CAPITOLO DECIMOTERZO.

Flebil vista a mirarsi

Sulla terra stillar vile e negletto

Il tronco, onde Ellesponto anco paventa:

Atro il bel volto e sparsi

I crin fra il sangue, e del feroce aspetto

La bella luce impallidita e spenta!

CHIABRERA, _Ode in morte di Astore Baglione_.

Gian Giacomo Medici aveva riportata una nuova vittoria che poteva

riuscire terminativa delle contese se avesse avuto soldati in

sufficiente numero da potere conseguire tutti i vantaggi a cui apriva il

campo. Venuto colle navi a Lecco, seppe che il nemico erasi già

impossessato della prossima terra di Malgrate; prese quindi i necessarii

concerti col capitano Alvarez Carazon che comandava il suo presidio di

Lecco, ed il secondo mattino da che quivi era giunto s'accostò coi legni

a Malgrate, ed assalì quel borgo furiosamente vincendo ogni resistenza a

lui opposta dai Ducali. Ricciardo Acursio capitano di questi sostenne

con ogni sua possa il combattimento per mantenersi in quella posizione,

nutrendo sempre la speranza che fosse da un istante all'altro per

sopraggiungere il Vestarino o dal lago o da terra a recargli soccorso

colle sue squadre. Ma questo condottiero Ducale avendo tentato invano,

come abbiamo narrato, di impadronirsi di Bellaggio occupato dai

Mussiani, dai quali anzi venne respinto, non osò nè credette prudente

oltrepassare quel punto ed entrare nel lago di Lecco; per cui l'Acursio

rimasto solo colà, assalito anche di fianco dal Catalano colla

guarnigione di Lecco, fu forzato, dopo grave perdita, a darsi colle sue

genti a vergognosa fuga. Se Medici avesse in quel frangente potuto

inseguire a lungo i nemici, certa cosa è che avrebbe distrutto

interamente l'armata dell'Acursio, ripreso Monguzzo, minacciata Como, e

mandati a vuoto tutti i piani ed i progetti del Vestarino; ma nulla di

tutto ciò fu dato a lui operare, non avendo esso voluto inoltrarsi

dentro terra colle poche bande d'uomini d'armi che si trovava avere, le

quali traevano il loro maggior nerbo dall'appoggio delle navi che

sfilate alla sponda avevano colle artiglierie tanto coadiuvato all'esito

della pugna. Rimase pago però a quanto aveva ottenuto, munì Malgrate, e

sapendo dagli esploratori che l'Acursio rientrato in Monguzzo non poteva

per lunga pezza essere in grado d'intraprendere alcun fatto offensivo,

tornossene sul Brigantino a Musso, onde invigilare alla miglior difesa

del Castello e delle prossime sponde e per aumentare le sue bande

reclutando uomini per quelle terre.

Quasi contemporaneamente al suo ritorno a Musso giunse la notizia che i

Grigioni, eccitati da messi e lettere del Duca e del De-Leyva,

incominciavano a muoversi ed adunarsi dandosi posta a Chiavenna: tale

novella, sebbene riuscisse grave al cuore di Gian Giacomo, pure non lo

fece smarrire, poichè aveva poco addietro ricevuto un foglio da suo

cognato il Conte d'Altemps, in cui lo avvisava avere assoldato il numero

convenuto di schiere tedesche, ed essere queste pronte a mettersi in

cammino alla volta d'Italia al primo aprirsi della stagione onde unirsi

a lui. Per tutto ciò il Castellano pensò attenersi frattanto

strettamente al sistema di difesa, e lasciare che il nemico agisse:

richiamò quindi il Pellicione da Menaggio, in cui s'era tenuto

scaramucciando quasi giornalmente col nemico, che occupava da quel lato

tutta la Tramezzina sino alla Cadenabbia; richiamò pure da Bellaggio

Achille Sarbelloni, Gabriele e Falco, lasciando così libero ai Ducali

d'impadronirsi di quel borgo; il che fecero immantinenti. Rafforzò però

il presidio di Rezzonico, e mandò Sarbelloni col Mandello a Varenna,

tenendo seco gli altri colle navi a Musso.

Trascorse pressochè interamente il febbraio senza che giungesse avviso

al Castello d'alcun movimento nemico, talchè sembrava che tanto il

Vestarino quanto i Capi della Lega Grisa fossero accordati

nell'attendere che al Medici pervenissero gli aspettati soccorsi pria di

nuovamente cimentarsi con lui. Il Castellano nel frattempo adoperava

ogni mezzo per raccorre soldati dalle tre vicine pievi e dai dintorni,

ma l'opera sua e quella de' suoi capitani poco profittava, poichè era

già troppo grande il numero di quelli periti in suo servigio, ed i pochi

robusti terrazzani che ancora rimanevano si rifiutavano di prender parte

ad una guerra che non aveva mai fine, e nella quale s'avevano quasi

certezza di dovere rimanere sagrificati. Non potevansi adoperare le

lusinghe dell'oro per accrescere la leva, poichè quivi il danaro non

soprabbondava in modo da farne scialacquo, tanto più ch'era d'uopo

trovarsene ben provveduti pel momento che sarebbero giunte le truppe

Alemanne: servirsi della forza e delle minaccie era un mezzo forse vano

e certamente pericoloso e provocante le defezioni; onde fu forza a Gian

Giacomo lo starsene alle difese e collocare ogni sua speranza nei

sussidii del Cognato. Egli rimproverava soventi a se stesso, e nei

secreti colloquii anche al Pellicione, il non avere accettato il

trattato di pace fattogli proporre dal Duca; ma agli altri suoi Capitani

parlava con tanta fiducia di se e di loro, e con tanto dispregio delle

armi ducali, che l'eloquente e in apparenza veritiero suo dire manteneva

in essi un'audacia ed una sicurezza ch'egli era ben lungi dal dividere.

