III.

Dalla narrazione della sua vita, ch'io a bella posta ho riferito

semplice e nuda di osservazioni e di giudizî, quale appare a noi la

figura morale e intellettuale di Giuseppe Belli?

Dalla gratitudine ch'egli sentì per la moglie, dall'amore sviscerato

che portò al figliuolo, dall'affetto che lo strinse agli amici, dalla

benevola consuetudine che serbò verso la marchesina e la famiglia

sua, dobbiamo dedurre ch'egli fosse d'animo affettuoso e soprattutto

aperto ai sentimenti domestici, miti e quieti. Anzi, la sua casa e

tutto quanto lo circondava amava così, da non tollerare il più lieve

mutamento. Il che significa timidezza di spirito e misantropia e amore

grande all'irradiamento dell'_io_.

Che fosse d'umore melanconico provano le sue lagrime adolescenti nella

solitudine della riva del mare, le sue ripetute dichiarazioni e il

concetto pessimista che si era formato degli uomini e della vita.

Ma non era melanconia elegiaca: la punta della vendetta luccicava

nella nera visione del mondo agli occhi suoi: fanciullo, fu lieto

dei rovesci del commercio paterno, perchè la nave che doveva condurre

lui in Ispagna era stata invece mandata con grano in Africa. L'umore

melanconico doveva atteggiarsi dunque più allo scherno e al sarcasmo

che al lamento e alle lagrime.

Lo scherno e il sarcasmo tanto più vivi sorgevano quanto più rettamente

morale s'era formato l'animo suo e sconciamente immorale appariva

l'ambiente.

Lo scherno e il sarcasmo meglio che l'ira e lo sdegno sgorgavano dal

cuore del Belli, perchè l'animo era mite e debole ed amava la pace e

non sapeva entusiasmarsi.

Chi rammenta la pazienza con cui egli leggeva, annotava, copiava,

e la minuzia con cui osservava e il suo diletto negli studi della

fisica, della chimica, della meccanica; la scarsa parte da lui presa

ai febbrili movimenti della rivolta, all'accesa rigenerazione del

pensiero, alle grida di patria e libertà di cui fremeva la nuova aria

italiana, sa come la sua non fosse natura ardente e vibrante.

L'indole e il non rigoglioso vigore del corpo e i casi della vita, pei

quali fin da fanciullo aveva dovuto tremare nelle tempeste politiche e

nei forti venti della rivoluzione, costituirono un carattere timido e

fiacco.

La rassegnazione con cui egli, artista, si piegava all'esauriente giogo

burocratico e adempiva scrupolosamente il suo dovere di buon impiegato

— vada la barbara parola, — mentre ci prova l'onesto fondo della sua

coscienza, ci dimostra l'arrendevolezza del suo spirito.

Egli della cosa pubblica non si interessò quanto avrebbe dovuto un buon

cittadino. La sua mente non si fermò a riflettere sui grandi problemi

del tempo e a risolverli: così che gli mancò la sicurezza piena del

pensiero; nè alla deficienza del contenuto politico intellettuale

poteva supplire l'impeto santo del cuore e il sentimento generoso,

perchè la sua non era tempra passionale. Che avvenne? In quegli

anni, nei quali le tempeste ruggivano abbattendo e spazzando, ed ora

partivano da mezzodì, ora da settentrione, conveniva avere animo fermo

come torre per non piegare ora a dritta ora a sinistra, e conservare

sempre il carattere medesimo in mezzo ai più contrarî ambienti. Egli

invece, che pensava e sentiva come abbiamo detto, fu il giunco che si

piegò: si lasciò colorire dalla luce di fuori, si lasciò plasmare dalla

mano del fato e dagli avvenimenti.

Dopo ciò, è da maravigliarsi se egli, per quegli affetti domestici

che sentiva, sacrificò i politici che non sentiva e immolò la patria

al figlio, la geniale musa romanesca alla rettorica dell'Accademia, e

chiese l'officio e lo stipendio a quel Gregorio XVI che aveva vilipeso?

