NOTE:

[303] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[304] Guicciardini, Ist. d'Italia. Sanuto, ed altri.

[305] Diar. di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[306] Burchardus, Diar., apud Raynaldum.

[307] Nardi, Istoria di Firenze.

[308] Summonte, Istoria di Napoli.

[309] Sanuto, Istor. di Venezia, tom. 22 Rer. Ital. Senarega, de Reb.

Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Corio, Istor. di Milano. Guicciardini,

Istoria d'Italia. Ammirati, Istor. di Firenze, ed altri.

[310] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye.

[311] Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.

[312] Jacobus Philipp. Bergom., Histor.

Anno di CRISTO MCCCCXCVII. Indiz. XV.

ALESSANDRO VI papa 6.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 5.

In quest'anno mandò Iddio de' buoni ricordi a _papa Alessandro_,

de' quali nondimeno egli punto non seppe profittare[313]. Era egli

vicino ad ingoiare il resto delle terre degli Orsini, per farne poi

il sospirato regalo a' proprii figliuoli; avea ancora l'esercito

suo, sotto il comando di _Guidobaldo duca_ d'Urbino e del _duca

di Gandia_ suo figlio, posto l'assedio a Bracciano. Non solamente

convenne loro ritirarsi di là, ma si venne anche a battaglia nel dì

24 di gennaio colla picciola armata di _Carlo Orsino_, che unito a

_Bartolomeo d'Alviano_, giovane di grande espettazione pel suo valore,

e con _Vitellozzo Vitelli_ da Città di Castello, capitano accorto,

s'affacciò all'esercito pontificio fra Bassano e Soriano. Per più

ore ferocemente si combattè, e restò infine sbaragliata l'oste del

papa, prigione lo stesso duca d'Urbino, ferito leggermente il duca

di Gandia. Questa percossa fece calar lo spirito guerriero al papa,

e l'indusse ad ascoltar volentieri chi parlò di pace. Seguì essa fra

poco, e gli Orsini ricuperarono le lor terre, andando a terra tutti i

castelli in aria che il pontefice avea dianzi formato. Venne dipoi per

la quaresima a Roma _Consalvo Fernandez_, ricevuto con distinti onori,

per avere ricuperato Ostia alla Chiesa, ed anche pel grado suo. Ma

perchè Alessandro gli fece alcune doglianze del _re Cattolico_[314],

Consalvo gli lavò ben bene il capo senza sapone, ricordandogli le

obbligazioni ch'avea la sua casa alla real d'Aragona, e toccando la

scandalosa vita di lui medesimo, troppo bisognava di riforma: al che

il papa non seppe che rispondere. Ma perchè gli era andato fallito il

colpo di accomodare il figliuolo suo primogenito _Giovanni duca_ di

Gandia colle terre degli Orsini, si rivolse ad un altro partito, cioè

a quello di arricchirlo col patrimonio della Chiesa[315]. Pertanto nel

dì 7 di giugno eresse la città di Benevento in ducato, e di quella e

insieme delle contee di Terracina e di Pontecorvo investì il suddetto

suo figliuolo. A riserva del _cardinal Piccolomini_, ch'ebbe il

coraggio nel concistoro di opporsi a questo scialacquamento degli Stati

pontificii, tutti gli altri cardinali consentirono ed applaudirono,

per aver poi favorevole il papa al conseguimento di nuovi benefizii,

commende e vescovati. Ma che? nel dì 14 di giugno, dopo una lauta

cena fatta da esso duca e da _Cesare cardinal_ suo fratello alla

_Vannozza_ lor madre, il _duca di Gandia_, giovine dissoluto e perduto

in amorazzi, nella notte a cavallo con un solo staffiere andò per

solazzarsi non si sa in qual casa. Fu egli in quella notte ucciso; il

corpo suo gittato nel Tevere; e ritrovato fra pochi dì, accertò ognuno

di quella tragedia. Non si seppero già gli autori dell'omicidio; ma

comunemente fu creduto che _Cesare cardinale_ per gelosia, o per altri

motivi della smoderata sua ambizione, sperando, come infatti avvenne,

