ostilità, siccome è provato dalla lettera ch'egli stesso inviò al
generale Roselli: poi contro la data parola cominciò invece il fuoco
nella notte del 2 al 3, con intento di sorprendere i difensori, e
terminare con un colpo di mano l'impresa, che prevedeva difficile,
tuttochè avessero affermato che _gli Italiani non si battono_.
A un'ora dopo mezzanotte i Francesi avanzaronsi alla villa Pamfili,
rispondendo in italiano, colla mira di meglio nascondersi al grido
d'allarme delle scolte, _viva la Repubblica Romana_; e in questa guisa
riescirono in numero di 6000 a sopraffare il presidio che vegliava
alla difesa di quel punto; ma pervenuta la notizia di tanta slealtà
agli altri corpi, tutti accorsero indignati al loro posto preparati
a qualunque evento. Il nemico avendo continuato a venire innanzi
e a trarre colle artiglierie, il combattimento divenne ben presto
generale. Fin dai primi rumori Garibaldi era accorso al quartiere delle
sue truppe, che già in pronto non attendevano che i di lui ordini. —
Dette poche parole raccomandando severa disciplina e di rammentarsi
dell'onore italiano, guidavale a passo di carica a porta S. Pancrazio.
Il nemico aveva già occupato oltre villa Pamfili quella di Valentini e
l'altra dei Quattro Venti; l'energica resistenza opposta dalle truppe
già accorse era stata superata dal numero, gli sforzi con cui eransi
adoperate a sloggiarlo erano tornati vani. Garibaldi arrivava in quel
punto, e postosi senza più alla testa dei battaglioni li rincorava
coll'esempio; e col solito impeto li conduceva ad assaltare il nemico
colle baionette: lì s'impegnò furiosissima la tenzone, che durò
senza mai ristarsi per quattro intiere ore. Alla fine i Francesi non
potendo tenere più fermo cedettero il campo già occupato, rimanendo
però nella villa Pamfili. — Rinforzato di nuove truppe, il nemico
tornò all'assalto, e dopo alcune ore di lotta disperata riprese le
abbandonate posizioni. Verso mezzogiorno Garibaldi riordinata la
sua gente, ed era sempre la stessa, conducevala per la seconda volta
contro i Francesi, i quali con doppio numero di forze contrastarono
ferocemente il terreno, che più tardi dovettero sgombrare. Ma il nemico
potendo disporre di truppe fresche e di numerosi battaglioni, cacciava
innanzi sempre nuove colonne, contro le quali non reggendo più il
numero, Garibaldi dopo avere sostenuto per più volte e sempre colla
stessa virtù lo scontro col nemico, ordinò la ritirata e si ridusse
al casino detto il Vascello, da dove continuò a combattere sino alla
sera. Ebbero i Francesi una perdita quattro volte maggiore de' nostri,
e confessarono che quella era stata una lotta da giganti. Garibaldi
dovunque appariva seminava il terrore e la morte[11]. Il combattimento
durò 17 ore, la mischia fu più che tutt'altrove sanguinosa e feroce
presso alla villa Pamfili, ove Garibaldi fece quasi sempre combattere
corpo a corpo, all'arma bianca. Rendendo conto al Triumvirato di quanto
erasi fatto in quel giorno egli scriveva, parlando dei suoi commilitoni
«io non saprei distinguere alcuno, perchè tutti si sono egualmente
distinti». Garibaldi perdè in quel giorno due degli uffiziali ch'eran
venuti con lui d'America, i maggiori Ramorino e Peralta, degni
d'onorata memoria. Il nostro valoroso amico Giacomo Medici, colonnello
della legione portante il di lui nome, diede in quel giorno una solenne
prova di quanto può aspettarsi da lui l'Italia nella futura guerra
nazionale.