Piuttosto è da maravigliarsi che, ottenuto il favore, non tacesse, e

continuasse a scrivere sonetti acri e pungenti; e neppur questo gli

fa onore, chè il sacrificare definitivamente una cosa all'altra e

l'essere, se non buon cittadino, uomo grato era pure da apprezzare. Ma

anche pei mutamenti improvvisi e radicali occorrono caratteri; i deboli

cercano sempre di conciliare il passato col presente e d'essere quelli

che sono, pur non lasciando di essere quelli che erano.

Fu religioso il Belli? Se si pone mente al primo e all'ultimo periodo

della sua vita, conviene rispondere di sì; se si pone mente al periodo

medio, a quello del Belli geniale, conviene rispondere di no. Il vero è

ch'egli in religione come in politica non fu saldo e non ebbe pensieri

chiari e certi, come non ebbe sentimenti accesi. Finchè durò intorno a

lui l'ambiente favorevole e rimase l'effetto dell'educazione familiare,

fu religioso; quando prevalse lo spirito dei tempi nuovi e la

letteratura volterriana e l'arte sua fu vivace e peccaminosa, la fede

scomparve; quando tornò l'onda reazionaria, e il suo timido carattere

ebbe sentito orrore degli eccessi rivoluzionari e la vecchiezza

discese, come un tramonto lunare, a velar passioni e fantasie e a

destare pensieri e melanconie della futura notte dell'altra vita, il

Belli credette di nuovo.

Ma se l'animo del poeta era debole, l'intelletto era vigoroso. Noi

che conosciamo ora il suo cuore, sappiamo ch'egli non poteva levarsi

alle altezze sublimi del sentimento vivificatore, che non poteva con

impeto d'ala accendere gli animi. Ma al suo sguardo sagace nessun

aspetto di cosa o movimento d'anima sfuggiva: la sua mente raccoglieva

e giudicava, raffrontando e rievocando. Egli sapeva sempre cogliere

il particolare caratteristico, la nota significativa; assuefatto a

raggruppare e a scegliere, aveva acquistato una rara maestria selettiva

così pel fatto, come per l'immagine e per la frase. Minuto e paziente,

riusciva maravigliosamente nel lavoro della perfetta composizione e

della assidua lima.

Arguto e caustico, trovava sempre il pensiero frizzante; dotato di fine

gusto, sapeva sempre dar rilievo di forma al pensiero.

La riflessione, il buon senso, il retto giudizio, se talvolta vietavano

gli alti voli, davano un sapore di sagacia e di verità alle sentenze.

Della verità e della semplice schiettezza la sua mente chiara e sana

era innamorata; e quando essa poteva liberamente esprimersi, senza

passare a traverso la trasformazione di pensieri convenzionali e di

forme retoriche, manifestava puramente il vero.

Nell'opera sua, dunque, non conviene cercare lampi geniali d'altezze

sintetiche, non lusso smagliante di fantasia, non impeti gagliardi

di sentimenti; ma potenti rivelazioni di anime, verità ed evidenza

insuperabili di rappresentazione, vivacità, arguzia, satira, buon

senso, sano giudizio: rilievo e perfezione di forma, fusione d'armonia

nel componimento e varietà infinita di particolari.

Per coteste qualità d'animo e di mente scrisse sonetti ne' quali

all'impeto prevale l'euritmia, al grande quadro è sostituito il

particolare vivace, e l'arguzia finale ha singolare importanza. Per

coteste qualità egli non parla mai, ed evita così di esprimere il

sentimento suo, ma fa muovere e parlare gli altri, nei quali talvolta

si rimpiatta; e la sua timidità gli permette di esprimere così più

liberamente il pensiero.

Esaminando fra poco il metodo di cui egli si servì e l'opera sua —

intendo sempre parlare dell'opera dialettale, chè della italiana non

importa discorrere — vedremo come l'uno e l'altra fossero necessaria

conseguenza dell'uomo e del tempo, e come all'uomo e al tempo si

attagliassero; e però la poesia del Belli è grande arte.

Ma il Belli, per esprimermi in sintesi, fu più artista che poeta, ed

ebbe grande potenza di assimilazione.

La vita Italiana nel Risorgimento (1846-1849), parte 1 Terza serie - Lettere, scienze e arti · 第 26 / 44 题