NOTE:

[264] Leibnit., Prodrom. ad Cod. Jur. Gent.

[265] Trithem., Cuspinian., et alii.

[266] Corio, Istor. di Milano.

[267] Ammirati, Istor. Fiorentina.

[268] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[269] Corio, Istor. di Milano.

Anno di CRISTO MCCCCXCIV. Indiz. XII.

ALESSANDRO VI papa 3.

MASSIMILIANO I re de' Rom. 2.

Cominciarono in quest'anno i guai dell'Italia, guai di lunga durata,

benchè tramezzati da qualche tregua, e guai superiori a quei degli

anni addietro; perchè laddove tra di loro, ne' tempi passati, aveano

guerreggiato i principi italiani, ora si scatenarono tutte, per così

dire, le armi oltramontane, per venire a far qui una funestissima

danza. Primieramente essendo giunto _Ferdinando re_ di Napoli all'età

di settant'anni[272], se gli caricarono addosso dei gravissimi

affanni per la tempesta che contra di lui si preparava in Francia,

e non minori fatiche per mettersi in difesa; laonde, infermatosi,

finì in pochi giorni di vivere, lodato per varie sue belle doti dal

Summonte[273], ma certamente poco amato, anzi odiato da ognuno per

le sue crudeltà. Il Sanuto[274], storico veneziano, s'empie la bocca

delle iniquità non meno del padre che del figliuolo. Cadde la morte

sua nel dì 25 di gennaio dell'anno presente, e a lui succedette nel

regno _Alfonso duca_ di Calabria, primogenito suo, la cui prima cura fu

quella di dar l'ultima mano ai trattati di pace col papa, per ottener

l'investitura ed insieme aiuti da lui ne' bisogni. Infatti nel seguente

aprile tutto ammansato il _pontefice Alessandro_ spedì il cardinale

di Monreale, cioè _Giovanni Borgia_ suo nipote, a Napoli colle bolle

dell'investitura, e colla facoltà di coronare _Alfonso_ re di Napoli.

Nel dì 7 di maggio, essendo già pervenuto colà esso cardinale legato,

si celebrarono le nozze di _Sancia_ figliuola naturale del re Alfonso

con _Giuffrè_ figliuolo del papa, di età di tredici anni, e furono

fatte giostre, tornei ed altre feste. Se fosse caro al pontefice

questo parentado, si può raccogliere dall'aver egli esentato Alfonso

dall'annuo censo del regno, sua vita natural durante[275]. Il regalo

fatto alla alla sposa da Giuffrè in gioie, drapperie ed altre robe,

fu creduto che ascendesse al valore di ducento mila ducati d'oro.

All'incontro, il re assegnò per dote alla figliuola il principato di

Squillace. Nel Diario di Burcardo, citato dal Rinaldi, è scritto,

avere il _re Alfonso II_ creato Giuffrè principe di Tricarico, e

conte di Chiaramonte, Lauria e Carniola. Ciò fatto, papa Alessandro,

che dianzi, entrato nelle sconsigliate massime di _Lodovico il

Moro_, avea invitato in Italia _Carlo VIII_, cangiò sentimenti e

linguaggio. Scrisse pertanto a quel re, dissuadendolo dal venire,

con rappresentargli la carestia e peste onde Roma era afflitta[276],

ed esserci pericolo che il _re Alfonso_, mosso dalla disperazione,

chiamasse in sua difesa i Turchi: il che sarebbe la rovina dell'Italia.

Ma il giovane re di Francia, che dopo essere mancato il _re Ferdinando_

(principe, il qual solo pel suo gran senno avrebbe potuto difficoltare

i suoi disegni) s'era maggiormente animato all'impresa del regno di

Napoli, nulla badò a queste ciancie, e seguitò a fare il fatto suo.