di divenir egli solo arbitro del papa e del papato, arrivasse a questo

eccesso di crudeltà. Era egli infatti capace di tutto. Si afflisse

indicibilmente, farneticò ed ebbe ad impazzire il pontefice per questo

funestissimo colpo; e riconoscendola infine dalla mano di Dio, proruppe

nelle più belle promesse di emendar sè stesso, e di riformar la Chiesa

di Dio: promesse nondimeno che il vento in breve si portò via. Avvenne

finalmente, che nati in questi tempi alcuni disgusti fra _Lugrezia

Borgia_ sua figliuola e _Giovanni Sforza_ signore di Pesaro suo

consorte, essa da lui si ritirò: il papa dipoi per cagioni note a sè

solo disciolse quel matrimonio. Corse pericolo lo Sforza di perdere in

tal congiuntura Pesaro; ma, dichiaratisi per lui i Veneziani, cessò il

pericolo.

Prima della morte del fratello s'era già preparato il _cardinal

Valentino_ alla sua legazione, siccome destinato dal pontefice suo

padre, per portarsi a coronare il nuovo re di Napoli _don Federigo_.

Dappoichè fu assicurato che non più vivea suo fratello, cavalcò con

ismisurata magnificenza a Capoa, ed ivi diede la corona ad esso re

Federigo, il quale nel presente anno attese a ristorare il desolato

suo regno; a schiantare gli assassini e malandrini che dappertutto

commetteano incredibili danni ed omicidii; e a dare non meno buon

ordine agli affari pubblici, che pace ai popoli, con riceverne il

premio di mille benedizioni. Tuttavia restavano in quel regno alcuni

baroni pregni d'odio contro la casa d'Aragona, e convenne al re di

far loro la guerra, con restare specialmente abbattuto il _principe di

Salerno_. Ma intanto non cessava la discordia in Toscana per cagion di

Pisa[316]. Anche _Pietro de Medici_, saputo ch'ebbe trovarsi Firenze

involta in calamità per un'atroce carestia, ed essere entrati in

reggimento alcuni antichi amici della sua casa, tentò di ritornar nella

patria. Venne con gran copia d'armati sino alle porte di Firenze, ma

non udendo alcun movimento favorevole a lui nella città, più che di

fretta se ne ritornò indietro. In Milano[317] nel dì 2 di gennaio morì

di parto _Beatrice Estense_ moglie del _duca Lodovico_ Sforza; del

che si mostrò egli inconsolabile, e con grande sfoggio di funerali

e limosine onorò la di lei memoria. Furono novità nel Genovesato,

perchè _Giuliano dalla Rovere_ cardinale, tutto allora dei Franzesi,

e _Battistino da Campofregoso_ con molti armati andarono verso di

Savona, patria d'esso cardinale, sperando d'insignorirsene[318]. Nulla

venne lor fatto per le buone precauzioni prese dai Genovesi e dal duca

di Milano. Anche _Gian-Giacomo Trivulzio _co' Franzesi usciti d'Asti

infestò lo Stato di Milano; ma sovvenuto il duca da' Veneziani, rendè

inutili i di lui sforzi. Poco potè godere di sua fortuna _Filippo duca

_di Savoia; imperciocchè nel dì 7 di novembre terminò la carriera

del suo vivere. A lui succedette _Filiberto II_ suo primogenito in

età di diecisette anni. Così scrivo io, fidato nell'autorità del

Guichenone[319]. Ma Jacopo Filippo da Bergamo, storico che in questi

tempi fioriva, mette nel marzo dell'anno presente il principio del

governo ducale d'esso Filippo, soggiugnendo dipoi ch'egli _necdum

plene duobus annis regnavit_: lo che meriterebbe riflessione, se il

Guicciardino non sostenesse il racconto del Guichenone. Avea finquì

_Ercole duca_ di Ferrara tenuto in deposito il castelletto di Genova:

lo restituì nell'anno presente a dì 11 di novembre a _Lodovico Sforza_

duca di Milano con somma di lui consolazione. Non potè egli far di

meno: tante furono le istanze ed anche minacce de' Veneziani e di

Lodovico per disbrogliare Genova; e le ragioni del duca Ercole alla

corte di Francia furono credute legittime.

