NOTE:

[324] Guicciardini, Istoria d'Italia. Sanuto, Istoria di Venezia, tom.

22 Rer. Ital. Ammirati, Istoria di Firenze. Nardi, Istoria di Firenze.

[325] Belcaire. Hist. Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di

Milano. Giovio, ed altri.

[326] Navagero, Istoria di Venezia, loro. 24 Rer. Ital. Corio, Istoria

di Milano.

[327] Guicciardini, Istoria d'Italia. Corio, Istor. di Milano.

Navagero, Istoria di Venezia. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[328] Diar. di Ferrari, tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istoria di Venezia,

tom. 22 Rer. Ital. Corio, Istoria di Milano. Guicciardini, Istor.

d'Italia. Belcaire, Histoire, ed altri.

Anno di CRISTO MD. Indizione III.

ALESSANDRO VI papa 9.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 8.

Continuò il _duca Valentino_ sul principio di quest'anno, l'assedio di

Forlì[330]. Perduta la città, _Caterina Sforza_ si ridusse alla difesa

della cittadella e della rocca, mostrando in ciò non men vigilanza e

bravura che i più esperti e veterani uffiziali. Ma, per li frequenti

colpi delle artiglierie, caduta parte del muro, ed aperta ampia

breccia, per quella entrarono le genti del Valentino con tal prestezza,

che raggiunsero i soldati di Caterina nel ritirarsi che faceano nella

rocca; ad entrati in essa, della medesima s'insignorirono, ammazzando

chi venne loro alle mani. Caterina rifugiatasi in una torre, con

alcuni pochi fu fatta prigione, e mandata dipoi a Roma, e custodita

in castello Sant'Angelo. Ma _Ivo d'Allegre_, capitano delle milizie

franzesi ausiliare del duca Valentino, preso da ammirazione del

coraggio di questa insigne dama e principessa, e da compassione al suo

sesso, ne impetrò, da lì a non molto, la liberazione. Divenne poi,

o, per dir meglio, era divenuta essa Caterina moglie di _Giovanni

de Medici_, padre di quel _Giovanni_ che nel secolo susseguente si

acquistò la gloria di prode capitano, e generò _Cosimo_, che fu primo

granduca di Toscana. Le iniquità commesse da' Franzesi in Forlì furono

indicibili. Non potè per allora il duca Valentino proseguir il corso

di sua fortuna, perchè, insorte nel ducato di Milano le novità, delle

quali parlerò fra poco, dovette accorrere colà il signor di Allegre

colle milizie regie, dopo aver lasciata in Romagna memoria per un pezzo

delle immense ruberie, disonestà ed altre ribalderie da loro commesse.

Impadronitosi dunque d'Imola, Cesena e Forlì, se ne tornò a Roma il

_duca Valentino_, dove volle far la sua entrata come trionfante con

incredibil pompa e corteggio nel dì 26 di febbraio. Era questo l'anno

del giubileo, in cui se i cristiani guadagnarono le indulgenze dei loro

peccati, anche _papa Alessandro_ seppe guadagnare dei gran tesori[331],

perchè concedea per tutta la cristianità quelle indulgenze medesime

a chi non potea venire a Roma, purchè pagassero il terzo di ciò che

avrebbono speso nel viaggio: alla raccolta del qual danaro furono

deputati dappertutto i questori; e questo danaro, colle decime imposte

al clero, e la vigesima agli Ebrei, dovea poi servire, secondo i soliti

pretesti, per far la guerra contro al Turco; ma servì infine ad altri

usi. Nonostante l'anno santo un lieto carnovale si fece in Roma, e

il duca Valentino lasciò, in tal occasione, la briglia al suo fasto

con giuochi e feste di indicibil magnificenza e spesa, per le quali

nobilissime azioni meritò d'essere dichiarato gonfaloniere della santa

Romana Chiesa.