È impossibile, e riescirebbe d'altronde troppo lungo il tener dietro
ad uno ad uno de' numerosi fatti in cui Garibaldi si fece rimarcare
per valore e per accortezza sia nel respingere il nemico, sia guidando
le sue truppe ad attaccarlo nelle proprie trincee. Nei giorni 5 e
6 di giugno furono rinnovate le offese dagli assedianti, i quali
sempre ricacciati, resero quei giorni memorandi per le grandissime
loro perdite e per nuove vittorie delle armi italiane. Garibaldi diè
loro tali fierissime percosse, che li lasciarono sovente atterriti e
sanguinosi. Le lotte dei tempi omerici furono in quei giorni rinnovate
con lode somma dei nostri, coll'onta e col danno dei nemici. La luce
diurna non bastando agli animi inaspriti, Garibaldi usciva di notte
tempo ad attaccare i Francesi che certo non s'aspettavano a tanto
ardimento. Era tale l'ardore, l'attività e l'indomabile coraggio di
lui in quelle arditissime fazioni, che i Romani chiamavanlo il _leone
della serra_. Memorabile tra tutti gli altri per individuale coraggio,
si è il fatto in cui con solo 8 uomini di cavalleria cacciò da un
palazzo fuori porta S. Pancrazio i famosi _Chasseurs de Vincennes_,
che non seppero lungamente resistere a quell'impeto, e cercarono scampo
fuggendo per le finestre.
Avendo i Francesi piantato delle batterie, i di cui fuochi riescivano
oltremodo funesti ai Romani, Garibaldi mise mano a una via sotterranea,
che li conducesse a quella volta con animo di farle colle mine saltare
in aria, lo che impedivagli il nemico di mandare ad effetto, col
rivolgere le acque dentro i lavori già avanzati, e de' quali egli s'era
avveduto.
La sera del 10 meditando un audacissimo colpo, Garibaldi riuniva buon
nerbo di truppe nella piazza di s. Pietro, e fattele disporre per una
_incamiciata_, le conduceva fuori dei muri con ordine di avanzarsi in
silenzio e di scagliarsi al convenuto segnale sull'accampamento nemico,
colla baionetta alla mano. Un inaspettato contrattempo faceva sì che
l'avanguardia sparato qualche tiro prima di giungere al luogo, rendesse
avvertiti i Francesi dell'imminente pericolo e non più eseguibile il
preparato assalto.
Tale stizza i Francesi aveano concepito contro Garibaldi, che
allorquando appresero com'egli soleva dall'alto del palazzo nella villa
Corsini osservar le loro operazioni e dirigere i movimenti delle truppe
romane, cominciarono a far piovere sulla malaugurata casa e cannonate e
bombe in tal copia, che non molto dopo dovette Garibaldi abbandonarla
perchè interamente guasta e prossima a crollare. Di là egli trasportò
il suo quartiere nella villa Spada, egualmente esposta ai tiri del
nemico.
Spuntava frattanto il giorno 12, in cui il generale Oudinot, terminati
i lavori d'approccio, trovavasi in posizione di poter bombardare
Roma; per cui rivolgendosi alle autorità scriveva: che ove dopo 12 ore
dall'intimazione la città non si fosse arresa, avrebbela attaccata di
viva forza: al che il Triumvirato fermo nell'onorevole proposito: «Non
tradiamo mai le nostre promesse, rispondeva: abbiamo promesso difendere
l'onore del paese e la bandiera della Repubblica: manterremo la nostra
promessa.» E dodici ore dopo ricominciava più che mai furiosa la pugna.
Videro in quel giorno i Francesi tali prove di audacia, di valore e
di militare scienza, che ne maravigliarono spaventati. Garibaldi dà di
quella tremenda giornata, ch'egli dirigeva in persona, un saggio nella
relazione che trasmise al governo; ivi è detto: «Il furore de' nostri
era al colmo, poichè mancando di munizioni, questi prodi colsero le
pietre, e con esse sconfissero il nemico, gli tolsero le baionette dai
fucili, e se ne servirono come d'un arma terribile.»
In tutti quei giorni di lotta che seguirono dal 13 al 22, Garibaldi fu
visto dì e notte continuamente nei luoghi ove più ferveva la battaglia,
ed era più evidente il pericolo: la gente non sapeva com'egli potesse
tanto assiduamente mostrarsi dovunque le emergenze di que' fortunosi
momenti richiedessero la presenza d'un uomo che valesse col consiglio
e l'audacia a debitamente provvedervi. Egli pareva non sentir mai il
bisogno del riposo o quello del cibo: sarebbesi detto che nel fuoco e
nelle aspre fatiche della guerra prendessero le di lui membra ristoro e
forze novelle.