Trovavasi però in quel Castello una persona sul cui animo le belle

parole di _nuovo potente esercito_, di _vittoria strepitosa_, di

_conquiste_, d'_ingrandimenti_, proferite ad ogni tratto dal Medici, non

producevano alcun salutare effetto, ispirando invece tutt'altro che

tranquillità, e questo si era il povero Cancelliere, Maestro Lucio

Tanaglia. Ristabilitosi alquanto in salute, non soffriva desso più di

convulsioni, e non aveva avuta altra causa di secreto rancore, prima che

ricominciasse la guerra, fuorchè il silenzio da tutti serbato intorno

all'orazione da lui pronunciata nella chiesa di San-Biagio di Musso per

la morte dei capitani Borserio e Casanova. Ogni qual volta frugando

nelle sue carte gli venivano sott'occhio i fogli su cui era steso quel

discorso che rileggeva a squarci, "Oh! che razza di gente, andava

dicendo tra se, oh che ignoranti! un'orazione di questa sorta, degna non

di que' due barcaiuoli, ma degli almiranti della flotta genovese e

veneziana, beversela su da pappagalli come se fosse stata la storiella

d'un pecoraio! Ah se io ne avessi recitata una simile trent'anni

addietro in Milano ai tempi del duca Moro! sarei stato chiamato subito a

Corte, ed i padri predicatori di tutti i conventi avrebbero fatto a gara

per averne una copia; ma sono spariti quei bei tempi: qui poi non se ne

parli! in questo luogo l'occuparsi ad esporre cose ornate e belle è

veramente un _projicere margaritas ante_... (e si guardò d'intorno) sì

_ante porcos!_"

Quando seppe che nel fitto verno si rinnovavano le ostilità, ch'egli

aveva credute terminate per sempre, sentì rinascere in cuore tutte le

passate inquietudini; veggendo poi retrocedere il Castellano da Lecco, e

il Pellicione, Gabriele, Falco, Sarbelloni dagli altri punti, istruito

che i Ducali trovavansi a Bellaggio e presso Rezzonico, mirando

prendersi le più serie misure di difesa in quella medesima Fortezza pel

caso d'assedio, le sue ambascie e la sua paura giunsero al colmo "Il

signor Castellano, vostro fratello (diceva a Gabriele quando saliva a

ritrovarlo nella sua stanzuccia del Forte) va ripetendo che i Ducali

sono vigliacchi e buoni da nulla, che perderanno Como, che spariranno

dal lago, ed altre novelle di tal natura; ma essi frattanto hanno preso

Monguzzo, e non sono che a quattro passi da queste porte: ciò è tanto

vero, che si veggono ogni giorno trascinare bombarde sui bastioni del

Castello, perchè si teme che ci vengano a fare una visita. Ora come

ell'è questa faccenda? In sostanza chi è che vince e chi è che perde?

Voi siete un giovine prudente e con voi posso parlare: credetemi, vostro

fratello non sarà contento sino a che non ci avrà fatte schiacciare le

ossa sotto queste mura. Dovrebbe, per bacco! averla capita una volta,

che il Duca è un can grosso, e che quegli altri là su delle montagne non

canzonano essi pure: perchè non fare una buona pace, che è la cosa più

comoda del mondo? perchè volersi proprio ostinare a trarci tutti nel

precipizio?"

Il giovine Medici porgeva disattento l'orecchio alle tristi ripetute

elegie del Cancelliere, le quali non producevano altro effetto

sull'animo di lui che di passare come una striscia nubilosa sulla serena

faccia del cielo. Assorto in un'idea che lo rendeva felice, possibile

non era che lo sgomento penetrasse nel suo spirito, improvido d'ogni

infausto avvenire: ciascun giorno egli vedeva Rina, ciascun giorno

s'intratteneva seco lei lungamente, nella sua nuova abitazione di Musso,

e appagamento maggiore ei non sapeva sperare. Falco l'accoglieva colà

come proprio figlio, anzi soventi di lui ricercava, perchè nel forzato

riposo di quei giorni di tregua, non sentivasi soddisfatto se non quando

passava le ore narrando al giovine guerriero le sue passate armigere

vicende, e procurando coll'esempio de' proprii fatti di rendere più

indomito il di lui coraggio, che già s'aveva esperimentato di sì

vigorosa tempra. Orsola rivedeva ognora Gabriele con non minore diletto

di quello che lo facesse il marito: l'amabilità, la dolcezza, il

rispettoso suo contegno avevano guadagnato tutto l'animo di lei, prima

ben anco che si fosse esposto a gravi perigli per la loro salvezza; egli

era inoltre l'unica persona con cui dopo la cangiata dimora avesse

stretta confidenza; e siccome non ignorava i reciproci sentimenti della

propria figlia e di Gabriele, immaginava nei sogni ridenti della sua

fantasia compiti i loro ed i proprii voti, ed accertata per la sua casa

una splendida sorte, ahi! quanto dalla vicina realtà diversa.

Gabriele soleva, dato termine alle militari faccende, partire ogni

mattino dal Castello ed avviarsi là dove la sua venuta era ardentemente

sospirata. Appena egli poneva il passo sul punto dove la strada da mezzo

ai baluardi della Fortezza ed alle mura del porto sboccava aperta sul

lido, sapeva che uno sguardo vigilante riconosceva il suo berretto e il

mantello che lo involgeva, ed un cuore batteva con maggiore veemenza. Al

primo giungere alla casa di Falco, la vista della fanciulla, la cui

beltà riceveva maggiore risalto da un'animata purpurea tinta e dallo

sfolgorare delle pupille che svelavano l'interno giubilo di quel

momento, recava sempre al giovine amante un'impressione, che quantunque

le tante volte sentita e ripensata, sembravagli pur sempre nuova e

vivissima, sì che ne addoppiava l'affettuoso trasporto.

Assiso in quella casa presso un gran fuoco, che ardeva entro un cerchio

di pietre in mezzo ad una camera adorna delle sole armi del belligero

Montanaro, Gabriele ragionava intorno ai nemici, udiva avidamente gli

animati racconti delle gesta di Falco, pascendo ad un tempo gli sguardi

negli sguardi di Rina, e colmando in tal modo il suo cuore dei due più

preziosi alimenti della giovinezza, la gloria e l'amore. Partito di là

il mattino, vi ritornava sul cader del giorno, e allora, se era sgombra

e temperata l'aria, recavasi con Rina e la madre lungo la sponda del

lago, o rimanendo entro la casa stessa, faceva a Rina dai rotondi vetri

d'una gotica finestra, contemplare il lento e successivo degradarsi

della luce, e ottenebrato il vasto prospetto dei monti e delle acque,

miravano insieme il brillare in cielo degli astri scintillanti,

frammettendo sommesse parole d'amore, e talora mormoravano colla madre

le preci della sera a cui invitava l'interrotto squillare dei bronzi

delle torri lontane.

