Per intendere e giudicare convenientemente l'opera poetica dialettale
di Giuseppe Belli occorre rievocare il quadro della vita romana quale
fu dal 1830 al 1848, seguire il corso della vita di lui, penetrare
nell'anima sua e comprenderla.
Roma si riassumeva allora nel Vaticano. Il supremo Pontefice, candido
nella veste e magnifico, circondato dalle porpore cardinalizie e
dallo stuolo solenne dei prelati, difeso dalla cavalleria dei dragoni
dall'elmo crinito e lucente, appariva alle turbe come l'immagine
della potenza divina in terra; e allo splendore delle forme esteriori
rispondevano la forza e l'autorità che non conoscevano limite o legge.
La necessità di accrescere prestigio ai ministri della religione e di
attrarre genti ed oro alla basilica universale aveva moltiplicato le
feste e gli apparati; dal _Corpus Domini_ a _San Pietro_, dal _Natale_
e dall'_Epifania_ alla _Pasqua_ erano sempre cerimonie, scampanii,
processioni: di quando in quando canonizzazioni, beatificazioni,
pellegrinaggi.
Il giorno di Pasqua, dopo la messa, era solenne la benedizione del
Pontefice dalla loggia Vaticana. Sulla piazza formicolavano migliaia
di persone. A un tratto il crocifero entrava sulla loggia, e si
faceva profondo silenzio. Tra i flabelli, sulla sedia gestatoria
appariva il Pontefice, e, levata la mano, benediceva il popolo: le
sacre parole sembravano squillare nel silenzio della piazza gremita.
Dopo la benedizione tonava il cannone, s'alzava il rullo del tamburo,
squillavano le trombe. Quasi abbracciati dalle due curve delle colonne
vaticane, i cattolici di fuori commossi adoravano il Pontefice-Dio: i
romani ammiravano lo splendore della festa ma argutamente sorridevano.
Sorridevano, perchè quel papa divino essi lo conoscevano per un beone
volgare, quella mistica benedizione vibrante di cristiano amore la
udivano dalla bocca di colui che ordinava supplizi e prigionie; e i
cardinali amavano le belle, gli alti dignitari vendevano cariche e
favori.
Lo spirito simoniaco del clero cattolico, che aveva un tempo acceso
i primi fuochi della Riforma, era giunto nella Chiesa di Roma al
guadagno quotidiano. Basti rammentare che fino per la benedizione delle
bestie il calendario notava il suo giorno: quello di Sant'Antonio;
e si davano candele e si pagavano quattrini; e il privilegio, poichè
tutto era privilegiato, di benedire asini, porci e capre lo godeva la
confraternita di Sant'Eligio dei Fabbri-ferrai[1].
Ma perchè fossero meglio allettati i forestieri che venivano nella
metropoli e fosse rallegrato il popolo (_dare panem et circenses_),
alle feste sacre si alternavano le feste profane.
Le ottobrate romanesche, come le maggiolate fiorentine, invitavano ai
campi; ma poichè l'agro romano non si allieta di floridezze agresti,
le gite avevano per fine i pranzi nelle osterie. Nelle _botti_ o
_nei legni a quattro posti_ le _minenti_, avvolte le spalle ampie e
matronali nei fazzoletti di seta dai colori vivaci, col seno opulente,
costretto da una vita pure di seta, splendevano per collane, orecchini
e fermezze d'oro. In altre _carrettelle_, divisi dalle _minenti_,
sedevano i popolani, con le giacchette e i calzoni di velluto. Sul
cappello fiori: e un cantare, un gridare, uno stamburare da per tutto.
Ma poi dal vino le risse; luccicavano i coltelli, il sangue scorreva:
le guardie del Papa non se ne curavano.