Occasione di nuovi ingenti sforzi e di valore disperato diede a
Garibaldi la notte in cui i nemici per la lenta ma sicura via delle
opere d'assedio, apparvero dentro i muri della città. Trovavasi egli in
quel momento in un posto di riserva e non appena giungevagli l'infausta
notizia, che in un colle truppe accorreva ad assalire colla baionetta
calata il nemico, che in fortissimo numero già s'era trincerato nelle
prese posizioni. Tornata vana tanta virtù, egli non si perdeva d'animo
per questo; chè all'alba con nuovo furore avventavasi risolutamente
un'altra volta all'ardimentoso cimento. Spinse i soldati a metter piede
perfin sui lavori del nemico, e con tal impeto e dispregio del pericolo
il fece, che erasi condotto tanto innanzi, che i nostri toccavano le
punte delle carabine ai soldati nemici, le quali sopravanzavano dalle
paralelle. Pure anco questo secondo tentativo rimaneva pur troppo senza
frutto dinanzi all'ostacolo dei trinceramenti, senza di cui il nemico
avrebbe dovuto come già altre volte ritirarsi sanguinoso e disfatto.
Erano quelli momenti supremi, e la posizione tristissima; e nonostante
il coraggio e il desiderio di nuovi paragoni col nemico in tutti
raddoppiavansi allo spettacolo sublime di Garibaldi e de' suoi. — Roma
riviveva ai tempi antichi.
Dalla nuova posizione in cui s'erano fortificati, i Francesi
bombardarono senza posa per molti giorni la città, e gravissimi danni
arrecarono agli antichi monumenti, che altri barbari e in più barbari
tempi avevano rispettato. E la ferocia di codesti stranieri che non
offesi, nè provocati eran calati in Italia senz'altra ragione che
il numero[12], senz'altro diritto che il sangue, veniva spinta a tal
grado, che i consoli delle estere nazioni, indignati a tanto strazio
diressero al generale francese una nota nella quale protestando contro
«_quel modo d'attaccare_ che non solo minacciava le proprietà e le
vite dei neutri abitanti, ma anche quelle delle donne e dei fanciulli,
chiedevano in nome dell'umanità e delle nazioni civili che desistesse
dal bombardare più oltre, per salvare dalla distruzione la città
monumentale che è considerata come sotto la protezione morale di tutti
i paesi inciviliti del mondo.»
In onta alla voce che il mondo cristiano sollevava per bocca de' suoi
rappresentanti in Roma contro il vandalismo de' soldati di Francia,
le bombe continuarono senza ristarsi un momento a cadere sull'eroica
capitale d'Italia, e quanto più codesti pretesi liberatori dei popoli
vedevansi da un piccol numero d'uomini, nuovi quasi tutti alle armi
e privi dei potenti mezzi di guerra, di cui essi potevano disporre,
contrastato il trionfo e sovente ancora battuti, tanto maggiormente
s'imbestialivano, e il concetto furore con atti crudelissimi
disfogavano. Poco pareva a costoro il fulminare notte e giorno la
città coi mortai e co' cannoni, che anche spingevano all'assalto
i soverchianti battaglioni; ma a traverso le tenebre, colla mira
d'introdursi non visti e per sorpresa, dacchè l'approssimarsi di giorno
e venire a far prova faccia a faccia del proprio valore coi nostri
avevano vedute tornar loro sempre a danno e a vergogna. E tale esito
ebbe il colpo tentato la notte del 25, in cui da tutti i punti assaliti
vennero coraggiosamente respinti. Ripeterono l'assalto la notte del
27 giovandosi d'una fitta nebbia e attaccando colla baionetta; ma non
valse loro nè la sorpresa nè la risolutezza dell'assalto, chè un muro
insuperabile di petti cittadini s'oppose a contrastarli il passo.
