[53] Annales Forolivien., tom. 22 Rer. Ital.
[54] Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Ital.
[55] Raynaldus, Annal. Ecclesiast.
[56] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.
[57] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 5.
[58] Ammirat., Istor. Fiorent. lib. 23.
[59] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital. Jacobus Papiens., Ep. 338.
Anno di CRISTO MCCCCLXX. Indiz. III.
PAOLO II papa 7.
FEDERIGO III imperadore 19.
Passò tutto l'anno presente senza rumori di guerra; quiete si trovò
dappertutto. Pure più che in altri tempi fu essa piena di affanni, a
ragion de' felici progressi dell'armi di _Maometto II_ imperadore de'
Turchi, le quali riempirono di terrore tutte le contrade italiane[61].
Avea giurato questo Barbaro di non voler mai posa, finchè non avesse
sterminati i cristiani, ed abolita la santa nostra religione. Però con
immenso esercito passò in persona all'isola di Negroponte, sottoposta
allora all'inclita repubblica di Venezia, ed imprese l'assedio della
città capitale nel mese di giugno. Molti e ferocissimi furono gli
assalti, perchè era città fortissima, e tenuta per inespugnabile, senza
curare il sultano se sagrificava le vite di parecchie migliaia dei
suoi, per la grande ansietà di far quello acquisto. Soccorso non venne
mai alla oppressa città, o perchè non poteano competere colle tante
forze dei Maomettani quelle della sola repubblica veneta, o perchè
avendo essa in mare una bella flotta, troppo tardi questa accorse in
aiuto[62]. Fu anche tacciato _Niccolò Canale_ general de' Veneziani
di non aver ben provveduta di presidio quell'importante città, e di
non avere o impedito o rotto (con supporre che agevolmente si potesse)
il ponte fabbricato da' Turchi per passare nell'isola. Comunque sia,
fu presa per assalto la città di Negroponte nel dì 12 di luglio con
grande mortalità di Turchi, ma con essere poi messa a fil di spada la
maggior parte dei soldati ed abitanti cristiani. Questo gran colpo,
fatto dal comune nimico con danno e vergogna del cristianesimo, mise il
cervello a partito al pontefice Paolo, che, lasciata andare la briga
di Rimini e la collera contra del _re Ferdinando_, cominciò a trattar
caldamente con lui e cogli altri principi d'Italia per rinnovare ed
assodar la lega sacra. Meglio sarebbe stato il provvedere, quand'era
tempo, acciocchè non cadesse Costantinopoli in mano di que' cani,
e dopo anche la sua caduta più proprio sarebbe stato l'impiegar in
Levante l'armi cristiane contra de' Turchi, e non già in Italia contra
degli altri cristiani. Ma il male è vecchio, e questo dura ancora, anzi
è cresciuto, e la mia penna non osa dire di più. Si conchiuse dunque
nel dì 22 di dicembre[63] una lega fra il _papa_, il _re Ferdinando,
Galeazzo Maria duca di Milano_ e i _Fiorentini_, essendo anche entrati
in essa come principali contraenti _Borso duca_ di Modena, signor di
Ferrara, ed altri principi e comunità.
Fu circa questi tempi che in Roma venne istituita un'accademia
d'uomini dotti[64]. Di questi abbondava anche allora quella gran città.
Imperocchè, spezialmente nel presente secolo, gl'ingegni italiani si
applicarono a far rifiorire le lingue greca e latina e l'erudizione; nè
solo in Roma, città sempre asilo di chi si distinse nella letteratura,
ma anche in Napoli, Venezia, Milano, Firenze, Ferrara, Brescia, e
in non poche altre città, nelle quali si trovavano valentuomini, e
fra essi molti che fecero e fan tuttavia grande onore all'Italia,
grammatici, poeti, oratori, storici, ec. Applicaronsi in oltre alcuni
a coltivar meglio di prima la filosofia, chi illustrando Aristotile,
e chi resuscitando gl'insegnamenti di Platone; fra i quali ultimi
salì in sommo credito per la singolar sua industria _Marsilio Ficino_
Fiorentino. Nell'accademia romana, in cui si contavano _Pomponio Leto,
il Platina_ e molti altri cospicui letterati, si cominciò ancora a
studiare ex professo l'erudizione romana, le antichità, le medaglie,
e particolarmente la filosofia platonica. Ma insorsero tosto timori
che studio tale tendesse a risvegliare la filosofia degli accademici,
non quella che propriamente vien da Socrate e da Platone, ma la
susseguente, che insegnava a dubitare di tutto. Nacquero inoltre
sospetti, che si tramassero insidie alla vita del medesimo pontefice;
e però di quei letterati chi fuggì, e chi, posto in prigione, non
andò esente dai tormenti. Anche a _Bartolomeo Platina_ toccò la
medesima disavventura, e dopo il patimento di varii mesi di carcere,
per interposizione di _Francesco Gonzaga_ cardinale di Mantova, fu
liberato[65]. Restano tuttavia le sue doglianze nella vita del medesimo
pontefice Paolo II, il quale perciò non fu creduto che contasse fra i
suoi pregi quello d'amare e favorire chi amava e coltivava le buone
lettere. Corse pericolo in questo anno ancora la Lombardia che si
accendesse nuovo incendio di guerra, perchè _Galeazzo Maria duca_ di
Milano, sdegnato contra de' signori di Correggio, raccomandati de'
Veneziani, avea già mosse le armi contra di loro, ed era venuto per
questo a Parma. Il saggio _duca Borso_ Estense, glorioso anche pel
titolo di essere stato il paciere d'Italia[66], corse tosto a Parma, e
tanto si adoperò, che si placò il di lui sdegno, e si deposero l'armi.
