giungeva in Arona, vi perveniva colle sue truppe estenuate dalle
fatiche e dalle privazioni di ogni genere, e nessun'altra via gli
rimaneva onde provvedere ai suoi imperiosi bisogni, tranne quella di
ricorrere al municipio della città; il quale del molto danaro che
era nelle casse, sborsava appena lire 7000, di cui Garibaldi diede
la ricevuta. Taluno ha creduto poter giustamente biasimare non solo
quest'atto, ma farne anche all'intemerato guerriero, che in ogni guisa
s'affannava a degnamente sostenere colle armi l'onore italiano in
faccia all'austriaco, un delitto. Però chiunque abbia sensi e cuore
di vero cittadino d'Italia ben lungi dal dare biasimo, loderà invece
altamente l'uomo, che rivolto il pensiero all'universa nazione, seppe
sovrapponendosi alle impronte ed insensate questioni di _provinciali
legalità_, con questo ed altri fatti dare un esempio, e segnare
francamente la via a chi vorrà un giorno farsi unificatore della
smembrata sua patria.
La Svizzera accoglieva finalmente gli onorati avanzi di quella colonna,
che, dopo l'italica rovina nota al mondo coll'infausto nome Salasco,
aveva ancora contro l'irrompente nemico sostenuto gloriosamente in alto
quella bandiera che Dio ha dato all'Italia, e il suo popolo rileverà un
giorno vittoriosa in faccia allo straniero.
Appena Garibaldi ebbe abbandonato l'Italia, sviluppossi in lui la
febbre, di che aveva attinto i germi in Roverbella, e travagliato da
molestia siffatta, passò in Francia, e di là tornò a rivedere in Nizza
la famiglia, che poco stante lasciava per recarsi a Genova. Il suo
tragitto lungo il littorale della Riviera fu un continuo trionfo; le
popolazioni accorrevano da punti remoti in massa sul di lui passaggio
per salutarlo, e i circoli inviavano le loro deputazioni a felicitare
l'eroe di Montevideo, il combattente di Luino. In onta all'immensa
sventura, l'entusiasmo nei popoli durava! e all'apparire dell'uomo
che aveva sì nobilmente saputo interpretarne i voti ed i desiderii
plaudivano, intendendo con ciò di rendere omaggio al magnanimo
ardimento con cui aveva risposto al palpito il più santo del loro
cuore.
In Genova ritiravasi in una villa, intento a guarire dalla febbre
che avevalo ridotto a deplorabile stato. Fu in quella circostanza
che venivagli offerto da parte del Governo del re un posto distinto
nell'armata nazionale, che Garibaldi non era più nel caso di poter
accettare, avendo già prima aderito ai Siciliani, dai medesimi invitato
a recarsi nell'isola a prendere il comando di quelle truppe. Unito
ai fidi compagni che non s'allontanarono mai da lui, prendeva posto
sul vapore per Livorno onde continuare di là il viaggio per l'isola.
La popolazione di questa città festeggiava entusiasmata l'arrivo
del generale, e tanta forza fece al di lui cuore, che lo indusse a
rinunziare all'impegno contratto colla Sicilia, e rimanere in Toscana,
che non molto dopo lasciò, fatto accorto dell'obbliquo procedere di
alcuni individui di quel Governo non punto amici a chi non ad una
provincia, non a persone, ma all'universa Italia consacrava vita ed
affetti. Uscì dalla Toscana verso le romane provincie, dirigendosi alla
volta di Bologna; ma giunto alle Filigare sul toscano confine, vedevasi
costretto a sostare, avendo il generale Zucchi inviato ad impedirgli il
passo, un distaccamento di svizzeri; per lo che egli si decise recarsi
in persona a Bologna collo scopo d'indurre quel generale a cambiare
di proposito, da cui non gli venne fatto in alcun modo rimuoverlo;
e se poco dopo otteneva passando per Ravenna di potersi recare a
Venezia, era ciò dovuto soltanto al minaccioso contegno del popolo, che
indignato per quell'impolitico procedere obbligava il Zucchi a mutare
d'avviso.
A Ravenna trovò Garibaldi di nuovo le truppe svizzere aumentate
di numero, ed in attitudine tale da fare in loro supporre ostili
intenzioni; la qual cosa fece sì ch'egli tenesse in guardia la sua
gente, 250 uomini circa, e preparata ad ogni avvenimento; se non che
erano per lui le popolazioni, che in Ravenna, in Faenza ed altrove si
sarebbero ad un solo cenno sollevate contro que' prezzolati stranieri.
