[22] Istor. Napol., tom. 23 Rer. Ital.
[23] Giornal. Napolet., tom. 21 Rer. Ital.
[24] Guichenon, Hist. de la Maison de Savoye, tom. 1.
[25] Simonetta, Vit. Francisci Sfortiae, lib. 31, tom. 21 Rer. Ital.
[26] Cristoforo da Soldo. Istor. Bresc., tom. 21 Rer. Ital.
[27] Marino Sanuto, Istor. Venet., tom. 22 Rer. Italic.
[28] Istoria Napol., tom. 23 Rer. Ital.
[29] Jacobus Papiensis, Comment., lib. 3. Ammirati, Istor. di Firenze,
lib. 23.
[30] Cronica di Bologna, tom. 18 Rer. Ital.
[31] Raynaldus, Annal. Eccl.
Anno di CRISTO MCCCCLXVII. Indiz. XV.
PAOLO II papa 4.
FEDERIGO III imperadore 16.
Saltò fuori in quest'anno una guerra inaspettata, che per buona fortuna
non fu di lunga durata[34]. I fuorusciti fiorentini, ricche e potenti
persone, s'erano in buona parte ridotti negli Stati della repubblica
veneta. Fecero spezialmente capo a _Bartolomeo Coleone_ Bergamasco,
generale allora delle milizie venete, e lo attizzarono a volere dar
loro aiuto. Comunicò Bartolomeo le lor proposizioni al senato veneto, e
queste non dispiacquero. Ma per mostrar di non rompere i capitoli della
pace, fecero vista di licenziare Bartolomeo lor generale, e ch'egli,
come da sè, volesse aiutare i fuorusciti fiorentini. Niuno non di meno
v'era che non iscorgesse fatta d'ordine loro e coi lor danari la massa
di gente che nei loro Stati andava facendo il Coleone, personaggio
per questi tempi creduto uno de' più valorosi e sperti capitani di
guerra. Con esso lui s'andarono ad unire _Alessandro Sforza_ signore di
Pesaro, e _Costanzo_ suo figliuolo colle lor brigate, _Ercole d'Este_
fratello del _duca Borso_[35], _Pino degli Ordelaffi_ signor di Forlì,
_Marco_ e _Lionello de' Pii_ signori di Carpi, _Galeotto Pico_ signor
della Mirandola, ed altri capitani, che formarono un'armata di quasi
quindici mila persone. Abbondava in questo secolo l'Italia di valenti
condottieri d'armi. L'autore della Cronica di Bologna[36] sotto il
presente anno ci lasciò il catalogo dei più rinomati dal 1401 sino a
questi giorni. Imperciocchè in uso era che i nobili più qualificati
e potenti facessero e tenessero in piedi molte compagnie d'armati a
cavallo e a piedi, per prendere poi servigio, dove tornava loro il
conto, come venturieri. _Astorre de' Manfredi_ signor di Faenza, dopo
aver preso soldo dai Fiorentini, allettato dalle maggiori offerte dei
Veneziani, alzò le loro bandiere. Ora i Fiorentini, che scoprirono
tosto da chi veniva e dove tendeva questo temporale, si misero
anch'essi sollecitamente in arnese; e fatta lega col _re Ferdinando_
e _Galeazzo Maria duca_ di Milano, elessero per lor generale il
prode conte d'Urbino Federigo, e lo spedirono colle lor genti in
Romagna. Altra gente venne colà spedita dal re di Napoli, e sei mila
combattenti mandò ad unirsi con loro Galeazzo Maria, e comparve egli
stesso al campo. Non fidandosi i Fiorentini che questo giovinetto
principe di cervello alquanto bizzarro non tirasse a far qualche salto
pregiudiziale al lor saggio generale, mostrarono gran voglia di vederlo
in Firenze, ed egli vi andò. In questo tempo essendo venuto col suo
fiorito esercito Bartolomeo Coleone in Romagna, ed avendo occupate
alcune poche castella dei Fiorentini, dacchè si vide all'incontro un
pari esercito della lega, si ritirò sul Bolognese alla Molinella, e gli
tennero dietro gli altri. Quivi poi nel dì 25 di luglio, festa di san
Jacopo, vennero alle mani queste due armate, e la battaglia durò dalle
sedici ore sino alla nera notte con gran valore d'entrambe le parti.
