NOTE:

[152] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[153] Diar. Parm., tom. 22 Rer. Ital.

[154] Ammirati, Istor. Fiorent., lib. 24.

[155] Jacobus Philippus Bergom., in Hist.

[156] Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

[157] Corio, Istor. di Milano.

[158] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 24.

[159] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[160] Summonte, Istoria di Napoli.

[161] Corio, Istor. di Milano. Diar. Parmens., tom. 22 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLXXXI. Ind. XIV.

SISTO IV papa 11.

FEDERIGO III imperadore 30.

Tanto il _pontefice Sisto_ che il _re Ferdinando_ attesero a far

grandi preparamenti per togliere dalle mani de' Turchi l'occupata città

d'Otranto[162]. Ad altre città ancora di que' contorni s'era stesa la

potenza di costoro. Formossi dunque una gran lega per questa importante

impresa, e vi entrarono il papa col re Ferdinando, _Mattia Corvino_ re

d'Ungheria, il _duca di Milano_, il _duca di Ferrara_, i _marchesi di

Mantova_ e di _Monferrato_, i _Fiorentini, Genovesi, Sanesi, Lucchesi,

Bolognesi_. Chi promise danaro, chi gente, chi galee armate. Anche i

re d'Aragona e Portogallo s'impegnarono di mandare gagliardi soccorsi.

Nulla si potè ottenere da' Veneziani. Ma forse tutto questo grandioso

apparato avrebbe servito a poco, se la misericordia di Dio non avesse

per altro verso provveduto al bisogno della cristianità. Venne a morte,

nel dì 31 di maggio, _Maometto II_ imperador de' Turchi, cioè colui

che tante provincie avea tolte in sua vita ai Cristiani, chi disse

per veleno e chi per un tumore. Insorse allora una fierissima guerra

fra due suoi figliuoli, cioè fra Baiazette e Zizim, pretendendo cadaun

di loro l'imperio, e a cagion d'essa il bassà Acmet fu richiamato in

Levante. Questo fu la salute del re Ferdinando. Avea _Alfonso duca_

di Calabria cinta di forte assedio la suddetta città di Otranto per

terra, tormentandola colle artiglierie, colle mine e con frequenti

assalti, ma con poco profitto per la gagliarda resistenza de' nemici.

Dacchè giunsero colà le flotte del re suo padre, del papa e de'

Genovesi, anche per mare fu stretta e combattuta la città. Si fece

ancora battaglia coi legni turcheschi, e ne riportarono vittoria i

Cristiani. La nuova della morte di Maometto, e della discordia nata

fra i due figliuoli di lui, e la speranza perduta che venissero dalla

Vallona venti mila Turchi quivi preparati per far vela in soccorso

degli assediati, furono le cagioni che Otranto infine si rendè per

trattato nel dì 10 di settembre al duca di Calabria; la qual nuova

sparsa per Italia riempiè di consolazion tutti i popoli[163]. In vigor

della capitolazione fu permesso ai Turchi d'andarsene; ma il duca,

servendosi del pretesto o della ragione ch'essi menassero con loro

alcune giovani cristiane, gli svaligiò, e fattine prigioni circa a

mille e cinquecento, li prese poi al suo servigio, con valersene nelle

guerre che fra poco insorsero in Italia. Dopo tal vittoria trovavasi

il re Ferdinando in grandi forze e in somma voglia di continuar la

guerra coi Turchi. Bellissima era la congiuntura di far riguardevoli

progressi, mentre i figliuoli del defunto Maometto gareggiavano

allora l'un contra l'altro, e i soldati gridavano la maggior parte:

A _Costantinopoli_[164]. Ma non men la flotta del pontefice, quanto

quella de' Genovesi se ne tornarono tosto indietro, lamentandosi che

il duca di Calabria si fosse impadronito di tutte le artiglierie ed

armi, senza farne loro parte alcuna, e senza regalarli, ed avea anche

lasciato mancar loro la vettovaglia. Per quanto si affaticasse in

Cività Vecchia, dove era il papa, l'ambasciatore del re _Ferdinando_,

con rappresentare essere questo il tempo di fiaccare le corna al

tiranno d'Oriente, giacchè erano giunte anche le flotte ausiliarie

di _Ferdinando il Cattolico_ re d'Aragona, e di _Alfonso re_ di

Portogallo, nulla di più potè ottenere. Il conte _Girolamo Riario_

nipote del papa avea degli altri disegni, che si scoprirono poi

nell'anno seguente. Di grossi conti avrà avuto questo pontefice nel

tribunale di Dio.

Generale dell'armi del duca di Milano, ed uno de' suoi consiglieri in

questi tempi era _Roberto San-Severino_[165]. Se per propria colpa, o

di _Lodovico il Moro_, egli si disgustasse, non bene apparisce. Quel

che è certo, egli dicea di non si fidare del Moro. Insorse ancora una

fiera rissa fra i suoi servitori e quei del Moro nel mese di febbraio.

Cominciò egli dunque a pretendere maggior soldo per la sua condotta; il

che ricusandosi dal duca, ossia da esso Lodovico, dispettosamente si

partì da Milano, e ritirossi a Castelnuovo di Tortona. Potrebb'essere

ch'egli se l'intendesse già co' Veneziani, i quali aveano gran prurito

di far guerra; almeno dovette Roberto cominciar le sue mene con

loro, siccome uomo avvezzo a pescare nel torbido. Dal re Ferdinando

e da' Fiorentini furono spedite persone per ritenerlo al servigio

dello Stato di Milano, ma niun frutto riportò la loro ambasciata.

Il perchè Lodovico il Moro fece istanza a Firenze di avere _Costanzo

Sforza_ signore di Pesaro per generale dell'armi milanesi; e questi

a lui conceduto, arrivò a Milano nel giorno 18 d'ottobre. Che già

la repubblica veneta avesse voglia di romperla con _Ercole duca_

di Ferrara, ce ne assicura Jacopo Volaterrano, con dire[166] che

i Veneziani piantarono in quest'anno una bastia nel distretto di

Ferrara, pretendendo essere di lor ragione quel sito. Il duca, dopo

avere indarno reclamato, ricorse al re Ferdinando, al duca di Milano

e a' Fiorentini; e questi, per mezzo dei loro ambasciatori, ne fecero

doglianza al papa sul principio di dicembre. Il papa, quantunque si

trattasse di un principe suo vassallo, niuna cura si prese di rimediare

al fatto, siccome venduto a' Veneziani per le suggestioni del conte

_Girolamo Riario_, a cui troppo poco parea l'essere divenuto signore

d'Imola e di Forlì, e sperava di stendere maggiormente le fimbrie

colla sponda de' Veneziani. Si portò egli appunto a Venezia nell'agosto

dell'anno presente, per ordire la trama, anche prima che fosse liberato

Otranto dal giogo turchesco, e trattato fu da que' signori con onori

tali, che poco meno si sarebbe fatto ad un re. Morì in quest'anno

_Francesco Filelfo_, uno de' più insigni letterati che si avesse

allora l'Italia, dotto non meno nelle latine che nelle greche lettere,

ma penna satirica. Secondo Jacopo Filippo da Bergamo[167], ebbe il

Filelfo Ancona per patria, ma era oriondo da Tolentino. Non men celebre

di lui fu _Bartolomeo Platina_, che tale era il suo nome, e non già

quello di Batista, nativo della terra di Piadena del Cremonese. Ebbe

varii impieghi in Roma, e custode della biblioteca vaticana morì quivi

nell'anno presente, preso dalla peste, che fece ivi allora strage di

molta gente.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 20 / 102 题