CAPITOLO UNDECIMO.

Avvolto in mezzo un turbine

Che il passo, il fiato aggreva,

Di nevi che giù fioccano,

Di nevi che solleva

Dagli scheggioni il vento

A periglioso evento

Affretta il suo cammin.

E che non può l'indomito

Che in altri scontri i lutti

De' suoi compagni esanimi

Vide con occhi asciutti,

Se a disperato scampo

Contro il nemico inciampo

S'avventa battaglier!

IL CONTRABBANDIERE.

_Esper.° di Mel. Liriche._

Era un'invernata delle più rigide e perverse: intenso oltre modo durava

il freddo, il cielo mostravasi sempre coperto da fosche nebbie, tutto il

piano ed i monti biancheggiavano per alte nevi che frequentissime

cadevano e venivano congelate al suolo dai gelidi soffii settentrionali.

Sembrava non dovere esservi tempo che meno di quello fosse propizio

all'armeggiare, nè più indicato al riposo delle truppe negli

alloggiamenti, pure Lodovico Vestarino, sia che avesse sentore che

all'aprirsi della stagione giungere dovevano rinforzi di bande tedesche

al Castellano, sia che non potesse per altre cause frapporre indugio

all'incominciamento delle ostilità, appena giunto in Como dispose

quant'era d'uopo per dar principio alle militari operazioni. Egli

vedeasi a capo di squadre ben munite e numerose, condotte da capitani

sottomessi e preparati alla guerra; era certo di non venire incagliato

ne' suoi divisamenti da commissarii e sopraintendenti ducali o

spagnuoli, poichè il Duca e il De-Leyva avevano affidato a lui solo il

supremo comando, quindi non dubitava punto che con tali mezzi,

adoperando eziandio molta cautela e prudenza contro un nemico

audacissimo ma affievolito, le sue intraprese fussero per ottenere

felice risultamento. Spedì per via sicura un messo ai Capi della Lega

Grigia onde interpellarli se intendevano agire subito in quella guerra

di concerto colle armi Ducali; ma essi risposero che le profonde nevi,

le valanghe, le bufere invernali delle montagne ove abitavano, non

concedevano loro d'abbandonare i casolari, nè di raccogliersi in

ischiere e discendere a prendere parte ai combattimenti, il che

avrebbero effettuato appena i sentieri divenissero praticabili. Il

Vestarino s'ebbe più contento che doglia da tale annunzio, poichè, duce

accortissimo ed avido di gloria, ardeva di cimentarsi da solo contro il

celebrato dominatore di Musso, affinchè se il vinceva, come aveva

speranza, nessuno gli contrastasse o pretendesse dividere con lui gli

onori della vittoria. A differenza del Gonzaga e dello Speziano che

immaginarono complicati piani di battaglia, egli stabilì di non

disperdere sopra molti punti le proprie forze, ma di tenerle quanto più

poteva concentrate ed unite per assalire con una massa poderosa i

singoli luoghi che intendeva combattere.

La prima spedizione che immaginò fu contro Monguzzo: ne serbò il

pensiero con gelosa secretezza, e quando tutto fu pronto in Como, un bel

mattino fece spargere la voce che, per ordine del Duca, l'esercito

doveva ritornarsene la notte a Milano. Comandò si ponessero sopra i

carri le artiglierie, si tenessero preparati in duplice numero cavalli e

buoi pel traino di quelle, delle bagaglie e delle salmerie; ed i soldati

si ponessero in armi sul far della sera. Verso quest'ora, mentre

foltamente nevicava, diede l'ordine della partenza, e quando l'ultime

schiere, ed egli dietro a tutte, furono usciti da Como, volle se ne

chiudessero diligentemente le porte, onde nessuno di quelli che avevano

seguíto l'esercito potesse rientrarvi; e lasciato perfettamente

oscurare, raggiunto da espertissime guide, abbandonò la via verso

Milano, facendo volgere l'armata sulla strada della Brianza per riuscire

inaspettatamente al Castello di Monguzzo.

Gian Giacomo dal giorno della partenza dell'Ambasciatore ducale erasi

sempre rimasto tranquillo co' suoi nella propria fortezza di Musso,

riputandosi sicuro d'ogni nemica molestia per l'inopia in cui sapeva

trovarsi il Duca, e pel rifiuto de' nuovi soccorsi che gli venne

riferito essere al medesimo stato fatto dal De-Leyva, e specialmente per

la crudezza della sopraggiunta stagione che pareva dovesse frapporre

ostacoli insormontabili ad ogni movimento d'armata. Cominciò però desso

a provare vive inquietudini allorchè ebbe cognizione che la novella

giunta a Milano dei meditati sponsali del Duca con Cristina di Danimarca

aveva fatta rinascere la primitiva amichevole relazione del Generale

spagnuolo collo Sforza, ed i suoi sospetti del prossimo rinnovamento

della guerra divennero certezza quando gli fu riferito che s'avviava a

Como un forte esercito condotto da un nuovo comandante.

Nondimeno per quanto fosse esercitata ed acuta la sua previdenza, egli

non giunse ad immaginarsi che i Ducali moverebbero ad assalirlo nel

cuore d'un sì ruvido inverno, e ben lungi dal temerli, considerava che,

venuta la primavera, avrebbe recati ad essi gravi nocumenti sia colle

schiere tedesche dell'Altemps, sia colla propria flotta assai superiore

a quella dei nemici.