Oh come rapidi trapassarono quei giorni di pura inenarrabile felicità!

Venuti i primi di marzo giunse a Gian Giacomo avviso che nuove schiere

erano arrivate da Milano in Monguzzo al capitano Acursio, il quale aveva

già date tutte le disposizioni per muovere nuovamente contro Lecco, come

eragli stato ordinato; che il Vestarino, raccolte tutte le navi presso

Bellaggio, disponevasi a salpare alla volta di quella medesima Terra per

dar mano alla sua conquista. Il Castellano, sebbene avesse fatto

proponimento di non tenersi che sulle difese, pure sedotto

dall'occasione che stava per offrirgli il nemico di poterlo attaccare

navalmente, nel qual genere di combattimento sentiva quanto fosse

superiore ai Ducali, radunò i suoi Capitani, e fece loro aperto il suo

progetto che venne accolto con unanime applauso. Fu tosto spedito

secreto annunzio di quanto si era per intraprendere ai Capitani che

comandavano le navi Mussiane rimaste a Lecco, cogli ordini e le

istruzioni intorno ai modi che avessero a tenere onde mettere il

Vestarino co' suoi legni fra due fuochi nel momento che meno se lo

attendesse. Per poi determinare vie meglio il Comandante ducale ad

avviarsi per acqua colle truppe a Lecco, il Castellano comandò al

Mandello ed al Sarbelloni abbandonassero Varenna, il che giovavagli

eziandio onde accrescere gli equipaggi delle proprie navi cogli uomini

d'armi comandati da loro.

Tutto fu allestito in Musso colla massima secretezza, e l'avviso ai

soldati di partire sul far del giorno venne dato da Gian Giacomo Medici

quella sera stessa che il Vestarino lo diede in Bellaggio alle sue

squadre, il che egli seppe per mezzo d'avvedutissimi esploratori colà

appositamente mandati.

Gabriele era da poco rientrato nel Castello quando fu a tutti

significato il comando della partenza. Tale notizia fu per lui come un

colpo di fulmine, un gravissimo turbamento lo assalì, e quasi non

potendo persuadersene, corse alle camere del fratello, dalla cui bocca

ne ebbe la conferma: si ritrasse allora nella propria stanza di riposo,

e dopo essere stato seduto alcun tempo facendo molte amare riflessioni,

si diede a pulire le proprie armi e porle in assetto per vestirle il

mattino: ma l'elmo, la spada, la corazza che prendeva a vicenda Ira

mano, lungi dal risvegliare in lui lo spirito guerresco, gli aumentavano

in seno la mestizia e il terrore. Mille tristi presentimenti gli

ingombrarono il pensiero: gli si affacciò alla mente quella vecchia

donna apparsa in aspetto spaventoso nella caverna del Tivano, e le di

lei parole gli risuonarono all'orecchio in tuono magico, funesto:

sentiva che le maledizioni scagliate da quell'essere infernale contro

Falco e la sua casa involgevano esso pure, che era congiunto col cuore

sì strettamente a quella famiglia. Andava crescendo a tali idee il suo

tremore, e gli si fece insopportabile l'angoscia di doversi allontanare

da Rina, sebbene ciò non fosse che per breve spazio di tempo. Stanco,

affannato, appese le ripulite armi presso il capezzale e si sdraiò: il

sonno assopì ben tosto profondamente tutte le sue cure. Un fragore lungo

indistinto lo risvegliò; levossi esagitato: era il vento che fischiava

furioso contro le torri e le mura del Castello. Il suo lume ardeva

ancora ed era lontana l'ora del partire, ma esso più non potendo

sopportare le piume, pensò mettersi in arnese ed uscire di là. Il

languore e la tristezza lo opprimevano, ma alzato lo sguardo alla

parete, vedendovi la sua lucida armatura composta a trofeo, sentì

rinascere l'usato ardore delle battaglie: vestì l'armi prontamente,

s'avvolse nel mantello, e discese nel cortile del Forte. Era oscura

affatto la notte, ma pure vide nelle stanze di Gian Giacomo e dentro

tutti i quartieri del Castello splendere i lumi che indicavano stare i

soldati apprestandosi alla partenza: le sentinelle vegliavano ai loro

posti, le porte erano aperte, ond'egli potè senza difficoltà discendere

dal Forte agli ultimi baluardi ed uscire dal Castello.

Appena si trovò sulla via dirigendosi all'abitazione di Falco, il suo

immaginare cessò dall'essere tetro ed affannoso e benchè non ricuperasse

la primiera calma, il suo dolore non era sì cocente come lo era stato

poche ore addietro, nè provava sentimento alcuno di terrore, quantunque

densa fosse l'oscurità, e il lago agitato da foltissimo vento frangesse

sì grosse le onde al lido da farle salire di quando hi quando a bagnare

la strada su cui egli camminava. Vide alfine un chiarore splendere anche

per entro le finestre della casa di Falco; affrettò ver essa i suoi

passi e vi giunse: allorchè poneva il piede sul limitare, gli pervenne

all'orecchio il rumoreggiare dei tamburi del Castello chiamanti col

primo segno a raccolta; esso battè frettolosamente la porta. Falco, a

cui pure era stato comunicato il comando della partenza e aveva già

indossato il suo giaco e la schiavina, riconosciutolo, venne ad

aprirgli, dicendo: "Ren venuto, signor Gabriele: voi foste più pronto ad

alzarvi dei suonatori di tamburo che stanno adesso sui baluardi battendo

la diana per farci camminare al porto. Vogliamo correre velocemente sul

lago, perchè sento un gran vento, e mi pare che spiri da tramontana: ma

lasciamolo fare, questo è il suo mese; andremo però con un sol quarto di

vela, perchè lo sbattimento delle acque mi indica che il lago è coperto

di montoni". "Dove credi tu che raggiungeremo i Ducali?" richiese

Gabriele tosto che fu entrato in casa.