Pochi mesi erano soggiornati in Milano e nelle altre città di quel

ducato i Franzesi, che la poca disciplina da loro osservata in

quei tempi, e la sfrenata lor disonestà, di cui molto parlano le

storie[332], cominciò ad essere di troppo peso a que' popoli, e a farli

sospirar di nuovo il governo degli abbattuti loro principi. Quel che è

più, mal sofferendo i Ghibellini, potente fazione in quelle contrade,

che _Gian-Giacomo Trivulzio_, capo de' Guelfi, comandasse le feste,

cominciarono ad animare al ritorno _Lodovico il Moro_ e il _cardinale

Ascanio_ suo fratello. Questi per tanto, giacchè andarono loro ben

presto fallite le speranze poste in _Massimiliano_ re de' Romani,

principe negligentissimo ne' propri affari, privo sempre e sempre

sitibondo di danaro, si rivolsero agli Svizzeri con assoldarne otto

mila, e misero insieme ancora cinquecento uomini d'arme borgognoni. Sul

fine di gennaio, senza perdere tempo, calarono essi pel lago di Como

a quella città, che aprì loro le porte. Bastò questo perchè il popolo

di Milano si levasse a rumore, gridando: _Moro, Moro_. Mossesi ancora,

perchè Lodovico avea lor fatto credere di venire con un esercito

infinito: il che non fu vero. Si rifugiarono i Franzesi nel castello,

e il Trivulzio si ritirò a Mortara. Sul principio di febbraio giunse

prima il cardinale Ascanio, poscia Lodovico a Milano con festa di quel

popolo. Ed amendue si affrettarono ad assoldar quante genti d'armi

poterono. Anche le città di Pavia e di Parma alzarono le bandiere del

Moro: altrettanto erano per fare Piacenza e Lodi, se, chiamati in aiuto

i Veneziani dai Franzesi, non vi fossero entrati colle loro milizie.

Tornò bensì all'ubbidienza di esso Moro Tortona; ma, sopraggiunto

colà _Ivo di Allegre_ colle soldatesche richiamate dalla Romagna, ed

assistito dai Guelfi, ricuperò quella città, mettendo dipoi a sacco non

meno i Ghibellini nemici, che i Guelfi amici. Passò _Lodovico il Moro_

all'assedio di Novara, ed, obbligati i Franzesi a rendere la città,

si diede a bersagliar la fortezza tuttavia resistente. Fu mirabile

intanto la sollecitudine del _re Lodovico_ per ispedire in Lombardia

nuove genti sotto il comando del signore _della Tremoglia_, di maniera

che sul principio d'aprile questo capitano, unito col _Trivulzio_ e

col _conte di Lignì_, ebbe in pronto un'armata di mille e cinquecento

lancie, dieci mila fanti svizzeri e sei mila franzesi, co' quali si

appressò a Novara. Pure più ne' tradimenti che nelle forza delle lor

armi riposero i comandanti franzesi la speranza di vincere.

Già s'erano intesi gli uffiziali svizzeri militanti per la Francia

con quei che erano al servigio di _Lodovico il Moro_, promettendo

loro una gran somma di oro; e menarono così accortamente la loro

trama, che venne lor fatto di tradire il duca con eterna infamia del

loro nome. Col pretesto dunque di non voler combattere coi proprii

fratelli, gli Svizzeri tedeschi abbandonarono Lodovico il Moro, e con

licenza dei Franzesi uscirono di Novara per tornarsene al loro paese.

Per misericordia ottenne Lodovico di poter fuggire con loro, e tanto

egli come i tre San Severini travestiti da Svizzeri marciarono colla

truppa, per ridursi in salvo. Scoperti dai traditori, furono tutti e

quattro fermati e fatti prigionieri nel dì 10 d'aprile: spettacolo

sì miserabile, che trasse le lagrime insino a molti dei nemici. Si

sbandò per questa calamità il resto delle truppe sforzesche; e, portata

la dolorosa nuova a! _cardinal Ascanio_, che attendeva in Milano

all'assedio del castello, tosto si partì anch'egli da quella città,

ed inviossi frettolosamente alla volta del Piacentino per non essere

colto[333]. Ma giunto la notte a Rivolta, castello del conte _Corrado

Lando_ suo amico, e quivi avendo preso riposo, trovò quella sfortuna

ch'egli andava fuggendo. Imperocchè, avvisati di ciò _Carlo Orsino_

e _Soncino Benzone_, capitani delle genti veneziane che stavano in

Piacenza, cavalcarono speditamente colà, e colla forza obbligarono

il conte Lando (ingiustamente accusato da alcuni di tradimento) a

consegnar loro l'infelice porporato, con _Ermes Sforza_, fratello del

morto duca _Gian-Galeazzo_, e con altri gentiluomini di sua famiglia.

Fu mandato a Venezia il cardinale; ma il re Lodovico prima colle

preghiere, e poi colle minaccie di guerra, tanto battè, che l'ebbe

nelle mani. Furono condotti in Francia questi sventurati principi.

_Lodovico il Moro_ confinato nel castello di Loches nel Berrì in una

oscura camera senza libri, senza carta ed inchiostro, ebbe quanto

tempo volle per potere riflettere alla caducità delle umane grandezze,

e ai frutti della smoderata sua ambizione e vanità, cioè alla cagione

delle sue e delle altrui rovine, per aver chiamato in Italia le armi

straniere, ed assassinato il proprio nipote, essendo esso Lodovico

dopo dieci anni di prigionia mancato poi di vita. Al _cardinale

Ascanio_, che con intrepidezza accolse le sue disavventure, fu data

per carcere la torre di Borges, quella stessa dove il medesimo _re

Lodovico_, allorchè era duca d'Orleans, tenuto fu prigione: tanto è

varia e suggetta a peripezie la sorte de' mortali. Poca cura si prese

del cardinal suddetto _papa Alessandro_, siccome venduto al volere

dei Franzesi, e però solamente sotto il pontefice _Giulio II_ riebbe

Ascanio la sua libertà.

