Giuseppe Belli (Gioacchino non è che uno degli ultimi nomi impostigli
al fonte battesimale) nacque in Roma il 7 settembre 1791 da Gaudenzio e
da Luigia Mazio: gli antenati paterni erano stati computisti: il padre,
con maggior fortuna e decoro, aveva intrapreso il commercio. Durante i
rivolgimenti politici, poi che il generale Valentini, dalla famiglia
Belli ospitato e occultato, fu dai Francesi mandato a morte, essa fu
costretta a fuggire. Ma, passando la notte in un albergo del Regno di
Napoli, fu derubata di diecimila scudi, cioè di tutto quanto possedeva.
E in Napoli l'attendevano nuovi pericoli e stenti.
Se non che, tornato in Roma il pontefice Pio VII volle compensare
il fedele amico, e Gaudenzio Belli ottenne un lucroso ufficio nella
darsena di Civitavecchia. Allora i parassiti si addensarono intorno
a lui: egli, generoso, li ospitava, e la sua casa risonava di feste
e di risa, aperta a conviti di allegre brigate. Il piccolo Giuseppe,
austeramente trattato dal padre, non si compiaceva di quei chiassi
e di quel vivere grasso e ridanciano: anzi, melanconico, cercava la
solitudine, fantasticava sentimentalmente la sera presso la riva del
mare, e sovente si ritrovava cogli occhi umidi di pianto.
La famiglia ebbe a patire un nuovo furto di settemila scudi da sette
grassatori mascherati, presso Civitavecchia, e così il futuro poeta
satirico cominciava a conoscere per esperienza propria come fossero
difesi le persone e gli averi dei cittadini dal governo pontificio.
Egli, sebbene severamente trattato, si mostrava poco attento e
volenteroso nello studio del latino; ne le pene gravi (per essersi
ritenuto un soldo il padre lo rinchiuse per tre giorni in una camera
buia) gli corressero l'umore alquanto acre e vendicativo.
Frattanto, invasa la darsena da una mortale epidemia, Gaudenzio,
prodigo della vita come già delle sostanze, si diede a curare i
galeotti e a tentar ripari contro il flagello; ma prese egli stesso il
contagio e ne morì.
Qui cominciarono disagi e dolori; Giuseppe, mandato alla scuola,
studiava e vinceva i compagni, ma era insofferente delle battiture,
metodo scolastico allora in voga; e non volendo sopportare una ingiusta
pena abbandonò la classe.
Nel 1807 perdette la madre; ed eccolo, giovinetto appena, costretto a
pensare alla famigliuola orfana e a soffrire amaramente della pietosa
ospitalità dello zio, che gli faceva sentire tutto il peso della
concessa elemosina. L'umore malinconico e gli avvenimenti lo venivano
così formando pessimista.
Occupato, nella computisteria del Principe Rospigliosi, accenna a
prendere la via dei disordini e a frequentare le male compagnie;
così si eccita e si anima, e nel pessimista si prepara il sarcastico
motteggiatore. Ma torna poi ai savi propositi. A 17 anni scrive i primi
versi, italiani, che, come tutti gli altri italiani scritti dopo, erano
senza impeto di sentimento, senza gagliardia di pensiero, senza grazia
di forma.
Dopo essere passato dall'uno all'altro officio, ottenne una grama
pensione e soffrì la fame. Migliorò stato entrando come segretario del
Principe Poniatowski, ma non vi rimase a lungo. Frattanto il fratello
gli moriva e la sorella si votava monaca.
Egli proseguiva negli studi letterari; fondava insieme con altri nel
1813 l'Accademia Tiberina — era quello il tempo delle Accademie, vere
cooperative d'incensamento — e imbevuto di poesie romantiche e specie
di quelle dell'Ossian, continuava a comporre, oscillando tra varie
forme. Il primo suo volumetto stampato fu: _La Pestilenza stata in
Firenze l'anno di Nostra salute MCCCXLVIII_, scritta, secondo afferma
lo Gnoli[3], nel 1812 e nel 1813.
Ma la sua attività intellettuale non si arrestava allo scriver versi;
egli studiava le scienze fisico-chimiche e fisico-matematiche, e ne
scriveva; studiava la lingua francese e l'inglese; si addestrava, come
un meccanico, a costruire ingegni; leggeva molti libri e ne scriveva
sunti ordinati; osservava avvenimenti, vita, costumi, e annotava le
osservazioni. Si occupava anche di storia e geografia, e suonava il
violino; nè ometteva di copiare lunghi brani dei libri letti.
Tornato in Roma Pio VII nel 1814, egli, che non aveva mai amato ne
ammirato Napoleone, acclamò quello in versi, assai violenti contro gli
empi.
Di lui intanto si invaghiva la signora Maria Conti, vedova del conte
Pichi, ricca ma di dieci anni maggiore. Egli voleva resistere, per non
essere mantenuto dalla moglie; ma alla fine, nonostante la contrarietà
dei parenti di lei, si piegò per la promessa, dalla Conti stessa
ottenuta, di un ufficio presso il Governo, con dieci scudi mensili di
stipendio. E così nel 1816 egli si congiunse in matrimonio.