Anno di CRISTO MCCCCXCVIII. Indiz. I.

ALESSANDRO VI papa 7.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 6.

Allorchè l'Italia si trovava agitata dall'apprensione che _Carlo

VIII_ re di Francia tornasse a lacerar queste contrade con forze

superiori alle passate[320], eccoli giugnere nuova ch'egli nel castello

d'Ambosia era mancato di vita per accidente di apoplessia nel dì 7

d'aprile dell'anno presente in età di ventisette anni e nove mesi. La

taccia che a lui fu data, consistè nello smoderato amor dei piaceri

e nella sfrenata sua libidine, per gli stimoli della quale andava

frequentemente mutando pastura. Del resto egli fu uno de' più mansueti,

amorevoli e benigni principi del mondo, nè sapea far male ad alcuno,

in guisa che tanta sua bontà ridondava talvolta in suo danno, perchè

i ministri ed uffiziali faceano tutti a lor modo per la fidanza di

non esser mai gastigati. Negli ultimi mesi di sua vita, scorgendo

che appoco appoco veniva meno la sua sanità e forza, diede un calcio

ai solazzi e piaceri, e massimamente ai vietati dalla legge santa

di Dio, e con opere di pietà e carità si dispose a comparire davanti

al giudice dei vivi e de' morti. L'esser egli mancato di vita senza

lasciar successione maschile (giacchè un Delfino, nato qualche mese

prima, poco tempo visse sopra la terra) diede luogo a succedergli

a _Lodovico duca_ di Orleans suo cugino in quarto grado, e il primo

fra' principi del real sangue d'allora, che sotto i due precedenti

re avea patito di molti affanni e contraddizioni con pericolo della

vita. Fu egli coronato re di Francia a Rems nel dì 27 di maggio, e

portò il nome di _Lodovico XII_, principe di gran mente, abilità e

coraggio. Si scoprirono ben tosto le sue idee, perchè prese anche

il titolo di duca di Milano e di re delle Due Sicilie. La maggior

prima sua cura fu di far sciogliere il matrimonio da lui contratto

molti anni prima con _Giovanna_ figliuola del _re Lodovico XI_, sì

perchè da essa, assai brutta e mal sana, non avea mai potuto ricavar

successione, e sì perchè gli premeva di sposare _Anna_ vedova del

poco fa defunto re, siccome quella che portava in dote l'importante

ducato della Bretagna, e di cui dicono ch'egli anche prima era stato

innamorato. Ricorse perciò a papa _Alessandro VI_, e si trovarono in

quegli sconcertati tempi delle ragioni per dichiarar nullo il primo

matrimonio, e far valere il secondo. Di questo affare volle nondimeno

far mercato il papa, e coglierne profitto per _Cesare_ suo figliuolo.

Costui, non avendo gran genio all'abito ecclesiastico, perchè meditava

già di comandare a popoli, ottenne in quest'anno di poter deporre

la sacra porpora, e di ritornare al secolo, allegando che contro sua

volontà e per timore del padre avea dianzi preso il diaconato; nè vi

fu chi ad uomo sì dabbene negasse fede. Fu scelto Cesare per portare

in Francia le bolle dello scioglimento del matrimonio del re[321], ed

insieme il cappello cardinalizio a _Giorgio d'Ambosia_ arcivescovo di

Roano. Il fasto con cui egli andò, parea che superasse la grandezza

delle stesse corti regali. Il _re Lodovico_, che per li suoi disegni

sopra l'Italia bramava già di guadagnar in suo favore l'animo del

papa, slargò la mano verso del di lui figliuolo, dichiarandolo duca di

Valenza nel Delfinato, dandogli una compagnia di cento uomini d'armi,

ed assegnandogli l'annua pensione di venti mila lire di Francia, con

promessa ancora di qualche bel feudo nel Milanese, dacchè l'avesse

conquistato. Prese poscia il re Lodovico in moglie _Anna di Bretagna_

nel gennaio dell'anno seguente, e, siccome voglioso al maggior segno di

conquistare il ducato di Milano per le ragioni di _Valentina Visconte

_avola sua (voglia a lui accresciuta dall'essere dimorato per tanto

tempo in Asti, e dall'aver conosciuta la bellezza della Lombardia),

così cominciò di buona ora a disporsi per ottener questo fine.

