Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito
semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la
figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli?
Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato
che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla
benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia
sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto
aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e
tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve
mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore
grande all'irradiamento dell'_io_.
Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella
solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il
concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita.
Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava
nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto
dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre
lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore
melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo
che al lamento e alle lagrime.
Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente
morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva
l'ambiente.
Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal
cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e
non sapeva entusiasmarsi.
Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava,
e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della
fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa
ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del
pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria
italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante.
L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei
quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e
nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e
fiacco.
La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo
burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato
— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua
coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito.
Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon
cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi
del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del
pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale
poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso,
perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli
anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora
partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo
come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare
sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli
invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si
piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla
mano del fato e dagli avvenimenti.
Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici
che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria
al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e
chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso?
Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e
continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli
fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e
l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma
anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli
cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli
che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano.
Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo
della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo
medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è
ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri
chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a
lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare,
fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la
letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede
scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere
ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza
discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a
destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il
Belli credette di nuovo.
Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi
che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi
alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con
impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun
aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva
e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere
il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a
raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva
così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente,
riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e
della assidua lima.
Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine
gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero.
La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano
gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze.
Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana
era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza
passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di
forme retoriche, manifestava puramente il vero.
Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze
sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi
di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza
insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon
senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia
nel componimento e varietà infinita di particolari.
Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali
all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il
particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per
coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il
sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta
si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più
liberamente il pensiero.
Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua —
intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non
importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria
conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si
attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte.
Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed
ebbe grande potenza di assimilazione.