Mentre viveva in tale persuasione, ecco giungere a Musso un messaggiero

venuto rapidamente da Lecco colla nuova che s'erano vedute numerose

squadre Ducali dirigersi alla volta di Monguzzo. Gian Giacomo e la

maggior parte de' suoi supposero sulle prime che tale annunzio fosse

cagionato da panico terrore o dai falsi rapporti di qualche contadino;

ma a togliere loro ogni dubbio ne pervenne indi a poco un altro,

narrando che quel Castello, circondato da ogni lato, era aspramente dai

nemici combattuto. Il Castellano, benchè sorpreso da simile inaspettato

avvenimento, non si perdette d'animo; destò ne' suoi l'usato coraggio,

ordinò le difese ne' luoghi della costiera, e prese seco le migliori

squadre che gli rimanevano, navigò a Lecco, per di là recarsi a portare

soccorso al suo assediato Monguzzo. L'accorrere però ch'egli fece colà

riuscì vano, poichè nel mentre ch'approdava coll'armata al porto di

Lecco, giungeva al ponte presso quella Terra il capitano Mandello con

turbe di soldati fuggenti e sanguinosi, che s'erano colle armi aperta la

strada tra le schiere dei Ducali, entrati poche ore prima dalle breccie

nel Castello, e fattisine padroni, prendendo prigionieri il rimanente

del presidio e lo stesso Battista Medici, il quale mal riavutosi

dall'infermità cagionatagli dalle ferite, non ebbe campo in

quell'estremo caso di sottrarsi alle mani del nemico.

Non si può descrivere quanto un tal fatto eccitasse lo sdegno e il

dolore nell'animo di Gian Giacomo, che, oltre la perdita di

quell'importante fortezza, oltre la prigionia del fratello, vedeva a

quali progressi con somigliante conquista s'aprivano l'adito i suoi

avversarii. Pensò a primo tratto di fare ogni sforzo per cercare di

ricuperare Monguzzo, ma lo scarso numero de' proprii soldati a fronte di

quello in che trovavansi i Ducali, siccome gli narrò il Mandello, lo

persuasero non essere avveduto consiglio l'esporsi nel pian paese a

campale giornata. Molti pensamenti e progetti volse egli nello spirito,

e comunicò in parte a' suoi Capitani, onde vendicarsi e riparare quella

perdita, pensando anche d'assalire la stessa Como, ma dovette

convincersi al fine null'altro allora potersi prudentemente disporre che

una difesa pronta e generale di tutti i suoi possedimenti del lago.

Mandò quindi avviso ad ogni banda lontana de' suoi soldati si radunasse

in Lecco, perchè ben previde che i primi tentativi del nemico verrebbero

diretti contro questa fortificata Terra; lasciò colà la maggior parte di

esse, e il rimanente ricondusse seco sulle navi a Musso, dove fece

accelerare l'assestamento della flotta, che accrebbe dei legni presi ai

Ducali nella battaglia di Bellaggio.

Il Vestarino, lieto fuor di misura pel felice successo della sua prima

intrapresa, ne mandò le novelle alla Corte di Milano, la quale fu tanto

più contenta e paga di tale evento, in quanto che lo stimava di decisiva

importanza, poichè le dava per prigioniero un fratello stesso del

formidabile Castellano, l'avere il quale poteva esserle mezzo

d'assicurare il progetto d'una pace più vantaggiosa. Il Vestarino,

lasciata metà dell'esercito a stanza nel Castello di Monguzzo sotto il

comando del capitano Ricciardo Acursio, ritornò coll'altra a Como,

meditando di dar subito mano alla presa di Lecco. Non vide egli un

ostacolo alla nuova conquista nella povertà del navilio Comasco; pensava

che le otto navi che sole rimanevano tuttora, fossero più che

sufficienti al parziale trasporto delle truppe, la maggior parte delle

quali voleva marciasse per terra, poichè aveva stabilito di evitare

colla massima cura ogni scontro navale. Per dare esecuzione al suo

disegno, formò de' suoi uomini d'armi tre distinte schiere: ordinò alla

prima di prendere i sentieri che alla sponda destra del lago, partendo

da Como, passano per Geno, Blevio, riescono a Torno, e di là, or

sull'alto dei monti, or rasente il lido, giungono a Nesso, e pervengono

sino all'estrema punta di Bellaggio; comandò alla seconda s'avviasse dal

lato opposto per la stradicciuola, più che mai alpestre anch'essa e

difficile, che tocca Cernobio, Moltrasio, arriva ad Argegno, e

progredisce per la Tramezzina; finalmente si pose egli stesso colla

terza sulle navi, ove erano state collocate tutte le artiglierie e le

necessarie munizioni da guerra e da bocca, veleggiando alla stessa volta

delle truppe di terra. Aveva dato avviso contemporaneamente al capitano

Acursio che movesse da Monguzzo per l'alta Brianza, si recasse a

prendere posizione presso il lago di Lecco, cercando d'impadronirsi dei

paesi più prossimi a quella Terra che si trovavano al di qua del lago,

ed in ispecial modo di Malgrate che sta ad essa di fronte. Duplice si

era lo scopo cui il Vestarino mirava con que' combinati movimenti

d'armate: primo, d'avere in qualunque circostanza soccorso ed appoggio

nelle truppe che camminavano su ciascuna delle sponde; secondo, di

giungere con grosso numero d'uomini in un momento stesso al promontorio

di Bellaggio per impossessarsene, potersi quivi fortificare e discendere

più agevolmente verso Lecco a congiungersi coll'Acursio, e così assalire

da due parti quel Borgo, la cui conquista era d'alta importanza in

quella guerra. Aveva desso pure stabilito che le sue truppe che

s'avanzavano sulla riva sinistra del lago, giunte alla punta di Lavedo,

dovevano quivi alzare trincee e rimanersi in gran parte per difendere

quel passo, proteggere al bisogno la ritirata delle sue navi, e impedire

alla flotta nemica d'oltrepassare lo stretto.

