Minacciose le fiaccole ardenti,
Son degli astri ne' cieli roventi;
Su la nube la nube ricade,
Ed i venti--con lunghi lamenti
Van dicendo "ritorna chi fu".
Tu sei pallida pallida;
Tu sei tremante e tacita,
Chè l'aleggiar de' spiriti
Nell'aere già senti,
E l'appressar terribile
E lo gridar de' spenti
Di morte annunziator.
DIODATA SALUZZO. _Ipazia_, poema.
Batte forte il cuore ad entrambi mentre a rapidi passi salgono l'erto
sentiero della rupe. Pervengono finalmente sul picciol piano dietro il
casolare, s'avvicinano a questo, la porta è chiusa, l'interno è muto, nè
luce alcuna trapela dalla finestra e dagli spiragli. Falco bussa la
porta; chiama prima sottovoce, poscia chiaramente, ma nessuno risponde;
ne scuote i cardini, ma resiste perchè saldamente serrata. Gabriele non
sa che pensare; ambedue rimangono silenziosi investigando col pensiero
che mai potesse essere avvenuto delle donne.
"Qui i Ducali non sono montati di certo, disse Gabriele, perchè non
avrebbero lasciato incolume il tuo abituro: quindi io spero che tua
moglie e la figlia alla vista dei nemici e dell'incendio si saranno
poste in salvo cercando rifugio in qualche casolare della montagna".
"Le capanne dei pastori, rispose Falco, sono disabitate a cagione delle
nevi, ed esse non avevano pratiche colle genti d'intorno. Non so
immaginarmi dove mai possono avere rivolti i loro passi... E se mai
(aggiunse con fuoco) avessero nel fuggire dato ad essi nelle mani?..."
"Come mai saperlo? esclamò Gabriele: terribile incertezza!...
Vedi?...molti Ducali si sono raccolti sul lido; scendiamo giù verso le
case dove il fuoco è già spento, e tentiamo spiare se mai le avessero
prese, onde adoperare tostamente ogni mezzo per liberarle".
Calarono così dicendo frettolosi dalla rupe al sentiero per entrare nel
borgo, quando Falco, guardando verso il ponte del torrente, vide un uomo
che cautamente s'avanzava su di esso: s'arrestò, osservò attentamente e
disse con ansia a Gabriele: "Quello è Negretto il Tornasco: egli saprà
sicuramente darci qualche indizio intorno alle donne". E portando la
mano alla bocca per dirigergli la voce, gridò: "Tornasco, Tornasco!"
"Falco". "Sei tu?" "Son io". "Sai nulla?" "So tutto". Le mie donne..?"
"Son esse che mi mandano: ora ti dirò ogni cosa". S'avvicinarono gli uni
all'altro a rapidi passi, e Negretto narrò con spedite parole che
trovandosi in Nesso nel momento ch'erano quivi giunti i Ducali, fu de'
primi a combattere contro di loro, ma che forzato a cedere fuggì dal
Borgo allorquando cominciava l'incendio; che però avendo voluto essere
spettatore di ciò che avveniva, s'era postato sul monte poco in su del
sentiero che entra nella Valle del Noce; che dopo alcun tempo vide al
chiarore delle fiamme due donne che venivano a quella volta, e ch'ei
riconobbe per la moglie e la figlia di Falco, onde tosto discese verso
di esse, offrendosi a scortarle nella loro fuga; che le medesime lo
pregarono invece istantemente andasse per la via de' monti a Bellaggio,
perchè sapevano ch'era quivi giunta la nave di Falco, cercasse di lui, e
lo avvertisse che per sottrarsi all'imminente periglio esse recavansi,
per quella valle alla Cappelletta dell'Eremita nel bosco di Zelbio, che
quivi sino al mattino lo avrebbero atteso, e che di là non sarebbero
retrocesse se non quando si fossero affatto allontanati i nemici. Falco
e Gabriele, respirando contenti, e giubilando per quel fortunato
incontro che dissipava il funesto dubbio che aveva sino allora oppresso
i loro spiriti, ringraziarono replicatamente il Tornasco, e presero
tosto cammino insieme ad esso su per l'erta onde passare il ponte del
torrente, vicino a cui s'apre l'ingresso della Valle del Noce.
