NOTE:

[289] Burchardus, Diar., apud Raynald.

[290] Guicciardini, Istor. Comines., Raynaldus, Annal Eccles.

[291] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[292] Summonte, Istoria di Napoli.

[293] Guicciardini, Istor. d'Ital. Ammirati, Istor. di Firenze.

[294] Burchardus., in Diar., apud Raynal.

[295] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[296] Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital. Raynaldus, Annal.

Eccles.

[297] Allegretti, Diar. Sanese, tom. 23 Rer. Ital.

[298] Corio, Istor. di Milano.

[299] Mémoir. de Comines. Sanuto, Istoria di Ven., tom. 22 Rer. Ital.

Guicciard., Istoria d'Italia. Corio, Ist. di Milano.

[300] Giustiniani, Istoria di Genova. Sanuto, Istoria di Venezia, tom.

22 Rer. Ital. Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital.

[301] Summonte, Istoria di Napoli. Guicciardini, Istoria d'Italia.

Corio, Istor. di Milano. Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[302] Ammirati, Istoria di Firenze.

Anno di CRISTO MCCCCXCVI. Indiz. XIV.

ALESSANDRO VI papa 5.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 4.

La guerra nel regno di Napoli continuò ancora nell'anno presente.

Trovavasi scarso di gente e più di pecunia il _re Ferdinando_. Non gli

tornava il conto in circostanze tali di aggravare i popoli. Ricorse

all'aiuto de' Veneziani[303]. Da essi, oltre ad una buona flotta di

legni, ebbe anche un grosso corpo di combattenti per le imprese di

terra. Alla testa d'essi fu poi mandato _Francesco Gonzaga_ marchese

di Mantova. Riportò ancora il re dai Veneti un soccorso di danaro

contante con promessa di pagar tutto; ed eglino intanto vollero in

pegno, ed ottennero, Brindisi, Trani, Gallipoli, Otranto ed altre terre

marittime della Puglia. Mettendo così il piede in quelle contrade, si

lusingavano essi, e non invano, che non verrebbe più quel dì in cui se

ne ritirassero. Erano nondimeno forti i Franzesi, perchè con esso loro

andavano uniti moltissimi del partito angioino. Seguirono varie vicende

di guerra fra essi e gli Aragonesi. Quella che è più degna di memoria,

fu l'essersi ritirato il signore, ossia _duca di Mompensieri_ nella

città di Atella, assai forte luogo, col meglio delle sue brigate[304].

Essendosi ingrossato il re Ferdinando colle soldatesche inviategli

dai Veneziani, là entro il colse, e mise l'assedio alla città. I fanti

svizzeri e tedeschi in questo tempo, perchè mal pagati, levatisi dal

campo franzese, passarono a rinforzar quello di Ferdinando. Altro

scampo non ebbe allora il Mompensieri che di ricorrere all'_Obignì_

militante in Calabria, acciocchè accorresse in aiuto suo. Ma si

trovò malato quel signore, e la sua malattia diede campo a _Consalvo

Fernandez_ d'insignorirsi di Cosenza e d'altri luoghi. Contuttociò

ordinò l'Obignì che il _conte di Moreto_ ed _Alberto da San Severino_

con un buon corpo di gente portassero soccorso al Mompensieri.

Informato di tal movimento l'astuto Consalvo, alla sordina fu loro

addosso, prese buona parte d'essi, ed anche i lor condottieri. Il

che fatto, andò ad unirsi col _re Ferdinando_ sotto Atella. Ancorchè

tuttavia circa sette mila armati avesse il Mompensieri in quella città,

pure, per difetto di viveri, fu costretto a trattar di capitolazione.

E si conchiuse una tregua di trenta giorni, nel qual tempo, se non

fosse giunta armata capace di far cessare l'assedio, non solamente

quella città si renderebbe, ma anche tutte le altre dipendenti dal

Mompensieri nel regno di Napoli, a riserva di Taranto, Gaeta e Venosa,

con altre condizioni che io tralascio. Passarono i trenta giorni senza

che comparisse per mare o per terra alcun soccorso franzese; laonde fu

pienamente eseguito l'accordo suddetto dopo la metà d'agosto. Trovò il

re Ferdinando dei pretesti per non lasciar uscire dal regno i Franzesi,

e messili in luoghi d'aria malsana, ciò fu cagione che la maggior

parte d'essi perisse. Lo stesso _signore di Mompensieri_, partecipando

di que' pericolosi influssi, lasciò la vita in Pozzuolo nel dì 5

d'ottobre. Infermossi del pari _Francesco marchese_ di Mantova, laonde

poi venne a cercar miglior aria in Lombardia. Nel dì 19 d'ottobre[305]

giunse a Ferrara. Essendo intanto ritornato il gran capitano _Consalvo_

dopo la presa d'Atella in Calabria, trovò che vi avea fatto di molti

progressi l'_Obignì_ così vigorosamente si diede egli ad incalzare

i Franzesi, che infine li costrinse a prendere la legge dalle mani

sue vittoriose, di modo che esso Obignì uscì del regno di Napoli, e

ritirossi in Francia.