A niuna d'esse toccò la vittoria; molti cavalli furono sbudellati, e
morte o ferite più di mille persone. Fra gli ultimi si contò _Ercole
Estense_, che dopo aver più ore valorosamente combattuto, malamente
ferito in un piede, stette poi gran tempo in pericolo della vita, ma,
guarito che fu, rimase zoppo sino che visse.
Niun'altra azion di rilievo fecero poi questi due eserciti, se non di
divorare il distretto di Bologna, di Ravenna e di Faenza. Terminarono
così tutte le bravure di Bartolomeo da Bergamo. Sdegnato dopo il suo
ritorno da Firenze il duca Galeazzo Maria, perchè il conte d'Urbino
non l'avesse aspettato al fatto d'armi, ed insieme affrettato da
_Guglielmo marchese_ di Monferrato suo collegato, al quale in questi
giorni avea mossa guerra Filippo fratello del duca di Savoia, se ne
tornò con due mila cavalli a Milano. Ma fu ristorata in breve questa
mancanza dall'arrivo d'_Alfonso duca_ di Calabria, primogenito del _re
Ferdinando_, con molte squadre di genti d'armi. Si venne poi in chiaro
che le mire de' Veneziani, se camminavano ben le faccende di Bartolomeo
lor generale, erano di assalire il ducato di Milano[37]. A questo fine
con ottanta mila ducati d'oro aveano indotto _Amedeo duca_ di Savoia ad
inviar _Filippo_ suo fratello, se crediamo a Cristoforo da Soldo[38],
con parecchie migliaia d'armati contra del marchese di Monferrato
collegato del duca di Milano. Ma, interpostosi il re di Francia,
seguì pace nel dì 14 di novembre fra essi duchi e il marchese. Presso
Benvenuto da San Giorgio[39] se ne legge lo strumento. Fecero anche
i Veneziani nello stesso tempo rompere guerra ai Genovesi da _Uberto
del Fiesco_: con suo danno nondimeno, perchè gli furono tolte tutte le
sue castella. Intanto _Borso Estense_ duca trattava forte di pace, e
a Ferrara per questo andarono i deputati delle potenze guerreggianti.
Passò il presente anno senza che si venisse a concordia. Vi pose poi le
mani il papa, e, siccome dirò, la conchiuse egli nell'anno seguente.
Si ridussero intanto le armate a' quartieri d'inverno, e niuno ebbe
occasion di ridere, fuorchè i ladroni soldati, che si andarono a goder
le fatiche delle loro unghie.
Anno di CRISTO MCCCCLXVIII. Indiz. I.
PAOLO II papa 5.
FEDERIGO III imperadore 17.
Giacchè con tutto il suo buon volere, e con fatica ed applicazione
continua, non veniva fatto al duca Borso signor di Ferrara d'introdur
pace fra le potenze nemiche, s'applicò a questa impresa il pontefice
stesso, e ne trattò caldamente co' ministri de' principi suddetti[40].
Anche egli vi trovò degli ostacoli senza fine. Prese perciò un
ripiego, che parve strano e nuovo a non pochi. Cioè formò egli stesso
gli articoli della pace, come parve al giudizio suo, e nel dì della
Purificazion della Vergine, giorno due di febbraio, imperiosamente
li pubblicò, con intimar la scomunica riserbata a sè stesso per chi
non gli accettasse. Per essi articoli principalmente si ordinava che
si restituisse l'occupato nella presente guerra; e si dichiarava
_Bartolomeo Coleone_ generale della sacra lega contro ai Turchi,
coll'assegno annuo di cento mila ducati d'oro, da pagarsegli da'
collegati, secondo la tassa e ripartizione del peso ivi determinata.