Non rimase però questa seconda spedizione del Vestarino celata al Medici

come era avvenuto della prima: il mal successo di quella aveva fatto sì

ch'egli aumentò con efficaci mezzi la vigilanza e il numero delle sue

spie in Como, per cui appena il Vestarino ebbe date le prime

disposizioni pel nuovo piano d'attacco, egli ne ricevette a Musso

l'esatta novella, e radunati i suoi Capitani la partecipò loro.

"Questo maladetto Vestarino vuole adunque farci a forza mettere i piedi

nella neve? È veramente stanco dello starsi ad abbruciar legna sui

focolari di Como? Quanta baldanza perchè glie n'è andata una bene! Ma

per la spada di san Michele! s'egli ha risoluto di riscaldarsi al fuoco

della nostra polvere, può essere che si scotti la pelle in modo da

sentirne il bruciore per lungo tempo". Così esclamò con irata voce il

Pellicione, acuminandosi i mustacchi all'udire la relazione delle

disposizioni guerresche del Vestarino che uno spione venuto da Como

andava facendo alla presenza di Gian Giacomo e degli altri Capitani

nella sala d'armi del forte più elevato del Castello di Musso.

Gian Giacomo, che stava assiso in mezzo a loro sovra un seggiolone di

cuoio, dopo essere rimasto lungo tempo silenzioso, colle braccia

incrocicchiate al petto e gli occhi fissi al suolo in atto d'uomo che va

profondamente meditando, scosso al suono della voce, anzichè dal

significato delle parole del suo Luogotenente, a cui non sembrò punto

prestare alcuna attenzione, alzò su di lui lo sguardo con certa

espressione di rimprovero e di dispetto che era prodotto dalla serie de'

suoi pensieri, e non già da quella subitanea interruzione, e con tuono

d'ironia pronunciò:

"Vivremo persuasi tuttavia che sarebbero stati mal impiegati trenta o

quarantamila scudi per rimanerci almeno quest'inverno in riposo, e dar

tempo, se non altro, alle truppe tedesche di venirci a raggiungere? Se

davamo retta alle parole di quell'Ambasciatore del Duca avressimo

perduto Monguzzo in sì malo modo, sarebbe Battista prigioniero, e Lecco

in periglio? Io doveva sborsare sin l'ultimo mio soldo per istabilirmi

fermamente..." Troncò qui ad un tratto gli accenti che tradivano i suoi

secreti pensieri ed il suo intimo rancore cagionato dal riflettere a

quella nuova guerra che si presentava con sì formidabile apparato, e se

l'era tratta addosso per propria ostinazione, resa maggiore dal

consiglio de' suoi, e specialmente del Pellicione, a non volere accedere

a tutti i capitoli di pace ch'era venuto a proporre il Messaglia.

I marcati e severi lineamenti del volto del Castellano si fecero più

oscuri e indegnati, quasi rimproverasse a se stesso quelle imprudenti

rivelazioni dell'animo suo, che l'incertezza e il pentimento d'una

perduta occasione agitavano; ma ciò non fu che un lampo, e tale che non

se ne avvidero i suoi Capitani medesimi, i quali si stavano pensando tra

loro stessi con istupore al significato di que' suoi detti che non

sapevano comprendere, poichè erano i primi usciti dalla sua bocca che

indicavano titubanza, e davano sospetto in lui di timore. Egli balzò

subitamente in piedi, scosse il capo quasi volesse dissipare una

vertigine che l'avesse assalito, e rianimando il volto coll'usata

espressione autorevole e ardimentosa, riponendo sulla fronte il

berretto, disse: "Avete tutti, o miei Capitani, inteso quanto ci narrò

questo nostro fedele esploratore? Ebbene, che ne dite voi? Dobbiamo

attendere il temerario Ducale a piè fermo, oppure credete più utile

partito il recarsi ad affrontarlo sul lago e pei monti e respingerlo

pria che s'approssimi di più alle mura delle nostre fortezze?"

L'importanza della domanda, il modo confidenziale insieme e imponente

con cui fu pronunciata, attirò tutta l'attenzione dei Comandanti d'armi

e Consiglieri del Castellano, che compresi dalla gravità dell'inchiesta,

stettero qualche istante in silenzio, alcuni col capo piegato al suolo,

altri colle mani appoggiate all'impugnatura della spada, altri colle

braccia raccolte al petto in atto di meditare una conveniente risposta,

e primo di tutti a rompere il silenzio fu il Mandello che così

s'espresse: "Io per me porto opinione essere di maggiore convenienza

l'attendere il nemico dentro le nostre fortificazioni. Operando in tal

modo noi lo costringiamo a sopportare da solo tutta l'inclemenza ed i

disagi di questa rigida stagione: esso dovrà rimanersi accampato allo

scoperto, dovrà superare immensi ostacoli per cercare d'accostarsi ai

nostri baluardi, innanzi ai quali, vanamente tentando di conquistarli,

deperirà consumando le sue forze sotto i colpi che noi da luogo comodo e

sicuro a lui scaglieremo".