Mentre stavano le cose in quelle incertezze, accadeva in Roma la
morte del ministro Rossi; Pio IX fuggiva dallo stato, e il Governo
Provvisorio costituivasi nell'eterna città a tutelare le leggi e
gl'interessi dei popoli, nell'ora del pericolo abbandonati da chi pur
presume affidatogli da Dio quel santissimo dovere. Premuroso Garibaldi
di concorrere coll'opera sua in quei momenti di crisi a sostegno del
nuovo ordine di cose, da cui sperava un potente appoggio a la causa
italiana: recavasi a Roma ov'era dal Governo immantinente ricevuto al
servizio dello stato. Al partire da Ravenna aveva Garibaldi avviato
la sua gente per Cesena ad Ancona, ed era essa di già pervenuta alla
Cattolica allorchè dietro ordine del suo capo rivolgevasi su Roma, da
dove partito Garibaldi andava a raggiungerla in Foligno per guidarla
alle frontiere verso Napoli, sulle quali non comparve che un mese dopo,
avendo la popolazione di Macerata fra cui dovette passare, volutolo
a guernigione nella propria città, la quale ne chiese ed ottenne dal
governo l'assenso.
Premendo finalmente custodire lo stato dalla parte di Napoli, andava
Garibaldi a stabilire il suo quartiere generale a Rieti, spingendo le
sentinelle avanzate fino alla linea che divide i due territori. Tra
le facoltà accordategli dal governo, era pur quella d'arruolare il
maggior numero d'uomini che gli fosse stato possibile; ed egli in ciò
tanto felicemente riusciva, che in breve ora potè contarne sotto i
di lui ordini due mila circa, tutt'ardentissima gioventù, nella quale
scorgevansi individui dalle più umili alle più elevate classi, concordi
tutti ed affratellati nel santo amore della patria italiana, e pieni
di fiducia nell'uomo, sotto il quale erano accorsi volonterosi e colla
certezza di essere condotti ad onorifiche imprese.
Noi ci faremo qui a descrivere le feste con cui le popolazioni della
nuova repubblica in mezzo alle quali dovette Garibaldi passare colla
sua colonna, si affrettavano ad onorarlo; ci basterà il rammemorare
per saggio dell'entusiasmo destato dal di lui nome, come da ogni paese
escissero le genti ad incontrarlo alla distanza di alcune miglia,
accompagnate da musiche e bande militari. Toccata finalmente Rieti, fu
prima sua cura di fortificare quel punto con fossi e trincee, e munirle
d'artiglieria. Poi rivolgendo intieramente l'animo a ben disciplinare
i suoi militi, ei cominciò dal tenerli in continui esercizi, senza mai
lasciar trascorrere giorno, che con qualche nuova fatica non li tenesse
risvegli; maneggi d'armi, evoluzioni, corse faticose, nulla perdonò; e
tra queste ultime è da memorare una perlustrazione che fece imprendere
a tutta la sua colonna pei monti Apennini, che durò alcuni giorni,
lungo i quali furono continuamente molestati dalle pioggie, ch'egli a
paro del soldato, non si risparmiò punto, tuttochè appena allora fosse
uscito da non lieve infermità. E tanto per la sua parte ei si mostrò
vigile e della disciplina zelante, che una sola notte non si rimase dal
montare a cavallo e da Rieti recarsi al confine onde meglio accertarsi
dell'esattezza e scrupolosità del servizio. Ammiravano le popolazioni
in lui la straordinaria attività, l'amore con che all'ordinamento
delle milizie attendeva, ed il modesto vestire che solo distinguevasi
per un _poncho_[10] bianco foderato di rosso, mentre agli ufficiali
era stato provveduto con abiti convenienti al loro grado. L'esempio
del capo e la condotta dei subalterni, aveva destato negli abitanti
dei paesi circonvicini tale ardore e desiderio di ammaestrarsi nelle
armi, che da ogni parte facevangli richieste d'istruttori, i quali
egli di buon grado accordava, nessun'altra cosa desiderando più che il
vedere gl'Italiani addestrarsi nelle militari fatiche e rendersi atti a
virilmente combattere.