Il fuoco acceso in Toscana per cagion di Pisa tuttavia durava[322].

Quanto più quella città veniva angustiata dai Fiorentini, tanto più

i Pisani si raccomandavano alla potenza de' Veneziani, e questi

maggiormente s'insperanzivano di ridurre quella città sotto il

loro dominio. Perciò, avendo il senato veneto condotti al suo soldo

_Guidubaldo duca_ d'Urbino, _Astorre Baglioni_ Perugino, _Bartolomeo

d'Alviano_, _Paolo Orsino_ ed altri condottieri d'armi, misero in

viaggio alla volta della Toscana delle grosse brigate in aiuto de'

Pisani con aver mosso anche i Medici ed altri fuorusciti ad unirsi

alle lor genti. Lo stesso marchese di Mantova _Francesco_ fu poi

spedito anche egli con titolo di generale colà. Per lo contrario, non

cessarono i Fiorentini d'accrescere le lor genti d'armi, prendendo al

soldo loro i signori d'Imola e Forlì ed altre milizie. Quel ch'è più,

trassero nel lor partito _Lodovico Sforza_ duca di Milano. Non poteva

questi senza invidia mirare, e senza grave sdegno sofferire che i

Veneziani fossero dietro ad accrescere la lor già formidabile grandezza

coll'acquisto di Pisa; e però, accordatosi co' Fiorentini, pensò sulle

prime d'aiutarli segretamente a ricuperar quella città, ma infine

apertamente inviò loro de' soccorsi. Capitan generale dell'esercito

fiorentino fu scelto _Paolo Vitello_, uomo di credito nel mestier

della guerra, a cui fu dato con gran solennità il bastone in un giorno

determinato dagli astrologi. Quanto costoro dessero nel segno, in breve

si scorgerà. Prese il Vitelli Buti, Vico-Pisano e Librafatta. Corse

la guerra pel Casentino, e per altre contrade del dominio fiorentino;

succederono varii piccioli fatti d'armi ora all'uno ora all'altra parte

favorevoli. L'anno poi fu questo, in cui Firenze mirò la tragedia di

frate _Girolamo Savonarola_ Ferrarese dell'ordine di san Domenico, uomo

per l'austerità della vita, pel suo raro sapere, e per la sua forza

e zelo nel predicare la parola di Dio, ammirato da tutti, e degno di

miglior fortuna. Reggevasi la maggior parte del popolo col consiglio

di lui anche ne' politici affari; ed egli fu che il tenne lungamente

saldo nella dipendenza dal re di Francia. Ma non mancavano a lui

nemici, e molti e potenti nella stessa città di Firenze; e specialmente

i Medici fuorusciti l'odiavano a morte, perchè direttamente opposto

alle loro intenzioni di signoreggiar nella repubblica[323]. Chi gli

volea male l'accusò alla corte di Roma, come seduttore e seminator di

falsa dottrina. Però gli fu proibito dal papa di predicare, e tanto più

perchè egli non avea saputo astenersi dal toccar nelle sue prediche

i vizii dello stesso regnante pontefice, troppo per altro palesi, e

i depravati costumi della corte romana. Disprezzò frate Girolamo i

comandamenti del pontefice, tornò sul pulpito, maggiormente inveendo

da lì innanzi contro la corruttela d'allora. Fu scomunicato dal

papa, intimate le censure a chi l'ascoltasse, il favorisse, e mandate

finalmente replicate lettere ai magistrati di Firenze, con ordine di

mettere le mani addosso al frate, minacciando scomuniche ed interdetti

se non si ubbidiva. Temeva forte _papa Alessandro_ uno scisma; e guai

a lui se persona d'autorità avesse allora alzato un dito contra di

lui. Non vi era chi non detestasse un pastore di vita sì contraria

al sublime suo grado. Ora avvenne che un frate Francesco di Puglia

dell'osservanza di san Francesco predicò pubblicamente contra del

Savonarola, impugnando specialmente queste di lui proposizioni: _La

Chiesa di Dio ha bisogno d'essere riformata e purgata. La Chiesa di Dio

sarà flagellata, e dopo i flagelli sarà riformata e rinovata, e tornerà

in prosperità. Gl'infedeli si convertiranno a Cristo. Firenze sarà

flagellata, e dopo i flagelli si rinoverà, e tornerà in prosperità_; ed

altre che tralascio.