"Se quest'aria si mantiene sempre favorevole, partendo noi subito

potremo raggiungerli fra Olcio e Mandello, poichè essi non lasceranno

Bellaggio prima che aggiorni perfettamente. Ma voi siete assai pallido,

mio signor Gabriele: che avete? forse la brevità del riposo... il

vento... il freddo?.. Rina, ove sei? vieni ad accendere il fuoco; e tu,

Orsola, reca un vaso di vino. Sedetevi qui: partiremo quando verrà dato

il secondo segnale; intanto riscaldatevi e bevete, che fa d'uopo

scacciare per tempo il gelo dalle ossa per fare una buona giornata. Sta

finalmente per cadere nel laccio anche il Vestarino, quella volpe

vecchia che ci aveva presi per tante galline: chi sa che non siate voi

destinato anche questa volta a decidere le cose facendogli fare la

stessa fine del Gonzaga?"

"Lo volesse il cielo! Il desiderio e l'opera per parte mia non

mancheranno; ma temo che non mi si presenti favorevole l'occasione",

Così rispose Gabriele a cui brillò sul volto un raggio d'ardimento che

dissipò per un istante la grave melanconìa che vi si vedeva impressa.

Salutò cortesemente le due donne che dalla stanza vicina entrarono in

quel punto colà, e deposto il mantello e su esso l'elmetto, s'assise

presso il focolare. Aveva le guance e la fronte coperte d'eccessivo

pallore, cui i neri capelli cadenti dai lati davano maggiore risalto; il

suo sguardo raccolto ed afflitto non s'animò di tutta la vita che

allorquando s'affisò sovra Rina, la quale apparve succintamente vestita,

colle rose del viso scolorite essa pure, e la capigliatura rigettata

senz'arte dietro le orecchie. Ella fece splendere la fiamma, e ritta

presso a quella, al mirare il giovine guerriero, allo scorgerne la

pallidezza e il dolore, tutti i suoi lineamenti annunziarono un'interna

prorompente ambascia, le di lei pupille s'inumidirono e natarono indi a

poco nelle lagrime, che forzavasi invano di trattenere.

Falco prese una delle tazze offerte da Orsola e la presentò a Gabriele,

che fingendo di delibarla la ripose; il montanaro tracannò all'incontro

la sua d'un sorso solo; riconfortatosi appena con quella bevanda lo

stomaco, s'alzò in piedi d'un balzo, perchè s'intesero i tamburi della

Fortezza suonare la seconda chiamata: "Oh che fretta! veniamo, veniamo:

attendetemi un momento, signor Gabriele: vado a prendere il moschetto e

due buoni pugnali e partiremo" Così dicendo recossi nella camera vicina

preceduto da Orsola col lume.

Gabriele s'alzò dal sedile lentamente; un freddo sudore gli copriva la

fronte, s'accostò a Rina che stava come agghiacciata e immobile, le

prese la destra, e guardandola fisamente: "Addio, Rina, le disse, addio!

che le vostre labbra invochino dal cielo il favore di poterci ancora

rivedere". Diede la fanciulla a tai detti in uno scoppio di piatito sì

abbondante, sì rotto, che ben palesò come quelle parole le avessero

tocche le fibre più tese e sensibili dei cuore: coprì gli occhi colla

mano, che fu tosto inondata di lagrime, e con voce soffocata dai

singhiozzi rispose: "Potressimo noi non più rivederci? che dite mai? oh

Dio! è ciò possibile? Temete voi di non retrocedere questa sera con mio

padre dalla battaglia?"

"No, io non lo temo (rispose Gabriele straziato dal di lei crescente

affanno); tutto anzi mi fa sperare, e specialmente la forza delle vostre

preghiere...". Ma non potendo mentire al tremendo presentimento che

l'ingombrava, strinse a lei fortemente la destra, e coll'accento

d'un'angoscia disperata soggiunse: "Ma se mai fosse..? se una spada, un

colpo nemico... se io non dovessi insomma far più ritorno a voi?.. vi

ricorderete di me? pronuncerete soventi il nome di Gabriele, di quel

Gabriele che non sapeva vivere che per voi sola?" Si rizzarono pel

terrore a Rina le chiome, e "Oh cielo, gridò, non abbandonarmi!

Gabriele, uccidimi piuttosto che dir così". E cadendo con, ambe le

ginocchia a terra, esclamò: "Santa Vergine, se questa è l'ultima volta

che io lo debbo vedere, fate che prima ch'ei parta io rimanga qui

morta". S'alzò, e nel delirio dell'ambascia e dell'amore si slanciò ad

abbracciarlo, abbandonandosi colla persona sul petto di lui quasi

svenuta: Gabriele mirando lei posare la smarrita faccia sul suo

corsaletto d'acciaio, piegò ver quella con trasporto il capo e... il

rimbombo d'un colpo di cannone li fece trasalire. Rina rilevatasi corse

incontro alla madre che in quel mentre rientrava, frettolosamente nella

stanza con Falco che disse: "Presto partiamo: hanno dato l'ultimo segno,

è d'uopo affrettarci se non vogliamo essere in ritardo a salire le navi

e farci rimproverare dal signor Castellano". Gabriele ripose in capo

l'elmetto, si ravvolse nel mantello, pronunciò un addio, nè altro vide

nè udì colà eccetto un grido che lo ferì nel momento che oltrepassava la

porta.

Soffiava ancora furioso il vento e le acque del lago sospinte ed elevate

da esso avevano coperta interamente la strada del lido, per cui Falco e

Gabriele dovettero battere altro sentiero più elevato per giungere al

Castello. Pervenuti colà, videro, al chiarore delle fiaccole che

ardevano presso il porto, che le navi la Donghese e il Brigantino, oltre

varie Borbote, avevano già a bordo i rematori e tutti gli uomini d'armi,

non mancandovi che i Capitani, i quali stavano col Pellicione a terra

intorno al Castellano, che tutto coperto di ferro, ma senza penne sul

cimiero, andava comunicando i suoi ordini al fratello Agosto ed al

Cancelliere Tanaglia: quest'ultimo l'ascoltava con visibili segni

d'impazienza, perchè la zimarra che si serrava con gran cautela

d'intorno non valeva a difenderlo dagli acuti soffii del vento. Gabriele

e Falco comandarono tosto alle loro squadre salissero sul legno da

ciascun di loro capitanato, ch'erano l'_Indomabile_ e la _Salvatrice_, e

quando ciò fu fatto, s'accostarono essi pure come gli altri comandanti a

Gian Giacomo attendendo ch'ei si recasse sul Brigantino onde salire

anch'essi sulle proprie navi.