Pervenuti al ponte, il guerriero Montanaro si rivolse per dare un ultimo
doloroso sguardo al suo luogo natío fatto scopo del nemico furore, ed al
suo casolare che paventava di non dover più rivedere; ed ecco appunto
che scorge in quell'istante un grosso branco di soldati salire con
fiaccole accese verso la rupe, gridando, tumultuando, e facendo udire
tra infernali grida i nomi di _Falco_, di _Pirata_, di _Musso_. Si
volsero a quel rumore anche il giovine Medici e il Tornasco, e videro i
soldati ascendere al piano della rupe, atterrare a ripetuti colpi di
scure la porta dell'abituro, entrarvi ed uscirne caricati d'ogni arnese
e masserizia, dividersi le più minute, accatastare il rimanente sul
piano stesso e darvi fuoco. Falco, furibondo a quella vista, si slanciò
per discendere, scagliarsi in mezzo a que' distruttori di sue cose e
vendicarsi; ma Gabriele e il Negretto a tutta possa il trattennero,
dissuadendolo da tal atto in cui avrebbe posta a grave repentaglio e
vanamente la propria vita. Il Montanaro s'acquetò per un momento, ma
allorchè vide un gran fumo uscire a densi globi da tutte le aperture di
sua casa, e subito dopo manifestarsi le fiamme ai quattro angoli di
essa, non volle lasciare inulta quella barbara intrapresa: discese
alquanto pel sentiero, appuntò il suo moschetto, e trasse un colpo su
quella turba di Ducali, che, urlando di gioia, pascevano avidamente gli
sguardi nelle fiamme divoratrici. Due di essi caddero, ferito l'uno,
l'altro ucciso; e mentre tutti gli altri, storditi a quel colpo
inaspettato, miravano per iscoprire d'onde fosse partito, Falco
riguadagnò il ponte, e salutato di nuovo il Tornasco che si separò da
loro, entrò con Gabriele nella Valle del Noce.
Orsola e Rina dopo avere camminato assai per il sentiero che rimonta la
valle, e che l'obbliqua posizione, i seni del monte e i rami delle
grosse piante che il fiancheggiavano avevano riparato in parte dalla
neve, rendendo così meno disastroso il trascorrerlo nel buio della notte
a chi com'esse l'aveva tante volte praticato, giunsero finalmente nel
bosco di Zelbio, ove internandosi alcun tratto ritrovarono la
Cappelletta dell'Eremita, e v'entrarono. Era questa una picciola rotonda
aperta sul davanti, guasta allora e spoglia d'ogni arredo, ma dove altre
volte si vedeva un altare con varie immagini sculte in legno, custodite
e mantenute in venerazione da un Eremita che s'era costrutto in quel
bosco una cella. La moglie e la figlia di Falco si assisero colà l'una
presso all'altra, cercando col rinserrarsi i panni che avevano indosso
di difendersi alla meglio dal rigore del freddo notturno. Oltre lo
sgomento che durava nel loro spirito pel funesto avvenimento che le
aveva costrette a fuggire fra le tenebre in quella dirupata valle,
quando cessarono dal camminare e si videro solinghe sotto quella
ristretta volta dentro un antico disabitato bosco, furono assalite
altresì da un terrore che aveva più antica origine nei loro cuori. In
fondo di quella valle trovansi le vaste e profonde grotte del monte del
Tivano, che le popolari tradizioni fecero sempre albergo e convegno di
enti spaventosi e malefici [19]: quivi, secondo l'opinione di que'
montanari, recavansi in tregenda dai luoghi più lontani maghe e
stregoni, che uniti ai demonii che sbucavano dalla terra, dopo lunghe
infernali tresche formavano gli incantesimi, e preparavano filtri e
simboli fatali. Le due donne, allorchè concentrate in se stesse
cominciarono poco a poco a riflettere che si trovavano in prossimità di
quel tremendo luogo, provarono in tutta la forza il sentimento della
paura, che è tanto più potente quanto più è indefinito e misterioso il
soggetto che lo cagiona. Quell'oscurità, quel silenzio, il fantastico
aspetto che prendevano ai loro occhi i neri tronchi delle piante che
sorgevano presso il limitare dell'edifizio ove s'erano ricoverate, tutto
insomma aumentava in esse l'angustia del cuore e la tema.
S'abbracciarono strette l'una l'altra, e "Ohimè, incaute! esclamò Orsola
con voce smarrita, perché mai siamo noi venute così presso alla montagna
del Tivano? perché non abbiamo scelta un'altra strada meno pericolosa?
chi sa cosa avverrà di noi in questo luogo!" Rina, a cui la tenerezza
manteneva la mente in uno stato di continua esaltazione, e s'aveva
quindi l'immaginazione ardente, e suscettiva di più profonde
impressioni, senti a questi accenti della madre frizzarsi una punta al
petto, onde serrandosi a lei più strettamente, e nascondendole il volto
in seno: "Madre mia, proferì tremando, fuggiamo, retrocediamo, usciamo
da questo bosco prima che si avveggano di noi! guai se si accorgano che
stiamo qui sole, potrebbero prepararci le più gravi sventure!"
[Nota 19: Chiamasi anche al dì d'oggi _Buco di Nicolino_ (sopranome che
si dà in que' paesi al Diavolo) una grotta in forma d'un gran pozzo che
vaneggia in mezzo al Piano del Tivano, e nell'interno del monte ha
molteplici comunicazioni con altre caverne.--Vedi Amoretti, _Viaggio ai
tre Laghi_.]
"Ah Santa Vergine, soccorreteci! disse Orsola: fate che presto spunti il
giorno, e che noi rimaniamo intanto illese dalla potenza dei nemici
infernali, come v'è piaciuto di salvarci da quelli di Como, che l'ira
vostra confonda e disperda!... Ma facciamoci coraggio, o Rina: io spero
che il Tornasco, che abbiamo incontrato, giungerà prima dell'alba a
Bellaggio, e sono certa che se Falco è colà, in poche ore verrà a
raggiungerci in questa valle: altrimenti ne usciremo, e cercheremo da
noi una strada verso il lago per recarci a Musso".