Chi teneva e chi tien tuttavia il Savonarola per uomo di santa vita,

e che egli ispirato da Dio predicesse le cose avvenire, fra non molti

anni trovò il tutto avverato. Altre simili predizioni fatte da lui, e

nominatamente a _Carlo VIII re_ di Francia, ebbero il loro effetto.

Si esibì ancora frate Francesco di confermare alla pruova del fuoco

la falsità delle proposizioni suddette; E all'incontro fra Domenico

da Pescia domenicano accettò di sostener giuste e verificabili le

medesime, con esibirsi di entrar anch'egli nel fuoco. Perchè il frate

minore trovò maniera di sottrarsi all'impegno preso, per lui sottentrò

un frate Andrea Rondinelli. Adunque, nel dì 17 d'aprile per ordine de'

magistrati acceso un gran fuoco, vennero alla presenza d'innumerabil

popolo i due contradditori, per provare, se in quella avvampata catasta

si sentisse fresco o caldo. Ma non volendo comportare i frati minori

che fra Domenico vi entrasse vestito con gli abiti sacerdotali, nè

che egli portasse in mano il Sacramento dell'altare, in sole contese

terminò tutto quell'apparato, e nulla si fece. Scapitò molto per questo

del suo buon concetto il Savonarola, e crescendo l'ardire della fazione

a lui contraria, e massimamente degli scapestrati, nella seguente

domenica dell'Olivo si alzò contra di lui gran rumore, in guisa che

i magistrati, timorosi ancora delle tante minaccie del papa, fecero

prendere e menar nelle carceri il Savonarola. Allora fu che infierì

contra di lui chi gli volea male. Corse tosto a Firenze un commessario

del papa per accendere maggiormente il fuoco, ed accelerar la morte

dell'infelice. Si adoperarono i tormenti per fargli confessare ciò che

vero non era; e si pubblicò poi un processo contenente la confessione

di molti reati, che agevolmente ognun riconobbe per inventati e

calunniosi. Venuto dunque il dì 23 di maggio, vigilia dell'Ascensione,

alzato un palco nella piazza, quivi il Savonarola degradato insieme

con due frati suoi compagni, cioè Silvestro e Domenico, fu impiccato,

i loro corpi dipoi bruciati, e le ceneri gittate in Arno, per timore

che tanti divoti di questo religioso le tenessero per sante reliquie.

Restò appresso involta in molte dispute la di lui fama, riguardandolo

gran copia di gente, cioè tutti i buoni, qual santo e qual martire

del Signore; ed all'incontro tutti i cattivi per uomo ambizioso e

seduttore. Dio ne sarà stato buon giudice. Certo è ch'egli mancò al

suo dovere, dispregiando gli ordini del papa, i cui perversi costumi

non estinguevano già in lui l'autorità delle chiavi. Parimente lodevole

non fu nel Savonarola il cotanto mischiarsi nel governo secolare della

repubblica fiorentina: cosa poco conveniente al sacro suo abito e

ministero. Per altro, ch'egli fosse d'illibati costumi, di singolar

pietà e zelo, tutto volto al bene spirituale del popolo, con altre

rarissime doti, indicanti un vero servo di Dio, le cui opere stampate

contengono una mirabil unzione e odore di santità, non si può già

negare. Ma di questo avendo pienamente trattato _Gian-Francesco Pico_

conte della Mirandola, dottissimo scrittore suo contemporaneo, nella

Vita ed Apologia del medesimo Savonarola, e Jacopo Nardi Fiorentino,

anch'esso allora vivente, nella sua Storia di Firenze, senza che io

osi di far qui da giudice, rimetto ai loro scritti il lettore che più

copiosamente desideri d'essere informato di quella lagrimevol tragedia.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 35 / 102 题