Per mezzo di _Guglielmo Brissonetto_ primo ministro procurò il papa

di ritardare i movimenti del re Carlo; ma in Francia il cardinal

_Giuliano della Rovere_, sdegnato forte contra papa Alessandro, seppe

così ben perorare presso il re, al quale ancora continui impulsi

dava Lodovico il Moro, che si affrettò più che mai al preparamento

dell'armi. Spedì il re in Italia alcuni suoi uffiziali, fra' quali

_Filippo di Comines_ signore di Argentone (quel medesimo che ci lasciò

una veramente savia e bella storia di questi tempi) per iscandagliare

gli animi dei principi d'Italia. Con breve, ma saggia risposta, che

nulla concludeva, si sbrigarono da tale ambasciata i _Veneziani_ e i

_Sanesi_. I _Fiorentini_ e il _papa_ si mostrarono contrarii. _Ercole

duca_ di Ferrara e _Giovanni Bentivoglio_ esibirono buon trattamento

alle milizie del re, ma nulla di più. Il solo _Lodovico il Moro_ quegli

parea che con calore assistesse ai Franzesi.

Ora il _re Alfonso_, non tanto per vendicarsi di questo principe, la

cui malignità chiaramente tendeva alla di lui rovina, quanto ancora

per tener lungi da sè la guerra con farla nel paese altrui, inviò per

terra nella Romagna _don Ferdinando_ suo primogenito duca di Calabria,

acciocchè la rompesse con _Lodovico_. Parimente nel mese di giugno

mandò una flotta di trentacinque galee, dieciotto navi ed altri legni

minori, comandata da _don Federigo_ suo fratello, per far qualche

tentativo contra di Genova[277], secondato da _Obietto del Fiesco_,

che si ribellò al duca di Milano. Ma, essendo già calato _Lodovico

duca_ d'Orleans e signore di Asti in Italia, ed imbarcatosi nella

flotta regale spedita dal _re Carlo_, nel dì 8 di settembre sbarcò a

Rapallo, castello preso dai Napoletani, e, con loro venuto alle mani,

li sconfisse in maniera, che la flotta nemica fu obbligata a tornarsene

vergognosamente a Napoli. Maggior felicità non incontrò dipoi l'armata

terrestre del re Alfonso in Romagna. Nel dì 9 oppure 11 di settembre

giunto ad Asti _Carlo VIII_ re di Francia colla sua armata[278], fu

quivi sorpreso dal vaiuolo. Risanato, arrivò a Pavia, dove godè delle

magnifiche accoglienze fattegli da _Lodovico il Moro_, ma con volere

per ostaggio della di lui fede in suo potere quel castello, ed ottenere

da lui in prestito ducento mila ducati d'oro. Era nel castello medesimo

gravemente infermo, e di malattia creduto incurabile, il giovane

_Gian-Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano, con opinione universale

che un veleno datogli da Lodovico suo zio appoco appoco il menasse

a morte. Fu a visitarlo e consolarlo il re Carlo, ed _Isabella_ sua

moglie gli raccomandò i suoi piccioli figliuoli. Ma appena fu passato

il re a Piacenza, ovvero a Parma, che ricevette l'avviso della morte

dell'infelice duca, accaduta nel dì 22 d'ottobre, in età dì 25 anni.

Fu egli compianto da tutti, non meno per l'innocenza sua, che per

essere stato vittima dell'ambizion di suo zio. Nè qui finì la tragedia.

Dovea succedere nel ducato il di lui primogenito _Francesco Sforza_.

Lodovico il Moro già avea cominciato, o procurato da _Massimiliano

re_ de' Romani, ossia imperadore eletto, d'esser egli creato duca di

Milano per quella strana ragione di dover egli essere anteposto al duca

_Galeazzo Maria_, già suo fratello defunto, e a' di lui figliuoli,

perchè Galeazzo Maria era nato da _Francesco Sforza_, non peranche

duca di Milano, laddove esso Lodovico nacque dal padre già creato

duca. Non mancarono mai, nè mancheranno pretesti all'ambizione umana e

all'interesse per usurpare l'altrui, se con loro il poter si congiugne.

