NOTE:

[109] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.

[110] Raynaldus, Annal. Eccles.

[111] Infessur., Diar. P. II, tom. 3 Rer. Ital.

[112] Andrea Navagero, Ist. di Ven., tom. 23 Rer. Ital.

[113] Platina, Vita Sixti IV, P. II, tom. 3 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLXXVI. Indiz. IX.

SISTO IV papa 6.

FEDERIGO III imperadore 25.

Fiera inondazione del Tevere nel gennaio di quest'anno, cagionata

dalle strabocchevoli pioggie, allagò molta parte di Roma, e recò

gravissimi danni a quegli abitanti[115]. Ossia che la peste venisse

altronde portata in quella città, oppure, come è più probabile,

s'infettasse l'aria nel diseccarsi dell'acque corrotte, una micidiale

epidemia assalì nei mesi seguenti il popolo romano, con farne molta

strage[116]. Per isfuggire i pericoli di questo malore, il pontefice

_Sisto_ se n'andò alla buon'aria di Campagnano. Succedette nel dì primo

di settembre una gran turbolenza nella città di Ferrara[117]. Se ne

stava in Mantova _Niccolò d'Este_ nipote d'_Ercole I duca_ di Ferrara,

meditando sempre le maniere di levar la signoria ad esso suo zio. Se

l'intese con _Galeazzo Maria_ duca di Milano, principe di perversa

politica, ed ebbe anche braccio da _Lodovico marchese_ di Mantova suo

parente. Pertanto nella mattina del dì suddetto con cinque navi cariche

di armati giunse a Ferrara, in tempo appunto che il duca era ito alla

nobil sua villa di Belriguardo; e, siccome egli avea delle intelligenze

con alcuni suoi aderenti in quella città, non gli fu difficile

l'entrarvi per un portello. A dirittura andato alla piazza, l'occupò,

gridando i suoi: _Vela, vela_, e fece rompere tutte le carceri. A

questo impensato accidente la _duchessa Leonora_ e don _Sigismondo di

Este_ suo cognato se ne fuggirono in Castello Vecchio, dove neppur era

provvision di vivere per un giorno. Si credeva Niccolò che il popolo

s'avesse a sollevare in suo favore; ma niuno si mosse, amando tutti

il presente legittimo governo. Portato con tutta fretta sì disgustoso

avviso al _duca Ercole_, tosto montò a cavallo per venire a Ferrara;

ma per via fattogli credere che Niccolò era venuto con quattordici mila

persone, ed essere perduta la città, mutato cammino, s'inviò alla volta

d'Argenta, e andò a fortificarsi a Lugo. Intanto, accortosi Niccolò

che non batteano i conti da lui fatti sopra il popolo, e che anzi

cominciavano i cittadini a prendere l'armi contra di lui, ed era uscito

don Sigismondo con gente per venirgli addosso, uscì frettolosamente di

città, e, passato il Po con parte dei suoi, se ne fuggì pel territorio

del Bondeno. Ma que' contadini, già informati dell'affare, tanto

l'inseguirono, ammazzando quanti cadevano nelle lor mani, che fecero

prigione lui ed alcuni de' suoi capitani. Fu condotto l'infelice

Niccolò a Ferrara, dove nel giorno seguente arrivato il duca Ercole, ed

accolto con festose acclamazioni dal popolo, nel caldo del suo sdegno

fece tagliare la testa a lui, ed impiccare per la gola alcuni dei di

lui seguaci rimasti prigioni. Tale fu il fine di questa breve tragedia.

Avea il duca nel dì 21 di luglio avuta la consolazione della nascita

d'un figliuolo a lui partorito da Leonora d'Aragona sua moglie, al

quale, in memoria del _re Alfonso_ avolo suo materno, fu posto il nome

di _Alfonso_. Questi poi col tempo riuscì uno dei più prodi e celebri

principi d'Italia.

