in casa;
nel dì 2 di settembre ito a Como, passò dipoi nel Tirolo. Allora il
popolo di Milano spedì ambasciatori al campo franzese, invitandolo a
venire, e restò in breve consolato. Tutte le altre città del ducato di
Milano prestarono anch'esse ubbidienza ai Franzesi, fuorchè Cremona
che, secondo i patti, venne in potere de' Veneziani. Successi tali e
mutazioni sì subitanee, accadute senza spargere una stilla di sangue,
fecero inarcar le ciglia a tutti gl'Italiani, ed empierono di terrore
_Federigo re_ di Napoli, il quale nelle disgrazie di _Lodovico ii
Moro_ cominciava già a leggere le proprie. Non passarono dodici giorni
dopo la fuga del duca che il creduto sì fedele Bernardino da Corte,
senza aspettare un colpo d'artiglieria, per gran somma di danaro vendè
l'allora creduto inespugnabil castello di Milano ai Franzesi, con tanta
infamia del suo nome, che venne dipoi riguardato come un mostro, e
fuggito e maledetto da ognuno, e fin dagli stessi Franzesi, in guisa
tale che, non potendo reggere al dolore e all'obbrobrio, da lì a pochi
giorni finì di vivere, seppur non fu aiutato a terminare la vita.
Di così prosperosi avvenimenti informato il _re Lodovico_, da Lione
calò in Italia, e fece la sua solenne entrata in Milano nel dì 6
d'ottobre[328], accolto con istrepitosi viva da quel popolo, che,
liberato dall'aspro giogo di Lodovico il Moro, sperava giorni più
lieti sotto il governo franzese. Essendo stato lasciato in Milano
_Francesco Sforza_ picciolo figliuolo del morto duca _Gian-Galeazzo_
colla _duchessa Isabella_ sua madre, fu poi condotto dal re in Francia,
e dedicato alla vita monastica. Isabella nell'anno seguente se ne
ritornò a Napoli ad essere spettatrice della final rovina della real
sua casa _Gian-Giacomo Trivulzio_, da cui principalmente riconobbe il
re un sì presto e felice acquisto del ducato di Milano, ebbe in dono
la nobil terra di Vigevano. Nè fu pigra la città di Genova a spedire
ambasciatori, e a darsi con onorevoli condizioni al trionfante re
di Francia. Giunsero a fargli riverenza anche gli ambasciatori de'
Fiorentini, i quali, non ostante molta contrarietà, conchiusero lega
con lui. Intanto asprissima guerra ai Veneziani facea _Baiazetto_
imperador de' Turchi non solo in Levante, ma sino nel Friuli, dove
penetrarono que' Barbari, commettendo innumerabili crudeltà. Persona
non vi fu che non credesse avere _Lodovico il Moro_ sollecitati
quegl'infedeli contra de' Veneziani per vendicarsi di loro, siccome
principal cagione della rovina di lui e della felicità de' Franzesi,
della quale non di meno cominciarono essi Veneziani a pentirsi ben
tosto, e maggiormente poi ebbero a pentirsene ne' primi anni del secolo
susseguente. Ed ecco darsi principio negli ultimi mesi di quest'anno
ad un'altra guerra in Romagna. Era tutto lieto _papa Alessandro_ per
li progressi delle armi franzesi in Lombardia, perchè, secondo i patti,
doveano queste aiutare il _duca Valentino_ suo figliuolo a conquistare
le città d'essa Romagna, destinata più di ogni altra contrada ad essere
il magnifico principato della casa Borgia. Trovò egli in questi tempi
delle ragioni di torre alla casa de' Gaetani Sermoneta con altre terre,
delle quali immediatamente investì _Lucrezia Borgia_ sua figliuola,
moglie in questi tempi di _don Alfonso_ d'Aragona duca di Biseglia, e
dichiarata governatrice perpetua di Spoleti e del suo ducato. Poscia
si diede il pontefice a spronare il _re Lodovico_, acciocchè prestasse
la promessa gagliarda assistenza al duca Valentino per la guerra
disegnata contra dei signori di Romagna e della Marca, cioè contra
degli _Sforza_ di Pesaro, de' _Malatesti_ di Rimini, de' _Manfredi_
di Faenza, dei _Riarii_ d'Imola e Forlì, de' _Varani_ di Camerino e
de' conti di Montefeltro _duchi d'Urbino_: Teneano questi signori con
bolle pontificie le loro città: non importa; doveano queste cedere al
bisogno di stabilire la grandezza della casa Borgia; e pretesti di
spogliarne i padroni non mancavano a chi voleva alzare un maestoso
edilizio sopra la loro rovina: che questa fu di ordinario l'origine
e la mira delle guerre fatte dai pontefici di que' tempi, non mai
contenti, finchè non alzavano i suoi figliuoli o nipoti al grado e
dominio principesco, con tradire manifestamente l'intenzione di Dio e
della Chiesa nel sublimarli a quella sacrosanta dignità. Venuto dunque
il _duca Valentino_, accompagnando sempre il _re Lodovico_ da Lione a
Milano, e spalleggiato dai pressanti uffizii del pontefice, ottenne dal
re un grosso corpo di gente; che, unito colle soldatesche pontificie,
si trovò capace di eseguir poscia felicemente i di lui disegni. Dopo
un mese di dimora in Milano se ne tornò il re in Francia, lasciando il
governo dello stato di Milano nelle mani del valoroso maresciallo suo
_Gian-Giacomo Trivulzio_[329]; ed allora, cioè nella metà di novembre,
anche il duca Valentino con due mila cavalli e sei mila fanti venne
a piantar l'assedio ad Imola. Poca resistenza fece quella città: la
rocca si tenne lo spazio di venti giorni, e poi capitolò. Passò di là
all'assedio di Forlì. Dentro v'era _Caterina Sforza_, donna d'animo
virile, vedova del già conte _Girolamo Riario_, che vigorosamente si
mise alla difesa. Con tali strepitosi avvenimenti ebbe fine l'anno
presente.