Ivi s'accese una mischia talmente accanita da ambe le parti, che
durante tutta la notte si continuò a combattere, il micidiale incontro
protraendosi fino a tardi nel giorno seguente. Garibaldi sempre in
mezzo al fuoco aizzava i compagni in quel furore e gli esortava a
non cedere, a tener fermo per l'onore italiano, e accorrendo dovunque
accresceva l'animo e la rabbia nei combattenti. «Voi pugnate per la
libertà e per l'onore d'Italia!» era il suo grido prediletto di guerra,
e a quel grido raddoppiavansi come per incanto i colpi, sotto i quali
cadevano i Francesi a mordere quel mal tocco terreno. L'orribile
pioggia di bombe e di granate accompagnava incessantemente quegli
attacchi alle fortificazioni, protetti pur anco dalle artiglierie
che avevano già grandemente dilatato la breccia. Sulla quale avendo
finalmente i nemici lanciato il dì 30 un numero sterminato d'uomini,
poterono collocare una batteria che rendeva quasi del tutto vana ogni
ulteriore resistenza. Nonostante male sapendo Garibaldi comportare
quel trionfo del nemico, che oramai non era più in poter d'uomo
contrastare lungamente, egli volle far prova di scacciarlo dalle
occupate posizioni, e riuscivagli il colpo; senonchè rivennero poco
dopo i Francesi alla pugna, e dovè Garibaldi ritirarsi non senza però
ritentare la fortuna che sorridevagli per l'ultima volta, poichè avendo
nuovamente respinto il nemico, quando tutto già pareva perduto, questi
rinforzatosi con nuove truppe, rese impossibile ad umana forza ogni
altro tentativo.
Questi rovesci ben lungi dal far desistere Garibaldi da ogni idea
d'ulteriore resistenza avevanlo sempre più confermato nel pensiero di
continuarsi ad opporre al Francese nella terza cinta protetta dalle
barricate al di qua del Tevere, e dopo aver fatto rovinare il ponte di
S. Angelo e quello di Sisto. Se il magnanimo proposito non fu mandato
ad effetto, debbesi attribuire a cause che da lui non dipesero, e
le quali la storia, fedele custode delle umane azioni, farà note più
tardi.
Non patendo a Garibaldi l'animo di cedere le gloriose armi allo
straniero invasore, risolveva uscire da Roma, ed avventurarsi a nuovi
pericoli; e fatto appello ai compagni con queste parole che riportiamo
fedelmente:
Soldati,
Ciò che io offro a quanti vogliono seguitarmi, eccolo: fame, freddo,
sole. Non paga, non caserme, non munizioni, ma avvisaglie continue,
marce forzate e fazioni alla baionetta. — Chi ama la patria e la gloria
mi seguiti.
Garibaldi.
radunò circa 3,000 uomini coi quali s'avviò alla volta di Tivoli,
non lontano forse dal credere che mantenendosi per qualche tempo
nella campagna, avrebbe potuto riunire a sè maggiori e considerevoli
elementi onde organizzare una lunga resistenza contro gli stranieri,
che da due parti diverse aveano invaso l'Italia, e i quali ad un tempo
s'affaccendavano ad inseguirlo, ben mostrando come degli Austriaci
chiamati barbari non fossero punto dissimili codesti altri calati di
Francia bestemmiando parole di libertà.
Non ignorava Garibaldi l'ardore con che ambedue si sarebbero egualmente
lanciati sulle di lui tracce, e perciò affine di meglio celar loro
e la propria situazione e le sue mire, aveva diviso in molti piccoli
drappelli le sue genti che spinse in direzioni diverse, mostrandosi
così nel tempo medesimo in disparatissimi punti. Per lo che i nemici,
francesi ed austriaci, quantunque in numero di gran lunga superiore,
mal sapendo ove rivolgersi per coglierlo, vedevansi obbligati ad
errare alla ventura, e con inutili marcie stancare i propri soldati,
che talora quando meno vi s'attendevano, sentivansi improvvisamente
colpiti dai tiri d'un nemico, di cui non trovavan più orma. Con questo
incessante avvicendarsi di marcie e di inseguimenti erasi condotto
in Toscana, coll'intendimento di tentare anche quelle popolazioni e
conoscerne l'animo. Apparve perciò nelle vicinanze di Montepulciano
verso il 10 di luglio, e sostò per prendervi riposo sull'alpestre
monte Fallonico, ove era impossibile al nemico l'avvicinarglisi.
Entrò più tardi in quella città, ove da un convento di frati furongli
tratti alcuni tiri di fucile; la qual cosa diede luogo a che Garibaldi
ritenesse presso di sè e conducesseli fuori, e il sottoprefetto
ed alcuni preti di quel paese, i quali rilasciò poi subito, senza
ulteriormente occuparsi nè di loro nè dei frati.