Non tardarono i Veneziani a sottoscrivere quegli articoli; ma il
_re Ferdinando_, il _duca di Milano_ e i _Fiorentini_ rigettarono
concordemente ciò che riguardava il Coleone, maravigliandosi forte
che il papa, il qual poco fa avea tanto detestata la di lui mossa,
turbatrice ingiusta della pace d'Italia, in vece di castigarlo, ora
volesse premiarlo, e colle borse altrui. Attribuivano essi questo
procedere del papa all'esser egli veneziano, e al volere perciò far
servigio a' Veneziani, e ad un suddito loro. E di un uomo tale come
mai poteano fidarsi gli altri principi? Nè parea loro giusto di aver
da mantenere alla repubblica veneta un capitano, anzi, come essi
diceano, un pubblico ladrone. Impuntò il papa a voler sostenere il suo
decreto, e non men gli altri a rigettarlo, con prepararsi ad appellare
al futuro concilio. Ma mitigato il pontefice dal duca Borso, lasciata
andare la pretensione del generalato di Bartolomeo, nel dì 25 d'aprile
pubblicò solennemente la pace, e questa venne abbracciata da ognuno,
e tornò la quiete in Italia per quel che riguarda la guerra grande;
perciocchè ne insorse una picciola tra il papa e il re Ferdinando a
cagione del ducato di Sora. Questo nella precedente guerra del regno
di Napoli era venuto in mano di _papa Pio II_ con certa connivenza di
Ferdinando, che in quelle necessità nulla sapea negare al pontefice
suo gran protettore. Ma dacchè egli si trovò libero dagl'impacci
del duca d'Angiò, e forte in sella, pretese la restituzion di quello
Stato, come dipendenza del suo regno. Ordinò ancora ad _Alfonso_ duca
di Calabria suo figliuolo che, nel ritornar dalla Toscana colle sue
milizie, mettesse presidio nella rocca della Tolla; e fu ubbidito.
Mosse in oltre l'armi per ispossessar la Chiesa del ducato di Sora;
ma si ritenne, contentandosi dipoi che l'affare fosse ventilato e
riconosciuto per giustizia, con accusarlo intanto d'ingratitudine la
corte romana, la quale colla spesa di più di novecento mila scudi di
oro gli avea mantenuta la corona sul capo.
All'anno presente appartiene una bellissima lettera, scritta da
_Jacopo Ammanati_ cardinal di Pavia, uomo di gran sapere e saviezza,
al cardinale _Francesco Gonzaga_[41], dove tratta dei doveri dei romani
pontifici e de' cardinali, con una lettera allo stesso _papa Paolo II_,
in cui ripruova come indecenti i giuochi e gli spettacoli carnevaleschi
dati dal papa medesimo al popolo romano, e va toccando con lieve mano
la di lui vanagloria in varie azioni. Nel dì 10 di dicembre dell'anno
corrente[42] giunse a Ferrara con circa secento cavalli _Federigo
III imperadore_, accolto con sommo onore e magnificenza dal _duca
Borso_, e nel dì 12 continuò il viaggio alla volta di Roma, dove
pervenne la notte della vigilia del Natale del Signore. Portatosi a
dirittura alla basilica vaticana, dove il papa avea giù cominciato
il divino uffizio, fu da lui ricevuto coi soliti onori, ed assistè
alla pia funzione, trattato poi magnificamente nei seguenti giorni.
Chi disse essersi egli trasferito colà per compiere un voto[43], e
chi per far confermare dal pontefice la sua successione nei regni
d'Ungheria e di Boemia. Parlossi ancora non poco della guerra contra
de' Turchi; nè il papa lasciò indietro finezza alcuna che egli non
usasse verso di questo piissimo principe, suo grande amico. Nel dì 6
di luglio, come vuole il Corio[44], oppure nel mese d'agosto, come
scrive Cristoforo da Soldo[45] (il Sanuto[46] mette questo fatto
all'anno seguente), _Galeazzo Maria Sforza_ duca di Milano celebrò
le sue nozze con _Bona_ sorella del regnante allora _Amedeo_ duca di
Savoia, ma contro la volontà di esso Amedeo, e di _Filippo di Savoia_
suo fratello. Trovavasi questa principessa alla corte di _Luigi XI_
re di Francia, colla sorella _Carlotta_ moglie di esso re; e il bello
fu che il medesimo re non solo l'accordò egli al duca di Milano,
ma formò anche i capitoli nuziali, concedendole in dote la città di
Vercelli, se il duca l'acquistasse colle armi, disponendo in questa
maniera della roba altrui. Ma somiglianti esempli si son anche veduti
ai nostri dì. Fondato poi su così vano titolo Galeazzo, nel settembre
allestì l'armi sue per andare addosso a Vercelli. Conosciuta la di lui
