[114] Corio, Ist. di Mil. Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer. Ital.
Navagero, Ist. Ven., tom. 23 Rer. Ital.
[115] Jacobus Card. Papiens., Ep. 642.
[116] Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer. Ital.
[117] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[118] Giornal. Napol., tom. 21 Rer. Ital.
[119] Corio, Ist. di Milano.
[120] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital. Ripalta, Annal. Placent.,
tom. 20 Rer. Ital.
[121] Anton. Gallus, in Comment., tom. 23 Rer. Ital.
[122] Sanuto, Ist. Ven., tom. 22 Rer Ital.
[123] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[124] Raynaldus, Annal. Eccles. Infessura, Diar., P. II, tom. 3 Rer.
Ital.
[125] Ammirati, Ist. di Firenze, lib. 23.
[126] Corio, Istor. di Milano. Antonius Gallus, in Comment., tom. 23
Rer. Ital.
[127] Giustiniani, Storia di Genova, lib. 5.
[128] Anton. Gallus, Comment., tom. 23 Rer. Ital. Ripalta, Annal.
Placent., tom. 20 Rer. Ital.
Anno di CRISTO MCCCCLXXVIII. Indiz. XI.
SISTO IV papa 8.
FEDERIGO III imperadore 27.
Non lieve strepito in quest'anno, massimamente in Italia, fece la
congiura dei Pazzi[131]. Potente casa era quella in Firenze, ma,
accecata dall'invidia, non sapea sofferire l'autorità superiore che
godeano in quella repubblica i due fratelli _Giuliano_ e _Lorenzo de
Medici_, personaggi di somma ricchezza, ed insieme di credito singolare
anche fuori d'Italia. Trovandosi allora _Francesco de' Pazzi_ tesoriere
del papa, quegli fu in cui cuore nacque il desiderio di atterrar la
fortuna de' Medici: cosa non creduta praticabile, se non con levar
loro la vita. Favorevole se gli scoprì all'indegna impresa il _conte
Girolamo Riario_ nipote di _papa Sisto_, il qual fu sempre un mal
arnese, e pregiudicò di molto alla fama del pontefice zio. Odiava
costui a dismisura Lorenzo de Medici perchè l'avea trovato contrario a'
suoi ingrandimenti, allorchè divenne signor d'Imola, e più paventava
di lui dopo la morte di Sisto. Per quanto si potè dedurre da ciò che
poscia avvenne, si lasciò il vecchio papa mischiare da questo mal uomo
nel nero disegno del Pazzi[132]; tanto più che non men egli che il _re
Ferdinando_ erano disgustati di Lorenzo de Medici per la lega fatta
senza di loro co' Veneziani e col duca di Milano; ed amendue speravano
che, cadendo i Medici, e prevalendo i Pazzi, Firenze s'unirebbe con
loro. Ebbe Francesco de' Pazzi dalla sua anche _Francesco Salviati_
arcivescovo di Pisa, già nemico di Lorenzo, che apposta venne a
Firenze per dar mano al fatto, senza mettersi scrupolo, se ad un par
suo convenisse un sì fatto mestiere. D'ordine eziandio del papa, da
Pisa passò alla medesima città _Rafaello Riario_ cardinale con titolo
di legato, ed ordine di far ciò che gli direbbe esso arcivescovo di
Pisa. Finalmente fu data commissione a _Gian Francesco da Tolentino_
capitano del papa di accostarsi a Firenze con due mila fanti per
sostenere, occorrendo, i congiurati. Fu scelto il giorno 26 d'aprile ad
eseguir la meditata impresa, e scelta la stessa cattedrale di Firenze,
e il tempo dello stesso santo sagrifizio, cioè quando si alzava la
sacratissima ostia, per compiere così infame opera[133]. Fu dunque da
Francesco dei Pazzi in quel tempo e luogo ucciso _Giuliano de Medici_,
che col fratello era ito ad accompagnar colà il cardinal Riario. Ma
_Lorenzo de Medici_, ricevuta una sola leggier ferita nella gola, quasi
miracolosamente scampò nella sagristia, dove, serrate le porte, restò
in sicuro, e poi si ridusse a casa. Si riempè di tumulto e di grida il
tempio tutto; il popolo a gara corse alle armi in favor de' Medici.
Era già ito l'arcivescovo di Pisa avanti il fatto con molti de' suoi
al palazzo de' signori per impadronirsene, udita che avesse la morte
dei Medici. Ma altrimenti passò la faccenda. Preso dalla gente del
gonfaloniere, così caldo caldo con un capestro alla gola fu impiccato
alle finestre del palazzo medesimo, e seco _Jacopo Salviati_ e _Jacopo_
figliuolo dello storico _Poggio_. Preso anche _Francesco de' Pazzi_,
non si tardò punto ad impiccarlo a canto dell'arcivescovo. La medesima
pena toccò a _Jacopo_ e ad altri della casa dei Pazzi, e a parecchi
loro aderenti, essendo asceso il numero dei morti a settanta[134].