Accennando da Montepulciano alla volta d'Arezzo, stavano in
quest'ultima città e nella stessa Firenze in allarme gli uomini
della ristorazione, e l'italiana Arezzo vide le sue porte chiudersi
all'avvicinarsi di Garibaldi, come se uno straniero nemico o un
malfattore la minacciasse. Contro la quale condotta protestarono
in modo solenne il popolo e gli abitanti di quei dintorni, i quali
affrettaronsi numerosi a salutare i fratelli ed a recar loro il
bisognevole, onde potessero ristorarsi della fame e della sete patite
in que' lunghi travagli.
Erano in que' momenti le condizioni d'Italia tutta, e di Europa,
poco o nulla favorevoli alla causa della libertà, perciò i popoli non
potendo corrispondere agli eccitamenti di Garibaldi, stavano quieti,
oppressi dagli eserciti stranieri, accampati in gran numero nelle
nostre provincie. Fattosi persuaso Garibaldi della realtà dolorosa, per
cui doveva rimettere ai giorni avvenire il compimento del magnanimo
proposito rifaceva i passi, avviandosi verso l'Umbria. Anche durante
quella ritirata ebbe sempre ai fianchi l'austriaco, che inseguivalo
numeroso e senza prender mai posa. Marcie e contromarcie precipitose e
continue, riposi brevi, e conturbati sempre dal pensiero d'un attacco
imminente, vigilanza diligentissima, corse per luoghi alpestri e
tenuti per impraticabili; talora circondati dal nemico, che stava per
serrarli nella vasta cerchia, che facevasi ad ognora più stretta, e con
volte e rivolte sfuggirgli dalle mani, che già si stendevano sopra di
loro; tal altra lanciarsi arditamente tra mezzo alle schiere nemiche,
e transitare al punto bramato senza che azzardassero offenderli. Per
siffatte circostanze fu maravigliosa quella ritirata verso gli stati
romani, da dove Garibaldi risolveva ricoverarsi finalmente in S.
Marino, nella certezza di esservi ben accolto.
La disciplina più rigorosa fu da Garibaldi fatta osservare dalle sue
truppe lungo questa escursione; a tale spinse lo scrupolo da quel lato,
che per lievi mancanze inflisse i più severi castighi. I luoghi per
cui transitò non ebbero che a lodarsi dell'ordine e del rispetto alle
persone e alle cose. Allorchè le vettovaglie mancavano, ei ricorreva
alle comuni che fornivangli l'occorrente, e giammai si fece lecito di
togliere da per se neppure lo strettamente necessario.
Molte volte i suoi uffiziali instarono presso di lui affine di indurlo
a battersi col nemico, ed egli consultando la difficile posizione in
cui si trovavano, e calcolato con maggior prudenza le cose, rifiutò
costantemente di farsi aggressore. Mancavangli i mezzi di trasporto pei
feriti, mancavagli un luogo sicuro ove depositarli: come mai avrebbe
egli potuto acconsentire in tanto critica condizione, che i di lui
compagni s'esponessero alle eventualità di una lotta, dalla quale erasi
convinto non poter più ricavare quei benefizi di che si era lusingato
dapprima?
Entrava quindi in S. Marino, ove il governo e gli abitanti facevangli
tutta quell'onorevole e lieta accoglienza che si doveva a fratelli.
Quivi chiamati a sè gli uffiziali, rendeva lor noto essere oramai
inutile continuare nell'intrapresa, e necessario quindi lo sciogliersi,
e provvedere ciascuno alla propria salute in quella terra amica.
Frattanto l'austriaco avea per mezzo del governo di S. Marino fatto
proporre a Garibaldi una capitolazione, colla quale era offerto libero
il campo per ritirarsi al proprio paese ad ognuno della sua colonna, ed
assicurato a lui un passaggio per l'America. Concertato col reggente
di S. Marino il modo di salvare i compagni, rifiutò per sè ogni patto
dell'austriaco, cui non volle umiliarsi.