"A Musso sì!" pronunciò Rina rilevandosi inanimita come da un magico
tocco "per rimanere colà, per non più scostarci da quel Castello?-Ma,
ohimè! o madre, udite! mi pare d'intendere rumore di pedate: qualcuno di
certo s'avanza pel bosco!"
Stettero quasi senza trar fiato ascoltando perché si fece per la selva
sentire distintamente un veloce mutare di passi diretti a quella volta;
ma ad entrambe fu per balzare dal petto il cuore trasportato dalla gioia
improvvisa quando udirono la robusta e sonora voce di Falco far
rintuonare la valle dei loro nomi. Esse risposero subitamente alla
chiamata affacciandosi unite all'ingresso di quel diroccato edifizio:
Falco riuscì in quel punto fuori dall'intricamento delle piante,
precedendo Gabriele che lo seguiva per quell'oscurità con un palpito
veemente di speranza: le donne gli vennero incontro, non dubitando che
la persona che seco era, e che distinsero al suono dei passi, fosse il
Tornasco, od altro de' suoi compagni montanari. Quando però furono
dappresso, Rina s'accorse tostamente al contorno delle forme che
s'intravedevano a quell'ignoto anche nelle tenebre, che esso non era
l'uno de' rozzi seguaci del padre; quando poi sentì il di lui respirare
gentile e un po' affannoso, un dubbio, un lampo le passò per la mente, e
il di lei cuore aveva già sobbalzato ripetutamente prima che Falco
dicesse ad Orsola: "È venuto meco il signor Gabriele, che da valente e
generoso giovine, com'egli è, allorquando udì il disastro di Nesso, si
dispose ad affrontare con me anche i più gravi pericoli, se fosse stato
d'uopo, per liberarvi dalle mani feroci dei nostri nemici".
Sparì ogni tenebria dagli occhi di Rina in quell'istante, e le parve
vedere come di pieno giorno l'adorato viso del suo guerriero, provando
all'anima la dolcezza che dagli sguardi di lui le suoleva
immancabilmente derivare; pari fu il contento del giovine Medici, nel
cui spirito subentrò all'angosciosa incertezza una tranquillità ed un
appagamento inesprimibile.
Il Montanaro di Nesso aveva nell'antecedente cammino convenuto con
Gabriele del proprio torto, nell'essersi rifiutato sempre ad andare a
prendere dimora in Musso, lo che stabilirono tra loro avrebbe fatto
immantinenti: quindi pensando al modo di condurre le donne a Musso senza
farle passare vicino ai nemici, Falco disse ch'ei conosceva una strada
da cui avrebbero potuto recarsi al lago di Lecco, ove imbarcarsi per
Musso, senza retrocedere dalla valle del Noce in cui s'internavano; ma
soggiunse che a causa delle alte nevi, era d'uopo passare il monte che
chiudeva quella valle per una via inusitata e strana, cioè dentro le
profonde caverne che perforavano la montagna stessa. Gabriele rispose
che se per le donne non v'erano colà pericoli od oggetti di spavento,
s'offriva pronto a seguirlo dovunque. Falco lo accertò che correva bensì
voce che quivi apparissero streghe e diavoli, ma ch'egli aveva fatta
altre volte co' suoi compagni quella via, e che nulla mai gli era
accaduto incontrare che gli recasse danno o terrore. Questa
determinazione presa con Gabriele fu da Falco comunicata alla moglie, la
quale, restia per alcun poco ad aderirvi, fu finalmente convinta, o
piuttosto forzata, dalle parole e dalla volontà del marito, la cui
scorta unita a quella del giovine guerriero le temperava in gran parte
nell'animo la paura, che a pensare a quel tremendo luogo tutta
l'invadeva.
Procedettero tutti insieme, guidando Falco gli altri, per quel bosco,
usciti dal quale, e sempre rimontando la valle per via più aspra, e in
quell'oscurità difficilissima, vennero in luogo dove restringendosi è
chiusa dalle erette spalle del monte, ingombro d'alte piante. Quivi
salirono un breve tratto, e trovaronsi alla bocca d'una spaziosa caverna
tutta ingombra all'entrata da grossi alberi e sfrondate boscaglie. Le
donne si strinsero intimorite a Falco, scongiurandolo a non por piede
colà; ma egli cercando con animate parole dì dissipare il loro terrore,
raccolse un fascetto di rami, lo strinse insieme, e coll'esca del
moschetto, avendolo acceso a guisa di fiaccola, entrò intrepidamente
nella grotta obbligando la moglie e la figlia condotte da Gabriele a
seguirlo.
Levò alto quel lume, mirò d'intorno, e null'altro si presentò al suo
sguardo che lo sterminato masso in che era incavato quell'antro:
continuando con vivaci e risoluti detti a togliere dal seno di chi lo
seguiva ogni temenza; raccolse molti frantumi d'alberi diseccati che
erano sparsi sul suolo, li radunò in una catasta, intorno alla quale
fece assidere le donne e Gabriele, e colla fiaccola v'appiccò fuoco.