"Pensa, o Mandello, a ciò che dici! rispose a lui il Pellicione: non ti

sovvieni di quanto t'accadde a Monguzzo? non eravi colà freddo, neve e

quante mai altre intemperie può avere l'inverno, e pure, sebbene essi di

fuori, e tu di dentro, dimmi un poco chi è stato il più forte? È ben

vero che Monguzzo si può chiamare una bicocca in paragone de' nostri

forti del lago; ma, per la spada di san Michele! comunque sia, non

bisogna lasciarsi chiudere in gabbia che il più tardi possibile, e prima

di concedere loro di guastare colle artiglierie le nostre mura, dobbiamo

mostrare che siamo abituati al freddo al pari di essi, e sappiamo

camminar per le nevi e pei ghiacci con maggiore prontezza e facilità di

loro".

"Sono anch'io del tuo parere, disse Achille Sarbelloni, perchè rifletto

che ci sarebbe di vergogna e di danno il lasciar credere ai nemici che

noi non abbiamo il coraggio di assalirli, il che darebbe idea d'una

diminuzione notevole delle nostre truppe o della svanita nostra

prodezza, e se loro concediamo d'accostarsi ai nostri Castelli, essi

metteranno a sacco e distruggeranno ben anco le Terre e le case a cui

non possiamo prestare difesa".

"E dove lasciate, aggiunse il capitano Domenico Matto, l'inutilità a cui

si ridurrebbe, o piuttosto la distruzione a cui verrebbe condannata la

nostra flotta, colla quale più che in qualunque altro modo abbiamo tante

volte fiaccato l'orgoglio del Duca e de' suoi alleati, e fatta

sventolare vittoriosa la vostra bandiera, o Castellano, per sino al

cospetto delle mura di Como? Sì: disponete una guerra aperta e decisa

nella maniera che i nemici hanno l'ardire di provocarla, e noi

dimostreremo che anche trovandoci in poco numero sappiamo affrontarli

dovunque, e li prendiamo a scherno se osano venire al paragone

sull'acque".

Gli altri Capitani che quivi erano adunati in consiglio, o fossero

realmente d'avviso conforme agli ultimi tre, o anche tenendo

all'opinione del Mandello non osassero ad essi di contraddire (perchè

nelle cose ove havvi rischio e periglio, l'opinare per prudenti partiti

ha sempre aspetto di pusillanimità e di vigliaccheria) null'altro

esposero che il proprio assentimento in brevi parole; per lo che Gian

Giacomo, cui riusciva aggradevole quel fervoroso e franco inclinare alla

guerra che lo faceva più certo del coraggio e delle disposizioni de'

suoi, e ciò che assai gli importava del non avere ad essi recata

sinistra impressione le parole a lui inavvedutamente sfuggite, levò alto

la testa, guardò alteramente, e alzando l'indice in atto di minaccia,

crollando il capo, così s'espresse, accompagnando i detti con fiero

sorriso: "Ah Vestarino, Vestarino! tu non hai bene pensato al passo che

movesti, e la tua mente affascinata da una stolta vanagloria t'ha fatto

scagliare la pietra al leone in riposo, ed il leone si desta: tu non hai

calcolata la velocità de' suoi passi, e la forza delle sue mascelle;

ascolta il suo ruggito! guai a te se t'aggiunge! Tu pagherai a caro

prezzo la tua temerità! Sì, Capitani, accetto il consiglio del maggior

numero di voi: riprenderemo immediatamente le armi; questo è ciò che

meglio conviene a uomini nati al combattere come noi siamo. Se col gelo

e le nevi escono in campo i Ducali che sono fanciulli a nostro paraggio,

che non dobbiamo essere capaci di far noi? Andate, disponete i soldati:

darò tosto gli ordini onde sia allestita la flotta e munita di tutto

l'occorrente. Domani saprete quali fazioni s'avranno ad intraprendere, e

mostrerete ben presto, come il desiderate, all'imprudente comandante

nemico chi siamo noi e cosa sappiamo operare".

Usciti di là i Capitani, chiamate a raccolta ciascuno le proprie

squadre, che stavano nelle rocche del Castello e ne' quartieri di Dongo

e di Musso, esposero i voleri del Castellano facendo che mettessero in

pronto l'armi e gli arnesi per partire al primo annunzio: le navi furono

tratte dai cantieri e dal porto, fornite d'ogni cosa necessaria al

veleggiare ed al combattere, e caricate d'abbondanti vettovaglie. Il dì

seguente cominciò il movimento delle schiere secondo i comandi che

venivano dati da Gian Giacomo.

Siccome egli aveva certezza che i Grigioni non si sarebbero mossi ad

assalirlo perchè conosceva l'impraticabilità delle strade del loro paese

in quella stagione, e perchè sapeva positivamente che gli uomini della

Lega s'erano ritirati ne' loro casolari delle alpi, non fece appostare

che piccoli drappelli a guardia de' luoghi eminenti, e lasciò poche

soldatesche a Gravedona, a Sorico, e nell'altra parte allo sbocco della

Valtellina per trattenere gli Svizzeri in caso di discesa tutto quel

tempo necessario ad accorrere egli stesso al riparo. Mandò di nuovo il

capitano Bologna a Rezzonico; spedì il Mandello a Varenna, e diede ad

entrambi quel maggior numero d'uomini ohe gli fu possibile nella

scarsezza in cui si trovava di truppe, di cui alcune dovette pur

lasciare nel Castello di Musso sotto il comando del fratello Agosto.