Leggesi il diploma spedito da Massimiliano in Aversa nel dì 5 di

settembre di questo anno presso il Corio[279]. Il sig. Du-Mont ci dà

questo diploma al dì 20 di novembre dell'anno seguente. Comunque sia,

certo è che, senza aspettare il beneplacito cesareo[280], _Lodovico

il Moro_, venuto a Milano non ancora terminato il funeral del nipote,

convocò i primati della città per la creazione d'un nuovo duca; ed,

avendo ben istruiti i suoi partigiani, costoro mostrarono richiedere il

pubblico bene che in tempi sì pericolosi non un fanciullo, ma un uomo

assennato prendesse le redini del governo e fosse duca. Però, senza

che alcuno osasse di contraddire, Lodovico proclamato duca prese lo

scettro, e fra le grida allegre dello sconsigliato popolo cavalcò per

Milano. La vedova _duchessa Isabella_ co' suoi figliuolini, lagrimevol

esempio dell'incostanza delle cose umane, fu rinserrata nel castello di

Pavia.

Intanto al _re Carlo_ nacquero sospetti contra dello stesso Lodovico,

al sapere che il papa e i Veneziani faceano dei maneggi per istaccarlo

da lui, e poco mancò che non desistesse dall'impegno preso contra del

regno di Napoli. Ma Lodovico, a cui non mancavano mai in bocca le belle

parole, ed alcuni avvisi segreti pervenuti ad esso re da Firenze, dove

il chiamavano i nemici ed emoli di _Pietro de Medici_, l'accesero

a continuare il viaggio. Parte dell'esercito suo sotto il comando

del _Mompensieri_ andò in Romagna[281], e fece che l'armata di _don

Ferdinando duca_ di Calabria si ritirasse a Cesena. Da questa gente

fu preso a forza d'armi il castello di Mordano con altre del distretto

d'Imola, commettendo ivi crudeltà infinite, sino ad uccidere i bambini:

lo che fece correre l'orrore e il terrore per tutta l'Italia, e indusse

Faenza e Forlì ad accordarsi coi Franzesi. Nell'ultimo ricusando don

Ferdinando di azzardarsi ad una battaglia, e sentendo la mala piega

che prendeano le cose della Toscana, si avviò alla volta di Napoli,

e cessarono i rumori in Romagna. Passato il re Carlo per la strada di

Pontremoli verso la Toscana, pose lo assedio alla rocca di Sarzanello

presso a Sarzana, commettendo le sue genti crudeltà dappertutto

ancora con gli amici. In grande agitazione e spavento si trovò per

questo avvicinamento la città di Firenze[282], siccome quella che, a

suggestion di _Pietro de Medici_, s'era fin qui mostrata contraria ai

disegni de' Franzesi; e però esso Pietro, giacchè si conobbe decaduto

dal favore del popolo fiorentino, affin di placare il re, si portò a

visitarlo vicino a Sarzana, e quivi, di sua testa e senza commissione

alcuna della repubblica, stabilì un accordo col re, dandogli per

ostaggio della fede dei Fiorentini le fortezze di Sarzana, Sarzanello

e Pietrasanta. Non molto dipoi volle il re Pisa e Livorno, e Pietro

gliele diede, promettendo il re con un pezzo di carta di restituire

tutto, dappoichè avesse conquistato il regno di Napoli. Andato esso

re a Lucca, oltre all'aver voluto in sua mano alcune fortezze, volle

ancora gran somma di danaro da quel popolo, che nulla osò di negargli.

Era in questo mentre, cioè nel dì 8 di novembre, ritornato a Firenze

_Pietro de Medici_, per rendere conto dell'imprudente suo negoziato;

ma nel dì seguente si trovò chiuso l'adito al palazzo del pubblico,

essendo sommamente irritati contra di lui i magistrati per l'accordo

suddetto[283]. Poco stette a sollevarsi il popolo stesso: laonde

Pietro, montato a cavallo col _cardinal Giovanni_ e _Giuliano_ suoi

fratelli, si fuggì con gran fretta fuori della città, nè si fermò,

finchè giunse a Bologna. Nel medesimo giorno fu egli dichiarato co'

