NOTE:

[270] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[271] Allegretti, Istor. di Siena, tom. 23 Rer. Italic.

[272] Infessura, Diar., Par. II, tom. 3 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di

Firenze. Raynal., Annal. Ecclesiast.

[273] Summonte, Istoria di Napoli.

[274] Sanuto, Istoria di Venezia, tom. 22 Rer. Italic.

[275] Summonte, Istor. di Napoli.

[276] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Italic. Corio, Istor. di

Milano.

[277] Senarega, de Reb. Genuens., tom. 24 Rer. Ital. Sanuto, Istor. di

Venez., tom. 22 Rer. Ital. Ammirati, Istor. di Firen. Corio, Istor. di

Milano.

[278] Mémoir. de Comines, lib. 7.

[279] Corio, Istor. di Milano.

[280] Guicciardini, Istor., lib. 1.

[281] Cronica MS. di Bologna.

[282] Ammirati, Istor. di Firenze.

[283] Guicciardini, Ist. d'Italia. Ammirat., Istor. di Fir. Nardi, Ist.

di Firenze, ed altri.

[284] Allegretti, Ist. di Siena, tom. 23 Rer. Ital.

[285] Ammirati, Istoria di Firenze. Guicciardini, Ist. d'Italia.

[286] Philipp, de Comines., Burchardus, in Diar.

[287] Johann. Franciscus Pico, in Vit. Johannis Pici.

[288] Jovius in Elog.

Anno di CRISTO MCCCCXCV. Indiz. XIII.

ALESSANDRO VI papa 4.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 3.

Uno de' primi a far muover di Francia il re _Carlo VIII_ era stato

_papa Alessandro VI_, senza ben pensarne, da quel gran politico ed

astuto uomo ch'era, le perverse conseguenze di un tal consiglio.

Ma allorchè vide che, entrato con tante forze questo re in Italia,

e pervenuto fino in Toscana, non v'era città o fortezza che non

gli portasse le chiavi, cominciò a provar degli affanni e tormini

gravissimi, perchè considerato come aperto nemico di un re a cui nulla

resisteva[289]. Nel dì 9 di dicembre avea egli fatto mettere in onesta

prigione i cardinali _Ascanio Sforza_ e _San Severino_, come parziali

de' Franzesi, e mandati in castello Sant'Angelo _Prospero Colonna_ e

_Girolamo Tuttavilla_. Cominciò poi in lontananza a trattare d'accordo

col re. Questi fece istanza ne' preliminari che si liberassero i due

cardinali; ed aggiunse che avendo il pontefice lasciato entrare in Roma

_Ferdinando duca_ di Calabria colle genti sue nemiche (questi poi si

ritirò prima che arrivassero i Franzesi), anch'egli voleva entrarvi:

che per altro egli era pronto alla concordia. Nel dì 19 del suddetto

dicembre fu spedito dal papa al re il _cardinal San Severino_, e questi

almeno ottenne che pacificamente, e salvo l'onore della maestà ed

autorità pontifizia, il re facesse la sua entrata in Roma. Nella notte

dell'ultimo dì di dicembre, venendo il dì primo dell'anno presente,

arrivò il re di Francia a Roma, e v'entrò tenendo tutte le sue genti

d'armi la lancia sulla coscia. Dal popolo romano gli furono presentate

le chiavi della città, ed egli poscia andò ad alloggiare nel palazzo

ben ammobigliato di San Marco. Il pontefice Alessandro, che non sapea

quanto si potesse promettere de' baldanzosi e sdegnati Franzesi, avea

preso lo spediente di ritirarsi in castello Sant'Angelo, per trattar

con più sicurezza della concordia e del suo decoro[290]. E ne trattò

per mezzo de' ministri del re, conchiudendo finalmente quell'accordo

che potè. Non mancarono allora cardinali, e massimamente _Giuliano

della Rovere_, ed altri seminatori di discordia, che insinuarono al

re, questo essere il tempo d'intentare un processo contra di _papa

Alessandro_, per provare ch'egli simoniacamente avea acquistata la

sedia di San Pietro, e menava una vita troppo scandalosa con evidente

danno della religion cattolica. Ma il re, badando ai consigli del

_Brissonetto_, a cui il papa avea promesso il cappello cardinalizio,

si astenne dall'indurre questo sconcerto nella Chiesa, lasciando a Dio

il castigo di chi avesse prevaricato, ed attese a ciò che riguardava

i proprii interessi. Fu dunque stabilito che il papa per sei mesi

concederebbe al re la persona di _Zizim_ fratello di Baiazette, con

promessa di restituirlo; darebbe ad esso re l'investitura del regno di

Napoli, rimetterebbe in sua grazia i cardinali aderenti alla Francia,

lascerebbe nelle mani del re Terracina, Cività Vecchia, Viterbo e

Spoleti, finchè egli ritornasse da Napoli; e darebbe per ostaggio di

sua fede _Cesare cardinal_ Valentino suo nipote.