Con questa felicità passavano gli affari del re _Ferdinando II_, nel

qual mentre gli venne il pensiero di accasarsi. La moglie ch'egli

prese, e con dispensa del papa, ma non senza ammirazione, anzi con

mormorazione de' saggi, fu una sua zia, cioè _Giovanna_ figliuola

del re _Ferdinando I_ avolo suo paterno, e sorella del _re Alfonso_

suo padre. Corse voce non mal fondata, che, trovandosi egli alquanto

infermo, l'eccessivo uso del matrimonio gli cagionasse una tal

violenza di male, che per esso terminasse il corso di sua vita nel dì

5 di ottobre, come ha Burcardo[306]: di settembre lasciarono scritto

il Nardi[307] e il Summonte[308]. Fu la perdita di questo principe

compianta da tutti per le sue amabili qualità. Perchè egli non

lasciò figliuoli, _don Federigo_ conte di Altamura, suo zio paterno

dimorante all'assedio di Gaeta, corse a Napoli, e fu proclamato re.

Tornò egli dopo questa funzione sotto Gaeta, e gli riuscì d'indurre

quella guarnigion franzese a capitolare la resa. Imbarcossi questa

in due navi per tornarsene in Francia; ma per fortuna di mare quasi

tutta perì in faccia di Terracina. Quindi il novello _re Federigo_

con rara prudenza ed amorevolezza diede principio al suo governo,

studiandosi di guadagnar gli Angioini, e di pacificar tutti i

malcontenti. All'incontro, per la decadenza dei Franzesi nel regno di

Napoli, il _pontefice Alessandro_ diede fuoco al suo sdegno contra di

_Virginio_ e di _Paolo Orsini_, che aveano fin qui militato in favor

della Francia senza curarsi de' divieti del papa. Indotto il vivente

allora re _Ferdinando II_ a violare i patti della capitolazione, li

fece imprigionare; ed egli poi spedì l'esercito contra delle loro

castella nell'ottobre dell'anno presente, e molte ne occupò, meditando

già di arricchir colle loro spoglie i proprii figliuoli. Valorosamente

nondimeno resisterono gli aderenti e sudditi degli Orsini, nè finì poi

quella guerra a tenore dei desiderii del papa. Gran bollore d'azioni

militari fu eziandio per quest'anno nella Toscana. I Fiorentini, il

maggior negozio de' quali era quello di ricuperar Pisa e le altre

terre loro tolte, tempestavano con frequenti ambascerie e lettere

_Carlo VIII_ re di Francia, perchè ordinasse al _signore d'Entraghes_,

governatore della cittadella di Pisa, di rimetterla in loro mano.

Ordini pressanti spediva il re di farne la consegna, e con credenza

comune che egli sinceramente li desse; ma con provarsi dipoi che i suoi

uffiziali non doveano capire il tenore di quelle lettere. Anzi tutto il

contrario avvenne. Il governatore di Sarzana per venticinque mila scudi

d'oro vendè ai Genovesi la città di Sarzana. Sborsato immantenente

il danaro, ne presero i Genovesi con gran festa il possesso; e nella

stessa maniera tornarono ad impadronirsi di Sarzanello. Aveano essi

trattato anche col governatore di Pietrasanta; ma i Lucchesi più

diligenti l'ottennero essi, non senza aspre doglianze de' Genovesi.

Per conto di Pisa, il _signor d'Entraghes_, invece di cedere quella

cittadella ai Fiorentini, la vendè anch'egli al popolo di Pisa, il

quale non tardò a demolirla. Tante trafitture erano queste al cuor de'

Fiorentini. Perlochè cominciarono a far guerra ai Pisani, e ad espugnar

alcune loro castella. Fioccavano intanto le lettere de' Pisani al

papa, al duca di Milano, a' Veneziani, e ad altri potentati e signori,

per ottener forze da difendersi: essendo chiaro che non poteano

sostenersi contro la potenza de' Fiorentini. Entrarono in questa

contesa specialmente i Veneziani, siccome quelli ch'erano malcontenti

della repubblica fiorentina, collegata co' nemici franzesi, e molto

più perchè, mischiandosi in quella briga, non mancava loro desiderio

e fondamenti di assoggettar Pisa al loro dominio, anzi ne veniva lor

fatta l'esibizione. Adunque mandarono a Pisa de' possenti soccorsi, e

ne inviò anche _Lodovico duca_ di Milano, giacchè anche a lui davano

speranza i Pisani di sottomettersi a lui. Con questi aiuti quel popolo

andò poscia difendendo sè stesso.