Il Castellano andava ripetendo le più precise istruzioni al fratello

Agosto che lasciava come di consueto al comando del Castello di Musso, e

gliene raccomandava caldamente l'esatto eseguimento: i suoi gesti ed i

suoi lineamenti non avevano però quell'impronta decisa, imperante,

ardimentosa che era ad esso lui abituale e che pareva s'addoppiasse

all'avvicinarsi del cimento: appariva in lui all'incontro

un'inquietudine, un'incertezza che sembrava diffondersi anche sugli

altri guerrieri che il circondavano. Dopo avere parlato a lungo e

ripetute più volte le stesse cose? conchiuse dicendo al fratello Agosto:

"Se mentre noi siamo nelle acque di Lecco accadesse mai che il nemico

s'approssimasse a questa sponda da qualch'altra parte, fa incendiare

l'arsenale, fa entrare i lavoratori nella Fortezza, mettili in armi per

servirtene alla difesa; ricordati di tenere, colle artiglierie più

basse, sgombre di navi Ducali le acque del porto per agevolare al

ritorno il nostro reingresso. Voi poi, Cancelliere, chiamerete a

conferenza il Maestro della mia Zecca, gli ordinerete di desistere dal

far coniare, rivederete i suoi conti, e farete trasportare tutto l'oro e

l'argento nel Forte. Prima però vi recherete alla casa di Musso da mia

sorella Margarita onde narrare ad essa la causa della mia partenza,

persuadendola a stare di buon animo, e sia vostra cura il far disporre

in Castello nella Rocca di Sant'Eufemia un quartiere convenevole a lei e

all'altre mie parenti e persone che seco si trovano, ove dovrete

condurle in caso di pericolo; e ciò farete pure coll'altre donne che

appartengono a' miei Capitani, le quali, abitando in Dongo o in Musso,

desiderassero rifuggirvisi".

Ciò detto, s'avviò col Pellicione dal braccio del molo al ponte del

Brigantino; gli altri Capitani discesero i gradini del porto e dai

battelli montarono alle navi. Gabriele pria di mettersi in acqua

abbracciò il fratello Agosto che quivi rimaneva, e strinse senza parlare

la mano al Cancelliere, che sbalordito dal vento, e colla mente confusa

dalle tante ricevute incumbenze, non s'avvide di lui che quando era già

con Falco sul lago, fece ad esso un saluto a due mani, cui il giovine

rispose, poscia sì tolse di là, e rientrato nel Castello risalì alle sue

stanze del Forte borbottando fra i denti: "L'ho sempre detto io che

vogliono finirla male per forza! Dov'è il giudizio a partire con un

vento di questa sorta che mette il lago sottosopra come un pentolone che

bolle? Di loro veramente non me ne importerebbe gran fatta; sarebbero

tanti pazzi furiosi di meno a questo mondo: mi duole per quel povero

ragazzo che trascinano alla mala fine: egli è un bravo figliuolo pieno

d'ingegno e di buon cuore; peccato che perda il suo tempo dietro la

figlia di quel barcaiuolo dalla rete in capo venuto a star là giù!

Potrebbe sapere a quest'ora tutto il trattato dell'inquartatura e delle

fascie negli stemmi semplici e figurati. Ma pazienza! s'ei trascura

d'approfittare de' miei insegnamenti, peggio per lui: non fa però male a

nessuno: il male chi lo fa veramente è suo fratello. Ha paura che quei

di Como e delle montagne vengano qui, e lui va ad inzigarli a bella

posta per farveli venire: tutti pensano che bisognerebbe starsene quatti

quatti, attendere ai fatti proprii e lasciar tranquillo il mondo, e il

suo bel gusto invece è di stuzzicare il vespaio..! E poi che maniera è

questa di far alzare un galantuomo all'ora dei gufi, e tenerlo lì a quel

vento che schianta gli alberi, per darci l'incarico di rivedere i conti

del Maestro della Zecca, che fa più colonne di numeri che non siano

corde in una nave e confonderebbe co' suoi scartafacci il capo ad

Archimede? L'andar giù nel monastero delle sue sorelle tanto non mi

dispiace: quelle brave signore hanno certe paste dolci, e certe

sucomelate eccellenti per lo stomaco... Uf!.. uf! che vento! sta a

vedere che mi precipita giù da queste lunghe scale così diritte! Oh! se

potessi lasciarti una volta, maledetta montagna, con tutti i tuoi sassi

e muraglie e bastioni e torri che ti stanno addosso, e non vedere altre

pietre che quelle ammucchiate in Milano per la fabbrica del Duomo,

potrei dire almeno di morire contento! ma temo che non ci sarà mai

verso, o Tanaglia, che ti possi sconficcare di qui. Eccole là le navi,

son già lontane, e vanno che il diavolo se le porta: il lago è tutto

bianco di schiuma; manco male che io mi trovo sul sodo: il giorno va

spuntando; è meglio che mi ritiri subito nella mia stanza per dormire un

paio d'ore, se oggi ho d'avere la forza da fare tante cose".

Veleggiavano i legni del Medici rapidamente, abbenchè sobbalzati dalle

onde che scagliavano i loro spruzzi a bagnare per sino la sommità delle

vele: correva innanzi a tutti il Brigantino veloce e snello come un

generoso destriero che anela ad essere il primo a giungere alla meta.

Quel celere moto ridestò tutta la primiera energia nell'animo del

Castellano; egli conobbe che l'elemento su cui si trovava, davagli sommo

predominio sui Ducali, e ne agognò ardentemente la prova. Oltrepassato

Rezzonico, ordinò alle sue navi radessero la sponda destra, per

mantenersi a sopravvento di quelle dell'inimico, caso che queste non

fossero ancora partite da Bellaggio:, giunto però a chiara vista di

quella terra, fatto accorto non esservi più alcun legno Ducale colà,

contento di ciò, fece drizzare a mancina le prore, e tagliando ritto,

per quanto lo concedeva la forza del vento, entrò a gonfie vele nel lago

di Lecco.