Splendette ampia la fiamma investendo d'una luce viva il sasso
giallo-rossiccio che formava la vôlta e le pareti laterali di quella
caverna, riflettendosi sugli ineguali e rotti scaglioni che ne
costituivano il fondo, il quale alla superiore estremità s'internava con
un nero sprofondamento. Mentre, seduti intorno a quel fuoco sovra pietre
dalla vôlta stessa cadute, quei quattro ivi venuti, le cui ombre si
proiettavano in gigantesche proporzioni sul pavimento e sulle scabre
pareti, stavano ragionando dei tristi avvenimenti di quel giorno, giunse
al loro orecchio come un lontano e lieve rumore di pedata che venendo
dal fondo dell'antro destava un tenue ma cupo rimbombo. Colpiti da quel
suono, divenuti all'istante silenziosi ed immobili, attentamente
ascoltarono, ed il rumore di que' lontani passi andava facendosi più
distinto, indicando che alcuno dall'interno di que' recessi s'avanzava.
Balzarono tutti in piedi, e Falco pel primo, che sollevò il moschetto
piantandosi in attitudine di scagliare il colpo; Gabriele gli si pose a
lato sguainando rapidamente la spada: dietro a loro rimasero le donne
l'una accanto all'altra. Appena s'erano dessi così atteggiati, che ecco
sul ciglio del più elevato masso che chiudeva in parte il fondo di
quell'antro comparire una figura femminile, appoggiata a due mani ad un
bastone, che l'incerto chiarore che là perveniva fuor disegnandola
dall'oscura cavità che dietro le stava, davale aspetto di straordinaria
e fantastica apparizione. Gelò a quella vista il sangue per terrore
anche nelle vene dell'intrepido Montanaro, che come gli altri che seco
erano pensò che quello uno si fosse dei tremendi abitatori della caverna
comparso a punire gli audaci colà penetrati. Di grado in grado per i
rialzi sporgenti negli smisurati scaglioni calò l'apparsa vecchiarda, e
giunta al piano della grotta s'avanzò verso il luogo ove quei quattro si
stavano immobili ed atterriti. Era dessa Imazza, la vecchia comare di
Palanzo, che all'accostarsi dei nemici a quella terra aveva abbandonato
anch'ella il proprio abituro, ed era per la Valle del Noce venuta colà,
penetrando per un altro ingresso nella caverna, ove soleva
frequentemente venire, e dove gli abitatori di que' monti supponevano
stesse in consorzio cogli spiriti maligni. Vedendo dalle oscure latebre
in cui s'aggirava, splendere lontano il fuoco sotto la più spaziosa
vôlta, essendo pressochè intirizzita dal freddo, s'avviò per riscaldarsi
verso di quello. Andò dritto colà, e senza nemmeno guardare in volto a
chi vi era già vicino, coricò al suolo il suo bastone, e si rannicchiò
presso la fiamma stendendo verso di essa ambe le scarne mani.
Allorchè Falco e le donne la riconobbero, sebbene non riuscisse ad essi
gradita la sua presenza colà, pure essendo dessa loro comare, mirandola
lacera ed abbrividita, lasciarono che s'accostasse a quel fuoco,
sembrando troppa crudeltà il non concederle che sgelasse le membra.
Gabriele guardava con occhio di meraviglia e di ribrezzo quella vecchia,
il di cui strano aspetto annunziava una strega uscita quasi per incanto
dal seno del monte, e mirando Falco e le donne, rimise il ferro nella
vagina, non sapendo però rendersi ragione nè del loro silenzio, nè della
calma ritornata sui loro volti nel momento che la vecchia approssimatasi
s'accosciò quivi senza proferire parola.
Falco comprendendo dall'incerto movere degli occhi del giovine Medici
chè volesse chiedere, bramando rassicurarlo inclinò il capo verso
l'orecchio di lui, e con voce sommessa come di chi parla alla presenza
d'uno che sonnecchia o vaneggia, disse:
"Questa è una donna di Palanzo: è la nostra comare Imazza: la madre di
quel Grampo che rimase ferito a morte la notte che foste liberato dai
Ducali. Essa conosce questa grotta assai meglio di noi, poichè si dice
che da anni ed anni vi sia solita venire ogni notte; non vi saprei
spiegare da qual parte è ora penetrata, poichè le vie da essa praticate
sono ignote a tutti: non vi potrei dire neppure cosa sia qui venuta a
fare. Se non vi si è ritirata per fuggire anch'essa i Ducali saliti a
Palanzo, sarà venuta per trovarvi certi amici che il Cielo ci guardi
dall'incontrare giammai. Comunque sia, noi non dobbiamo prenderne
spavento: la lasceremo ben tosto qui sola, poichè l'alba non è lontana,
e fa d'uopo mettersi in cammino, attraversando la grotta per riuscire
dall'altra parte del monte e proseguire il nostro viaggio".