Era da molto tempo stabilito il matrimonio di _Beatrice_ figliuola di

_Ferdinando re_ di Napoli, e sorella della suddetta Leonora duchessa

di Ferrara, coll'insigne re d'Ungheria _Mattia Corvino_[118]. Se

gli diede effetto nel dì 15 di settembre dell'anno presente, in cui

questa principessa fu sposata in Napoli, e coronata regina d'Ungheria

dal cardinale _Olivieri Caraffa_. S'imbarcò ella nel dì 2 d'ottobre

a Manfredonia con quattro galee e molti altri legni, per passare in

Ungheria: pure certo è che la medesima pervenne a Ferrara nel dì 16 di

ottobre, dove con grande onore fu ricevuta dal duca suo cognato, e si

fecero molte feste, finchè nel dì 21 si rimise in viaggio. Avea fin

qui _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano governati i suoi popoli,

non già secondo le saggie massime di _Francesco_ suo padre, ma con

quelle che gli dettava il suo capriccioso e tirannico genio[119].

Benchè non gli mancassero delle belle qualità, pure l'eccesso della

sua ambizione, libidine e crudeltà produsse il frutto ordinario de'

vizii, cioè l'odio quasi universal della gente. Per motivi particolari

di sdegno contra di lui congiurarono insieme _Gian-Andrea Lampugnano_,

_Girolamo Olgiato_ e _Carlo Visconte_, nobili milanesi, di levarlo di

vita; ed aspettarono a fare il colpo nel dì 26 di dicembre, in cui esso

duca soleva portarsi alla basilica di Santo Stefano[120]. Giunto colà

il duca colle sue guardie, e con una fiorita corte, i tre congiurati

in mezzo a quella gran truppa arditamente se gli avventarono addosso,

e con più ferite lo stesero morto a terra. In quel fiero miscuglio

intricatosi nel fuggire fra le gonnelle delle donne il Lampugnano,

restò anch'esso ucciso. Ebbero l'Olgiato e il Visconte la fortuna

di trapelar per la gente, e di correre a nascondersi; ma, scoperti,

furono consegnati alla giustizia, e poi squartati vivi. All'Olgiato,

giovine di gran fuoco, non vi fu maniera di far conoscere il fallo

suo, non iscusabile davanti a Dio[121], sostenendo egli sempre, anzi

pregiandosi di aver fatto un sacrifizio, di cui dovea aspettarsi

premio da Dio e dagli uomini. Così terminò sua vita quel principe, e

la morte sua fu principio di non poche calamità, che afflissero dipoi

la misera Italia, avendo egli lasciato dopo di sè Gian-Galeazzo Maria

suo primogenito di età di soli otto anni, e però incapace del governo,

che fu bensì quietamente proclamato duca, ma con pervenire la reggenza

di quegli Stati alla _duchessa Bona_ di Savoia sua madre. Trovossi

tosto quella saggia principessa attorniata e battuta da _Sforza duca_

di Bari, e _Lodovico_, _Ascanio_ ed _Ottaviano_ fratelli dell'ucciso

duca, e dianzi banditi, che non tardarono a sconvolgere tutta la lor

casa e il ducato di Milano, siccome vedremo. Andarono da tutte le parti

ambasciatori a condolersi colla duchessa dell'atroce caso, e ad esibir

soccorsi; ma cominciò nel cuore stesso della famiglia Sforza a formarsi

un tarlo, i cui perniciosi effetti compariranno in breve. Nel dì 23 di

febbraio di quest'anno[122] essendo mancato di vita _Pietro Mocenigo_

doge di Venezia, in luogo suo fu sostituito _Andrea Vendramino_.

Anno di CRISTO MCCCCLXXVII. Indiz. X.

SISTO IV papa 7.

FEDERIGO III imperadore 26.