fratelli ribello, posta taglia contro le loro persone, e poscia messo

a sacco il ricchissimo loro palagio. Intanto fece il re di Francia

l'entrata sua in Pisa, dove, nel dì 9 di novembre attruppatasi quella

nobiltà e popolo, ad alte voci dimandarono al re la libertà; e parendo

loro che le buone parole del re fossero un chiaro consentimento alle

loro dimande, subitamente corsero la terra, scacciando i commissarii

e disfacendo le insegne della repubblica fiorentina; avvenimento che

trafisse il cuore de' Fiorentini. Contuttociò, spediti ambasciatori a

Pisa, cercarono d'intavolare col re qualche accordo. Convien credere

che fosse in buono stato il maneggio[284], perchè il _re Carlo_, nel

dì 17 di novembre venuto alla volta di Firenze, fu ricevuto in quella

città non solo pacificamente coll'esercito suo, ma ancora con tutta

magnificenza. Allora si scoprì meglio dove possa giugnere la non mai

sazia ambizion de' potenti. Dure ed indiscrete condizioni cominciò

imperiosamente a pretendere il re da' Fiorentini, cioè somme immense

di danaro, la restituzione di Pietro de Medici, e infine il dominio

della città: cose tutte che moveano a rabbia chi trattava di tali

affari per parte de' Fiorentini. S'era per venire a qualche brutto

spettacolo, se non fosse stato _Pietro Capponi_, uno de' deputati, il

quale, montato in collera al vedere che da' ministri del re si dava

carta di accordo, come loro piaceva, senza volere far conto alcuno

delle ragioni de' Fiorentini, arditamente in faccia dello stesso re

stracciò quella carta[285], e ai regi ministri, che aveano accompagnato

con alte minaccie lo scritto, animosamente rispose: _Voi darete nelle

vostre trombe, e noi soneremo le nostre campane_: il che detto, uscì

tosto della camera. Questo parlare, che potea facilmente partorir

gravissimi sconcerti, Dio volle che terminasse in bene. Si ridussero

i regi ministri a condizioni più discrete, e nel dì 26 di novembre

seguì l'accordo, in cui i Fiorentini promisero al re centoventi mila

scudi, cioè cinquanta mila in termine di quindici dì, e in altre rate

il resto. Per lo contrario, il re promise la restituzion delle terre in

tempi determinati. _Pietro de Medici_ restò in bando. Partitosi poi di

Firenze il re nel dì 28 del mese suddetto, s'incamminò verso Roma[286],

e nel dì 2 di dicembre entrò in Siena, dove ancora, seguendo il re,

arrivò nel dì seguente il cardinale di San Pietro in Vincola, cioè

_Giuliano della Rovere_. V'ha più d'uno scrittore affermante che _papa

Alessandro_ e il _re Alfonso_, dacchè si avvidero di non aver forze

bastanti ad impedire il progresso dell'armata franzese, la quale, unita

coll'altra di Romagna, alcuni faceano ascendere sino a sessanta mila

persone, ma verisimilmente sarà stata molto meno, ricorsero per aiuto

al Turco, acciocchè spedisse un possente corpo di sua gente alla difesa

del regno di Napoli; ed aver infatti _Baiazette_ preparate alla Vallona

alcune migliaia di combattenti; ma intesi dipoi i prosperosi successi

dei Franzesi nel regno, meglio credette di non inimicarsi un re sì

potente, affinchè la voce ch'esso re Carlo avea fatta correre presso

i buoni cristianelli d'essere venuto in Italia per andar contro ai

Turchi, non gli venisse voglia un dì di renderla vera. Dicerie di belli

o maligni ingegni verisimilmente furono queste. Nel giorno stesso,

in cui _Carlo VIII_ entrò in Firenze, mancò di vita in quella stessa

città _Giovanni Pico_ signore della Mirandola in età di soli trentatrè

anni[287]; eppur giunto in sì poco tempo di vita a meritarsi il titolo

di Fenice degl'ingegni: sì grande era il suo sapere, sì maravigliosa

la sua perizia nelle lingue orientali, accompagnata eziandio da una

rara pietà ed illibatezza di costumi. Parimente nel settembre di

quest'anno[288] finì i suoi giorni in Firenze _Angelo Poliziano_ in età

di quarant'anni, anch'esso uno de' più felici ingegni che si avesse

allora l'Italia. Nè è men degno di memoria _Ermolao_ (chiamato nel

dialetto veneziano _Almorò_) _Barbaro_ nobile veneto, che pochi pari

in sapere ebbe in questi tempi, come attestano i suoi libri. Anch'egli

nell'anno presente in Roma terminò di vivere in età di quarantuno anni,

e in tempo che era preparata la sacra porpora al merito di lui.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 32 / 102 题