Mentre Falco così parlava, Gabriele e le donne guardavano attentamente
la vecchia, a cui il calore che intiepidiva le carni faceva sparire dal
viso e da tutto il corpo le rigide contrazioni prodotte dal freddo, e
per la sensazione di quel ristorante tepore vedevansi i suoi lineamenti
ricomporsi, gli occhi divenire poco a poco meno stravolti, sino al punto
che le riuscì così grato quel sollievo, che mirando la fiamma colle
spalancate pupille, sorrise, abbassando replicatamente la testa come
salutasse un ente animato che la beneficasse; e benchè quel sorriso e
quel moto avessero un indefinito carattere di demenza, si scopriva però
che venivano dal cuore. Ad un tratto si fece di nuovo sconvolta in viso,
raccolse le braccia al petto, i suoi occhi divennero vitrei ed immoti;
stette come aggruppata in se stessa, poscia allungò una mano lentamente;
la abbassò al suolo allargata, e fece l'atto di stringere alcun che di
morto e resistente e di sollevarlo, aprì poscia le dita ad un colpo e
rimase in quell'atteggiamento.
Un tetro pensiero assalì Falco a quell'atto, poichè gli richiamò
vivamente alla memoria il moto fatto da lei col braccio di Grampo steso
cadavere sul letto nel casolare di Palanzo e le parole che seguirono
quel gesto tremendo: i suoi tratti si fecero oscuri e mormorò fra i
denti:
"Ah vecchia maga, or ti ricordi del figlio! M'accorgo che ti sta
presente come quando lo ricopriva il lenzuolo inzuppato del suo sangue,
e tu lo vedi come allora sfigurato e irrigidito... Ma che pretendi? (ed
alzò la voce) Hai tu il potere di far risorgere i morti dal luogo ove
essi dormono? Puoi tu far apparire gli estinti in queste caverne?... Che
guardi?... Che ascolti? forse qualche spirito uscito dalle viscere della
terra, non visibile a noi, qui s'aggira e ti parla?"
"È ben la tua voce che io sento, o uomo di Nesso?" pronunciò Imazza in
tuono lento e sepolcrale; ma cangiando poscia affatto l'espressione del
volto, poichè la voce e la vista di Falco la richiamarono a passate
abituali idee, proseguì, con manifesto delirio della mente: "Sì... sei
tu... Oh ti conosco!.. è molto tempo che io non ti vedo. Il mio Grampo
non viene più con te?... egli non pronuncia mai il tuo nome: ma ora che
fa? dove sarà egli andato? oh Dio! non vorrei che s'incontrasse cogli
uomini di Como! Che si sia perduto per la valle, o l'hai tu mandato col
tuo battello lontano sul lago?"
Il guerriero Montanaro stette muto a tali inchieste; Gabriele stupì, e
Orsola disse:
"Il vostro figlio, o Comare, è al sicuro di tutti i pericoli di questa
terra: esso si trova certamente in un luogo dove non ha bisogno che
delle vostre preghiere, e dove chiede al Signore che vi conceda
misericordia".
Imazza non parve punto intendere questi detti, alzò lo sguardo a
Gabriele, e dopo averlo considerato a lungo, pronunciò le seguenti
parole con voce raddolcita, che annunziava un improvviso commovimento
dell'anima, il quale la ritornava alla ragione: "Chi sei tu, o giovine?
Tu non abiti certo nel nostro paese? Perche abbandonasti la tua casa?
Hai tu colà tua madre? Perchè la lasciasti sola?... Essa ti aspetterà...
ti chiamerà... ritorna a lei... fuggi di qui! (aggiunse in tuono più
aspro e solturno) Tu non sai con chi ti trovi... Anch'io... anch'io
aveva un figlio, giovine, vigoroso come sei tu, e per causa di
quest'uomo io l'ho perduto... esso me lo condusse a morire: ed ora son
sola..." Qui le mancò la voce, ma subitamente si riaccese in volto,
stralunò gli occhi, drizzò verso Falco l'irto capo, contraendo convulse
le labbra, protese le braccia con adunche le dita, sì ch'esso e Gabriele
arretrarono inorriditi, e le donne si coprirono colle mani il volto, e
furibonda esclamò: "Perchè non posso lacerarti il cuore con queste mani;
perchè non mi è dato trascinarti con me nel sepolcro? Ma va! che s'anche
or ti salvi, tu non vivrai lungamente. Faccia il cielo però che prima di
morire ti possi mirare cader estinto dinanzi ciò che tu hai di più caro,
che il tuo sangue sia sparso con infamia e che nessuno de' tuoi abbia
altro fine che negli strazii e ne' tormenti".
Gabriele strinse tra le braccia Falco bollente d'ira a quell'imprecare
della vecchia, e tal atto dell'affettuoso giovine gli temprò lo sdegno,
per cui appena il rimbombo della rauca e stridente voce d'Imazza svanì
per quell'antro, il fiero Montanaro, fatto mite e calmo, guardolla con
occhio di disprezzo e pietà, dicendo: "Misera vecchia! il tuo spirito è
dominato da malefiche potenze: tu non sai ciò che dici; io ti
perdono!--Andiamo, lasciamola qui da sola a riscaldarsi più agiatamente
le membra, che fra poco la morte le gelerà del tutto".