Non rimanendo in Italia più altro campo ove si combattesse contro lo
straniero, tranne Venezia, ei concepì lo ardito divisamento di recarsi
a far le ultime prove nell'eroica città, che oramai sola sosteneva la
bandiera italiana colla guerra. Perciò accompagnato dalla moglie che da
Roma avevalo voluto seguire ad ogni costo, e da un centinaio d'uomini
i quali in onta a tutto non seppero risolversi ad abbandonarlo,
scese dalla montagna di S. Marino alle pianure del Cesenatico, ove
stavano a vigile guardia numerosi gli austriaci, più che mai bramosi
di averlo nelle mani. Mercè la scorta di generosi patriotti di quei
dintorni potè la piccola brigata passare non vista in mezzo ai nemici,
e giungere alla sponda senza verun ostacolo. Solo non ebbe amica la
fortuna quel santo martire, il quale smarritosi nella corsa cadde
in potere del nemico, e più tardi spirò in Bologna rotto dai piombi
tedeschi stromenti dell'ira clericale. Perdita che lasciò un immenso
dolore nell'animo di Garibaldi che nel P. Bassi venerava il vero tipo
dell'uomo di Dio.
Era questa la terza volta che egli veniva colpito nella parte più
sensibile del suo cuore dacchè aveva riveduto la patria. Fin dai primi
giorni del suo approdo in Genova la morte ponendo fine al martirio di
una troppo lunga infermità, avevagli rapito l'antico fratello d'armi,
il colonnello Anzani, al quale stringevalo stima ed affetto caldissimo.
Combattendo sotto le mura di Roma contro i Francesi erasi veduto orbare
d'un altro a lui estremamente caro per valore e per senno militare, il
colonnello Masina di Bologna. Pareva che un maligno destino salvando a
lui la vita da tanti e così fieri pericoli, volesse fargliela misera ed
insopportabile, accumulando sul di lui animo dolori sopra dolori, che
qui non ebbero ancor fine.
L'austriaco informato del rifiuto di Garibaldi per le condizioni
propostegli, emanò severissimi ordini contro chi avesse dato asilo a
lui e ai compagni, e come se l'atto già di per sè barbaro non fosse
bastante, un altro volle aggiungerne più barbaro ancora. Eragli noto
che la indivisibile compagna stavagli a fianco; — ed egli, il tedesco,
ricordavalo alle popolazioni, affinchè meglio fosse riconoscibile il
marito! e non si vergognava di avvertire inoltre come a più chiaro
indizio, che era la donna incinta da vari mesi. Lo stato dell'infelice
Anna, che per qualunque altro nemico sarebbe stato un titolo a mitigare
i feroci diritti della guerra, doveva servire invece coll'austriaco
a fare più desolata e lagrimevole la condizione di lei! Tali sono gli
uomini che pesano sulla nostra sventurata patria!
Ma il bando assassino dello straniero non metteva punto sgomento nel
cuore di quei generosi abitanti, poichè non solo ebbero i fuggitivi
fraterna accoglienza dovunque, ma trovarono sulla riva pronti i
pescherecci bragozzi che li accolsero e li condussero lontano.
Rivedendo il mare, e sentendolo fremere intorno a sè, quasi fosse la
cara voce d'un amico, esultava Garibaldi tra i buffi del vento che
venivano a scompigliarli sulla fronte i lunghi capegli; e navigando
alla volta di Venezia sentiva ognora più rinfrancarsi l'animo al
pensare, che tra non molto avrebbe potuto toccare la terra desiderata
e forse operare ancora qualche bel fatto che il suo nome non solo
illustrasse, ma, ciò che più stavagli a cuore, al nome italiano fosse
onorevole, e alla causa della libertà di giovamento. E l'ardore e la
straordinaria concitazione dell'animo suo ei comunicava ai compagni
stimolandoli colla seducente pittura de' nuovi pericoli e delle più
splendide glorie.
Così viaggiando tutta una notte erano sull'albeggiare pervenuti
all'altura di Comacchio, allorquando vedevansi sorgere dinanzi, e non
molto da loro discosto, i legni da guerra austriaci veglianti in quelle
acque, e senza alcun dubbio attendendoli. Appena scoperti furongli
rivolti sopra i cannoni, che incominciarono a bersagliarli fieramente;
in breve alcuni bragozzi andarono capovolti perendo miseramente le
persone, altri furono raggiunti e fatti prigioni; solo, per quanto ci
consta, pervenne Garibaldi a riguadagnare la costa col suo palischermo.
Forse alla sua rara abilità di marino, alla robustezza del braccio,
e al raro suo sangue freddo, ch'egli conserva sempre inalterato anche
ne' momenti d'estremo pericolo, o forse al volere della Provvidenza che
lo riserba al compimento di qualche alta impresa, è dovuto se in tale
emergenza potè sottrarsi agli inseguitori.