Anno di CRISTO MCCCCLXXI. Indiz. IV.
SISTO IV papa 1.
FEDERIGO III imperadore 20.
Grande era la stima che professava il pontefice _Paolo II_ alla persona
e al raro merito del suddetto _duca Borso_; fra loro ancora passava
stretta amicizia. Volle il papa in quest'anno accordare a lui una
grazia, che _Pio II_ non gli avea mai voluto concedere. Non portava
Borso se non il titolo di duca di Modena e di Reggio, e conte di
Rovigo, dignità a lui conferita, siccome già dissi, da _Federigo III_
imperadore, come sovrano di quegli Stati. Desiderava egli ancora di
potersi intitolare duca di Ferrara, nè il pontefice sovrano di essa
città seppe negargli tal grazia[67]. Mosse dunque Borso da Ferrara nel
dì 13 di marzo alla volta di Roma con accompagnamento d'incredibil
magnificenza. Centotrentaotto muli, parte coperti di velluto, parte
di panno di varii colori alla sua divisa, portavano i suoi ricchi e
preziosi arredi. Nobiltà a folla, cento staffieri, ed altri familiari
e guardie l'accompagnavano a centinaia con tale sontuosità, che Roma
stessa, benchè avvezza a cose grandi, ebbe di che maravigliarsi. Di
molti onori e finezze ricevette egli dal sacro senato de' porporati,
e non meno dal pontefice stesso, da cui nel dì 14 di aprile, giorno
santo di Pasqua, nella basilica vaticana fu solennemente creato duca
di Ferrara colle formalità solite a praticarsi in simili congiunture.
Colmo di favori e di grazie se ne tornò poscia a Ferrara, ed arrivò
colà nel dì 18 di maggio con somma allegrezza del popolo suo, ma
allegrezza che da lì a non molto andò a finire in pianto. Portò egli
seco da Roma certe febbri che diedero sospetti di lento veleno. Quel
che è fuor di dubbio, nel dì 27 del mese suddetto egli terminò il
corso di sua vita. Delle maravigliose doti di questo principe ho io
favellato altrove[68], nè qui voglio ripetere il già detto. Basterà
sapere, che laddove altri attendono ad acquistare i paesi altrui con
sommo aggravio de' proprii[69], Borso altra applicazione non ebbe che
quella di conquistar il cuore de' suoi sudditi con tutte le virtù
e maniere necessarie per questo, e di farsi amare e rispettare da
tutti i principi dell'Italia: il che gli riuscì; tanto era affabile e
protettor della giustizia, sommamente magnifico in tutte le sue azioni,
e pieno d'amorevolezza e clemenza; di modo che il savio e soavissimo
suo governo passò in proverbio, e dura tuttavia in queste e in altre
contrade, dove si dice: _Che non è più il tempo del duca Borso_. È
da vedere il nobilissimo elogio fatto a questo glorioso principe dal
vivente allora Jacopo Filippo storico bergamasco[70]. Sperava _Niccolò
d'Este_, figliuolo legittimo del fu bastardo _marchese Lionello_, di
succeder egli nella signoria di Ferrara. Più diligente, ed assistito
anche dal popolo di Ferrara, fu _Ercole d'Este_, fratello di Borso, ma
legittimo, perchè nato da _Ricciarda da Saluzzo_, moglie del marchese
_Niccolò III_ signor di Ferrara. Si mise egli in possesso prontamente
di Ferrara; e questo esempio si tirò ancora dietro le altre città, che
subito il proclamarono per loro signore. Ritirossi Niccolò a Mantova,
aspettando miglior tempo per far valere le sue pretensioni. Così
dagl'illegittimi tornò nei legittimi principi della casa d'Este il
dominio di Ferrara e degli altri Stati; ed _Ercole I_ duca si diede a
governar con giustizia, liberalità ed amore i suoi popoli, guardandosi
nondimeno dalle insidie del suddetto Niccolò suo nipote. Imperocchè
non solo il marchese di Mantova _Lodovico_, ma anche _Galeazzo Maria_
duca di Milano aveano presa la protezione di lui, ed era dopo la
morte di Borso venuto sul Parmigiano l'esercito d'esso duca con brutta
disposizione d'intorbidar la successione del duca Ercole, se non fosse
avvenuto che anche i Veneziani mossero le lor armi in favore d'Ercole:
il che veduto dal duca di Milano, mostrò di avere per tutt'altro fatta
quella mossa di gente.