Presso le compagnie il Belli era noto come un burlone, un collettore e
arguto raccontatore di aneddoti e facezie, abilissimo nel contraffare
altrui.
Acquistata l'agiatezza, egli potè con energia e tranquillità attendere
ai suoi studi; intraprese dei viaggi annuali, durante i quali molto
osservava ed annotava; e s'innamorò anche di una marchesina, che
dapprima parve corrispondergli, poi si maritò per amore. A lei rimase,
per altro, legato sempre da amicizia e da affetto: anzi, ebbe cari la
figliuola di lei e, quel che è più maraviglioso, lo stesso marito.
Godendo la pensione dell'officio, cui non fu più costretto ad
attendere, se la passava lietamente, ed ebbe tempo e piacere di
correre, nel carnevale, mascherato per le vie di Roma, dicendo facezie.
Mentre viaggiava ed osservava e notava (di Firenze sopratutto scrisse,
e comprese quanto la vita sua differisse da quella di Roma), nel
Settembre del 1827 acquistò per novantasei bajocchi i due volumi del
Porta, che lesse e rilesse, e che valsero forse a volgerlo alla poesia
dialettale; alla quale più liberamente potè dedicarsi uscendo, come
fece, nel 1828 dalla prigione intellettuale dell'Accademia Tiberina. Ed
ecco giunto, quand'egli contava poco meno che quarant'anni, il felice
periodo della sua gloria; periodo non lungo, durante il quale scrisse
più di duemila sonetti in dialetto romanesco, flagellando Chiesa,
clero e costumi; e fu il Belli forte, geniale, celebrato. I sonetti
si diffondevano manoscritti per Roma, e tutti li conoscevano e li
ammiravano.
Nel 1837 perde la moglie, che lascia anche imbarazzi finanziari, dei
quali egli si sgomenta. Il colèra invade Roma e fa strage; e Giuseppe,
temendo di morire, affida al Biagini, chiusi in una cassetta, i suoi
sonetti; pare che ne desiderasse, in caso di morte, la distruzione...
Nel 1838 rientrava nell'Accademia Tiberina; nel 1839 pubblicava,
editore il Salviucci, dei versi italiani scritti in quel torno; e nel
1840 si volgeva a quel pontefice Gregorio XVI che aveva flagellato
ne' sonetti, perchè gli concedesse un ufficio da lucrare; e a ciò lo
persuase il grande, singolare amore che portava a Ciro, figliuolo avuto
dalla Conti e divenuto primo pensiero e prima cura della sua vita.
Così si preparava l'evoluzione. Dalla morte della moglie al 1849,
ultimo della sua musa dialettale, cioè in 12 anni, il Belli non scrisse
che 318 sonetti; mentre dal 1828 (non importa tener conto dei soli
quattro sonetti anteriori a quest'anno, nè degli otto senza data) al
Luglio del 1837, cioè in 9 anni, ne aveva scritti, salvo errore, 1812.
Ottenuto l'ufficio, che dopo due anni gli rese più di 40 scudi mensili
di stipendio, il Belli scrisse ancora sonetti aspri e fieri contro
il Pontefice e il Governo; ma la vena si inaridiva. Nel 1845 egli
ottenne da Gregorio XVI d'esser giubilato e con l'assegno cui avrebbe
avuto diritto se avesse prestato l'opera sua per 37 anni; e fu questo
un singolare favore. Ottenuta la pensione, Giuseppe, anzichè tacere
dischiuse una nuova fioritura romanesca (in poco più di 3 anni circa
duecento sonetti) e continuò a dir male di papa Gregorio, dei Cardinali
e dei preti, mentre in lingua italiana pensava e scriveva diversamente.
Partecipò egli pure degli entusiasmi per Pio IX, pontefice liberale;
ma le violenze e i torbidi della repubblica che successe compirono
la metamorfosi; e dopo il 1849 il Belli divenne reazionario. Nel
testamento del 1849 egli rinnegò i sonetti romaneschi; e li consegnò
al Tizzani perchè li bruciasse. Ma fu notato che, se avesse voluto
bruciarli davvero, li avrebbe bruciati da sè. Il Tizzani li conservò,
e così fu possibile l'edizione Barbèra e poi quella completa del Lapi,
degnamente curata dal Morandi.
Tornato Pio IX dopo la repubblica, il fiero flagellatore del clero
scrisse in lingua italiana un violento sonetto contro il Mazzini
e i liberali; e prestò poi l'opera sua alla censura pontificia;
e si mostrava più dei preti insofferente ed eccessivo. Attese a
volgarizzare gli inni ecclesiastici del Breviario, e nel 1859 scrisse
due componimenti in ottave sulla Passione. Ma la trasformazione dei
sentimenti e dei pensieri aveva generato anche la trasformazione
dell'arte: la splendida parentesi di gloria aperta dal 1828 al 1845
si era chiusa, e il Belli finiva come aveva cominciato: verseggiatore
italiano men che mediocre.
Morì nel decembre del 1863; ma il Belli celebre era morto da un pezzo.