NOTE:

[32] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[33] Annal. Foroliviens., tom. 22 Rer. Ital.

[34] Ammirati, Istor. di Firenze, lib. 23. Cronica di Bologna, tom. 18.

Rer. Ital. Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3.

[35] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[36] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

[37] Jacobus Papiensis, Comment. Ammirati Istor. di Firenze. Corio,

Istor. di Milano.

[38] Cristoforo da Soldo, Istor. di Brescia, tom. 21 Rer. Ital.

[39] Benvenuto da S. Giorgio, Istoria del Monferrato, tom. 23 Rer. Ital.

[40] Jacob. Papiens., Comment., lib. 4. Raynal., Annal. Eccles.

Ammirat., Istor. Fiorent., lib. 23.

[41] Raynaldus, Annal. Eccles. Jacobus Papiensis, Epist. 280.

[42] Cronica di Ferrara, tom. 24 Rer. Ital.

[43] Trithemius, Hist.

[44] Corio, Istoria di Milano.

[45] Cristoforo da Soldo, Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.

[46] Sanuto, Istor. Ven., tom. 22 Rer. Ital.

[47] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.

[48] Corio, Istor. di Milano.

[49] Cristoforo da Soldo, Istor. ubi sopra.

[50] Platina, in Vita Pauli II Papae.

[51] Corio, Istor. di Milano.

[52] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.

Anno di CRISTO MCCCCLXIX. Indiz. II.

PAOLO II papa 6.

FEDERIGO III imperadore 18.

Dopo avere l'_imperador Federigo_ soddisfatto alla sua divozione in

Roma, e smaltiti i suoi affari col pontefice nel dì 9 di gennaio[55],

congedatosi da lui, si rimise in viaggio alla volta della Germania.

Giunse a Ferrara[56] nel dì 27 del medesimo mese, e il duca Borso con

somma magnificenza lo alloggiò. Fu in quella città gran concorso di

principi, d'ambasciatori e di nobiltà sì del paese, come forestiera.

Fra gli altri ambasciatori si contò quello del re Ferdinando di

Napoli, che da Roma sino a Ferrara non avea potuto ottenere udienza da

esso imperadore. Quivi si presentò a lui con gran prosunzione e poca

riverenza; e poi senza essere invitato andò a porsi a sedere a lato

del medesimo Augusto: del che mormorò tutta l'assemblea. Nota l'autore

della Cronica di Ferrara che sterminata fu la folla di coloro che si

fecero crear conti, palatini, cavalieri, dottori e notai, con faccoltà

di conferire ad altri i medesimi onorifici titoli, e di legittimare

bastardi e spurii, e di ridurre al primo stato di buona fama i

falsarii ed infami. Non si può dire quanto scialacquamento facessero

allora di sì fatti privilegii gl'imperadori: tutto per empiere la

borsa. Il cancelliere di questo Augusto sapea ben vendere caro quella

mercatanzia di fumo; ed avrebbe voluto, se fosse stato possibile,

scorticar que' corrivi, parte de' quali gli tennero anche dietro fino

a Venezia. Nel dì 2 di febbraio s'inviò l'Augusto Federigo alla volta

di Padova, dove ricevè inestimabili onori dalla signoria di Venezia.

Era l'imperadore vecchio, e con pochi denti in bocca, ma clementissimo,

cortese, e spezialmente dotato di religione e pietà, pregio ereditario

dell'augustissima casa d'Austria. Si sconvolse ancora in quest'anno

la quiete d'Italia per cagione di Rimini[57]. Ne era, dopo la morte

di _Sigismondo Malatesta_, rimasta in possesso _Isotta_, di bassa

donna e concubina, divenuta sua moglie. _Roberto_ bastardo di esso

Sigismondo, giovane, secondo l'Ammirati[58], di mirabil talento, pieno

di valore, e d'altre belle doti ornato in una parola, affatto dissimile

dal padre malvagio, si trovava allora ai servigli del pontefice sulle

frontiere dello Stato ecclesiastico verso il regno di Napoli. Isotta,

non credendosi abile a sostenere il suo dominio in Rimini, benchè non

amasse Roberto a guisa delle altre matrigne, pure desiderò d'averlo a

parte nel governo. Allora Roberto volò a Roma, e fatto credere al papa

che, ottenuto il possesso di Rimini, lo rimetterebbe tosto alle sue

mani, con ricavarne altri suoi vantaggi, impetrò licenza di venire.

Giunto a Rimini, mandò a filar la matrigna, e conciliatosi l'amore

di tutti, per fortificarsi meglio coll'aderenza di _Federigo_ conte

d'Urbino, prese una di lui figliuola per moglie.