Non meno delle ottobrate erano famosi i carnevali romani. I _carri_
con le maschere si commentavano come avvenimenti: le battaglie di fiori
e confetti servivano per accendere gli amori, e sullo _scalinone_ del
palazzo Ruspoli nel Corso andavano a sedere, nascoste dalla maschera,
signore nobili e belle; Massimo D'Azeglio ne sapeva. La corsa dei
_barberi_ entusiasmava il popolo, e i _moccoletti_ spenti e riaccesi
l'ultima sera come una miriade di lucciole illuminavano la morte
del buon umore. Dopo, quaresima e digiuni. I romani avrebbero meglio
tollerato qualche nuovo reggimento francese o una gabella di più, che
il divieto del carnevale.
Si tentava così di distrarre verso le esteriorità delle feste l'animo
dei romani: si dava sempre pascolo all'occhio perchè il cervello non
avesse tempo di pensare. Guai, se avesse pensato!
Le leggi non si rispettavano; i privilegi e i monopoli più odiosi
si concedevano ai favoriti del clero. Tutto e tutti dovevano cedere
alla tirannia del prete, che con la forza della religione dominava
nelle pareti domestiche, con la forza del governo sulle vie e sulle
piazze. Non solo l'atto, ma la parola, il pensiero, il sentimento
erano spiati e sorpresi e violentati; una mano di ferro intollerabile
comprimeva propositi e palpiti: la dignità calpestata, la vita
pubblica sepolta, le attività intellettuali imprigionate, gli affetti
domestici insidiati. Sacerdoti onesti e buoni non mancavano; ma
l'eccezione conferma la regola. Mastro Titta, il carnefice, eseguì in
68 anni 517 pene capitali; le prigioni rigurgitavano; gli esilî erano
quotidianamente comandati.
Papa Gregorio, dal naso rosso e bitorzoluto per l'eccesso del bere,
reazionario, freddo, crudele, proibiva gli asili d'infanzia, non
permetteva la costruzione delle strade ferrate e financo vietava ai
vetturini di percorrere più d'una determinata distanza al giorno.
Con questa mente e con questo cuore, governava i Romani. Il suo primo
ministro un tiranno: il cardinale Lambruschini; il suo favorito un
volgare: Gaetanino Moroni; il suo tesoriere uno sciocco: il cardinal
Tosti.
I fasti della Corte e del Clero e le pensioni a principi e cardinali
pesavano aspramente sul popolo; l'erario era esausto; s'imponevano
nuove gabelle, la rapace _mano regia_ colpiva fulmineamente i
cittadini, e non si esitava a contrarre debiti all'enorme tasso del 65
per 100.
Ai tentativi rivoluzionari del 1830 e del 1831, soffocati dalla
reazione più crudele, successero la carestia e il colèra del 1837.
Nè ai danni morali e materiali potevano riparare i romani. Essi non
conoscevano industrie, non conoscevano commercio: le campagne squallide
e deserte, la città muta e senza popolo. Gli studi scientifici tarpati
e rinviliti dal dogma e dallo spirito retrivo; le arti e le lettere
languenti. Ai romani il governo papale, per dominare sicuro con le
baionette straniere, aveva vietato la genialità sapiente che sa far
valere il giusto e l'onesto, il virile esercizio delle armi che tempra
il carattere e prepara alle lotte, la produttività economica che
dà i quieti agi e la indipendenza. Così Roma, se pur avesse voluto
insorgere, non avrebbe saputo come nè con quali mezzi: e se voleva
vivere, doveva ricevere il pane dal principe padrone o dalla bottega
ecclesiastica.
Nè erano onesti i costumi. Migliaia di preti e frati, non sapendo o
non potendo vincere i cattivi istinti, diffondevano la corruzione e
dovevano, per difendersi, ricorrere alla violenza o alla ipocrisia. Il
malo esempio dalle più alte cime discendeva alle radici: dal cardinale,
al monsignore, al curato, al prete; dalla principessa, alla ricca
borghese, alla popolana. Non mancavano nobili dame che concedevano agli
umili i proprî favori: molte avevano più d'un amante: non rari mariti
conoscevano e accettavano la protezione ecclesiastica sulla moglie: la
facile concessione si pagava con doni o con sussidi; e se una ragazza
si sentiva madre e invocava l'aiuto del curato o d'altro prete, ben
dotata andava a marito.