In vigore di tal concordia uscito di castello Sant'Angelo nel dì 16 di

gennaio _papa Alessandro VI_, passò nel giardino del palazzo vaticano,

e quivi fu ad inchinarlo il _re Carlo,_ ma senza baciargli la mano,

non che il piede. Si abbracciarono, fecero i lor complimenti, e il

re, senza perdere tempo, fece istanza del cappello cardinalizio pel

suo primo ministro _Guglielmo Brissonetto_; cosa che fu con subita

puntualità eseguita. Tenutosi poi pubblico concistoro in San Pietro

nel dì 19 del mese suddetto, vi comparve il re, e, secondo il Rituale,

soddisfece a tutti gli atti di riverenza verso il vicario di Cristo.

Partì poscia il re Carlo di Roma nel dì 28 di gennaio alla volta del

regno di Napoli. Parve che il cielo secondasse tutti i suoi passi,

perchè quel verno fu così dolce, quieto e sereno, che sembrava una

primavera, in guisa che all'esercito franzese non riusciva d'incomodo

o danno il far viaggio in quella stagione. In questo mentre il re

di Napoli _Alfonso II_, ossia che ora conoscesse l'amaro, ma giusto

frutto della passata sua crudeltà ed avarizia[291], per cui s'era

tirato addosso l'odio di tutti i baroni e del popolo stesso, nè potea

far capitale della lor fede in sì pericolosa contingenza, oppure,

come vuole il Summonte[292], che il papa e il _cardinale Ascanio_

suo cognato a ciò l'esortassero, determinò di rinunziar la corona

a _Ferdinando_ suo primogenito per la speranza[293] ch'essendo egli

universalmente amato dai nobili e dalla plebe per le sue lodevoli doti,

ben diverse dalle paterne, alla difesa di lui e del regno tutti si

unirebbono. Nel dì 23 di gennaio seguì la rinunzia. _Ferdinando II_ fu

riconosciuto per re, e il padre suo _Alfonso II_, imbarcate in cinque

galee le cose più preziose con danari, ascendenti a trecento cinquanta

mila scudi, nel dì 3 di febbraio uscì di Napoli, e fece vela verso la

città di Mazara in Sicilia, e quivi andò a mettere la sua stanza in

un monistero di monaci olivetani, con darsi tutto ad opere di pietà e

di penitenza: col qual tenore di vita giunse al fine de' suoi giorni

in età di quarantasette anni nel dì 19 di novembre di questo medesimo

anno, e fu poi seppellito con reali esequie nella maggior chiesa di

Messina.