In gran pericolo di un sacco si trovò il popolo di Milano dopo la

caduta del Moro; ma, avendo essi inviata un'ambasceria ai _cardinal

di Roano_, che veniva spedito dal re in Italia per governatore,

impetrarono che il gastigo si riducesse al pagamento di trecento mila

ducati d'oro: pena che loro fu anche per la maggior parte rimessa

dalla clemenza del saggio _re Lodovico_. Non potè poi resistere esso

re alle premure di _papa Alessandro_, che di nuovo gli fece istanza

di gente[334], affinchè il _duca Valentino_ terminasse il sospirato

conquisto della Romagna. Questi erano allora i gran pensieri del

pontefice, il quale poco avea profittato di un indizio dello sdegno di

Dio contro la di lui persona, che sì malamente corrispondeva ai doveri

del sacrosanto suo ministero. Imperciocchè nella festa di san Pietro

svegliatosi un terribil vento, con gragnuola e fulmini, rovesciò il

più alto camino del Vaticano con tal empito, che il suo peso ruppe

il tetto, e due travi della stanza superiore alla pontificia. Penetrò

questa rovina nella stanza medesima, dove dimorava il papa, con essersi

rotto un trave. Vi perirono _Lorenzo Chigi_ gentiluomo sanese, e due

altre persone. Lo stesso papa si trovò bensì vivo sotto le pietre,

ma stordito e leso ancora in più parti del corpo. Per buona ventura,

quel trave ch'era caduto servì a lui di riparo. Questo colpo, invece

di servire di paterno avviso ad Alessandro per farlo ravvedere, il

confermò piuttosto nella persuasione della protezion del cielo; e

però, dopo un pubblico ringraziamento a Dio che lo avesse preservato

dalla morte, seguitò lo scandaloso cammino di prima. Fu in questi

tempi assassinato da alcuni sgherri _don Alfonso_ d'Aragona marito

di _Lucrezia Borgia_; e perchè le ferite non furono sufficienti, a

levarlo di vita, il veleno diede compimento all'opera. Ne fu creduto

autore il _duca Valentino_, il quale, divenuto tutto franzese, e

volendo andar unito con quella corona alla distruzion degli Aragonesi,

giudicò meglio di levar di mezzo un parentado sì fatto, siccome quello

che più non si adattava alle mire presenti. Impetrato dunque ch'ebbe

esso duca Valentino un possente soccorso di Franzesi, condotto da

_Ivo d'Allegre_, nel mese di ottobre ricominciò la guerra in Romagna.

Non durò fatica ad impossessarsi di Pesaro, perchè _Giovanni Sforza_,

già di lui cognato, si ritirò per tempo, non volendo che per cagion

sua ricevessero danno immenso que' cittadini[335]. Anche _Pandolfo

Malatesta_ gli cedè il campo, e fecegli aprir le porte di Rimini. La

sola Faenza, dove egli si trasferì dipoi, fece gagliarda resistenza,

perchè il giovinetto _Astorre de' Manfredi_ signor della terra si trovò

così ben sostenuto dall'amore e dalla fedeltà de' suoi sudditi, che

rendè per questo anno inutili i di lui sforzi, benchè poi nel seguente

gli convenisse cedere alla forza, e restar poi vittima della lussuria e

della crudeltà del duca Valentino. Guerra ancora fu nell'anno presente

in Toscana, più che mai ardendo di voglia i Fiorentini di ricuperare

la città di Pisa. Ebbero soccorsi dal re di Francia; condussero ancora

al loro soldo qualche migliaio di Svizzeri, gente ch'avea cominciato

ad essere alla moda di questi tempi. Fu posto il campo a quella città,

si venne all'assalto; ma essendosi valorosamente difeso quel popolo,

segretamente aiutato da' Genovesi, Sanesi e Lucchesi, ed insorte

appresso molte discordie dalla parte dei Francesi e degli Svizzeri,

appoco appoco si sciolse quell'esercito, altro non riportandone i

Fiorentini se non vergogna e un incredibil danno al proprio erario.

Con tali imprese terminò l'anno; ebbe fine il secolo presente, e fine

ancora farò io a questi racconti.