Stavano i ministri del papa aspettando a bocca aperta che Roberto

di dì in dì consegnasse la città, quand'ecco, con far prigione un

suo confidente, che veniva da Napoli, portando gran somma di danaro,

scuoprono aver egli fatta lega col re _Ferdinando_. Se ne turbò a

maraviglia il pontefice, ed irritato non men contra di lui che contra

del re, nel dì 28 di maggio fece lega offensiva e difensiva co'

Veneziani, e tosto si accinse a far guerra al medesimo Roberto, non

volendo sofferire che una città della Chiesa senza titolo venisse da

lui occupata. Scelse per generale dell'armi sue _Alessandro Sforza_,

valoroso signor di Pesaro, che volentieri assunse quell'impiego per

isperanza, prendendo Rimini, d'impetrarne il vicariato dal papa.

Spedite dunque le milizie pontifizie, e venuti rinforzi di cavalleria e

fanteria dallo Stato veneto, condotti da _Pino degli Ordelaffi_ signore

di Forlì, Alessandro coll'arcivescovo di Spalatro nel mese di luglio

si portò sotto Rimini, e sulle prime per inganno s'impadronì d'uno di

quei borghi. _Roberto_ virilmente si difese; sperava anche di far cose

più grandi. Intanto i Fiorentini, sapendo, oppure fingendo di sapere,

che il papa veneziano avea promesso ai Veneziani, poco loro amici, di

lasciarli entrare in possesso di Bologna, città allora governata dai

Bentivogli, spedirono in sussidio del Malatesta _Roberto San Severino_

lor capitano con un corpo di gente. In persona ancora vi accorse

_Federigo_ conte d'Urbino, che non volea lasciar perire il genero.

Venne inoltre inviato dal duca di Milano in aiuto di lui _Tristano

Sforza_ con secento cavalli. Quel che è più, arrivò _Alfonso_ duca di

Calabria, inviato dal re suo padre, con cinque mila cavalli, due mila

fanti e quattrocento balestrieri: possente rinforzo al Malatesta, ma

che acquistò al re Ferdinando un grave reato d'ingratitudine nel cuore

di _papa Paolo_. Nel dì 23 d'agosto[59] si venne ad un fatto d'armi

fra queste due armate, e tutti menarono ben le mani. In fine se n'andò

sconfitto il campo della Chiesa, ma con uccisione di pochi, perchè

in questi tempi gl'Italiani faceano la guerra non da barbari, ma da

cristiani, e davano quartiere a chiunque, non potendo resistere, si

rendeva. Tre mila furono i prigionieri; venne messo a sacco tutto il

bagaglio, e preso insieme con alcuni cannoni il carriaggio dei vinti, e

di assai mercatanti che seguitavano l'armata. Arrivò bensì, ma troppo

tardi, _Ercole Estense_, spedito da' Veneziani con molte squadre, ed

almeno servì a fortificare ed assicurar il campo dei Pontifizii, che

s'andò poco a poco rimettendo in piedi. _Roberto Malatesta_ colle sue

brigate riacquistò più di quaranta castella nel distretto di Rimini e

in quello di Fano. Fu creduto a Roma che a' Veneziani non piacesse nè

la rovina del Malatesta, nè il maggiore ingrandimento della Chiesa in

Romagna, provincia da essi amoreggiata.

Portata la nuova di questo infelice combattimento a Roma, riempiè

di affanno l'animo del pontefice; ma non potè punto abbattere il di

lui coraggio, nè la speranza di vendicarsi del Malatesta e del re

Ferdinando, massimamente dappoichè ebbe ricevuto delle magnifiche

promesse di assistenza dal senato veneto. Cominciò allora un trattato

per far ritornare in Italia contra Ferdinando _Giovanni duca_ d'Angiò,

figliuolo del _re Renato_, e principe di gran valore, ma di poca

fortuna, signore allora della Provenza, ed anche eletto per loro

sovrano dai Catalani. Ma questo principe mancò di vita nell'anno

seguente; e intanto i Turchi più che mai divenivano orgogliosi

e potenti per le continue loro conquiste: tutti accidenti che

sconcertarono le misure del papa, e il costrinsero infine ad accettar

quelle leggi che vollero dargli i vincitori. Venne a morte nel dì 3

di settembre dell'anno presente[60] _Pietro de Medici_ figliuolo di

_Cosimo_ il Magnifico, che fortunatamente avea sostenuta fin qui la

sua primaria autorità nella repubblica fiorentina, con restare di

lui due figliuoli, cioè _Giuliano_ e _Lorenzo_; l'ultimo de' quali,

personaggio di maraviglioso ingegno e di nobilissimo genio, accrebbe di

molto la gloria della casa de Medici. Tal polso di amici e aderenti in

quella repubblica ebbero questi due fratelli, che non si mutò punto il

governo; e restando in auge la lor fazione, quella de' fuorusciti vide

andar deluse le sue speranze di rientrare con tal occasione nella lor

patria.

Annali d'Italia, vol. 6 dal principio dell'era volgare sino all'anno 1750 · 第 10 / 102 题