Le vie della città sudicie: non decoro edilizio, non cura d'igiene,
non comodo moderno. La notte rari lumi rompevano le tenebre delle
viuzze tortuose: qua e là Madonne e Santi con lampade accese. I ladri
imperavano da padroni, assalendo e depredando case e viandanti,
senza che il Governo si curasse di proteggere la vita e gli averi
dei cittadini. Il coltello sempre lampeggiante nelle osterie; il
turpiloquio diffuso. Pei delinquenti volgari pietà negligenza; pei
politici rigore tirannico; la libertà al ladro _transeat_, ma al
giacobino non mai.
Quale, in cotesta vita, doveva essere la natura del popolo?
Il clima umido e molle, l'aria grave e non avvivata da ossigeno di
piante, e forse anche l'eredità per l'ozio e l'abbandono secolare
facevano il romano grave e neghittoso. Egli aveva retto giudizio,
buon senso, intuito della convenienza, ma non conosceva vivacità ed
entusiasmo. La storica grandezza lo aveva fatto superbo, il governo
papale ignorante ed ozioso.
I romani erano grandi di animo: davano generosamente e non temevano la
morte. Il _decus_ antico come era rimasto nella linea del volto e del
fianco muliebre, così era rimasto nel sentimento e nel tratto virile,
ma sforzato e falsato e contorto dai mali influssi clericali; la
dignità era degenerata in rozzezza. Festaioli e ridanciani, duri nella
forma e propensi al lazzo, amavano il bel tempo e lo _scialo_, odiavano
l'attività laboriosa. Eleganza di vita, squisitezza di sentimento,
cortesia di forma non sapevano che fossero.
Erano troppo evidenti i vizi del clero e l'artificiosa esaltazione
di santi e d'immagini miracolose perchè potesse fiorire nel cuore del
popolo la fede pura che fa grandi e onesti: come l'idolatria sensistica
era stata sostituita alla mistica adorazione dello spirito, la fede
cedette il luogo alla superstizione. L'ignoranza e la fantasia diedero
a questa corpo ed ombre; e da ciò leggendari timori, stregonerie e
chimere.
L'ozio generava la mendicità, che governo e ambiente fomentavano: fare
il povero era un'industria, si prendevano più che ora in affitto i
bimbi per impietosire i passanti.
Così fatto dalla natura e dal corso degli avvenimenti, quale doveva
mostrarsi il popolo romano di fronte al governo tirannico e tristo?
Aveva luce d'intelligenza e forza di senso morale per conoscere i
mali profondi e dolersene: l'acume del retto giudizio gl'insegnava
diagnosi e critica: ma il difetto di vivacità e d'infiammabilità non
gli concedeva di appassionarsene, mentre la neghittosità naturale e
l'abito dell'ozio gli vietavano di pensare al riparo e di porre in atto
i propositi. La superbia soffocava il lamento, l'apatia spegneva l'ira.
Che poteva restare? Quella che nella tradizione storica germogliò
spontanea nell'animo dei romani, dalle antiche atellane alle moderne
pasquinate: la satira.
Il popolo di Roma rideva amaramente, e sferzava a sangue uomini e
costumi, non senza, talvolta, qualche tenue vena di _humour_, soffio
moderno nello spirito antico. E nel periodo in cui visse il Belli,
una maschera originale riassumeva la satira: quella di Cassandrino,
impersonata in Filippo Teoli. Filippo Teoli era un orafo che il giorno
lavorava ed osservava dalla sua bottega sul Corso, e la sera, di
fronte al Caffè Ruspoli, nel Teatro Fiano, muoveva le sue marionette,
motteggiando e deridendo. «Cassandrino (annota il Belli a un suo
sonetto), l'attuale maschera, consiste in un vecchietto vestito alla
moda dei nostri avi, alquanto ignorante ma arguto molto e fecondo di
popolali facezie, che esprime con una voce veramente atta a muovere le
risa»[2].
Tale era la vita che si offriva a Giuseppe Belli come fonte della sua
poesia dialettale.