Così detto, Falco accese una fiaccola che aveva contesta con resinosi
rami, e gettato a spalle il moschetto, procedette per quell'antro
innanzi alle donne seguíte da Gabriele che recava un'altra face;
abbandonando per tal modo colà la vecchia Imazza che soprapposte molte
legna al fuoco vi si rannicchiò nuovamente dappresso. Giunti al fondo
della prima grotta salirono pei dirupati scaglioni formati dal passaggio
di voluminose sobbalzanti acque ivi scorrenti la state, e s'internarono
nell'andito superiore più oscuro e ristretto. Progredendo per quella via
cavernosa che or ritorta or diritta, ma sempre ascendente, cammina per
le viscere del monte, udivano il rumore dei loro passi risuonare con
cupo e prolungato mormorio, e allo splendore delle loro faci che spesso
squassavano per rinvigorirne la fiamma, rompenti quell'eterna tenebria,
miravano variarsi la forma, il colore e l'ampiezza dell'antro per cui
s'avanzavano. Ora nella vôlta e nelle pareti ristrette e basse
nereggiava liscia l'ardesia; ora lo scisto verdastro cilestrino o
giallognolo rigato da fili d'acqua offriva l'aspetto d'un drappo steso,
di cangiante colore frastagliato da lucide striscie; in alcuni luoghi
strati di bianca marna formavano lunghe zone compatte, in altri
brillavano al lumeggiare delle faci mille e mille punte argentine nella
scabra arenaria: qui miravasi la vôlta vasta e piana formata d'un solo
masso di granito che spaccato dai lati in larghe fenditure presentava
enormi arcate sostenute da informi colonne fra cui s'apriva il varco ad
altri spechi; là perpetue stille gocciavano dalle acute stallatiti
pendenti dall'alto.
I quattro che battevano quello strano e cupo calle contemplavano con
istupore misto a meraviglia, fatta maggiore dalle tremende idee di che
erano stati poco prima agitati, il variato succedersi di tanti ciechi
ravvolgimenti, dai quali non avrebbero creduto potere riuscire mai
all'aperto, se Falco stesso non avesse assicurato d'averli altre volte
percorsi, ed egli medesimo pensando ai timori ed all'esitanza che
dovevano naturalmente durare nel cuore di quelli ch'ei conduceva per una
sì lunga sotterranea via, rallentò d'alcun poco il passo, e rompendo pel
primo il silenzio, disse:
"Se fossimo andati tanto all'ingiù quanto siamo saliti per questa
strada, io credo che saressimo già arrivati dove si comincia a vedere il
fuoco a trasparire dalle porte della casa dei dannati; ma finalmente per
quanto sia grosso il monte dentro cui camminiamo, m'accorgo che
l'abbiamo quasi attraversato. Vedete quest'altra grotta che s'interna a
destra: essa si apre in forma di pozzo in mezzo al piano del Tivano, da
dove entrano le acque quando si sciolgono le nevi, e trascorrendo per
queste gole sboccano in parte dalla caverna per cui siamo entrati nella
valle del Noce, e in parte nella Valle del Lambro dalla caverna per cui
usciremo, ed alla quale ora siamo vicinissimi".
"Perchè non si ponno scavare sì lunghi e profondi i sotterranei dei
nostri castelli? pronunciò Gabriele; oh allora daremmo cattivo giuoco
all'inimico in caso d'assedio, e se per isventura si cedesse
all'assalto, potremmo per tale strada condurre in salvo le persone che
non saprebbero aprirsela col ferro alla mano, e serbarci anche nella
sconfitta ciò che abbiamo di più caro e prezioso!"
"Ah, rispose Orsola, che la Madonna ci guardi dall'essere mai costretti
a praticare simili sorta di cammini! Chi sa chi passa di solito qui
dentro; chi sa chi va svolazzando colle ali di pipistrello per i luoghi
che abbiamo lasciati dietro a noi e ci segue da lontano spiando i nostri
passi! Io per me non mi sento il coraggio di volgere indietro la testa.
Avete osservato che qualità di siti? In un luogo è tutto nero, in un
altro tutto bianco e giallo, e per sino coperto d'argento. Non ponno
essere stati che i demonii e gli stregoni che hanno fatti questi buchi;
ed io sceglierei piuttosto di camminare cento anni sulle bragie, anzichè
trovarmi da sola nel luogo ove abbiamo acceso il fuoco e dove s'è venuta
a sedere la comare di Palanzo, perchè essa sta ora certamente in mezzo
un circolo di diavoli. E non sentiste la vecchia strega quali parole
pronunciò per rabbia e quali imprecazioni ci ha scagliate perchè stavamo
colà a sturbare la sua tresca cogli spiriti maligni a cui ha venduta
l'anima sua?"
"Non temete pe' suoi detti, o Madre: la Vergine di Nobiallo ci protegge:
Ella che ha fatto giungere prima del tempo da noi sperato le persone che
ora sono con noi, saprà pure sventare i nefandi presagi della trista
vecchia: io so che a pregarla di cuore quella santa Madonna concede
sempre le grazie che le sono richieste". Così disse dolcemente Rina, a
cui le parole poco prima proferite da Gabriele avevano recato una
consolazione soave, confortatrice, che il tetro luogo in cui si
ritrovavano punto non sminuiva; e Gabriele a lei con entusiasmo: "Quando
pregano gli angeli, o Rina, sorridono i cieli, e beato chi è l'oggetto
dei loro voti". Così pronunciando le si mise accanto, poichè la grotta
che s'andava allargando il sofferiva, e posò lo sguardo sul volto di lei
nel momento che veniva investito da una luce purissima azzurrina che
penetrava dall'ampia apertura della caverna a cui erano finalmente
pervenuti.