Era restato vedovo _Ferdinando re_ di Napoli, e tuttochè avesse

figliuoli grandi, e il primogenito _Alfonso duca_ di Calabria si

trovasse arricchito anch'esso di prole, pure pensò ad accasarsi di

nuovo. Sembra che la politica il conducesse a questo. Il non aver mai

il re di Aragona e Sicilia _Giovanni_ approvato che fosse pervenuto

al bastardo _re Ferdinando_ il regno di Napoli, regno conquistato col

sangue e col danaro de' suoi popoli, cagion fu che mala corrispondenza

fin qui durasse fra loro[123]. Diede il re Giovanni nell'anno presente

al re Ferdinando _Giovanna_ sua figliuola in moglie. Per tal via fra

questi principi tornò la buona armonia. Nel settembre del presente anno

con magnifica solennità furono celebrate cotali nozze; ed essendo, per

tale occasione, stato spedito colà il cardinale _Rodrigo Borgia_ con

titolo di legato, egli fu che coronò la nuova regina. Ferdinando, per

levar di testa ad Alfonso duca di Calabria suo primogenito qualunque

gelosia che gli potesse nascere per cagion di tali nozze, nel dì 20

del suddetto settembre gli fece giurare omaggio da tutti i baroni

come ad immediato successore della corona dopo sua morte. Nel dì 10 di

dicembre di quest'anno[124] _papa Sisto_ fece la promozione d'alcuni

nuovi cardinali. Uno d'essi fu _Giovanni d'Aragona_ figliuolo del

medesimo re Ferdinando. Due altri suoi nipoti ornò Sisto della sacra

porpora. Si può ben credere che ciò non piacesse agli altri porporati,

e massimamente a chi disapprovava gli eccessi del nepotismo. In questi

tempi _Carlo da Montone_, figlio naturale di quel _Braccio_ che già

vedemmo sì famoso capitano, essendo già avvezzo all'armi, e condottiere

d'alcune squadre, concepì speranza di assoggettarsi Perugia, siccome

avea fatto il padre; e a tal fine assoldata molta gente, s'indirizzò

a quelle parti[125]. Gli andò fallito il colpo, perchè trovò sicura

quella città per una lega nuovamente fatta co' Fiorentini. Si volse

dunque addosso ai Sanesi, e, trovandoli sprovveduti, fece loro gran

danno, e più n'avrebbe fatto, se i Sanesi, ricorsi ai Fiorentini,

non avessero ottenuto il lor patrocinio, per cui fu d'uopo che Carlo

cessasse dall'offenderli.