Marciava, siccome dissi, il prode _re Carlo VIII_ verso il regno di

Napoli, quando il turbarono non poco due avventure. Per istrada il

consegnato a lui _Gem_, o _Zim_ ossia _Zizim_, fratello di Baiazette

II, sorpreso da un fiero sconosciuto malore, in poco tempo finì di

vivere. I più attribuirono la di lui morte a veleno, e veleno datogli

per ordine del papa. Col mezzo di costui pensavano i Franzesi di

poter fare grandi imprese contra de' Turchi, e fin si figuravano

d'impadronirsi di Costantinopoli. Giunto poi che fu il re a Velletri,

_Cesare cardinal_ Valentino figliuolo d'esso pontefice, a lui dato

per ostaggio, improvvisamente se ne fuggì, e tornossene a Roma: dal

che tanto più rimase accertato il re dell'astuzia e poca fede del

papa. Non mi fermerò io qui a descrivere i fortunati successi del re

Carlo nell'impresa di Napoli, e gl'infelici del buon re _Ferdinando_,

ossia _Ferrante II_. Basterà dire, che per quanto avesse fatto

questo novello re per cattivarsi i popoli, con aver data la libertà

ai baroni imprigionati dal padre, restituiti gli Stati a chiunque

n'era stato ingiustamente spogliato, e dispensate molte grazie alla

città di Napoli; pure niuno tenne forte per lui, ed egli si trovò

tradito dai principali suoi uffiziali. San Germano niuna resistenza

fece. Capoa, l'Aquila, Gaeta ed altre terre, senza sfoderare spada,

si arrenderono al vincitore re Carlo. Napoli si sollevò, e mandò

incontro a' Franzesi, con offerire pacificamente l'ubbidienza. Per

quanto facesse il re Ferdinando, non potè fermare una sì gran piena

di rivoluzioni e disgrazie; e però nel dì 21 di febbraio, dopo aver

lasciato buon presidio in Castello Nuovo e in quello dell'Uovo, con

quattordici galee si ritirò al castello d'Ischia. Il castellano _Giusto

della Candina_ Catalano, che già teneva intelligenza col re franzese,

nol volea lasciar entrare. Tanto disse e pregò lo sfortunato, re che

fu introdotto solo; ma appena v'ebbe messo il piè dentro che, cavato

lo stocco, stese morto a terra l'infedel castellano: dal qual colpo

rimase sì sbalordita la guarnigione, che non fece alcun movimento,

e lasciò impossessarsi di quel castello il resto dei cortigiani e

delle guardie del re Ferdinando. Entrò nel seguente dì 22 oppure 24

di febbraio[294] il re Carlo trionfalmente in Napoli. Seco marciavano

trentotto mila soldati, avendone egli lasciati molti di presidio in

Toscana, nelle terre della Chiesa e nelle città già conquistate del

regno. Perchè le artiglierie del Castello Nuovo, alla cui difesa era

stato lasciato _Alfonso d'Avalos_, marchese del Vasto e di Pescara,

faceano gran danno alla città e al palazzo di Capuana, il re Carlo ne

formò l'assedio. Poco durò, perchè avendo gli Svizzeri, che v'erano di

guarnigione, tumultuato, si arrendè quella fortezza nel dì 6 oppure 7

di marzo. Intanto il re volle abboccarsi con _don Federigo zio_ del

_re Ferdinando II_, con inviargli salvocondotto; e gli propose che

se il nipote suo volesse rinunziare il regno, gli darebbe il possesso

d'una provincia in Francia. Ma sapendo don Federigo quanto da ciò fosse

alieno il nipote, siccome quegli ch'era risoluto di voler morire re,

se ne tornò, senza abbracciare il partito, ad Ischia. Sperava non poco

l'abbattuto _re Ferdinando_ nell'aiuto di _Ferdinando_ il _Cattolico_

re d'Aragona e Sicilia, il quale infatti non solo avea mandati

ambasciatori al _re Carlo_ con proteste di guerra, ogni qualvolta egli

volesse molestare il re di Napoli, ma ancora spedì appresso in Sicilia

_Consalvo Fernandez_ di Cordova, chiamato il gran capitano, con sei

mila fanti e secento cavalli, con ordine di vegliare agli andamenti dei

Franzesi, e di opporsi: che non potea già piacere al re d'Aragona di

avere un sì potente nemico confinante al suo regno di Sicilia.