Il Vestarino allorchè stabilì il progetto della presa di Lecco, aveva

fatto riflessione che nel condurre quell'intrapresa impossibile quasi si

era l'evitare una pugna navale, se non con tutta la flotta del Medici,

con quella parte almeno che stanziava nel porto di Lecco medesima.

Qualunque però fosse la sua ripugnanza ad affrontarsi coi Mussiani

sull'acqua, vedendo la necessità di coadiuvare dalla parte del lago il

capitano Acursio che doveva agire da terra, determinossi ad esporvisi.

Allorchè però ebbe sentore che il Castellano divisava di accorrere cogli

altri legni onde prenderlo in mezzo, non volendo pur desistere

dall'intrapresa, pensò al modo di togliere ai Mussiani il vantaggio che

avevano sull'acqua, combattendoli anche da terra. La notte che

precedette il dì della battaglia egli partì con tutta la flotta da

Bellaggio alcune ore prima che Gian Giacomo partisse da Musso, benchè

avesse fatto spargere la voce che non sarebbesi fatto vela che al

mattino: si recò con tutto il navilio a Mandalo, grosso borgo che sorge

alla metà circa del ramo di Lecco; quivi fece recare dalle navi a terra

il maggior numero delle bombarde, e le fece postare in tre differenti

luoghi, formandone altrettante batterie a varie distanze: lasciò quindi

dappresso a ciascuna di queste una quantità sufficiente di artiglieri

con abbondanti munizioni, e distribuite due schiere d'archibugieri per

entro le case di Mandello, si trattenne con tutte le navi sfilate sulla

sponda presso quel paese.

Allo spuntar dell'alba seppe da un messo, che venuto per i sentieri dei

monti aveva attraversato il lago in faccia a Mandello, che l'armata

dell'Acursio, la quale partita il giorno antecedente da Monguzzo aveva

accampato la notte a Civate, scendeva a marcia forzata contro Lecco: a

tal avviso staccò immediatamente una squadra di cinque legni e la fece

inoltrare verso Lecco. Il capitano Pirro Rumo, cui era stato dal Medici

affidato il comando supremo delle quattro navi e delle altre barche che

stavano nel porto di quel borgo, già istruito da Gian Giacomo di quanto

avesse ad operare, trovandosi pronto cogli uomini d'armi sui legni,

vedute appena spuntare da lungi le vele Ducali, fece avvertito Alvarez

Carazon, che capitanava il presidio, attendesse gelosamente alla difesa,

e dati i segnali si mosse incontro alle navi di Como. Il vento quivi era

mite, perchè soffiando da tramontana era riparato in gran parte dai

monti della Valsasina, per cui i Mussiani, benchè s'avanzassero a forza

di remi, molto non istettero a trovarsi a gittata di bombarda dai

Ducali, e incominciarono infatti tostamente a fulminarli.

Giungeva Gian Giacomo in quel punto alla vista di Mandello, e mirando da

lungi i suoi legni azzuffarsi coll'inimico, e la parte più grossa della

flotta del Vestarino ferma innanzi a Mandello, presuppose tostamente

qual fosse lo scopo del suo avversario nel tenersi in quella posizione,

e calcolò ad un tempo non esservi altro partito da prendere che

oltrepassare Mandello, gettarsi sulle poche navi Ducali che stavano

combattendo contro le sue, affondarle o trascinarle a forza a Lecco, e

quivi scendere a terra per dar mano al Carazon a respingere l'Acursio.

Trovavasi, quando concepì tale disegno, ad un tiro e mezzo di cannone

superiormente a Mandello: il comunicò sull'istante al Pellicione, il

quale fatti dare i segnali alle altre navi che seguissero con somma

prontezza il Brigantino, comandò alla ciurma di questo progredisse a

tutta spinta di vele e di remi alla volta di Lecco. Inoltraronsi

velocemente i legni Medicei per alcuni minuti, ma una colonna di fumo

che s'alzò alla sponda di Mandello e una palla che cadde nell'acqua a

poche tese dalla prora del Brigantino diede avvertimento ai Mussiani che

il passaggio sarebbe stato contrastato. Ciò non per tanto le navi

s'avanzavano; allora una seconda scarica, da cui vennero lacerate varie

vele, scheggiato il bordo ed uccisi due uomini della nave stessa di Gian

Giacomo, persuasero questo intrepido condottiero essere perigliosissimo,

e non senza certezza di grave danno, l'arrischiarsi colle navi ad un

passaggio sotto il tiro retto e vicino di tante bombarde Ducali, che

essendo postate a terra, agevolmente coglievano in pieno, come erane un

saggio l'ultima scarica sebbene obbliqua e lontana. Vedendo rotto il suo

piano, ordinò si calassero le vele e si retrocedesse lentamente a forza

di remi, senza rivolgere le prore per mirare qual esito s'avesse il

combattimento dell'altra sua squadra che si trovava al di là di

Mandello. Vide esso e tutti i suoi con sommo soddisfacimento, dopo breve

spazio di tempo da che durava la pugna, una delle navi Ducali azzuffate

colà avvolgersi nelle fiamme e incenerirsi, e poco dopo le altre

retrocedere verso la sponda di Mandello, e Pirro Rumo inseguirle.

Essendo per quella fuga dei Ducali cessato il tuonare delle artiglierie

sul lago, s'udì un rimbombo lontano bensì e leggiero, ma più pieno e

seguito, che annunziava essere incominciata una regolare battaglia anche

a Lecco.

Gian Giacomo conoscendo di quanto nocumento gli riusciva il rimanere

inoperoso col fiore delle forze che comandava in un momento per lui sì

decisivo, stette un istante pensieroso sul ponte del Brigantino, poscia

gridò: "A terra, a terra: date i segnali d'avvicinarsi a terra: fa

d'uopo sbarazzare ad ogni costo la sponda di quelle batterie, e passar

oltre strascinando le loro navi con noi". Quest'ordine fu subitamente

comunicato, e tutti i legni del Medici si rivolsero all'istante verso il

lido di Mandello, più in qua però di quella Terra un mezzo miglia

all'incirca. Le bombarde delle batterie Ducali avevano frattanto diretto

il loro fuoco contro i legni di Pirro Rumo, che inseguendo le fuggenti

navi era pervenuto dall'altra parte a giusto tiro, ma quegli arditissimo

ripostava avanzandosi gradatamente. Il Vestarino scorgendo la flotta del

Medici accostarsi a terra, ne penetrò il divisamento, e per opporvisi

ordinò fuoco continuo anche da quel lato. Medici si diede a fulminare

terribilmente da' suoi legni esso pure, e mentre i Ducali trovavansi in

grave confusione perchè molte delle loro barche venivano fracassate

dalle palle mussiane contro il lido stesso presso cui erano, Gabriele,

Falco e Sarbelloni alla testa delle loro schiere presero terra, istruiti

di quanto avessero ad operare, lasciando nelle navi i soli bombardieri,

che trattisi al largo, continuarono, siccome il Brigantino, a sostenere

il fuoco contro i Ducali.