Ciò che maggior rumore fece nell'anno presente fu la rivoluzione

di Genova[126]. Quel popolo, oltre al suo genio portato sempre alla

novità, e a mutar padrone e governo, era da gran tempo mal soddisfatto

dell'estinto duca di Milano _Galeazzo Maria_. Specialmente i Fieschi

per danni ricevuti grande odio nudrivano contro la casa Sforza. Dacchè

dunque fu morto esso duca, _Matteo del Fiesco_ fece massa di gente, e

con intelligenza di varii cittadini, nel dì 16 di marzo[127], entrò di

notte con una scalata in Genova, gridando: _Libertà_. Tutto il popolo

fu per lui in armi. Sopravvennero poscia _Obietto_ e _Gian-Luigi_

fratelli del Fiesco, che maggiormente animarono i cittadini alla

ribellione, e fecero tornare in città i Fregosi. Ma il castelletto

restava in mano del duca, e questo con grossa e fedel guarnigione, il

quale cominciò colle artiglierie a far guerra alla città. All'avviso

di tal sedizione, la _duchessa Bona_ mise tosto in ordine circa dodici

mila armati, la maggior parte fanteria, e la spedì a quella volta sotto

il comando di _Roberto da San Severino_, capitano di gran credito in

questi tempi. Seco erano _Lodovico il Moro_ ed _Ottaviano_, zii del

picciolo duca, e inoltre _Prospero Adorno_, il quale, già confinato

in Milano, con dolci parole e larghe promesse fu in questa occasione

condotto ad imprendere anch'egli l'assunto di ridurre di nuovo la

patria all'ubbidienza del duca. Mirabilmente servì la presenza ed

industria dell'Adorno per calmare gli animi sediziosi di quel popolo,

in maniera che dopo alquante calde scaramuccie si trattò di pace, e

tornò Genova, nel giorno ultimo d'aprile, a riconoscere per suo signore

il duca di Milano, con aver poi tutti nel dì 9 di maggio prestato il

giuramento di fedeltà. Restò ivi per governatore a nome del duca il

suddetto Prospero Adorno. Era allora il principal ministro di _Bona_

duchessa di Milano _Cecco Simonetta_ Calabrese, personaggio d'insigne

attività, fedeltà ed accortezza; e perchè tale, promosso ai principali

onori da _Francesco Sforza_, ottimo discernitore dell'altrui abilità.

Avea per fratello quel _Giovanni Simonetta_, che ci diede la Vita di

esso duca Francesco, scritta elegantemente in latino[128]. Ma cotanta

sua autorità gli tirò addosso l'odio di moltissimi, e massimamente dei

nobili della fazion ghibellina. Più nondimeno degli altri il miravano

con occhio bieco i principi zii del duca, cioè _Sforza duca_ di Bari,

_Lodovico_, _Ottaviano_ ed _Ascanio_, perchè da lui tenuti stretti,

non volendo egli che sì pericolosi strumenti s'ingerissero nel governo.

Perciò cominciarono a cercar le vie di abbatterlo, e tirarono nel loro

partito _Roberto da San Severino_, voglioso anch'esso di metter mano

negli affari dello Stato. Non dormiva il Simonetta; e però nel dì 25 di

maggio fece che la duchessa, chiamato nel castello _Donato del Conte_,

ch'era il principale manipolatore della congiura, il ritenne prigione,

e mandollo nelle carceri di Monza. Diedero per questo alle armi i

fratelli sforzeschi; nè le voleano deporre senza vedere rimesso in

libertà Donato. Si quetarono infine; ma non andò molto che Roberto da

San Severino, accortosi che a lui si faceva la caccia, perchè creduto

mantice di quel fuoco, prese la fuga, ed, avendo accortamente deluso

chi gli tenea dietro con armati per prenderlo, si ritirò poi ad Asti.

Non ebbe così favorevole la fortuna _Ottaviano Sforza_, che parimente

se ne fuggì, perciocchè inseguito, nel voler passare a guazzo il fiume

Adda, quivi annegato lasciò la vita. Furono appresso relegati gli altri

fratelli Sforza, cioè _Sforza_ duca di Bari al suo ducato in regno

di Napoli, _Lodovico_ a Pisa ed _Ascanio_ a Perugia: con che tornò in

Milano la quiete, ma per durarvi poco. Era stata occupata la signoria

di Faenza a _Galeotto de' Manfredi_ da _Carlo_ suo fratello[129]. Ebbe

ordine _Giovanni Bentivoglio_ dalla duchessa di Milano di prestare

aiuto a Galeotto, e infatti si trovò obbligato Carlo a dimettere la

preda. Se n'andò egli a Napoli, ma fu mal veduto dal _re Ferdinando_.

Abbiamo dal Diario di Parma che sul fine d'ottobre dell'anno

presente[130] circa trenta mila Turchi a cavallo dalla Bossina

all'improvviso comparvero nel Friuli sin presso ad Udine, i quali, dopo

avere sconfitto un corpo di gente mandato contra d'essi dai Veneziani,

saccheggiarono e misero a fuoco centocinquanta ville, uccidendo i

vecchi e le donne, e ritenendo i fanciulli. Gran paura fu in Venezia,

e gran preparamento di gente vi si fece; ma i Barbari, sopravvenuto il

verno, se ne ritornarono in Bossina.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 16 / 102 题