Divise poi il corpo più grosso d'armata in tre schiere: la prima più

numerosa montata sopra cinque navi volle condurre egli stesso alla

difesa di Lecco; la seconda con tre navi destinolla a presidiare

Bellaggio per impedire ai nemici di impossessarsene; mise la terza sotto

i comandi del Pellicione, onde per la via di terra che fiancheggiava il

lago pervenisse a Menaggio e di là inoltrandosi incontro alla colonna

dei Ducali, che veniva sulla strada della Tramezzina, togliesse loro

l'avanzarsi e si opponesse al ricongiungimento di quella coll'altra che

progrediva sui legni per isbarcare a Bellaggio: delle tre navi destinate

a guernire questo paese aveva il comando supremo Achille Sarbelloni che

saliva la Donghese; le altre due erano la Salvatrice e l'Indomabile

capitanate da Falco e da Gabriele.

Falco, dopo quel dì delle feste per la vittoria, ritornato colla moglie

e la figlia alla sua capanna della rupe, aveva durato alcun tempo nella

determinazione già fatta, ed espressa a Gabriele, di recarsi a dimorare

in Musso; ma poscia veggendo interamente acquetate le cose della guerra,

allontanati tutti i nemici, sgombro il lago d'insidie, pensò

soprassedere a quella risoluzione, e non abbandonare il suo abituro sino

a tanto che non fosse trascorsa l'invernata. Il Castellano l'andò più

volte affabilmente rampognando del suo ritardo nel non approfittare del

dono della casa a lui fatto, ma veggendo irremovibile la costui

ostinazione, e non avendo urgente bisogno dell'opera sua, lo lasciò in

pace al fine, concedendogli agisse a suo grado. Invano pure Gabriele lo

sollecitò innumerevoli fiate ed in tutti i modi a trasferirsi presso a

lui stabilmente, che fermo il Montanaro guerriero nella gelosa custodia

della propria indipendenza, e legato di troppo tenace affetto ai siti

nativi, non volle cedere mai alle di lui istanze, il cui secreto scopo

era, approfittando della prossimità, indurre il fratello ad accordargli

Rina. Per lo che irrequieto il giovine Medici, nel quale si faceva ogni

dì più ardente la passione che l'infiammava per la bellissima abitatrice

della solitaria rupe, avendo avuto il comando da Gian Giacomo di recarsi

una fiata a Rezzonico, un'altra a Bellano per militari faccende, non

seppe trattenersi dallo spingere la sua corsa ambedue le volte insino a

Nesso all'abituro di Falco, poichè quivi soltanto poteva trovare calma e

sollievo all'agitato suo cuore. Andando colà s'infingeva cercare di

Falco, che aveva quasi certezza di non ritrovare, poichè sul finire

dell'autunno, infastidito della tranquillità che regnava d'intorno,

andava co' suoi compagni sino nelle acque di Como a molestare i Ducali.

Gabriele, accolto ed ospitato cortesemente in quel casolare da Orsola,

passava alquante ore felici in compagnia di Rina, ora dentro la casa,

ora seduto accanto a lei sotto il fronzuto castagno che ne ombrava la

soglia, La leggiadra fanciulla, fatta meno pavida e di meno austero

riserbo da poi che aveva più volte seco lui conversato, rispondeva alle

sue parole con semplici ma sì vivi ed affettuosi modi, che tutto

appalesavano il rapimento soave del suo spirito per la cara presenza del

giovine guerriero. Questi, benchè inebriato di gioia, sentivasi commosso

sino alle lagrime, quando, coll'accento delle tenere e dolorose memorie,

ella gli narrava l'ansia dei lunghi giorni trascorsi in aspettarlo, e la

perduta speranza del rivedersi. Oh felici! e si rivedevano ed erano

dappresso, e non le sole parole, ma l'anima che traspariva per gli

occhi, e l'atteggiarsi spontaneo delle persone, l'una ver' l'altra

dolcemente inclinate, era ad entrambi certo e prezioso argomento

d'amore, che gli appagava con perfetta inesprimibile delizia.

Venuto il tristissimo verno, Falco era tornato al Castello di Musso

quando appunto giunse colà la notizia dei nuovi preparativi di guerra

per parte dei nemici e dell'assalto di Monguzzo. Retrocesso colla flotta

dall'infruttuosa spedizione fatta a Lecco per accorrere alla difesa di

quel Castello, egli accettò con molto contento il comando di recarsi

sulla Salvatrice carica di soldati ad impedire al nemico di pervenire a

Bellaggio insiememente alle schiere condotte da Gabriele e da

Sarbelloni.

Allo spuntare d'un freddo mattino salparono le navi del Castellano dal

porto di Musso: era il lago coperto da una folta nebbia che toglieva ai

naviganti ogni distinta vista del legno in fuori su cui ciascuno

veleggiava e delle acque per poco spazio dintorno; l'altre navi che

solcavano di conserva le onde, si scorgevano in forma offuscata e

confusa, e le più lontane non si vedevano affatto. I soldati armati

grevemente stavano parte raccolti sul cassero cogli archibugi caricati,

parte vicini alle bombarde, silenziosi e disposti al combattere ad ogni

cenno che indicasse essere prossimo uno scontro col nemico. Alcuni

battelli leggieri, su cui stavano uomini espertissimi de' luoghi,

correvano a forza di remi dinanzi alle grosse navi e colle grida

indiziavano il cammino ai piloti di quelle. Giunta la flotta nelle acque

di Varenna, quattro navi col Brigantino e l'altre minori barelle volsero

le prore verso Lecco, e i tre prefissi legni vogarono dritto a

Bellaggio. Mentre questa squadra s'avanzava all'accennata punta

diradossi la nebbia e, sollevandosi, lasciò scorgere il promontorio e

gli altri monti che fiancheggiano il lago biancheggianti di neve; le

acque apparvero d'un colore più bruno-cilestrino a causa di quella

candidezza delle montagne fra cui stavano rinchiuse.

Falco, che incappucciato nella sua schiavina stava ritto sul bordo della

_Salvatrice_, la quale veniva innanzi a tutte, mirando attentamente per

iscoprire ove si trovasse il nemico, fu il primo a vedere, non senza

rabbia e dispetto, le navi Comasche già lontane che si ritiravano dietro

il dosso di Lavedo. Egli fece i segnali a Gabriele e ad Achille

Sarbelloni che s'avanzassero coll'_Indomabile_ e la _Donghese_

disponendossi a inseguire il nemico; ma que' due Comandanti gli

accennarono di dovere arrestarsi, poichè loro fazione si era non altro

che occupare e difendere Bellaggio.

Falco, benchè cupido di combattere, non osò trasgredire gli ordini del

Castellano, che tali erano appunto; fece trattenere la nave a poca

distanza da terra, e fatto esplorare se vi fossero Ducali pel borgo,

saputo che non ve n'erano, discese egli colle proprie schiere, e quindi

Gabriele e Sarbelloni sul lido. Gli abitatori, benchè dolenti per quella

comparsa d'armati che doveva far scena di battaglia la loro terra,

dovettero accoglierli nelle case, ove si distribuirono piantando

artiglierie, ed affortificando i siti più eminenti circonvicini, ed in

ispecial modo la sommità del colle, ove eravi un palazzo a modo di

rocca, di proprietà in allora degli Stampa.

Il dì seguente al sorgere dell'aurora, resa fosca dai nebbioni che

ingombravano tutto il lago ed i monti, s'udì un lontano trarre

d'archibugi che destò e pose in allarme i Capitani ed i soldati del

Medici che stavano in Bellaggio; accorsero le schiere armate alla sponda

ed alle navi per vedere che fosse, ma la nebbia, che come un fitto velo

copriva ogni cosa, impedì che scoprissero ove precisamente accadeva il

combattimento, che ben però arguirono essere ingaggiato sulla sponda di

prospetto presso Tramezzo fra la schiera del Pellicione e la colonna

nemica. Falco, impaziente di recarsi a combattere, corse in traccia di

Gabriele e di Sarbelloni, e trovatili nel palazzo Stampa, dove in una

gotica sala stavano deliberando in proposito, disse loro con gran

premura: "Udite, udite! i nostri di là del lago danno già la mattinata

ai camiciotti rossi; essi rompono loro il digiuno con qualche cosa di

più solido che i migliacci e le ricotte: e noi che credete voi che

abbiamo a fare? starcene qui colle mani alla cintola ad udire il suono

senza prender parte alla festa? No, per l'anima mia! sarebbe questa

un'indegna viltà. Voi, signor Capitano (e si volse al Sarbelloni),

rimanete qui coi vostri uomini in guardia di Bellaggio; io ed il signor

Gabriele passeremo il lago, e favoriti dalla nebbia, giungeremo quando

meno se la pensano alle spalle dei Ducali, prestando così una mano al

capitano Pellicione a trattare come si merita quella canaglia".

Sarbelloni esitava ad acconsentire a tale proposta, poichè il comando

era di mantenersi in quella posizione; e non voleva esporsi al pericolo

di perderla dividendo, contro il divieto, le forze: Gabriele aderiva in

cuor suo al progetto di Falco, ma non osava proferire un parere

contrario a quello che poteva esporre il Sarbelloni, a cui il Castellano

gli aveva comandato d'obbedire, siccome più provetto ed esperimentato di

lui. Intollerante il belligero Montanaro delle dubitanze e del silenzio

di que' due: "A che perdiamo inutilmente il tempo, esclamò battendo

focosamente col suo moschetto il suolo: ordiniamo alle truppe

d'imbarcarsi, e voghiamo all'altra riva prima che tutto sia finito;...

ma che c'è?... ascoltate... colpi... nuovi colpi... vicini... i nemici

son qui... assalgono il borgo... presto, corriamo, non c'è tempo da

perdere, chiamiamo tutti gli uomini e scendiamo loro incontro".

Queste ultime parole furono pronunciate da Falco pel tuonare improvviso

d'una scarica d'archibugi che s'intese tanto fragorosa e distinta che

indicava non essere stata fatta più lontana delle ultime case di

Bellaggio. I tre Capitani scendendo rapidamente decisero in brevi detti

qual ordine ciascuno dovesse tenere. Gabriele cogli armati di sua truppa

prese il cammino d'un bosco sul colle superiore alla borgata; Sarbelloni

recossi al luogo ove era cominciata la zuffa; e Falco, fatta salire la

sua schiera parte sulla _Salvatrice_, parte sui battelli presi nel

porto, costeggiando il lido, si recò a sostenere il combattimento dal

lago.

Il Vestarino aveva il giorno antecedente avuta notizia per mezzo di sue

spie che la flotta del Medici uscita da Musso s'avanzava verso

Bellaggio, per lo che egli, che s'era prefisso d'evitare ogni pugna

navale, non avendo potuto a causa della nebbia vedere la direzione presa

dalla maggior parte della flotta all'altura di Varenna, s'era ritirato

colle proprie navi dietro la punta di Lavedo già antecedentemente da'

