[186] Benvenuto da San Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer.
Ital.
[187] Giustiniani, Istoria di Genova, lib. 5. Corio, Istoria di Milano.
[188] Ammirati, Istoria di Firenze, lib. 24. Corio, Istoria di Milano.
[189] Annales Placentin., tom. 20 Rer. Ital. Sanuto, Nauger., et alii.
[190] Sanuto, Istor. Venet. tom. 22 Rer. Ital.
[191] Du-Mont, Corp. Diplomat.
[192] Raynaldus, Annal. Eccles.
[193] Infessura, Diar, P. II, tom. 3 Rer. Ital. Diar. Roman., tom. eod.
[194] Raphael Volaterranus, et Jacobus Volaterranus, tom. 23 Rer. Ital.
Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[195] Platina, Raphael Volaterranus, Jacobus Volaterranus.
[196] Raynaldus, Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCCCLXXXV. Indiz. III.
INNOCENZO VIII papa 2.
FEDERIGO III imperadore 34.
Le cura del novello sommo pontefice _Innocenzo VIII_ furono tosto[199]
per rintuzzare l'orgoglio di _Baiazette_ imperador de' Turchi, dalle
cui poderose forze veniva minacciata la Sicilia e l'Italia tutta.
Premurose esortazioni spedì egli a tutti i principi e comuni non
solo dell'Italia, ma anche di oltramonte, per formare una lega sacra
contra di quegli infedeli. Tassò ancora quella rata di danaro che
dovea cadaun d'essi contribuire. Andarono tutte queste diligenze fra
poco in un fascio, perchè insorsero delle turbolenze nel regno di
Napoli; e il pontefice, tenuto dianzi per sì desideroso della pace, si
lasciò intricar nella guerra. Racconta l'Infessura[200] che nel giugno
di quest'anno si rinnovellò la guerra fra i Colonnesi e gli Orsini
nelle vicinanze di Roma, colla presa di alcune castella, e con varii
combattimenti fra quelle due nobili e potenti case[201]. S'interpose
il papa per acconciar quelle differenze, e volle in sua mano Frascati
e Genazzano, ed altre terre occupate dai Colonnesi. Ubbidirono infatti
i Colonnesi, ma non già gli Orsini, perchè poco si fidavano del papa
inclinato in favore dei lor nemici; e però, al rovescio del precedente
pontificato, Innocenzo si dichiarò per li Colonnesi, e caddero gli
Orsini dalla grazia di lui. Picciole nondimeno furono queste brighe
in paragon dell'altra suscitata da _Ferdinando re_ di Napoli. Tornato
dalla guerra di Ferrara _Alfonso duca_ di Calabria suo primogenito,
siccome uomo che per la sua crudeltà e lussuria si facea universalmente
odiare, volle col padre, per voglia d'accumular tesori, imporre nuove
gravezze ai baroni del regno[202]. S'era anche più volte lasciato
scappar di bocca delle minaccie contra d'essi. Cominciarono questi a
ricalcitrare e a formar dei trattati per loro difesa. Il principio
della loro rottura fu il seguente. Portatosi il duca di Calabria a
Cività di Chieti, quivi fece prigione il _conte di Montorio_ nella
vigilia di San Pietro di giugno, e mandollo co' figliuoli prigione a
Napoli. Scrivono altri che questi, chiamato a Napoli, fu cacciato in
quelle carceri. Altrettanto avvenne ai figliuoli del _duca d'Ascoli_
conte di Nola. Allora si ribellarono i principi d'_Altamura_ e di
_Bisignano_, i conti di _Tursi_, _Ugento_, _Lauria_, _Melito_, e
quasi tutti gli altri baroni del regno, e portarono le loro doglianze
a _papa Innocenzo_ contra del re. Il pontefice, che già si sentiva
alterato contra di Ferdinando, perchè il censo del regno di Napoli
sotto il suo antecessore fosse stato ridotto ad una semplice chinea
(indulgenza ch'egli non volea sofferire), abbracciò tosto questa
occasione per procedere contra di Ferdinando e per citarlo a Roma. Il
re mandò colà il _cardinal Giovanni_ suo figliuolo per dedurre le sue
ragioni; ma questi nel dì 17 l'ottobre finì di vivere in Roma, e fu
creduto, secondo l'Infessura[203], per veleno datogli un mese prima
in Salerno da _Antonello San Severino_, principe di quella città.