Intanto con felicità mirabile e in poco di tempo il re Carlo conquistò

il castello dell'Uovo, la rocca di Gaeta, e quasi interamente tutto il

regno, portandogli a gara ogni città e fortezza le chiavi: prosperità

che sbalordì i principi italiani, e generò in lor cuore non lievi

sospetti che questo principe, venuto in Italia sotto pretesto di

portar le armi contra de' Turchi, fosse dietro unicamente a mettere il

giogo a tutti gl'Italiani. Perciò papa _Alessandro VI_, i _Veneziani_,

_Massimiliano I_ imperadore, _Ferdinando_ ed _Isabella_ re di Spagna

e _Lodovico il Moro_ duca di Milano (che della sua balordaggine

s'era infin ravveduto) trattarono una lega contra del re di Francia

Carlo VIII. Fu creduto che Lodovico si dipartisse dalla lega ed

amicizia de' Franzesi, perchè, lusingandosi di poter ottenere dal re

Sarzana, Sarzanello, Pietrasanta e Pisa ch'erano state de' precedenti

signori di Milano, si trovò poi beffato, e restò colle mani piene di

mosche[295]. Sparsesi anche voce[296] che _Lodovico duca_ d'Orleans,

e padrone d'Asti in Italia, si lasciasse scappar di bocca, essere

venuto oramai il tempo di far valere sopra lo Stato di Milano le

ragioni di _Valentina Visconte_ avola sua. Per questo assai pentito

Lodovico dell'imprudente condotta sua, concorse alla lega, trattata e

conchiusa in Venezia fra i suddetti principi nel dì 31 di marzo, col

pretesto anche essa di far guerra al Turco, e pubblicata alcuni giorni

dappoi dappertutto. Diedesi ognun de' collegati ad accrescere le sue

genti d'armi, e _Francesco Gonzaga_ signore di Mantova fu dichiarato

lor capitan generale dai Veneziani. In feste, in balli e in giostre

si tratteneva il re Carlo in Napoli, quando gli giunse questa nuova,

per cui smoderatamente cominciò ad inquietarsi, e a parergli un'ora

mille anni per desiderio di tornare in Francia. In effetto, fattosi

frettolosamente, nel dì 20 di maggio, riconoscere con solennità re di

Napoli, e lasciati in quel regno cinque mila cavalli e molta fanteria,

da lì a poco col resto della sua armata prese il cammino alla volta

di Roma, seco portando non men egli che i suoi cortigiani e soldati

immense spoglie de' poveri regnicoli. Giunto a Roma nel dì primo di

giugno, trovò che il papa se n'era fuggito colle sue genti d'armi,

e ritirato a Perugia. Continuato il viaggio, i Franzesi diedero

barbaramente il sacco a Toscanella, e corse voce che vi avessero ucciso

secento persone. Arrivò il re con gran parte dell'esercito nel dì 13 di

giugno a Siena[297]; e quindi mosso, senza entrare in Firenze, ch'era

ben armata, prese la strada di Pontremoli per passare in Lombardia,

nella qual terra enormi crudeltà commisero i suoi Franzesi. Tale era

la fretta del re, che parea sempre avere i nemici alle spalle; ma il

vero motivo fu, perchè egli sperava di prevenir la lega, e di trovar

aperto il passo per condursi ad Asti. Mentre ciò succedea, _Lodovico

duca d'Orleans_ ebbe un trattato con alcuni nobili di Novara[298], i

quali essendo, per varii aggravii sofferti, disgustati di _Lodovico il

Moro_, introdussero in quella città cinquecento uomini d'armi ed otto

mila fanti d'esso duca d'Orleans. Da lì a non molto anche la rocca

di Novara capitolò la resa. Per questa perdita rimase sì costernato

quel politicone di Lodovico il Moro, che già credea che il cielo gli

avesse a cascare addosso. Gli fecero animo gli ambasciatori veneti.

Eransi raunate le milizie venete, sforzesche e del papa al fiume Taro

presso alla collina, aspettando che il re calasse nella pianura del

Parmigiano per la Valle di Fornovo. _Francesco marchese_ di Mantova

comandava, siccome dissi, le armi venete, che erano il maggior nerbo

dell'esercito collegato, nel quale, oltre a molti valenti condottieri,

ben animati erano alla battaglia anche tutti i soldati per la speranza

di far un grosso bottino, perchè di molte ricchezze infatti venivano

col campo franzese. Era di lunga mano superiore all'esercito nemico

quello degl'Italiani, e a manifesto pericolo si esponeva il re, venendo

a battaglia. Tuttavia se esso re Carlo non volea lasciar perire di fame

i suoi, dacchè si trovava in mezzo alle montagne, gli convenne eleggere

la via dell'armi per uscire di quelle angustie.

Pertanto nel dì 6 di luglio, ordinate le sue schiere, l'animoso

re Carlo scese al piano, e colle artiglierie di varie sorte ben

disposte venne ad un fatto d'armi, fatto crudelissimo e famoso, che

durò solamente due ore. Diversa ne fu la descrizione secondo l'usata

parzialità degli storici, avendo l'una e l'altra parte cantata la

vittoria. Quel che è certo, combatterono da lioni i Franzesi, perchè

la presenza del re e la disperazione al loro nativo coraggio ne

aggiunse del nuovo[299]. Non mostrarono men valore gl'Italiani, parte

nondimeno de' quali per mala intelligenza non entrò nella mischia, ed

altri perdutisi a bottinare facilitarono agli avversari l'insanguinar

le loro spade. La verità dunque è, che sul campo vi restarono più

Italiani che Francesi, e vi perirono di molti bravi capitani; siccome

ancora certo è che il _re Carlo_ colla spada alla mano, vestito da

soldato, e valorosamente combattendo da tale, corse ben pericolo di

essere preso; pure felicemente passò, e seguitò speditamente col

più de' suoi il viaggio verso Piacenza ed Asti. Gran quantità di

carriaggi, di artiglierie, di tende e di robe preziose rimasero in mano

degl'italiani, ai quali perciò parve di potersi attribuir la vittoria,

ma non quale la speravano prima. Passò dipoi l'esercito sforzesco e

veneziano all'assedio di Novara, e s'ingrossò talmente il loro campo,

che fu creduto dal Corio ascendere a quarantacinque mila persone.