Falco, gettata al suolo e spenta la fiaccola come fece Gabriele: "No,
non mi sono ingannato (disse con voce forte e contenta), benchè siano
scorsi molti anni da che feci questa via. Eccoci all'uscita della famosa
caverna del Tivano: ora scenderemo nella valle del Lambro, passeremo il
monte a Magreglio, e caleremo a Vassenna: questo è il cammino che
facevamo prima che il signor Gian Giacomo fosse padrone di Lecco, poichè
in quelle acque potevansi gettare le reti a buone tinche; ma era d'uopo
tenersi al largo dal capo di Bellaggio e da Limonta, ove stavano sempre
appostati i mastini per darci la caccia".
Toccata in questo mentre la soglia della caverna, s'offrì loro innanzi
apertissimo il vasto prospetto e della valle e dei monti circostanti,
tutti egualmente coperti di neve, e di cui le acute sommità splendevano
più abbaglianti disegnandosi nel fondo azzurro del cielo colorate in
lieve tinta di rosa dai primi raggi del sole nascente che le investiva.
Il gelido spirare della brezza mattinale, che aveva prodotta la serenità
dell'aria, recò sulle prime molesta sensazione ad essi loro che si erano
per molte ore aggirati entro quelle caverne, in cui, come suole in tutti
i sotterranei vacui, l'aere rinchiuso è sempre mite; ma avendo eglino
presa tostamente la via a discendere, il rapido mutare dei passi a cui
forzavali la pendente balza che al basso della valle declinava, fu
bastevole a temperare in loro l'effetto della rigidezza dell'aure.
Snella e leggiera calava Rina da quell'erta innanzi a tutti, l'orme
stampando appena sulla congelata nevosa superficie del terreno: quella
candidezza, quella luce effusa sfolgorante le destò nello spirito una
viva, completa gioia, che l'incendio, i perigli, il terrore e le tristi
ombre passate cancellavale interamente dal pensiero. Gabriele, non meno
ratto e pronto di lei, le scendeva dappresso; a passi più tardi e
alquanto dai giovani discosti discendevano Orsola e Falco impegnati in
particolari ragionamenti, battendo però le pedate da essi loro segnate.
Il giovine Medici contemplava sempre più rapito la vaga fanciulla che
procedeva sì spedita innanzi a lui, e che ad ogni rivolta del sentiero
alzava ad esso le pupille, movendo a lei più vicino sì ch'ella
intendesse agevolmente le sue parole. "Per voi, bella Rina, disse, i
sassi, gli sterpi, le nevi non sono di maggiore ostacolo al camminare
velocemente di quello che lo siano ad altri le distese pianure, e son
certo che i cacciatori delle nostre montagne potrebbero invidiare la
vostra rapidità quando inseguono le camoscie. Io per me non vorrei
essere spedito come siete voi ad altro fine che per potere seguirvi
sempre dappresso anche tra i ghiacci e le nevi de' più scabri monti".
"Non avreste d'uopo d'affrettarvi per raggiungermi, poichè io
rallenterei i miei passi dovunque fossi per attendervi"; rispose Rina
suffusa di lieve rossore le guancie: e guardandolo poscia teneramente,
aggiunse con ingenua ed animata espressione: "Non solo m'arresterei per
aspettarvi, ma appena vi vedessi scenderei a voi incontro colla maggiore
rapidità. Oh se la prima volta che veniste al nostro casolare di Nesso
non ne foste più partito, vi sareste recato con me ne' bei pascoli della
mia montagna: io v'avrei guidato nei tanti ameni luoghi sparsi per la
valle ove vanno i pastori, e saremmo andati insieme sull'alto del monte
ad una vetta da dove si vede quasi sino al vostro castello: mia madre
sarebbe venuta molte volte con noi, perchè vi ha tanto caro anch'essa, e
dopo quel giorno che ci foste così cortese nella vostra festa di Musso
abbiamo parlato insieme mille volte di voi; e, credetemi, desiderava
essa pure che mio padre ci avesse condotte colà, per abitare nella casa
ove voi volevate che fossimo andate quella sera. Ah! se ciò avveniva noi
si saremmo veduti ogni giorno, e non avrei pianto tante volte, nè
sarebbe venuta una notte come quella trascorsa da farci quasi morire di
spavento".
"Lasciate che io chiami anzi avventuratissima la passata notte, rispose
Gabriele, poichè per gli avvenimenti che sono accaduti ho finalmente
certezza che voi non abiterete più lontana dal mio castello, ed oltre
che resta così appagata la più ardente brama la quale da che vi conobbi
ho costantemente nutrita, sento che si fa più probabile l'adempimento
della viva speranza di farvi mia, d'avervi sempre al mio fianco,
onorata, adorata come l'oggetto da cui dipende ogni bene della mia vita,
la quale apprezzo unicamente per voi".