Le tre bande di soldati Mussiani, appena afferrato il lido, s'avviarono

per esso verso Mandello, condotte dai loro capitani, e riuscirono

rapidamente nel piano che si stende con lieve declivio dalla alpestre

valle di San-Giorgio al lago, sul qual piano sorge il Borgo. Giunti in

aperto terreno, i tre Capitani si divisero, Sarbelloni dirigendosi ad

espugnare una batteria formata in vicinanza al lago, Falco un'altra

postata su un picciolo promontorio più discosto, e Gabriele avviandosi

dentro Mandello per recarsi ad assalire quella che era eretta appena al

di là delle case. Mentre veniva tentata una tale audace intrapresa,

tutti i soldati del Vestarino che stavano sulle navi, vedendo la

micidiale ruina che cagionavano ad essi i colpi diretti dalla flotta

Medicea, balzavano disordinatamente a terra per trovare difesa dalle

palle nemiche dietro le mura delle abitazioni, onde sì grande regnava

colà la confusione aumentata dal rumore e dal fumo delle batterie

traenti incessantemente contro il Castellano, che i drappelli d'uomini

d'armi Mussiani venuti a terra pervennero presso Mandello prima che il

Vestarino, che se lì attendeva, fosse avvertito del loro accostarsi.

Piombato inaspettatamente il Sarbelloni addosso agli artiglieri che

tenevano vivo il fuoco della batteria più prossima al lago, gran parte

ne uccise, gli altri fugò prima che alcun'altra schiera giungesse ad

opporglisi; tanta agevolezza non ebbe Falco nel suo conquisto, poichè

essendo stato veduto da quelli che stavano in alto, anzichè potesse

giungere al luogo ove erano piantate le bombarde, ebbe più colpi tratti

a scaglia che diradarono la sua banda; ma pure montando accanitamente

all'assalto innanzi a tutti, percosse col suo moschetto i Ducali fra i

carri stessi delle artiglierie. Il giovine Medici, giunto co' suoi

presso le case di Mandello, si scontrò in varii soldati Ducali che,

discesi pei primi dalle navi, venivano disordinatamente per trovare

rifugio; non potendoli evitare, piombò loro addosso e ne fece macello.

Più uomini erano corsi intanto frettolosissimi ad annunziare al

Vestarino che il nemico stava alle porte di Mandello, e si rendeva

padrone delle batterie: il Vestarino fu non poco sorpreso da tanta

audacia e prosperità del nemico, ma non si smarrì d'animo: fece suonare

a raccolta, e mentre chiamava ad ordinanza i soldati dispersi pel lido,

mandò le due schiere d'archibugieri che stavano già disposte in Mandello

contro la più vicina truppa de' Mussiani, che era quella comandata da

Gabriele. Nacque tosto accanita la pugna, ma il giovine Capitano

combattendo da prode qual era, assecondato valorosamente da' suoi, ruppe

la schiera nemica e sì spinse dentro le stesse vie del Borgo, ostinato a

voler giungere allo scopo che s'era prefisso d'assalire la batteria al

di là di quello.

Essendo nel tempo stesso cessato per opera del Sarbelloni e di Falco il

fuoco delle due batterie al di quà di Mandello, Gian Giacomo

argomentando da tal fatto il trionfo de' suoi, si spinse avanti colle

navi e sempre più vicino a terra per compire la distruzione dei legni e

ottenere l'intera disfatta dei Ducali. Il Vestarino aveva però nel

frattempo riordinati numerosi drappelli, di cui mandò tosto alcuni alla

difesa della terza batteria che unica continuava a grandinare i

Mussiani, e corse cogli altri a riprendere le perdute. Successe una

pugna fierissima fra esso e Sarbelloni, ma il numero la vinse, e i

Ducali scacciarono gli oppositori, s'impadronirono di nuovo delle loro

bombarde, che assestarono e caricarono immantinenti traendo tosto contro

la flotta del Castellano che veniva a tutta voga ed era poco lungi dalla

costa, cagionando ad essa gravissimi irreparabili danni. Sarbelloni,

respinto dal Vestarino, erasi ritirato colla sua banda verso il picciolo

promontorio della batteria di cui s'era impossessato Falco, e quivi

unito a questo intrepido guerriero Montanaro, sebbene assalito da un

numero quadruplo di nemici, si difese a lungo, sinchè vedendo entrambi

che impossibile si era il sostenersi colà, Falco scagliossi come un

leone furibondo in mezzo ai nemici, e gettato a terra il moschetto,

ruotando una scure che aveva impugnata, si fece largo tra loro, seguíto

da Sarbelloni e dai pochi uomini di loro schiere sopravvissuti a

quell'assalto. Essi corsero verso il lido col pensiero di ricongiungersi

a Gabriele, e ritirarsi tutti unitamente sino ad un luogo propizio a

risalire le navi, ma più possibile non era che il valoroso giovine

Capitano si unisse a loro. Dopo esser egli riuscito combattendo

all'altra parte del villaggio, cacciossi tosto contro la batteria che

aveva sempre avuto di mira di conquistare, ma affrontato quivi dal nuovo

corpo di Ducali mandato dal Vestarino, dovette impegnarsi nel più

ineguale dei combattimenti: quante prove può fare un disperato coraggio

per giungere alla prefissa meta, egli tutte le adoperò, ma inutilmente,

che soverchiato dalle forze nemiche, e scemata d'una metà la sua

schiera, fu troppo tardi persuaso dell'impossibilità di quella

intrapresa: tentò allora retrocedere sperando di scontrarsi negli altri

amici, e porsi in salvo col loro soccorso, ma ogni via di scampo per

esso era chiusa. I Ducali continuavano ad accorrere facendosi più grossi

intorno a lui: quando la speranza del sottrarsi fu perduta, udendo

intimarsi ad alta voce d'arrendersi prigioniero, alzò uno sguardo al

cielo, pronunciò alcuni accenti, e rassicurata nella destra la spada, si

scagliò con tutto l'impeto del suo vigore contro il cerchio de' nemici

che lo serrava.