Si ridusse quella città a strane miserie per la carestia e per le

malattie dei soldati, ed entro v'era _Lodovico duca_ di Orleans: lo che

maggiormente affliggeva il re di Francia, per timore che cadesse in man

de' nemici. Pertanto, giacchè ito il re Carlo a Torino, non avea voglia

o forze tali da poter soccorrere Novara, cominciò a fare proposizioni

d'accordo, e questo appunto seguì in Vercelli nel dì 10 di ottobre, per

cui quella città fu restituita a _Lodovico il Moro_, e consegnato ad

_Ercole duca_ di Ferrara il castelletto di Genova per l'esecuzion de'

patti, i quali si veggono riferiti dall'Argentone e dal Corio. Dopo di

che il re se ne tornò in Francia, lasciando voce di voler ritornare

nell'anno seguente con più potere in Italia. Se _Lodovico il Moro_

avesse potuto preveder l'avvenire, non avrebbe sì facilmente lasciato

uscir di Novara Lodovico duca d'Orleans. Vedremo che se n'ebbe ben a

pentire; e intanto s'intrecciavano gli affari in maniera che avesse poi

a cadere il gastigo sopra questo principe sì ambizioso e crudele verso

il suo sangue. Gran biasimo ancora ebbe egli per quell'accordo fatto

senza il consentimento dei suoi collegati.

Nè qui finirono le percosse date ai Franzesi nell'anno presente[300].

Allorchè il _re Carlo_, tornando da Napoli, fu a Pisa, i Fregosi

ed altri fuorusciti di Genova gli fecero credere assai facile lo

insignorirsi della loro patria, trovandosi troppo impegnato in

Lombardia _Lodovico duca_ di Milano. Diede perciò il re ad essi un

corpo delle sue genti coi cardinali _della Rovere_ e _Fregoso_,

_Filippo principe_ di Savoia ed _Obietto del Fiesco_, i quali,

essendosi uniti co' fuorusciti, e formato un esercito di otto mila

persone tra cavalli e fanti, andarono ad accamparsi sotto Genova.

Oltre a ciò, ebbero i Franzesi in Rapallo dieci galee e due grossissimi

galeoni, pronti, occorrendo, a far guerra per mare a quella città. Non

si sgomentarono punto i valorosi Genovesi, fedeli tuttavia al duca di

Milano; e, prontamente allestite otto galee con altri legni, passarono

a Rapallo. Dopo aver felicemente espugnato quel borgo, diedero

addosso ai legni franzesi, e tutti li sottomisero, con farvi un ricco

bottino. Grandi spogli dei Napoletani sopra quelle galee passavano

in Francia. Per questo sinistro colpo si ritirò con somma fretta di

sotto a Genova l'armata de' Franzesi e fuorusciti. Vegniamo al regno di

Napoli. Appena fu partito di là il _re Carlo_, che rinvigorito il re

_Ferdinando II_ si accinse a ricuperare il regno. Alla ubbidienza sua

erano tuttavia Brindisi, Gallipoli ed altri pochi luoghi. Ora il gran

capitano _Consalvo_, passato da Messina a Reggio di Calabria, prese

quella città, dipoi la rocca, e cominciò a stendere le sue conquiste

per la Calabria. Unironsi allora le truppe franzesi sotto il _signore

d'Obignì_, che si trovavano in quelle contrade per frenare il corso

dei Catalani. Non volea già l'accorto Consalvo tentar la fortuna con

una battaglia; ma, non potendo resistere all'ansietà del giovane re

Ferdinando, gli convenne venire alle mani con essi a Monte Leone, ossia

presso al nume di Seminara. Restarono vincitori i Franzesi, e poco

mancò che lo stesso re non rimanesse prigioniere. Tuttavia cominciò a

combattere in favore del re Ferdinando l'odio conceputo dai regnicoli

contra dei Franzesi. Si credeano essi, allorchè comparve nel regno il

re di Francia, di godere sotto di lui l'età dell'oro: vana immaginazion

d'altri popoli inclinati alla mutazion dei governi. E veramente il re

li sollevò da alcune gravezze. Ma per lo contrario i Franzesi d'allora,

mancanti di quella disciplina e moderazione che si osserva in loro

oggidì, altro non faceano tuttodì vedere che eccessi di crudeltà, di

lussuria e di avidità di roba. Poco ci volea perchè essi maltrattassero

ed uccidessero gli amici, non che i nemici. Di nulla più ansiosi erano

che dei saccheggi; dati ai ladronecci, neppure perdonavano alle chiese;