Non d'altro intanto per tutta Italia si pasceva la curiosità degli

oziosi, che dei mirabili apparecchi d'armi che si diceano fatti da

_Carlo VIII re_ di Francia per tornare di qua da' monti, tenendosi

per fermo ch'egli comincerebbe il ballo contro a _Lodovico il Moro_

duca di Milano, pretendendo che questi avesse in più forme mancato ai

patti, e delusa la corte di Francia. Tre eserciti doveano calare in

Italia, uno condotto da _Gian Jacopo Trivulzio_ nobile milanese, che

nel regno di Napoli entrato al servigio d'esso re, s'era già acquistato

il credito d'uno dei più savii e valorosi capitani italiani. Il secondo

sotto il comando di _Lodovico duca_ d'Orleans, padron d'Asti; e il

terzo, maggiore degli altri, guidato dal medesimo re Carlo. In sì

fatti racconti gran parte avea la bugia. Il solo Trivulzio venne ad

Asti per sicurezza di quella città. Contuttociò Lodovico Sforza, a cui

tremava il cuore, determinò di muovere _Massimiliano re_ de' Romani,

già suo collegato, a calare in Italia[309]. E gli riuscì il maneggio.

Venuto l'ottobre, arrivò Massimiliano per la Valtellina, scese nel

territorio di Milano, accolto con gran festa e magnificenza da esso

Lodovico; e, senza toccar Milano, continuò il viaggio alla volta di

Genova, con disegno di passare a Pisa, dove ancora quel popolo con

grande istanza l'avea chiamato. Non menava seco più di cinquecento

cavalli e di otto bandiere di fanti. Nel dì 25 d'ottobre arrivò a

Genova, e da lì a due giorni imbarcatosi se n'andò a Pisa, dove,

pensando d'immortalare il suo nome, dopo aver preso alcuni castelletti,

s'accinse all'assedio di Livorno, detenuto allora da' Fiorentini. Ma

quando si fu per dare l'ultimo assalto, insorse dissensione fra lui e

i commissarii dei Veneziani, perchè questi pretesero di voler essi quel

luogo. Oltre a ciò, una fiera burrasca dissipò tutti i legni che erano

a quell'assedio. Altro perciò non si fece. Propose dipoi Massimiliano

di dare il guasto al distretto di Firenze; ma non vollero i Veneziani

uscir di Pisa, per paura di restarne poi esclusi. Insomma andò a finire

la mossa di questo gran principe in sole dicerie svantaggiose al di

lui nome. Se ne tornò egli sul finire dell'anno in Germania, portando

seco dell'amarezza contra de' Veneziani, perchè questi, oltre all'avere

sturbati i suoi disegni, aveano anche scoperta la di lui intenzione di

occupar Pisa come città dell'imperio. Erano allora in gran voga essi

Veneti, e il loro Lione stendeva le ali facilmente dovunque scorgeva

apertura di dilatar la signoria. In quest'anno ancora i Franzesi che

erano in Taranto mandarono ad offerir per danari quella città al senato

veneto. Benchè fosse contro i patti, e il re di Napoli protestasse

contro, non lasciarono per questo i Veneziani d'impossessarsi di

quell'importante luogo. Il picciolo duca di Savoia _Carlo Giovanni

Amedeo_ in quest'anno mancò di vita[310] a dì 16 d'aprile in età di

circa otto anni; e però a lui succedette _Filippo di Savoia_ suo gran

zio, figliuolo di _Lodovico duca_ di Savoia, in età avanzata, perchè

nato nell'anno 1438. Ma poco sopravvisse, siccome vedremo. Il Senarega,

scrittore di questi tempi[311], riferisce la morte di esso duca Carlo

nell'anno seguente. Altrettanto s'ha da Jacopo Filippo da Bergamo[312]

scrittor contemporaneo anche esso, laonde può restare suggetta a

qualche dubbio l'asserzion del Guichenone.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 34 / 102 题