Il Montanaro di Nesso, apertasi col Sarbelloni e gli altri uomini d'armi

Mussiani la strada sino al lago, invece d'unirsi colà, come sperava, a

Gabriele, s'avvide con sommo dolore del grave periglio in che desso

trovavasi avvolto. Forsennato a tale scoperta cercò colle più energiche

parole di rattenere i soldati che, sbandandosi, procuravano fuggendo per

la sponda di farsi riprendere dalle navi, e vedendo finalmente vana ogni

via di portare utile soccorso a quel giovine che tanto amava,

trasportato dall'amore per lui e dal furore contro i nemici: "Io, io

solo, gridò, andrò a trarlo un'altra volta dalle unghie di quei

demonii!: via, codardi, che lasciate perire sotto i vostri occhi un

fratello del Castellano, un giovine tanto valoroso, l'unico tra voi che

meriti il nome di soldato; andate, o vili! egli morirà di spada, voi

altri di capestro!". Ciò detto, slanciossi tutto solo in un navicello

che stava legato presso la sponda, spezzò la catena che lo fermava a

terra, nella quale erano infissi i remi, e presi questi, maneggiandoli

rapidamente, si spinse verso il luogo della spiaggia ove durava tuttavia

la pugna: una grandine di palle venne scagliata a quell'intrepido dal

lido, ma nessuna lo colse, ed ei giunto alla riva, balzato appena a

terra, udì alzarsi lungo la sponda feroci grida, e intese il rimbombo

contemporaneo della scarica di due batterie, per lo che rivolgendo il

capo a riguardare il lago, vide una Borbota mussiana zeppa d'uomini che

a tutta spinta veniva essa pure audacemente a quella sponda. Lieto di

fiera gioia a tal vista, saltò su un sasso, e levando in aria la scure,

con voce possente esclamò verso la barca: "Viva Musso! coraggio...

venite... non siamo vinti... Gabriele resiste ancora"; e balzando sui

cadaveri di che era ingombro il terreno, si spinse al luogo dove durava

la mischia. A ripetuti colpi dell'arma ponderosa e tagliente che ruotava

con incredibile forza e celerità il fiero Montanaro atterrava da una

parte e dall'altra chiunque s'opponeva al suo passaggio, volendo egli

giungere là dove combatteva il suo Gabriele, che andava avidamente

ricercando dello sguardo fra il balenare delle spade e l'offuscamento

prodotto dal fumo e dal polverio. Nol giungendo a ravvisare, egli lo

chiama ad alta voce, e sente allora gridarsi alle spalle: "Medici è sul

terreno... lo trascinano a Mandello". Cieco di rabbia e d'affanno supera

ogni ostacolo, ogni resistenza, si spinge più avanti, e, spettacolo

atroce! vede due Ducali che abbrancato ciascuno per un piede il corpo

esangue del valoroso giovine lo trascinavano col capo nella polvere

fuori del campo. La testa d'un d'essi è spiccata dal busto, la somma

destrezza dell'altro può solo salvarlo dall'ira dì Falco, che rialza

quella salma da terra, la sostiene col sinistro braccio, e sempre

rotando il ferro tenta trasportarla verso il lido. Il capo del giovine

estinto sobbalzando grondava sangue sul petto anelante di Falco, quel

sangue di cui aveva tutta bagnata e lorda la chioma. Falco, ferito in

più parti, impedito da quel peso, non trovava forza per sostenere il

combattimento fuor che nell'estrema energia che in lui destavano a

vicenda lo sdegno e la pietà.

Andava intanto crescendo intorno a lui il numero de' nemici: nessuno

però dei quali ardiva accostarsi di troppo a quel furente che solo collo

sguardo e l'aspetto incuteva terrore: in tal modo egli era quasi

pervenuto a raggiungere gli altri Mussiani venuti sulla Borbota, che ad

onta della resistenza nemica erano scesi a terra e s'andavano avanzando.

Allorchè stava per unirsi a loro, un gran colpo che di dietro il colse

sul capo, e glielo avrebbe spezzato se non l'avesse avuto saldamente

difeso dalla fitta rete d'acciaio, gli fece allentare le braccia, per

cui lasciò cadere col cadavere di Gabriele anche il proprio ferro, e

vacillando piombò al suolo avendo perduti i sensi. Mentre i Ducali

s'assicuravano del caduto Falco, i Mussiani irrompendo tutti ad un

tratto pervennero al luogo ove era il corpo di Gabriele, e presolo,

retrocedettero rapidamente difendendosi, e risalirono la barca non senza

aver sofferta molta strage.

Il Castellano fuggì da quelle acque con poco e lacero navilio: delle

navi che formavano la squadra comandata da lui medesimo non rimaneva

altro che il Brigantino e la Salvatrice, di cui aveva assunto il comando

Achille Sarbelloni, oltre poche Borbote, essendo tutti gli altri legni

affondati, o rotti fuor d'uso del navigare. De' suoi capitani, Mandello

era ferito, il Negri ucciso, e il Matto che aveva condotta la Borbota al

lido di Mandello, colto nel retrocedere da una palla di bombarda in una

coscia, era spirante. La squadra capitanata da Pirro Rumo, meno guasta e

con minor numero di morti e di feriti, non avendo potuto mai

oltrepassare la punta di Mandello per unirsi al Castellano, fu costretta

a ritornare a Lecco, ove dovette rendersi prigioniera all'Acursio, che

si era impadronito di Malgrate, del Ponte sull'Adda, del Porto e di

tutta Lecco, eccetto il Castello che aveva però già circondato di

numerosa artiglieria, e di cui breve poteva essere la resistenza.

Falco della rupe; O, La guerra di Musso · 第 19 / 23 题