e, ciò che era più sensibile, rapivano donzelle e maritate, senza che

se ne facesse giustizia. Il re medesimo, oltremodo abbandonato alla

sensualità, serviva di pessimo esempio agli altri. In una parola, poco

stettero i Napoletani a sospirar gli Aragonesi, che pure con mano sì

aspra gli aveano governati finora.

Fu dunque da essi Napoletani segretamente chiamato il _re Ferdinando_,

il quale imbarcatosi con quanti legni potè, ma senza danari, e appena

con due mila soldati, arrivò nelle vicinanze di Napoli[301]. Bastò

questo perchè il popolo di quella gran città prese le armi, e gridando

_Aragona, Aragona_, aprisse le prigioni, e si scagliasse contra di

qualunque Franzese che si trovasse per quella città. Ritiraronsi i

Franzesi nelle fortezze, e nel dì 7 di luglio rientrò il re Ferdinando

II in Napoli fra le incessanti acclamazioni di quegli abitanti.

Fu posto l'assedio a Castello Nuovo e a quello dell'Uovo, dove

specialmente s'erano ritirati i Franzesi col _signore di Mompensieri_

vicerè di Napoli, il qual fece gagliarda difesa, finchè per industria

sua, ovvero per patti segreti fatti col re, gli riuscì di poterne

uscire e ritirarsi a Salerno. Il _marchese di Pescara_ proditoriamente

sotto una di quelle fortezze fu ucciso. Oltre a _Prospero_ e _Fabrizio

Colonnesi_, che andarono al soldo di esso re, il papa gli mandò

altra gente in aiuto. Capoa, Aversa, Nola e altri luoghi vicini il

riconobbero per loro signore. Ma il Mompensieri, fatto il maggiore

sforzo che potè di sua gente, andò fin sotto a Napoli; e spediti

contra di lui dal re Ferdinando il _conte di Matalona_ e il _signore

di Camerino_, in un fatto d'armi gli sconfisse: del che rimase sì

sbigottito il re suddetto, che fu in procinto di abbandonar di nuovo

Napoli. E l'avrebbe forse fatto, se il generoso Prospero Colonna non

l'avesse, con fargli animo, ritenuto. Seguirono poi altre baruffe, ora

favorevoli, ora contrarie al re Ferdinando, il quale nondimeno ricuperò

le fortezze di Napoli parte in questo e parte nel seguente anno. La

primaria applicazione dei Fiorentini nell'anno presente[302] quella fu

di procacciarsi dal _re Carlo_ la tenuta di Pisa, Pietrasanta, Sarzana

e Sarzanello; e su questa speranza non osarono mai di muovere un dito

contra di lui, anzi fecero sempre quanto a lui parve, sino ed entrar

seco in lega. Ma il re gli andava di un dì in un altro menando a spasso

colle più belle parole del mondo, e sempre senza fatti. Preso anche per

loro generale il _duca d'Urbino_, andarono a mettere il campo a Pisa,

confortati da alcuni uffiziali del re, che v'entrerebbono; ma infine,

trovandosi delusi, se ne tornarono ai lor quartieri. Nè si dee tacere

che fra gli altri malanni portati in Italia da' Franzesi in occasion di

queste guerre, si contò ancora il morbo, creduto portato dalle Indie

Occidentali, che tuttavia ritien presso di noi il nome della nazion

franzese, gastigo velenoso della sozza libidine. Non manca chi pretende

dianzi non ignoto all'Europa questo malore, e certo non ne mancano

esempli ne' precedenti secoli, ma erano cose rare. Comunque sia, fuor

di dubbio è che il medesimo cominciò in questi tempi a dilatarsi con

furore nelle contrade italiane, e a rovinar la sanità ed anche la vita

degl'incontinenti, perchè non se ne sapeva il rimedio. Oggidì sembra

alquanto snervata la forza sua, di cui tuttavia chi ha timor di Dio e

senno non ne vuol fare giammai la pruova.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 33 / 102 题