"Dunque potrei io entrare anche nel vostro castello, venire liberamente
in cerca di voi, anzi abitarvi colà sempre insieme?" Così esclamò Rina
con trasporto, fermandosi a piè della discesa ove erano giunti,
rimirando Gabriele con tutta la commozione d'un tenero abbandono; ma
portando lo sguardo sul di lui splendido corsaletto d'acciaio: "Ditemi,
aggiunse con mesta e più affabile voce, se il Cielo mi concedesse di
divenire vostra, vi mettereste voi ancora d'attorno questo ferro,
prendereste sempre le armi per andare e combattere, lasciandomi sola
come ci lascia mio padre per tanti e tanti giorni? Ah no! io vorrei
piuttosto avere la consolazione di vedervi un istante solo ogni giorno
nella mia capanna, che dimorare nel vostro castello coll'angoscia di
sapervi lontano ed a fronte dei soldati nemici".
"Se i santi il concederanno, avrà pur fine una volta questa guerra!" le
rispose il giovine Medici con melanconico accento, poichè pensò al
rinvigorire che anzi faceva più accanita in que' giorni; ma l'angelico
sguardo dell'amorosa fanciulla non patì che il suo spirito
s'addolorasse, onde tosto riprese con voce d'affettuoso contento: "Sì,
deporremo le armi, e liberi e sicuri non attenderemo che ai sollazzi,
alle feste, ai tornei, a passar l'ore l'uno all'altro vicino, e a
passeggiare insieme pei campi dei colli e sul lago".
"Prendete la via a sinistra, pel calo già fatto nella neve, che andremo
a passare il torrente su quel tronco d'albero che ne forma il ponte".
Così gridò Falco dall'alto, poichè veduti i due giovani sostare in
colloquio, credette il facessero per incertezza del cammino che avessero
a prendere: e quelli si misero per l'indicata strada sempre sì
dolcemente favellando, che tutta quella via dirotta e disagiata per le
nevi e i sassi parve ad essi più deliziosa che i fioriti sentieri d'un
ridente giardino.
Tragittato il ponte e fatto gran tratto di cammino per quella valle,
costeggiando il fiume Lambro e rimontando verso le sue sorgenti,
passarono presso le diroccate mura del Castello di Barni, indi montarono
a Magreglio, ove nel casolare d'un povero pastore presero cibo e riposo.
Di là per un dirupato sentiero che serpeggiando sul monte s'accosta alla
grotta detta la Menaresta, in cui sono le misteriose scaturigini del
Lambro, fiume ch'è tutto della bella terra Lombarda, formato dall'acque
colà fluenti a brevi intervalli, oltrepassarono la montagna che
fiancheggia a ponente il lago di Lecco, e scesi a Vassenna, che era già
d'assai inoltrato il giorno, noleggiata una barca, vi salirono, e Falco
ordinò ai rematori vogassero alla volta di Musso.
Seppero navigando da uno de' barcaiuoli che quel mattino stesso
sull'alba s'era udito dalla parte di Lecco un gran rumore di spari di
bombarde che aveva continuato sin presso al mezzodì, dal che Falco e
Gabriele arguirono essere accaduto uno scontro tra Gian Giacomo ed i
Ducali, onde chiesero premurosamente se si fossero vedute grosse navi
retrocedere di là, e se si fosse parimenti inteso in quel giorno
rimbombo d'artiglierie dalla parte di Bellaggio. Il Barcajuolo rispose
che non eransi veduti passare che pochi battelli provenienti da Lecco, e
che s'era ben sentito dire da alcuni pescatori di Menaggio che il giorno
antecedente s'erano in quelle sponde azzuffati quei di Musso con quei di
Como, ma che nulla s'era quel giorno udito che annunziasse essere
avvenuto un combattimento presso Bellaggio: questi detti misero di buon
animo tanto il Montanaro di Nesso quanto il giovine Medici, poichè
entrambi pensarono che non essendo retrocessa alcuna nave del Castellano
da Lecco, fosse indizio che egli avesse riportata vittoria, e sperarono
ad un tempo che la sconfitta da essi data nel giorno antecedente al
Vestarino sulla sponda di Bellaggio fosse riuscita a lui così funesta da
rendergli impossibile un nuovo attacco contro quel punto.
Ciò che avevano immaginato trovarono con sommo giubilo essere il vero
appena giunsero al Castello di Musso: colà Gabriele narrò al fratello
Agosto rimasto al comando della Fortezza, tutto l'evento, e senza nulla
celargli della passione che lo animava per la bella figlia di Falco,
raccomandò caldamente essa e la madre alle sue cure. Le due donne
presero stanza nella casa di Filippo Tressano, già da Gian Giacomo
donata al Comandante montanaro, che Gabriele aveva da gran tempo fatta
fornire d'ogni necessario arredo. Vedute allogate in comodo e sicuro
albergo Orsola e Rina, il giovine Medici e Falco, completamente
ristorati, risalirono sulla barca che li aveva colà condotti, e
pervennero a notte avanzata in Bellaggio, ove raccontarono il tutto al
capitano Achille Sarbelloni che era stato ansiosamente attendendoli.