Sotto buona guardia fu ritenuto il giovinetto _cardinal Riario_,
che asseriva di non essere punto stato consapevole del trattato, e
verisimilmente diceva il vero. Nondimeno scrivono altri[135] ch'egli fu
maltrattato in quel furore di popolo. Certo è che venne poi rimesso in
libertà, per non irritare maggiormente il papa.
Riferita a Roma la riuscita di questo orrido fatto[136] il pontefice,
trovandola diversa da quel che desiderava e sperava, montò forte in
collera contra dei Fiorentini; e preso il pretesto che Lorenzo dei
Medici e i magistrati di Firenze avessero commesso un troppo enorme
delitto con levar la vita ad un arcivescovo, e con ritener prigione
un cardinale legato, ed avessero dianzi prestato aiuto ai nemici
della Chiesa, fulminò contra d'essi tutte le scomuniche e maledizioni
del cielo, e l'interdetto alla lor città. Nè questo bastò[137]. Si
servirono tanto egli quanto il _re Ferdinando_ di questa occasione
per occupar tutti i danari e beni degl'innocenti Fiorentini che si
trovarono in Roma e in regno di Napoli, e per muovere guerra alla
repubblica fiorentina. Nella lor lega si lasciarono indurre ancora
i Sanesi. Scapitò di molto per tali fatti la fama del pontefice
_Sisto_, nè passò molto che si dichiararono contra di lui e in favore
di Lorenzo de Medici e de' Fiorentini _Lodovico XI_ re di Francia,
la _reggenza_ di Milano, i _Veneziani_, _Ercole duca_ di Ferrara,
_Roberto Malatesta_ signor di Rimini, ed altri. Anzi il re di Francia
parlò alto contra d'esso papa. Anche l'_imperador Federigo_ e _Mattia
Corvino_ re d'Ungheria spedirono oratori al pontefice, pregandolo di
desistere dalla guerra contra de' Fiorentini, e di volgere le sue
armi e il danaro della Chiesa in difesa della cristianità ogni dì
più oppressa da' Turchi. Parlarono ad un sordo: più potè nel cuore
del papa l'ambiziosa politica del _conte Girolamo_ suo nipote e del
_re Ferdinando_, che ogni altro riflesso conveniente al sacro suo
ministero. Per questo e per altri motivi i Veneziani[138], il meglio
che poterono, conchiusero la pace co' Turchi: il che produsse altri
maggiori disastri alle terre de' cristiani, e rendè più superbo e
potente l'imperadore ottomano. Altri sconcerti originati da questo
biasimevol impegno di papa Sisto si vedranno in breve, essendo
entrati in guerra, a cagion di ciò, tutti i principi d'Italia. Ed
ecco dove si lasciavano trasportare allora i papi per cagion di quel
nepotismo, da cui finalmente abbiam veduto esenti, ai dì nostri, alcuni
saggi pontefici, e da cui specialmente alieno rimiriamo il glorioso
pontificato del regnante papa Benedetto XIV.
Spedirono intanto sì il pontefice Sisto come il re Ferdinando le loro
milizie in Toscana addosso ai Fiorentini, che si trovavano allora
mal provveduti di genti d'armi, e senza capitan generale. Una delle
applicazioni di _Ferdinando_ e d'esso _papa_ genovese, per distorre
_Bona duchessa_ di Milano dal soccorrere Firenze, fu quella di
procurare una nuova rivoluzione in Genova[139]. _Prospero Adorno_,
posto ivi per governatore dalla duchessa, dimentico della sua fede,
prestò volentieri orecchio al trattato. Gli vennero in soccorso da
Napoli alcune navi armate[140]; ed allorchè, per ordine della duchessa,
arrivò a Genova il vescovo di Como per deporre l'Adorno, e prendere il
governo della città, cioè nel dì 25 di giugno, i Genovesi fecero una
rivolta, e costrinsero i Milanesi a ridursi nel castelletto. _Roberto
da San Severino_, gran perturbatore dell'Italia, trasse subito al
rumore, chiamato non so se dal re Ferdinando, oppur da' Genovesi[141];
ed, entrato in Genova, nel dì 16 di luglio, attese ad ammassar gente
insieme con Prospero Adorno per opporsi all'armata milanese, che
già prevedevano, oppure sapevano, si andava allestendo per portare
soccorso al castelletto e riacquistar la città. In fatti spiccò da
Milano un poderoso esercito, ma condotto da un capitano inesperto,
cioè da _Sforza Visconte_ bastardo, a cui fu dato per consigliere _Pier
Francesco Visconte_. Valicato l'Apennino, calò quest'armata alla volta
di Genova. Il San Severino, oltre all'aver fatte molte fortificazioni
fuori di Genova, finse una lettera scritta da Milano al vescovo di
Como, ed intercetta, da cui appariva promesso il sacco di Genova ai