Poco stette a mancare di vita anche il pontefice _Paolo II_. Godeva
egli buona sanità, avea anche allegramente cenato; pure nella notte del
dì 25 venendo il dì 26 di luglio si trovò morto in letto per accidente
d'apoplessia. Pochi in questi tempi erano i principi, massimamente dei
rapiti da subitanea morte, che non fossero suggetti alle dicerie del
volgo, quasi che violento fosse stato il lor passaggio all'altra vita.
Non mancò dunque chi sospettasse tolto questo pontefice dal mondo col
veleno, e giunsero fino a dire ch'egli morì strangolato[71]: tutti vani
giudizii, e senza buon fondamento spacciati da chi forse non amava
questo vicario di Cristo, pontefice, al qual certo non perdonarono
le penne d'alcuni, e massimamente del Platina[72], dell'autore della
Cronica di Bologna[73], del Corio[74] e dell'Ammirati[75]. Ma son da
vedere i di lui pregi nella Vita che ne compose Marco Cannesio[76],
e nelle Epistole del Fidelfo[77] e presso altri autori. Soprattutto è
stata abbondantemente difesa da varie imputazioni la memoria di questo
pontefice dal vivente insigne e chiarissimo cardinale Angelo Maria
Querini vescovo di Brescia e bibliotecario della santa romana Chiesa,
la cui erudita penna, nel dare alla luce la Vita scritta dal suddetto
Cannesio, ci ha anche provveduti d'una nobile apologia del medesimo
pontefice, ed ha messi in chiaro i pregi che in lui si osservarono.
Quel solo che forse non si può negare, per testimonianza di Jacopo
Filippo da Bergamo[78], egli morì amato da pochi, e odiato quasi da
tutti, senza che ne apparisca alcuna patente ragione. Successor suo nel
pontificato fu _Francesco dalla Rovere_, cardinale di San Pietro in
Vincula, già stato generale dell'ordine di san Francesco, bassamente
nato in una villa del territorio di Savona, ma versatissimo nella
teologia e nei sacri canoni. Se a questo gran sapere corrispondessero
poscia i fatti, non tarderemo a vederlo. Eletto nel dì 9 d'agosto[79],
prese il nome di _Sisto IV_, e nel dì 25 d'esso mese fu coronato; ma
in quella magnifica funzione tal tumulto insorse nella plebe, ch'egli
andò a pericolo della vita, e gli toccarono anche molte sassate. Si
stese la cattiva influenza di quest'anno anche a _Cristoforo Moro_ doge
di Venezia, perchè nel dì 9 di novembre compiè il corso del suo vivere
con cattiva fama d'ipocrita, di vendicativo, di doppio ed avaro, come
lasciò scritto Marino Sanuto[80]. Fu poscia eletto doge _Niccolò Tron_,
uomo ricco, liberale e di grand'animo.
Col pretesto d'un voto, volle in questo anno, sul principio di
marzo[81], _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano fare un viaggio a
Firenze colla _duchessa Bona_ sua consorte. La straordinaria pompa con
cui egli andò (matta pompa, perchè fatta senza necessità veruna) vien
descritta dal Corio. Basterà sapere, che oltre all'immensa comitiva di
nobili, cortigiani, staffieri e guardie, tutti superbamente vestiti,
ascendente al numero di due mila cavalli e di ducento muli da carico,
egli si fece condur dietro anche cinquecento coppie di cani di diverse
maniere, e grandissimo numero di falconi e sparvieri. Spese in questo
borioso apparato ducento mila ducati d'oro. Gli onori a lui fatti
da' Fiorentini parve che andassero anche essi all'eccesso[82]. Tre
sontuosissimi spettacoli furono in tale occasione fatti in Firenze, che
riempierono d'ammirazione i Lombardi. Sopra tutti sfoggiò allora nella
magnificenza _Lorenzo de Medici_, nel cui palazzo presero alloggio
il duca e la duchessa. Servì questa visita a strignere maggiormente
l'amicizia tra esso duca e Lorenzo. Strana cosa è, come il Corio
scrive, che, mentre allora soggiornava il duca in Firenze, accadde la
battaglia della Molinella tra Bartolomeo Coleone e i collegati. Abbiam
veduto che tal fatto d'armi avvenne nell'anno 1467, ed essere diversa
questa andata da quella. Passò dipoi il duca di Milano a Lucca, dove
da quella repubblica ricevette riguardevoli onori e grossi regali.
E di là si trasferì a Genova[83]. Non mancò questa nobil città di
accogliere con tutti i segni di onorevolezza e decoro il suo principe,
e il regalò ancora; ma ossia che i regali e gli onori paressero a lui
molto meno che i ricevuti da chi non era suo suddito, oppure che gli
desse negli occhi l'alterigia di quel popolo: certo è ch'egli mostrò
poco gradimento del loro operare, e da lì innanzi parve che odiasse, o
almen poco amasse i Genovesi. Però appena fermatosi ivi per tre giorni,
all'improvviso quasi fuggendo, se ne tornò a Milano, e cominciò poi ad
accrescere le fortificazioni al castelletto e alle fortezze di quella
città, con dispiacere e mormorazione di quei cittadini. Cosa producesse
un tal contegno, non istaremo molto a vederlo.