<h2 id="conclusione">CONCLUSIONE DELL'OPERA</h2>

Meco è venuto il lettore osservando i principali avvenimenti

dell'Italia per tanti passati anni. S'egli da per sè finor non ha

fatta una riflessione assai facile, naturale ed importante, gliela

ricorderò io prima di congedarmi da lui. Ed è quella, che chiunque ora

vive, per quel che riguarda il pubblico stato delle cose, e non già

il privato d'ogni particolare persona, avrebbe da alzare le mani al

cielo, e ringraziare Iddio d'essere nato piuttosto in questo che ne'

secoli da me fin ora descritti. Non mancarono certamente anche ne'

lontani tempi alcuni principi buoni, vi furono talvolta continuati

giorni di pace, magnifici spettacoli e delizie. Nè si può negare che

negli ultimi predetti secoli, cioè dopo il mille e cento, di gran

lunga abbondasse più l'Italia di ricchezze che oggidì. Tuttavia,

considerando all'ingrosso que' tempi, nulla vede chi non vede il

gran divario che passa fra questi e quelli. Miravansi allora tanti

piuttosto tiranni che principi, crudeli fin col proprio sangue, non

che verso i lor sudditi. Oggidì sì moderati, sì benigni, sì clementi

troviamo i regnanti. Per lo più tutto era allora guerra, e guerra

senza legge, andando ordinariamente in groppa con essa i saccheggi,

gl'incendii ed ogni sorta di ribalderie. In questo infelice stato

abbiam lasciata poc'anzi l'Italia, e per moltissimi anni vi continuò

essa dipoi. Per lo contrario, se oggidì guerra si fa (e pur troppo si

fa con aggravio di molti paesi), pochi son quei monarchi e generali

che si dimentichino di esser cristiani e di guerreggiar con cristiani.

Del resto, una invidiabil tranquillità s'è lungamente goduta, e ne

sono stati partecipi anche i giorni nostri: bene temporale che non si

può abbastanza apprezzare. Che terribili, anzi indicibili sconcerti e

disastri poi producesse una volta la frenesia delle fazioni _guelfa_ e

_ghibellina_, nol può concepire, se non chi legge le storie particolari

delle città italiane, e truova come fossero frequenti nel pubblico

e ne' privati le nemicizie, gli omicidii, le prepotenze, gli esilii

e i capestri. Per misericordia di Dio restò in fine libera da tante

perniciose pazzie l'Italia, nè più v'ha città, da cui sia

per questo bandita la quiete e la pubblica concordia. A cagion delle

guerre suddette, e della poca cura degl'Italiani, francamente una

volta si introduceva in queste contrade la pestilenza, e, portando la

desolazione da per tutto, col penetrare d'uno in un altro paese, era

divenuta oramai un malore non men familiare e stabile fra noi, che sia

fra' Turchi. Le diligenze che si usano oggidì han provveduto a questo

flagello; e se queste non si rallenteranno, non ne faran pruova neppure

i posteri nostri. Che se a talun poco pratico sembrasse talora che i

tempi correnti si scoprissero meno nemici della lussuria di quel che

fossero i già passati, sappia ch'egli travede. Talmente sfrenato era

talvolta questo vizio, che, in paragon d'allora, quasi beata si può

chiamare l'età nostra. E molto più merita essa questo nome, dacchè la

pulizia de' costumi e le lettere, cioè le scienze ed arti tutte sono

ora in tanto auge e splendore; laddove rozzi erano negli antichi secoli

i costumi, l'ignoranza occupava non solamente i bassi, ma anche i più

sublimi scanni. Aggiungasi a questo, esser data allora negli occhi

d'ognuno la scorretta vita dell'uno e dell'altro clero; infezione

giunta sino agli stessi pastori, ed anche ai primi della Chiesa di

Dio, e disavventura che non si può nascondere nè abbastanza deplorare

per gli scandali infiniti che ne derivarono. Corrono già ducento anni

ch'è tolta questa pessima ruggine dalla Chiesa di Dio, nè più van

pettoruti i vizii in trionfo, essendo migliorati i costumi, accresciuta

la pietà, e levati molti abusi dei barbarici secoli: motivi tutti a

noi di chiamar felice il secolo nostro in confronto di tanti altri da

noi fin qui osservati. Nè venga innanzi alcuno con dire di trovar egli

de' pregi e del buono ne' secoli andati, e forse qualche bene di cui

ora siam privi; aggiunga ancora osservarsi tuttavia de' difetti ne'

governi tanto ecclesiastici che secolari, il lusso di troppo cresciuto,

l'effeminatezza negli uomini, la libertà nelle donne ed altri sì

fatti malanni; che gli si dimanderà se sappia qual cosa sia l'uomo e

qual sia il mondo presente. Ha da uscire fuor di questo globo chi non

vuol vedere vizii, peccati, difetti e guai. Intanto a chi bramasse la

continuazione della storia d'Italia, facile sarà il trovarla maneggiata

dalle penne di molti storici italiani. Ne ho ancor io recato un buon

saggio nella parte II delle Antichità Estensi, già data alla luce; e

però tanto più mi credo disobbligato dal farne una nuova dipintura.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 37 / 102 题