Ed ora possiamo esaminarlo cotesto poema nella sua maravigliosa
varietà; ed apprezzarne i principali motivi e le forme principali[4].
Ammirandolo, troveremo la prova di quanto abbiamo affermato e intorno
alla vita romana e intorno al poeta.
Abbiamo già detto che quell'ambiente, visto da quella mente, attraverso
i giudizi del popolo di Roma, doveva generare poesia specialmente
satirica. E la satira difatti tinge del suo colore la massima parte
della produzione belliana: così che il Belli è universalmente noto come
poeta satirico.
La satira, per la vita romana del tempo, doveva esercitarsi e si
esercitò massime sulla religione, sul governo e sul clero; e doveva
essere, come fu, acre e minacciosa. Ma si esercitò anche sui costumi e
sui vizî del popolo, sebbene più blanda, allora, e quasi venata di un
_humour_ bonario.
Della religione il Belli scrisse come chi non ha la radiosa visione di
Dio, non il dolce conforto della fede, per essere stati spenti l'una e
l'altro dalla volgarità della simonia, dalla irrazionalità dei dogmi,
dagli eccessi del culto. La sinistra luce che dal prete egli proietta
anche sulle più pure concezioni, come Cristo e Maria, spiace, perchè
spiace ogni eccesso; ma la fine arguzia, la logica stringente, la frase
scultoria abbattono con tale violenza idoli, costruzioni teologiche e
precetti preteschi, che, dopo la lettura del Belli, pare che su quel
mondo abbia roteato la clava di Ercole.
Un povero popolano invoca per la moglie malata il miracolo di Santa
Filomena e offre candele al prete: (III. 339).
Lui se l'acchiappa e ddoppo: «Fijjol mio
Me disce, vostra mojje a cche sse trova?
Dico: llì llì ppè ddà ll'anima a Dio.»
E llui: «Dec...i ch'io la fo sta prova?
Rieccheve li moccoli, perch'io
Nun vojjo scredità una santa nova.»
Ecco come si ragiona per difendere gli ebrei dall'accusa d'aver
crocifisso Gesù: Gesù discese in terra
Cco' l'idea de quer zanto venardì.
Dunque, seguita a ddì Bbaruccabbà,
Subbito che llui venne pe' mmorì,
Cquarchiduno l'aveva da ammazzà. (IV. 162).
E perchè San Gregorio Magno era consigliato dallo Spirito Santo, che
nei dipinti figura dipinto all'orecchio suo?
Va spargenno pe Rroma un framasone
Ch'er papa san Grigorio tammaturco
Era un furbo e un maestro de finzione.
E pprotenne quell'anima de turco
Che in ne l'orecchia, pe'cchiamà er piccione,
Ce se metteva un vago de granturco. (IV. 223).
Perchè il Vicario di Cristo mantiene i soldati, mentre il figliuolo di
Dio non li ebbe?
«Fijjo, disce, voi sete un iggnorante,
E nun zapete come li peccati
Hanno fatto la cchiesa militante.
Pe' cquesto er Papa ha li surdati sui,
E ssi Ccristo teneva li sordati,
Sarebbe stato mejjo anche pe' llui.» (V. 291).
Ma del resto, fiacchi soldati i papalini. Un plebeo che racconta i suoi
mali e le sanguigne sofferte, esclama: (II. 325).
Venti libbre de sangue! eh? cche ccanajje!
L'esercito der Papa nun ce tiggne
La terra, manco in trentasei bbattajje.
La carrozza che portava il miracoloso Bambino Gesù dell'Ara Coeli
ribalta: (V. 132).
La cosa in zè mmedema nun è ggnente,
Ma a sti tempi che ppoco sce se crede
Va' cche impressione possi fà a la ggente!
Ggesù Bbambino, inzomma, fa sto sprego
De miracoli, e llui non ze tiè in piede!
Prima càrita ssincipi tabbègo.
Cotesto proverbio latino mal concio, invocato a sostegno della tesi,
è un'uscita geniale. Ne potrebbe essere più comica l'antitesi in Santa
Rosa: (II. 366).
Santa Rosa era sciuca e annava a scola;
E ffascenno la cacca a la ssediola,
Tirava ggiù mmiracoli a ccarrette.
E, prima di riferire qualche saggio di satira politica, importa
riprodurre per intiero _Er fugone de la sagra famijja_, in cui la forza
satirica, velata dalla forma burlesca, raggiunge il vertice dell'arte:
(II. 19).
Ner ventisette de dicemmre a lletto,
San Giuseppe er padriarca chiotto chiotto
Se ne stava a rronfà ccom'un porchetto
Provanno scerti nummeri dell'otto;
(sogliono i popolani sperimentare la bontà dei numeri pel lotto,
ponendoli la notte sotto il guanciale).
Cuanno j'apparze in zogno un angeletto
Cór un lunario che ttieneva sotto;
E jje disse accusì: «Gguarda vecchietto,
Che festa viè qui ddrento a li ventotto.»
Se svejjò San Giuseppe com'un matto,
Prese un zomaro ggiovene in affitto,
E pe' la prescia manco fesce er patto.
E cquanno er giorno appresso uscì l'editto,
Lui co' la mojj'e 'r fio ggià cquatto quatto
Viaggiava pe' le poste pe' l'Eggitto.
Nella satira politica (e se ne intende agevolmente la ragione) il Belli
è anche più violento ed amaro. Papi, cardinali, monsignori, curati,
preti, frati, governatori, decani, favoriti, tutti son frustati; il mal
costume, il disprezzo delle leggi, la disonestà delle amministrazioni,
i lussi sfrenati, le acerbità del Fisco, le crudeltà delle persecuzioni
politiche e la tolleranza dei delitti, gli abusi d'ogni maniera sono
immortalmente designati all'odio e al disprezzo degli uomini, in figure
che paiono fuse nel bronzo.
Papa Gregorio era un beone.
Ho sentito mo ppropio de risbarzo
(Maah! mmosca veh! nun me ne fate utore)
Che Llui, Su' Santità, Nuostro Siggnore
Spesso se scola un quartarolo scarzo. (V. 118).
(Riflettete all'antitesi tra Nostro Signore e il quartarolo).
Papa Gregorio aveva fama d'uomo timido, e il Belli scrive cotesto
capolavoro: