Il generale francese avea fissato il giorno 4 per riprendere le

ostilità, siccome è provato dalla lettera ch'egli stesso inviò al

generale Roselli: poi contro la data parola cominciò invece il fuoco

nella notte del 2 al 3, con intento di sorprendere i difensori, e

terminare con un colpo di mano l'impresa, che prevedeva difficile,

tuttochè avessero affermato che _gli Italiani non si battono_.

A un'ora dopo mezzanotte i Francesi avanzaronsi alla villa Pamfili,

rispondendo in italiano, colla mira di meglio nascondersi al grido

d'allarme delle scolte, _viva la Repubblica Romana_; e in questa guisa

riescirono in numero di 6000 a sopraffare il presidio che vegliava

alla difesa di quel punto; ma pervenuta la notizia di tanta slealtà

agli altri corpi, tutti accorsero indignati al loro posto preparati

a qualunque evento. Il nemico avendo continuato a venire innanzi

e a trarre colle artiglierie, il combattimento divenne ben presto

generale. Fin dai primi rumori Garibaldi era accorso al quartiere delle

sue truppe, che già in pronto non attendevano che i di lui ordini. —

Dette poche parole raccomandando severa disciplina e di rammentarsi

dell'onore italiano, guidavale a passo di carica a porta S. Pancrazio.

Il nemico aveva già occupato oltre villa Pamfili quella di Valentini e

l'altra dei Quattro Venti; l'energica resistenza opposta dalle truppe

già accorse era stata superata dal numero, gli sforzi con cui eransi

adoperate a sloggiarlo erano tornati vani. Garibaldi arrivava in quel

punto, e postosi senza più alla testa dei battaglioni li rincorava

coll'esempio; e col solito impeto li conduceva ad assaltare il nemico

colle baionette: lì s'impegnò furiosissima la tenzone, che durò

senza mai ristarsi per quattro intiere ore. Alla fine i Francesi non

potendo tenere più fermo cedettero il campo già occupato, rimanendo

però nella villa Pamfili. — Rinforzato di nuove truppe, il nemico

tornò all'assalto, e dopo alcune ore di lotta disperata riprese le

abbandonate posizioni. Verso mezzogiorno Garibaldi riordinata la

sua gente, ed era sempre la stessa, conducevala per la seconda volta

contro i Francesi, i quali con doppio numero di forze contrastarono

ferocemente il terreno, che più tardi dovettero sgombrare. Ma il nemico

potendo disporre di truppe fresche e di numerosi battaglioni, cacciava

innanzi sempre nuove colonne, contro le quali non reggendo più il

numero, Garibaldi dopo avere sostenuto per più volte e sempre colla

stessa virtù lo scontro col nemico, ordinò la ritirata e si ridusse

al casino detto il Vascello, da dove continuò a combattere sino alla

sera. Ebbero i Francesi una perdita quattro volte maggiore de' nostri,

e confessarono che quella era stata una lotta da giganti. Garibaldi

dovunque appariva seminava il terrore e la morte[11]. Il combattimento

durò 17 ore, la mischia fu più che tutt'altrove sanguinosa e feroce

presso alla villa Pamfili, ove Garibaldi fece quasi sempre combattere

corpo a corpo, all'arma bianca. Rendendo conto al Triumvirato di quanto

erasi fatto in quel giorno egli scriveva, parlando dei suoi commilitoni

«io non saprei distinguere alcuno, perchè tutti si sono egualmente

distinti». Garibaldi perdè in quel giorno due degli uffiziali ch'eran

venuti con lui d'America, i maggiori Ramorino e Peralta, degni

d'onorata memoria. Il nostro valoroso amico Giacomo Medici, colonnello

della legione portante il di lui nome, diede in quel giorno una solenne

prova di quanto può aspettarsi da lui l'Italia nella futura guerra

nazionale.

È impossibile, e riescirebbe d'altronde troppo lungo il tener dietro

ad uno ad uno de' numerosi fatti in cui Garibaldi si fece rimarcare

per valore e per accortezza sia nel respingere il nemico, sia guidando

le sue truppe ad attaccarlo nelle proprie trincee. Nei giorni 5 e

6 di giugno furono rinnovate le offese dagli assedianti, i quali

sempre ricacciati, resero quei giorni memorandi per le grandissime

loro perdite e per nuove vittorie delle armi italiane. Garibaldi diè

loro tali fierissime percosse, che li lasciarono sovente atterriti e

sanguinosi. Le lotte dei tempi omerici furono in quei giorni rinnovate

con lode somma dei nostri, coll'onta e col danno dei nemici. La luce

diurna non bastando agli animi inaspriti, Garibaldi usciva di notte

tempo ad attaccare i Francesi che certo non s'aspettavano a tanto

ardimento. Era tale l'ardore, l'attività e l'indomabile coraggio di

lui in quelle arditissime fazioni, che i Romani chiamavanlo il _leone

della serra_. Memorabile tra tutti gli altri per individuale coraggio,

si è il fatto in cui con solo 8 uomini di cavalleria cacciò da un

palazzo fuori porta S. Pancrazio i famosi _Chasseurs de Vincennes_,

che non seppero lungamente resistere a quell'impeto, e cercarono scampo

fuggendo per le finestre.

Avendo i Francesi piantato delle batterie, i di cui fuochi riescivano

oltremodo funesti ai Romani, Garibaldi mise mano a una via sotterranea,

che li conducesse a quella volta con animo di farle colle mine saltare

in aria, lo che impedivagli il nemico di mandare ad effetto, col

rivolgere le acque dentro i lavori già avanzati, e de' quali egli s'era

avveduto.

La sera del 10 meditando un audacissimo colpo, Garibaldi riuniva buon

nerbo di truppe nella piazza di s. Pietro, e fattele disporre per una

_incamiciata_, le conduceva fuori dei muri con ordine di avanzarsi in

silenzio e di scagliarsi al convenuto segnale sull'accampamento nemico,

colla baionetta alla mano. Un inaspettato contrattempo faceva sì che

l'avanguardia sparato qualche tiro prima di giungere al luogo, rendesse

avvertiti i Francesi dell'imminente pericolo e non più eseguibile il

preparato assalto.

Tale stizza i Francesi aveano concepito contro Garibaldi, che

allorquando appresero com'egli soleva dall'alto del palazzo nella villa

Corsini osservar le loro operazioni e dirigere i movimenti delle truppe

romane, cominciarono a far piovere sulla malaugurata casa e cannonate e

bombe in tal copia, che non molto dopo dovette Garibaldi abbandonarla

perchè interamente guasta e prossima a crollare. Di là egli trasportò

il suo quartiere nella villa Spada, egualmente esposta ai tiri del

nemico.

Spuntava frattanto il giorno 12, in cui il generale Oudinot, terminati

i lavori d'approccio, trovavasi in posizione di poter bombardare

Roma; per cui rivolgendosi alle autorità scriveva: che ove dopo 12 ore

dall'intimazione la città non si fosse arresa, avrebbela attaccata di

viva forza: al che il Triumvirato fermo nell'onorevole proposito: «Non

tradiamo mai le nostre promesse, rispondeva: abbiamo promesso difendere

l'onore del paese e la bandiera della Repubblica: manterremo la nostra

promessa.» E dodici ore dopo ricominciava più che mai furiosa la pugna.

Videro in quel giorno i Francesi tali prove di audacia, di valore e

di militare scienza, che ne maravigliarono spaventati. Garibaldi dà di

quella tremenda giornata, ch'egli dirigeva in persona, un saggio nella

relazione che trasmise al governo; ivi è detto: «Il furore de' nostri

era al colmo, poichè mancando di munizioni, questi prodi colsero le

pietre, e con esse sconfissero il nemico, gli tolsero le baionette dai

fucili, e se ne servirono come d'un arma terribile.»

In tutti quei giorni di lotta che seguirono dal 13 al 22, Garibaldi fu

visto dì e notte continuamente nei luoghi ove più ferveva la battaglia,

ed era più evidente il pericolo: la gente non sapeva com'egli potesse

tanto assiduamente mostrarsi dovunque le emergenze di que' fortunosi

momenti richiedessero la presenza d'un uomo che valesse col consiglio

e l'audacia a debitamente provvedervi. Egli pareva non sentir mai il

bisogno del riposo o quello del cibo: sarebbesi detto che nel fuoco e

nelle aspre fatiche della guerra prendessero le di lui membra ristoro e

forze novelle.

Occasione di nuovi ingenti sforzi e di valore disperato diede a

Garibaldi la notte in cui i nemici per la lenta ma sicura via delle

opere d'assedio, apparvero dentro i muri della città. Trovavasi egli in

quel momento in un posto di riserva e non appena giungevagli l'infausta

notizia, che in un colle truppe accorreva ad assalire colla baionetta

calata il nemico, che in fortissimo numero già s'era trincerato nelle

prese posizioni. Tornata vana tanta virtù, egli non si perdeva d'animo

per questo; chè all'alba con nuovo furore avventavasi risolutamente

un'altra volta all'ardimentoso cimento. Spinse i soldati a metter piede

perfin sui lavori del nemico, e con tal impeto e dispregio del pericolo

il fece, che erasi condotto tanto innanzi, che i nostri toccavano le

punte delle carabine ai soldati nemici, le quali sopravanzavano dalle

paralelle. Pure anco questo secondo tentativo rimaneva pur troppo senza

frutto dinanzi all'ostacolo dei trinceramenti, senza di cui il nemico

avrebbe dovuto come già altre volte ritirarsi sanguinoso e disfatto.

Erano quelli momenti supremi, e la posizione tristissima; e nonostante

il coraggio e il desiderio di nuovi paragoni col nemico in tutti

raddoppiavansi allo spettacolo sublime di Garibaldi e de' suoi. — Roma

riviveva ai tempi antichi.

Dalla nuova posizione in cui s'erano fortificati, i Francesi

bombardarono senza posa per molti giorni la città, e gravissimi danni

arrecarono agli antichi monumenti, che altri barbari e in più barbari

tempi avevano rispettato. E la ferocia di codesti stranieri che non

offesi, nè provocati eran calati in Italia senz'altra ragione che

il numero[12], senz'altro diritto che il sangue, veniva spinta a tal

grado, che i consoli delle estere nazioni, indignati a tanto strazio

diressero al generale francese una nota nella quale protestando contro

«_quel modo d'attaccare_ che non solo minacciava le proprietà e le

vite dei neutri abitanti, ma anche quelle delle donne e dei fanciulli,

chiedevano in nome dell'umanità e delle nazioni civili che desistesse

dal bombardare più oltre, per salvare dalla distruzione la città

monumentale che è considerata come sotto la protezione morale di tutti

i paesi inciviliti del mondo.»

In onta alla voce che il mondo cristiano sollevava per bocca de' suoi

rappresentanti in Roma contro il vandalismo de' soldati di Francia,

le bombe continuarono senza ristarsi un momento a cadere sull'eroica

capitale d'Italia, e quanto più codesti pretesi liberatori dei popoli

vedevansi da un piccol numero d'uomini, nuovi quasi tutti alle armi

e privi dei potenti mezzi di guerra, di cui essi potevano disporre,

contrastato il trionfo e sovente ancora battuti, tanto maggiormente

s'imbestialivano, e il concetto furore con atti crudelissimi

disfogavano. Poco pareva a costoro il fulminare notte e giorno la

città coi mortai e co' cannoni, che anche spingevano all'assalto

i soverchianti battaglioni; ma a traverso le tenebre, colla mira

d'introdursi non visti e per sorpresa, dacchè l'approssimarsi di giorno

e venire a far prova faccia a faccia del proprio valore coi nostri

avevano vedute tornar loro sempre a danno e a vergogna. E tale esito

ebbe il colpo tentato la notte del 25, in cui da tutti i punti assaliti

vennero coraggiosamente respinti. Ripeterono l'assalto la notte del

27 giovandosi d'una fitta nebbia e attaccando colla baionetta; ma non

valse loro nè la sorpresa nè la risolutezza dell'assalto, chè un muro

insuperabile di petti cittadini s'oppose a contrastarli il passo.

Ivi s'accese una mischia talmente accanita da ambe le parti, che

durante tutta la notte si continuò a combattere, il micidiale incontro

protraendosi fino a tardi nel giorno seguente. Garibaldi sempre in

mezzo al fuoco aizzava i compagni in quel furore e gli esortava a

non cedere, a tener fermo per l'onore italiano, e accorrendo dovunque

accresceva l'animo e la rabbia nei combattenti. «Voi pugnate per la

libertà e per l'onore d'Italia!» era il suo grido prediletto di guerra,

e a quel grido raddoppiavansi come per incanto i colpi, sotto i quali

cadevano i Francesi a mordere quel mal tocco terreno. L'orribile

pioggia di bombe e di granate accompagnava incessantemente quegli

attacchi alle fortificazioni, protetti pur anco dalle artiglierie

che avevano già grandemente dilatato la breccia. Sulla quale avendo

finalmente i nemici lanciato il dì 30 un numero sterminato d'uomini,

poterono collocare una batteria che rendeva quasi del tutto vana ogni

ulteriore resistenza. Nonostante male sapendo Garibaldi comportare

quel trionfo del nemico, che oramai non era più in poter d'uomo

contrastare lungamente, egli volle far prova di scacciarlo dalle

occupate posizioni, e riuscivagli il colpo; senonchè rivennero poco

dopo i Francesi alla pugna, e dovè Garibaldi ritirarsi non senza però

ritentare la fortuna che sorridevagli per l'ultima volta, poichè avendo

nuovamente respinto il nemico, quando tutto già pareva perduto, questi

rinforzatosi con nuove truppe, rese impossibile ad umana forza ogni

altro tentativo.

Questi rovesci ben lungi dal far desistere Garibaldi da ogni idea

d'ulteriore resistenza avevanlo sempre più confermato nel pensiero di

continuarsi ad opporre al Francese nella terza cinta protetta dalle

barricate al di qua del Tevere, e dopo aver fatto rovinare il ponte di

S. Angelo e quello di Sisto. Se il magnanimo proposito non fu mandato

ad effetto, debbesi attribuire a cause che da lui non dipesero, e

le quali la storia, fedele custode delle umane azioni, farà note più

tardi.

Non patendo a Garibaldi l'animo di cedere le gloriose armi allo

straniero invasore, risolveva uscire da Roma, ed avventurarsi a nuovi

pericoli; e fatto appello ai compagni con queste parole che riportiamo

fedelmente:

Soldati,

Ciò che io offro a quanti vogliono seguitarmi, eccolo: fame, freddo,

sole. Non paga, non caserme, non munizioni, ma avvisaglie continue,

marce forzate e fazioni alla baionetta. — Chi ama la patria e la gloria

mi seguiti.

Garibaldi.

radunò circa 3,000 uomini coi quali s'avviò alla volta di Tivoli,

non lontano forse dal credere che mantenendosi per qualche tempo

nella campagna, avrebbe potuto riunire a sè maggiori e considerevoli

elementi onde organizzare una lunga resistenza contro gli stranieri,

che da due parti diverse aveano invaso l'Italia, e i quali ad un tempo

s'affaccendavano ad inseguirlo, ben mostrando come degli Austriaci

chiamati barbari non fossero punto dissimili codesti altri calati di

Francia bestemmiando parole di libertà.

Non ignorava Garibaldi l'ardore con che ambedue si sarebbero egualmente

lanciati sulle di lui tracce, e perciò affine di meglio celar loro

e la propria situazione e le sue mire, aveva diviso in molti piccoli

drappelli le sue genti che spinse in direzioni diverse, mostrandosi

così nel tempo medesimo in disparatissimi punti. Per lo che i nemici,

francesi ed austriaci, quantunque in numero di gran lunga superiore,

mal sapendo ove rivolgersi per coglierlo, vedevansi obbligati ad

errare alla ventura, e con inutili marcie stancare i propri soldati,

che talora quando meno vi s'attendevano, sentivansi improvvisamente

colpiti dai tiri d'un nemico, di cui non trovavan più orma. Con questo

incessante avvicendarsi di marcie e di inseguimenti erasi condotto

in Toscana, coll'intendimento di tentare anche quelle popolazioni e

conoscerne l'animo. Apparve perciò nelle vicinanze di Montepulciano

verso il 10 di luglio, e sostò per prendervi riposo sull'alpestre

monte Fallonico, ove era impossibile al nemico l'avvicinarglisi.

Entrò più tardi in quella città, ove da un convento di frati furongli

tratti alcuni tiri di fucile; la qual cosa diede luogo a che Garibaldi

ritenesse presso di sè e conducesseli fuori, e il sottoprefetto

ed alcuni preti di quel paese, i quali rilasciò poi subito, senza

ulteriormente occuparsi nè di loro nè dei frati.

Accennando da Montepulciano alla volta d'Arezzo, stavano in

quest'ultima città e nella stessa Firenze in allarme gli uomini

della ristorazione, e l'italiana Arezzo vide le sue porte chiudersi

all'avvicinarsi di Garibaldi, come se uno straniero nemico o un

malfattore la minacciasse. Contro la quale condotta protestarono

in modo solenne il popolo e gli abitanti di quei dintorni, i quali

affrettaronsi numerosi a salutare i fratelli ed a recar loro il

bisognevole, onde potessero ristorarsi della fame e della sete patite

in que' lunghi travagli.

Erano in que' momenti le condizioni d'Italia tutta, e di Europa,

poco o nulla favorevoli alla causa della libertà, perciò i popoli non

potendo corrispondere agli eccitamenti di Garibaldi, stavano quieti,

oppressi dagli eserciti stranieri, accampati in gran numero nelle

nostre provincie. Fattosi persuaso Garibaldi della realtà dolorosa, per

cui doveva rimettere ai giorni avvenire il compimento del magnanimo

proposito rifaceva i passi, avviandosi verso l'Umbria. Anche durante

quella ritirata ebbe sempre ai fianchi l'austriaco, che inseguivalo

numeroso e senza prender mai posa. Marcie e contromarcie precipitose e

continue, riposi brevi, e conturbati sempre dal pensiero d'un attacco

imminente, vigilanza diligentissima, corse per luoghi alpestri e

tenuti per impraticabili; talora circondati dal nemico, che stava per

serrarli nella vasta cerchia, che facevasi ad ognora più stretta, e con

volte e rivolte sfuggirgli dalle mani, che già si stendevano sopra di

loro; tal altra lanciarsi arditamente tra mezzo alle schiere nemiche,

e transitare al punto bramato senza che azzardassero offenderli. Per

siffatte circostanze fu maravigliosa quella ritirata verso gli stati

romani, da dove Garibaldi risolveva ricoverarsi finalmente in S.

Marino, nella certezza di esservi ben accolto.

La disciplina più rigorosa fu da Garibaldi fatta osservare dalle sue

truppe lungo questa escursione; a tale spinse lo scrupolo da quel lato,

che per lievi mancanze inflisse i più severi castighi. I luoghi per

cui transitò non ebbero che a lodarsi dell'ordine e del rispetto alle

persone e alle cose. Allorchè le vettovaglie mancavano, ei ricorreva

alle comuni che fornivangli l'occorrente, e giammai si fece lecito di

togliere da per se neppure lo strettamente necessario.

Molte volte i suoi uffiziali instarono presso di lui affine di indurlo

a battersi col nemico, ed egli consultando la difficile posizione in

cui si trovavano, e calcolato con maggior prudenza le cose, rifiutò

costantemente di farsi aggressore. Mancavangli i mezzi di trasporto pei

feriti, mancavagli un luogo sicuro ove depositarli: come mai avrebbe

egli potuto acconsentire in tanto critica condizione, che i di lui

compagni s'esponessero alle eventualità di una lotta, dalla quale erasi

convinto non poter più ricavare quei benefizi di che si era lusingato

dapprima?

Entrava quindi in S. Marino, ove il governo e gli abitanti facevangli

tutta quell'onorevole e lieta accoglienza che si doveva a fratelli.

Quivi chiamati a sè gli uffiziali, rendeva lor noto essere oramai

inutile continuare nell'intrapresa, e necessario quindi lo sciogliersi,

e provvedere ciascuno alla propria salute in quella terra amica.

Frattanto l'austriaco avea per mezzo del governo di S. Marino fatto

proporre a Garibaldi una capitolazione, colla quale era offerto libero

il campo per ritirarsi al proprio paese ad ognuno della sua colonna, ed

assicurato a lui un passaggio per l'America. Concertato col reggente

di S. Marino il modo di salvare i compagni, rifiutò per sè ogni patto

dell'austriaco, cui non volle umiliarsi.

Non rimanendo in Italia più altro campo ove si combattesse contro lo

straniero, tranne Venezia, ei concepì lo ardito divisamento di recarsi

a far le ultime prove nell'eroica città, che oramai sola sosteneva la

bandiera italiana colla guerra. Perciò accompagnato dalla moglie che da

Roma avevalo voluto seguire ad ogni costo, e da un centinaio d'uomini

i quali in onta a tutto non seppero risolversi ad abbandonarlo,

scese dalla montagna di S. Marino alle pianure del Cesenatico, ove

stavano a vigile guardia numerosi gli austriaci, più che mai bramosi

di averlo nelle mani. Mercè la scorta di generosi patriotti di quei

dintorni potè la piccola brigata passare non vista in mezzo ai nemici,

e giungere alla sponda senza verun ostacolo. Solo non ebbe amica la

fortuna quel santo martire, il quale smarritosi nella corsa cadde

in potere del nemico, e più tardi spirò in Bologna rotto dai piombi

tedeschi stromenti dell'ira clericale. Perdita che lasciò un immenso

dolore nell'animo di Garibaldi che nel P. Bassi venerava il vero tipo

dell'uomo di Dio.

Era questa la terza volta che egli veniva colpito nella parte più

sensibile del suo cuore dacchè aveva riveduto la patria. Fin dai primi

giorni del suo approdo in Genova la morte ponendo fine al martirio di

una troppo lunga infermità, avevagli rapito l'antico fratello d'armi,

il colonnello Anzani, al quale stringevalo stima ed affetto caldissimo.

Combattendo sotto le mura di Roma contro i Francesi erasi veduto orbare

d'un altro a lui estremamente caro per valore e per senno militare, il

colonnello Masina di Bologna. Pareva che un maligno destino salvando a

lui la vita da tanti e così fieri pericoli, volesse fargliela misera ed

insopportabile, accumulando sul di lui animo dolori sopra dolori, che

qui non ebbero ancor fine.

L'austriaco informato del rifiuto di Garibaldi per le condizioni

propostegli, emanò severissimi ordini contro chi avesse dato asilo a

lui e ai compagni, e come se l'atto già di per sè barbaro non fosse

bastante, un altro volle aggiungerne più barbaro ancora. Eragli noto

che la indivisibile compagna stavagli a fianco; — ed egli, il tedesco,

ricordavalo alle popolazioni, affinchè meglio fosse riconoscibile il

marito! e non si vergognava di avvertire inoltre come a più chiaro

indizio, che era la donna incinta da vari mesi. Lo stato dell'infelice

Anna, che per qualunque altro nemico sarebbe stato un titolo a mitigare

i feroci diritti della guerra, doveva servire invece coll'austriaco

a fare più desolata e lagrimevole la condizione di lei! Tali sono gli

uomini che pesano sulla nostra sventurata patria!

Ma il bando assassino dello straniero non metteva punto sgomento nel

cuore di quei generosi abitanti, poichè non solo ebbero i fuggitivi

fraterna accoglienza dovunque, ma trovarono sulla riva pronti i

pescherecci bragozzi che li accolsero e li condussero lontano.

Rivedendo il mare, e sentendolo fremere intorno a sè, quasi fosse la

cara voce d'un amico, esultava Garibaldi tra i buffi del vento che

venivano a scompigliarli sulla fronte i lunghi capegli; e navigando

alla volta di Venezia sentiva ognora più rinfrancarsi l'animo al

pensare, che tra non molto avrebbe potuto toccare la terra desiderata

e forse operare ancora qualche bel fatto che il suo nome non solo

illustrasse, ma, ciò che più stavagli a cuore, al nome italiano fosse

onorevole, e alla causa della libertà di giovamento. E l'ardore e la

straordinaria concitazione dell'animo suo ei comunicava ai compagni

stimolandoli colla seducente pittura de' nuovi pericoli e delle più

splendide glorie.

Così viaggiando tutta una notte erano sull'albeggiare pervenuti

all'altura di Comacchio, allorquando vedevansi sorgere dinanzi, e non

molto da loro discosto, i legni da guerra austriaci veglianti in quelle

acque, e senza alcun dubbio attendendoli. Appena scoperti furongli

rivolti sopra i cannoni, che incominciarono a bersagliarli fieramente;

in breve alcuni bragozzi andarono capovolti perendo miseramente le

persone, altri furono raggiunti e fatti prigioni; solo, per quanto ci

consta, pervenne Garibaldi a riguadagnare la costa col suo palischermo.

Forse alla sua rara abilità di marino, alla robustezza del braccio,

e al raro suo sangue freddo, ch'egli conserva sempre inalterato anche

ne' momenti d'estremo pericolo, o forse al volere della Provvidenza che

lo riserba al compimento di qualche alta impresa, è dovuto se in tale

emergenza potè sottrarsi agli inseguitori.

Biografia di Giuseppe Garibaldi · 第 4 / 5 段