intenzione il duca di Savoia, ossia la reggenza sua, fece tosto lega
co' Veneziani, i quali, nel mese d'ottobre, inteso che le milizie di
lui erano in moto contro Vercelli, gli spedirono un lor cancelliere ad
intimargli la guerra, se non desisteva dall'offendere gli Stati del
duca di Savoia lor collegato. Bastò questo perchè Galeazzo mettesse
giù i sassi, e rimandasse ai quartieri la sua gente. Non par molto da
lodare il Guichenone[47], che francamente asserisce ingannato il Corio,
allorchè accenna questa briga[48] insorta fra i due duchi. Il Corio era
allora vivente, e questo fatto viene anche confermato da Cristoforo da
Soldo[49], il qual diede fine nel presente anno alla sua Storia. Vuole
inoltre il Guichenone che sbagliasse il Platina[50], scrivendo che
il duca di Milano non volle comprendere nella pace conchiusa da papa
Paolo il duca di Savoia e Filippo suo fratello, ed aver gastigato dipoi
il suo ministro per aver ceduto su questo punto. Ma come mai ne vuol
sapere di più d'uno storico, vivente allora in Roma, il Guichenone sì
lontano da questi tempi, e niuno argomento in contrario adducendo, se
non il silenzio degli scrittori savoiardi? Che testa fosse quella del
suddetto duca _Galeazzo_, si conobbe tosto dopo la morte del padre,
perchè abbassò tutti i di lui saggi ministri, e ne prese de' nuovi
cattivi; ma spezialmente si comprese in quest'anno da un altro suo
fatto[51]. Le obbligazioni sue verso la _duchessa Bianca Visconte_
sua madre erano grandi, sì per li motivi che concorrono in tutti i
figliuoli, e sì perchè principalmente da lei dovea egli riconoscere
l'acquisto di quel fioritissimo dominio. Con tutto ciò cominciò a
maltrattarla, e crebbe tanto la discordia e lo sdegno fra loro, che
Bianca principessa savia, limosiniera ed amata da tutti i popoli, si
ritirò a Cremona sua città dotale, così non di meno alterata, che se
il figliuolo le avesse recati maggiori disturbi, era disposta a darsi
a' Veneziani. In Cremona poi per tanti disgusti cadde essa inferma,
ed andò tanto innanzi il male, che nel dì 19 d'ottobre, come vuol
Cristoforo da Soldo, o piuttosto nel dì 23 d'esso mese, come ha il
Corio, diede fine al suo vivere. L'autore della Cronica di Bologna[52]
dice che essa duchessa morì nel dì 24 d'ottobre. Ne mostrò Galeazzo
Maria, almeno in apparenza, gran dispiacere, e fatto condurre a Milano
il suo corpo, con solenni funerali gli fece dar sepoltura. Corse
allora un'orrida voce che di veleno ella morisse. Quando ciò fosse
vero, chi possiam noi dubitare che commettesse sì nero misfatto? Ma
verosimilmente fu questa una diceria di persone maligne. Parimente
mancò di vita in quest'anno _Sigismondo Malatesta_ signor di Rimini
nel dì 22 d'ottobre, come scrive il Corio. Negli Annali di Forlì[53] è
scritto il dì 15 d'esso mese. Error de' copisti sarà o nell'uno oppur
nell'altro testo. Vanno concordi gli storici pontifizii, l'Ammirati
e l'autore della Cronica di Bologna, nel dire che l'alterigia, la
lascivia, le trufferie, la crudeltà deformarono di troppo la di lui
vita, oltre all'eresia, di cui dicono ch'egli fu macchiato. S'era
questo iniquissimo uomo, come dicemmo, ridotto al dominio della sola
città di Rimini, e questa anche priva del meglio del suo territorio.
Lasciò dopo di sè due figliuoli bastardi _Roberto_ e _Sallustio_.
_Isotta_, dianzi sua concubina, poi moglie, restò per allora al governo
di Rimini. Roberto prese la rocca di Cesena, ma poi la rilasciò ai
ministri del papa, con passare ai servigi del medesimo pontefice.
Cessò ancora di vivere nel dì 2 di maggio _Astorre de' Manfredi_ signor
di Faenza, a cui succedette nella signoria di quella città Carlo suo
figliuolo. Poscia verso il fine di luglio Imola alzò le bandiere di San
Marco. Diedero tali mutazioni nella Romagna motivo a varii torbidi, dei
quali si parlerà all'anno seguente. Abbiamo ancora da Marino Sanuto[54]
che in quest'anno il celebre cardinal _Bessarione_, Greco di nascita,
fece dono dell'insigne sua libreria di manoscritti alla repubblica
veneta: dono che anche oggidì sarebbe d'immenso prezzo, e molto più
fu in questi tempi, nei quali appena era nata la stampa. Il catalogo
d'essi codici è ultimamente stato dato alle stampe.