soldati, e che si leverebbe ogni privilegio ai cittadini. Letta questa
in pubblico, fece diventar come tanti lioni i per altro bellicosi e
bravi Genovesi. Però con questo ardore usciti contra dell'esercito
duchesco nel dì 7 d'agosto, lo misero in rotta, e fecero una sterminata
copia di prigioni. Al vedere come disperato il caso di Genova, fu
presa in Milano un'altra risoluzione, cioè di spedire colà _Batistino
Fregoso_, e, cedendo a lui le fortezze, di aiutarlo a divenire doge
della sua patria. Così fu fatto. Entrato in Genova il Fregoso, vi
trovò la dissensione fra i capi: il che facilitò a lui la maniera di
cacciar fuori della città Prospero Adorno e Roberto da San Severino,
e di farsi proclamar doge. Ma quasi tutta la Riviera di Levante restò
all'ubbidienza dell'Adorno e del San Severino, il quale ultimo, dopo
aver fallito questo colpo, si diede a fabbricar altre macchine contro
al governo di Milano. Oltre a ciò il papa e il re Ferdinando mossero
un'altra tempesta addosso ai Milanesi, con fare che gli Svizzeri,
gente bellicosa e fiera, assoluti dal papa dai giuramento che aveano di
non offendere lo Stato di Milano, cominciassero contra di esso Stato
la guerra[142]. Costoro, dopo essersi impadroniti di varie castella,
posero l'assedio a Lugano nel mese di novembre. Poco vi si fermarono,
perchè spedito colà _Federigo_ novello marchese di Mantova con buon
nerbo di gente, meglio stimarono di ritirarsi. E gli affari avrebbono
in quelle parti presa miglior piega, se il grosso presidio di Belinzona
non avesse temerariamente voluto incalzare gli Svizzeri nella lor
ritirata per aspre montagne. Imperocchè i Milanesi tra per li sassi
rotolati giù dai nemici, e per la fuga di un mulo impaurito, furono
sì fattamente presi da timor panico, che più di ottocento persone o
annegate od uccise vi restarono, e gli altri perderono armi e bagaglio.
Erano già, siccome dissi, entrate in Toscana nel mese di luglio l'armi
del papa e del re Ferdinando, comandate da _Alfonso duca_ di Calabria e
da _Federigo duca_ d'Urbino. Fu loro facile l'impossessarsi di alcune
castella, perchè i Fiorentini andavano raunando gente, facendone
venir di Lombardia, ma non ne aveano tante da poter contrastare in
campagna col nemico esercito. Si applicò Alfonso duca all'assedio della
Castellina, e nel dì 14 d'agosto l'ebbe a patti, con seguitar poscia
a prendere altre terre. Volendo intanto i Fiorentini e la duchessa di
Milano provvedersi d'un capitan generale, parve loro più a proposito
d'ogni altro _Ercole duca_ di Ferrara; e il condussero, ancorchè fosse
genero del re Ferdinando[143]. Giunse questo principe a Firenze nel
dì 8 di settembre, ed, uscito in campagna, raffrenò i nemici, e portò
gran danno ai Sanesi collegati con loro. Così passò l'anno presente;
restando nondimeno i Fiorentini in male stato, perchè v'era discordia
nel campo loro, e pochi erano i sussidii mandati dal re di Francia,
dalla duchessa di Milano e da' Veneziani. Presero eglino inoltre
al loro soldo _Roberto Malatesta_ signor di Pesaro. Anche _Giovanni
Bentivoglio_, arbitro allora del governo di Bologna, fu in loro aiuto.
In Venezia nell'anno presente a dì 6 di maggio[144] terminò sua vita
_Andrea Vendramino_ doge di quella repubblica, a cui succedette in
essa dignità _Giovanni Mocenigo_ nel dì 18 d'esso mese; e poco stette
ad entrare in quella città la peste, che portò al sepolcro alcune
migliaia di persone e molti nobili, con essere durata sino al novembre.
Parimente in quest'anno nel mese di giugno[145] passò all'altra vita
_Lodovico Gonzaga_ marchese di Mantova: con che pervenne il dominio di
quello Stato a _Federigo_ suo primogenito, il quale fu condotto al suo
soldo dalla duchessa di Milano. Nel Mantovano giunsero in questi tempi
nuvoli di locuste, che occuparono circa trenta miglia di lunghezza
verso il Bresciano, e quattro miglia di larghezza. Distrussero tutte
l'erbe e foglie di quella contrada; e fattane, per ordine del marchese,
con poco garbo strage senza seppellirle, infettarono poi l'aria,
cagionando una micidiale epidemia ne' corpi umani. In quest'anno
parimente la peste infierì non solamente nelle armate nemiche
guerreggianti in Toscana, ma anche in Roma, Bologna, Mantova, Modena,
Brescia, Bergamo e nella Romagna.