IV.

Conosciuti così la vita romana del tempo e l'animo e la mente del

Belli, cioè la fonte della ispirazione e il generatore dell'opera,

sarà agevole intenderla cotesta opera, sia pel proposito che per

l'esecuzione.

Del resto, il nostro poeta, nella lettera allo Spada amico suo, da

più scrittori riprodotta, ebbe cura di esprimere così chiaramente e

compiutamente il proprio pensiero, da risparmiarci il lavoro della

interpretazione.

«Vengo carico (così egli scriveva), di nuovi versi da plebe. Ne ho sino

ad oggi in centocinquantatrè sonetti, sessantasei de' quali scritti

dopo la metà di settembre. A guardarli tutti insieme, e unendovi col

pensiere quel di più che potrà uscire dai materiali già raccolti, mi

pare di vedere che questa serie di poesie vada a prendere un aspetto

di qualche cosa, da poter forse davvero restare per un monumento

di quello che oggi è la plebe di Roma. In lei sta certo un tipo di

originalità: e la sua lingua, i costumi, le usanze, le pratiche, la

credenza, le superstizioni, i pregiudizi, le notizie, e tutto ciò

insomma che la riguarda, ritiene, a mio giudizio, una impronta che la

distingue d'assai da qualunque altro carattere di popolo. Nè Roma è

tale, che la plebe di lei non faccia parte di gran cosa, di una città

cioè di sempre solenne ricordanza. Di più, mi sembra non iscompagnarsi

da novità la mia idea. Un disegno così colorito non troverà lavoro da

confronto che lo precedesse.... Esporre le frasi del romano quali dalla

bocca del romano escono tuttodì, senza ornamento, senza alterazione,

senza pure inversioni di sintassi o troncamenti di licenza, se non

quelli che il parlatore romanesco usa egli stesso; insomma, cavare una

regola dal caso e una grammatica dall'uso; ecco il mio scopo. Il numero

poetico deve uscire come per accidente dal casuale accozzamento di

correnti e libere parole e frasi, non iscomposte giammai, nè corrette,

nè modellate, nè accomodate con modo diverso da quello che ci può

mandare il testimonio delle orecchie. Che se con simigliante corredo di

colori nativi giungerò a dipingere tutta la morale e civile vita e la

religione del nostro popolo di Roma, avrò, credo, offerto un quadro di

genere, non disprezzabile da chi guarda senza la lente del pregiudizio.

Non casta, non religiosa talvolta, sebbene devota e superstiziosa,

apparrà la materia e la forma; ma il popolo è questo; e questo io

ricopio, non per dare un modello, ma sì una traduzione di cosa già

esistente, e più lasciata senza miglioramento.»

Il disegno, come si vede, era vasto e geniale: ed egli doveva (le

qualità dell'animo e dell'ingegno le abbiamo conosciute) colorirlo con

perfezione di particolari, sia per la diligenza del raccogliere, sia

per l'acutezza dell'osservare, sia pel fine gusto dello scegliere, sia

per l'assidua cura della schiettezza, della semplicità e del rilievo di

forma.

Il suo metodo è noto, perchè l'ha espresso egli stesso e ne son rimaste

le prove: ed è il metodo più pedantescamente _verista_ che si conosca,

da disgradarne lo stesso Zola.

Il Belli frequentava le piazze, le strade, le osterie, tutti i luoghi

nei quali conveniva la plebe di Roma: e colà guardava, udiva osservava

e rammentava. La vista di un tipo, l'audizione di un dialogo o di un

racconto, quando egli col suo fine gusto artistico comprendeva che se

ne potesse trarre un quadro vivo per carattere e colore, gli offrivano

il _motivo_ del sonetto; ed egli lo notava in fogliolini di carta.

E v'aggiungeva l'immagine saliente o la frase arguta finale ed anche

qualche espressione più significativa per caratteristica naturalezza;

immagini, frasi, espressioni udite tutte dalla bocca della plebe. Così

in ciascuno di quei fogliolini che egli custodiva con cura stava il

germe e lo scheletro d'un sonetto. La polpa ce la metteva egli e senza

stento, poi che il pensare, il sentire e il parlare del popolo gli

erano passati, dopo tanta consuetudine, in succo ed in sangue.

Tutti i sonetti uscirono da cotesta medesima origine? No certo; come

assai note rimasero nei fogliolini senza trasformarsi in sonetti, così

è da credere che molti sonetti siano nati dalla fantasia del poeta,

senza il soccorso delle note. Ma la sua memoria, per quel continuo

esercizio di ascoltare, scegliere e raccogliere, era così piena di vita

e di discorsi popolari, e la sua fantasia per quell'assiduo comporre

sonetti romaneschi era così atteggiata a quel genere di creazione, che

anche i sonetti scritti d'ispirazione e senza fogliolini non erano che

l'effetto, più o meno avvertito, di immagini fotografate nel cervello

e di materia raccolta e, dopo una trasformazione chimica intellettuale,

assimilate.

La prova più convincente che l'_io_ del poeta aveva nella creazione

di quell'opera una parte modesta è offerta dalla grigia mediocrità di

tutti i versi italiani scritti da lui. Tanta differenza tra il poeta

romanesco e il poeta italiano sarebbe incomprensibile, se egli fosse

l'unico autore di tutti i suoi versi. Il vero è che la principale

autrice del grande poema belliano fu la plebe di Roma, la cui arguzia

e il cui umore satirico son celebri nella storia.

Merito singolare del Belli fu d'aver saputo cogliere fra le migliaia di

fatti, d'immagini, d'espressioni che gli passavano dinanzi, i tratti

essenziali del carattere, con finissimo gusto di scelta, e di averli

saputi riprodurre con una verità e con un colorito dei particolari e

con una fedeltà ed una schiettezza di rappresentazione, da metterci

innanzi il quadro vivente, illuminato dalla genialità dell'arte. E

però egli è grande e fra i poeti italiani del secolo occupa un luogo

eminente; ma creatore non è.

Si è discorso dell'effetto che deve aver prodotto in lui la lettura del

Porta; ed alcuno affermò che il Porta generò il Belli. Io non credo:

corre troppo grande differenza tra i due poeti. Che se da vero la

lettura del Porta avesse eccitato la produzione dei sonetti del Belli,

questi non avrebbero cominciato a piovere nel 1829, quando il Porta

era stato letto da lui nel 1827; ma nello stesso anno 1827 o nel 1828.

Credo perciò che il Porta possa aver acceso nel Belli il desiderio di

scrivere in dialetto; ma non più di questo. Ripeto ancora; il poema

belliano è dovuto in gran parte alla plebe di Roma.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 1 Terza serie - Lettere, scienze e arti · 第 27 / 44 题