suoi soldati fortificata: venuto in cognizione però che soli tre legni

erano quelli giunti a Bellaggio, benchè sapesse in pari tempo che una

divisione di Mussiani si avanzava lungo la sponda dalla parte di

Menaggio, pentito di non essersi prima impadronito del promontorio

Bellaggiano, pensò di farlo immantinenti. Aveva per ciò ordinato quel

mattino ad una squadra d'inoltrarsi per terra contro a quella del

Pellicione, e queste si scontrarono presso a Tramezzo, e fece un'altra

mettere dalle navi a sponda poco in su della terricciuola di

San-Giovanni lungi un miglio da Bellaggio, conducendola egli stesso ad

assalire questo borgo. Allorchè sopravvenne Achille Sarbelloni co' suoi

guerrieri al luogo della zuffa, i Ducali s'erano già impossessati delle

prime case entro le quali erano state poste le sentinelle avanzate dei

Mussiani, e vi si erano fatti forti. Sarbelloni gli assalì

vigorosamente, ma il sovrabbondante numero dei Ducali lo ributtò

uccidendogli coi moschetti alquanti uomini. Gabriele non potè come aveva

creduto discendere prontamente in suo soccorso dal bosco in cui s'era

cacciato per riuscire celatamente sul fianco del nemico: l'alta neve,

gl'incespicamenti e l'incontro che fece dentro la selva d'alcuni Ducali

che erano stati mandati innanzi dal Vestarino a modo di bersaglieri, e

per uno scopo eguale al suo, contro i quali dovette combattere a lungo

per sloggiarli da mezzo quelle piante, il trattennero gran pezza. Falco

fu quindi il primo a frenare i progressi del nemico: s'erano dessi

appena avveduti dell'accostarsi della Salvatrice, coperta per varii

istanti dalla nebbia e dal fumo ai loro sguardi, che provarono gli

effetti della sua terribile presenza, poichè vennero fulminati dalle

bombarde di questo legno caricate a scheggia con colpi frequentissimi

che fecero immensa strage. Difettando essi colà d'artiglierie, e non

sapendo come schermirsi da quelle offese, furono costretti parte col

Vestarino a retrocedere, parte a cacciarsi tra le case, e parte su pel

colle nella selva: questi ultimi s'incontrarono in quelli che

retrocedevano respinti da Gabriele, e collegatisi tornarono uniti più

furiosi all'assalto contro di lui. Falco veggendo i Ducali sbandarsi, nè

potendo più dirigere in pieno i suoi colpi, lasciò alcuni bombardieri

sulla nave per trarre al nemico se si presentava allo scoperto, e

balzato cogli altri uomini sui battelli, afferrò il lido e, ordinate le

schiere, piombò addosso a quelli che s'erano spinti nelle prime

abitazioni di Bellaggio.

Durò lunga pezza furiosissimo il combattimento corpo a corpo sulla riva,

dentro le case e su pel colle, e siccome anche dall'altra parte del lago

continuava la pugna, ambedue quelle sponde risuonavano di spessi colpi e

di grida. A poco a poco però il rumore della battaglia s'andò scemando e

allontanando dalla riva di Tramezzo, e gli spari d'archibugio rari e

dispersi indicarono che era piuttosto un inseguirsi che un combattere

regolarmente. Presso Bellaggio i Ducali vennero finalmente ricacciati

dalle case di cui s'erano sulle prime impadroniti; e mentre incoraggiati

dal Vestarino, ch'era ritornato con fresche truppe presso il borgo, vi

si spingevano con nuovo urto, Gabriele, sbaragliati gli oppositori del

colle, li prese di fianco e li costrinse a cedere il campo e ritirarsi

fuggendo.

Tolse ai Mussiani l'inseguire il nemico la neve che incominciò

foltissima a cadere, e il considerare che più oltre potevano essere

disposti agguati, per cui i Capitani richiamarono gli uomini d'armi

dentro la Terra, ricollocando le sentinelle e facendo formare duplici

barricate all'intorno di essa. Falco condusse di nuovo la _Salvatrice_

in porto, e poscia recossi cogli altri due Comandanti alla rocca degli

Stampa.

Venuta la sera, dopo aver preso abbondante ristoro, si ridussero essi

tre presso un gran fuoco, acceso in una spaziosa sala adorna d'armi e

dipinti antichi, e quivi Falco e Sarbelloni, vuotando di quando in

quando le tazze, riandando gli eventi della pugna, si congratulavano

seco medesimi della vittoria, scagliando imprecazioni contro il nemico,

e invitando all'allegria Gabriele che si mostrava mesto e pensoso.

Quand'erano più caldi in que' ragionamenti s'intese battere a colpi

replicati la porta: alcuni uomini d'armi del drappello che stava in un

camerone inferiore, accorsi a vedere chi fosse, vennero frettolosi nella

sala ad annunziare essere un frate che chiedeva con molta istanza di

parlare ai Capitani del Medici. Questi ordinarono entrasse, e Falco,

riconosciuto in esso lui frate Andrea della Casa dei Malati in Nesso,

sentì un gelo scorrergli per l'ossa, chè paventò un tristo annunzio, e

non s'ingannò; poichè appena entrato quel frate, che aveva la barba ed i

capegli scarmigliati, lacera e tutta bagnata la tunica, mostrando la

spossatezza di chi ha fatto lungo e disastroso cammino, disse con voce

tremante agli atterriti Capitani, che una banda di nemici giunti

improvvisamente in Nesso aveva cercato di penetrare nella Rocca, al che

si opposero a viva forza i terrazzani: ma che comparve colà ben tosto

una nave di Ducali, i quali scesi a terra, ed unitisi agli altri

assalirono e dispersero i più vigorosi, e penetrarono poscia nelle case

uccidendo e ferendo quanti ne trovavano, e incendiando casolari,

presepi, masserizie, per cui tutta Nesso era in fiamme; proseguì dicendo

che venuti alla Casa dei Malati fecero macello di tutti quelli che vi

trovarono, e ch'egli era scampato al loro furore fuggendo per la via dei

monti onde ricoverarsi a Bellaggio, essendo il giorno antecedente corsa

la voce ch'erano quivi pervenuti i soldati del Castellano.