Secondo altri migliori storici[204], non fu il cardinal Giovanni,
ma bensì _don Federigo_ suo fratello che andò a Salerno, e vi fu per
qualche tempo ritenuto. Credendo ad una falsa voce, scrisse il medesimo
Infessura che il re fece tagliare il capo al conte di Montorio già
imprigionato; ma egli stesso dipoi cel dà vivente; ed abbiamo anche
dalla Storia Napoletana ch'egli fu liberato: lo che vien confermato dal
Rinaldi[205]. Fuor di dubbio è intanto, che tutti i baroni, a riserva
del conte di Fondi, del duca di Melfi e del principe di Taranto,
scopertamente presero l'armi contra del _re Ferdinando_[206]. Egli per
pacificarli si portò in persona nel dì 10 di settembre ad un luogo,
dove la maggior parte d'essi era raunata, nè vi fu cosa chiesta da
loro che non accordasse. Ma non ebbe effetto alcuno l'abboccamento,
perchè que' signori non sapeano fidarsi di un principe, il quale in
addietro avea assai dato a conoscere quanto gli fosse famigliare la
bugia e la frode, e che nulla gli costava il tradire sotto la parola.
Ribellossi anche a Ferdinando nel mese d'ottobre il popolo della
ricca città dell'Aquila, e ricorse alla protezion del pontefice,
offerendogli il dominio della lor città, nè ebbe _papa Innocenzo_
difficoltà d'accettarlo. Si veggono ancora monete dell'Aquila stessa
colla testa d'esso pontefice. Di qui venne aperta guerra fra Innocenzo
e Ferdinando.
A questo ballo immantenente trassero, mossi da Ferdinando, i
_Fiorentini_ e _Gian-Galeazzo_ duca di Milano, ossia piuttosto
_Lodovico il Moro_, come suoi collegati. Passarono anche nel suo
partito gli _Orsini_[207]. I _Veneziani_ e i _Genovesi _ si accostarono
al papa, e i primi permisero che _Roberto da San Severino_ passasse ai
di lui servigi con titolo di gonfaloniere, ossia di generale dell'armi
della Chiesa. Menò egli seco secento uomini d'armi[208]. E siccome i
Veneziani spedirono cinquecento cavalli e due mila fanti in aiuto del
papa, così i Fiorentini e Lodovico Sforza inviarono, ma ben lentamente,
la lor quota di gente in rinforzo a Ferdinando. Venne il duca di
Calabria con un picciolo esercito in Campagna di Roma, e cominciò ad
infestar le vicinanze di Roma stessa. Era guerra fra il re e i baroni
di Napoli. Guerra parimente si facea fin sotto le porte di Roma, città
che in questi tempi si trovò piena di spaventi e d'interni tumulti,
abbondando chi disapprovava l'impegno preso dal papa. Arrivato poi che
fu Roberto San Severino colle sue genti, respirarono i Romani. Narra
il Summonte[209] che su quel di Velletri seguì una fiera battaglia di
quattro ore fra _Alfonso duca_ di Calabria e il _San Severino_, colla
rotta totale del primo, ed essere poi morto pochi dì dopo Roberto San
Severino, e fatti tre versi in onor suo, cioè:
_Roberto io son, che venni, vidi e vinsi_, ec.
Ma il Summonte, scrittore spesse volte poco accurato, non ci ha data
una storia degna della nobilissima città di Napoli. Qui ancora prese
abbaglio, confondendo _Roberto Malatesta_ e la sua vittoria, di cui
parlammo all'anno 1483, con _Roberto San Severino_. Niuna impresa
che meriti particolar memoria fece, ch'io sappia, il San Severino,
fuorchè l'avere ricuperato il ponte a Lamentana, dove _Fracasso_ suo
figliuolo fu colto in bocca da una palla di spingardello, che gli portò
via molti denti, e il fece stare in pericolo della vita. Io taccio
il resto, perchè l'istituto mio non porta di pascere il lettore col
racconto di sole scorrerie, saccheggi e battagliole. In questi tempi
_Lodovico Sforza_ il Moro[210], che credea sè stesso la più gran testa
dell'universo, e tutto dì pensava ad aprirsi la strada a divenir duca
di Milano, col veleno si liberò dal conte _Pietro del Verme_, e gli
tolse tutte le sue terre e castella; mancò di fede ai cittadini che
aveano prestati danari per la guerra; suscitò discordia fra i fratelli
_Vitaliano_ e _Giovanni_ conti Borromei. Nella notte del dì 4 venendo
il dì 5 di novembre dell'anno presente[211] mancò di vita _Giovanni
Mocenigo_ doge di Venezia, a cui fu sostituito _Marco Barbarigo_. La
peste, che facea grande strage in Venezia, quella fu che rapì dal mondo
il medesimo doge Mocenigo.