Tremavano a tale narrazione per convulsi moti di rabbia i muscoli di

Falco, le sue labbra s'erano impallidite, e gli occhi di lui

tramandavano sinistri lampi: udì tutto, e non osò domandare della sua

donna e della figlia; s'alzò d'un balzo; prese il moschetto, indossò la

schiavina, e pronunciato un _addio_, s'appressò per uscire alla porta:

ma s'oppose al suo passaggio Gabriele, che fuori quasi dei sensi, con

voce disperatamente sicura disse: "Ecco a che ti condusse l'ostinato tuo

resistere alle mie istanze di abbandonare la rupe: essa forse a

quest'ora... Ma qualunque sia la sua sorte, aspettami; io debbo esser

teco, e perire con lei, o salvarla: così ho giurato irrevocabilmente al

Cielo!"

Falco restò muto a tali accenti, guardò quel giovine con occhio di

compianto, chè certo non era solo in quel punto che scopriva l'arcano

dell'amor suo, e quando Gabriele s'ebbe ricinta la spada che aveva

deposta, presolo per mano, uscì di là frettoloso. Achille Sarbelloni non

osò impedire nè frapporre indugio a quella dipartita, comprendendo

l'imperiosa necessità che l'aveva causata, e accorgendosi dai modi

assoluti con che que' due s'erano allontanati l'inutilità del

trattenerli.

Era nera la notte, cessato il nevicare, spirava gelido un vento che le

acque del lago frangeva alla sponda con reco mormorio: terra terra però

scorgevasi un debolissimo chiarore, prodotto dal biancheggiare della

neve, che faceva meno incerto il cammino ai due guerrieri, i quali

avevano a quell'ora abbandonata la Rocca Stampa. Falco andava innanzi

siccome esperto conoscitore di tutte le vie di que' monti, e Gabriele a

lui teneva dietro dappresso; camminavano a passi veloci quanto il

comportava il terreno, taciturni entrambi ed assorti in tormentosi

dubbii che li angosciavano e li affrettavano sempre più a giungere alla

meta.

Su per dirupi, giù per vallate, dentro sfrondate selve attraversano

macchie e torrenti, ora sostenuti dalla congelata neve, ora per i clivi

sprofondando co' piedi in essa, ma destri e infaticabili vincendo mille

ostacoli, oltrepassano gli eretti scogli di Grosgaglia, valicano il

torrente di Villa, e trascorsa al di fuori Lezzeno occupata dai Ducali,

pervengono sul monte all'alto della punta della Cavagnola. Appena giunti

al di là del profilo della montagna, da cui si scorgono le acque di

Nesso, ferì i loro sguardi un chiarore inusato che illuminava d'una luce

rossiccia tutto quello spazio: s'arrestarono essi ad un tratto su

quell'eminenza colpiti da terrore a tal vista: ardevano i casolari di

Nesso ardevano altre Terre vicine; e le fiamme alte sventolanti,

rompendo la tetra oscurità dell'aria, spandevano una tinta di sangue

sulla neve dei monti circostanti e facevano rosseggiare le acque in cui

si riflettevano, e sulle quali alcuni legni Ducali correvano in diverse

direzioni, lumeggiati pur essi da quel lume funesto.

Falco erasi soffermato e stava immobile appoggiato al suo moschetto

mirando quel tremendo spettacolo: luccicavano allo splendore

dell'incendio il suo giaco di maglia e la rete d'acciaio, ed i suoi

lineamenti, improntati d'una selvaggia fierezza, prendevano dal colore

delle fiamme un aspetto sì straordinario, che avrebbesi potuto

rassembrarli a quelli d'uno spirito infernale apparso a contemplare una

scena di desolazione. Splendeva pure la lorica sul petto a Gabriele che

s'era arrestato a lui vicino, ma nel suo viso scorgeasi tuttavia un non

so che di pietoso ed umano che faceva bello su quel volto il dolore.

"Guardateli, esclamò Falco coll'accento della rabbia più intensa;

guardateli quei lupi iracondi e vigliacchi! essi vogano e s'aggirano per

queste acque contenti di ciò che hanno fatto. Fuggono la mattina innanzi

a noi cacciati dalle nostre palle e dai nostri ferri, e vengono sulla

sera ad infuocare le abitazioni senza difesa e ad uccidere le donne e

gli inermi terrazzani. Ah sgherri incendiarii, assassini! Ma guai a voi,

se avete poste le mani su di esse! Falco respira ancora, e le punte de'

suoi pugnali entreranno tante volte ne' vostri cuori quanti capegli

avrete torti a loro".

"Il piano della tua rupe è oscuro, disse con ansietà Gabriele;

certamente la tua capanna non fu veduta; essa non arde, ed è d'uopo dire

che i Ducali non vi pervennero ancora: affrettiamo i nostri passi, e

giungeremo a sottrarre le donne prima che i nemici se ne avveggano".

Si mossero immantinenti, e giù per la china del monte, risalirono l'erta

al di sopra dell'affuocata Nesso, udendo i gridi ed i lamenti disperati

dei miseri abitatori, di cui alcuni vedevansi fuggire pei sentieri del

monte sottraendosi così alla rabbia dei soldati, i quali in gran numero

coperti di ferro, nude le spade, s'aggiravano, intorno a quelle ardenti

e crollanti ruine sterminando chiunque degli abitanti a loro

s'affacciava.

Falco della rupe; O, La guerra di Musso · 第 17 / 23 题