Frattanto Pio IX rifugiatosi tra le braccia del Borbone a Gaeta, aveva
respinto con ira e dispetto gl'inviti del governo di Roma a tornare
nella capitale. Evidentemente ogni mezzo per l'accordo era stato
esaurito; le provincie stanche per quello stato di incertezza in cui
versavano, ed inquiete sul loro avvenire, esigevano dal potere pronti
ed efficaci provvedimenti che alle apprensioni dolorose ponessero
termine, ed apportassero al paese la stabilità nei suoi destini, e la
regolarità nuovamente avviasse negli ordini politici e sociali.
In siffatta emergenza il governo provvisorio convocava un'Assemblea
Costituente, nella quale era mandato a sedere Garibaldi dal collegio
di Macerata. Nella memoranda seduta del 5 febbraio alzavasi Garibaldi
e proponeva si proclamasse il governo repubblicano, oramai fatto
desiderio di tutti per la ostile condotta del traviato pontefice. Era
la proposta tramandata al 9 dello stesso mese, giorno in cui trovavasi
per la prima volta l'Assemblea legalmente costituita; discussa
vivamente, non molto dopo, e a quasi unanimità di voti, con applauso
dell'astante numeroso popolo veniva approvata.
La risoluzione presa dalla Costituente romana, irritando le passioni
avverse alle libertà popolari, aveva sollevato contro la nascente
Repubblica gli sdegni d'una gente che ostentando carità di religione,
non ha nè credenze, nè fede, e solo all'ombra di quel manto aspira al
trionfo dell'impero assoluto da cui ottiene potenza, ricchezze ed onori
a danno del popolo che soffre tutte le miserie di questo mondo, e paga
lautamente i suoi felici padroni.
Protestando devozione alla chiesa agitavansi Francia, Spagna, Austria
e Ferdinando Borbone; il Vicario di Cristo invocava e benediceva le
bombe straniere che dovevano riconquistargli l'abbandonato trono, e
quattro eserciti rovesciavansi contro Roma. Francia, fedele alle patrie
tradizioni veniva prima, Giuda e Caino all'Italia, sicchè il secolo XIX
vedeva rinnovato il feroce spettacolo d'un Brenno ancor più violento
dell'antico. Tristi erano le condizioni della Repubblica romana e tali
da mettere spavento in chiunque non avesse avuto una sovrumana dose di
coraggio. Volte in basso le sorti della guerra contro l'Austria per la
preparata disfatta di Novara, caduta Toscana in mano degli Austriaci,
dominata la Lombardia, Napoli in piena reazione per la vittoria
borbonica in Sicilia, occupata Civitavecchia dalle orde galliche, era
il territorio della Repubblica circondato da forti e numerosi nemici,
ed in più parti già da costoro invaso. I timidi, coloro che ai comodi
e alle mezze libertà acquistate senza stenti, nè merito proprio son
pronti sempre a sacrificare ogni sentimento di nazionale dignità
e l'onore, consigliavano transazione coi soldati venuti da Francia
a ristaurare l'assoluto dominio dei preti; ma non fu, viva Dio! il
pusillanime e turpe consiglio adottato. Decretava la Repubblica «alla
forza s'opponga la forza»; e in pari tempo riuniva le sue truppe nella
capitale, e dalla frontiera di Napoli richiamava Garibaldi, il quale
trovandosi in Anagni, distante circa 60 miglia da Roma, avviavasi alla
Capitale ove giungeva due giorni dopo colla sua gente stanca, per
le marcie forzate a traverso un terreno in cui aveva patito perfino
penuria di acqua. Il popolo di Roma, in onta alle calunnie colle quali
avevano tentato denigrare e fargli prendere in odio Garibaldi ed i
suoi, accorreva numeroso e festante a ricevere i nuovi venuti; il
ministro Avezzana affrettavasi a stringere fra le sue braccia Garibaldi
e a dir parole di lode e d'entusiasmo alla Legione. Colla presenza
di Garibaldi eransi i Romani sentito crescere l'animo e ciascuno
vi ravvisava un pegno di sicura vittoria. Frattanto, tornate vane
tutte le trattative coi capi francesi, Roma erasi parata a sostenere
l'attacco, il quale ebbe poi luogo nel 30 aprile del 1849. Alle ore
9 di quel mattino presentavansi i Francesi in numero di 7000 uomini,
nella stoltezza del loro insanabile orgoglio persuasi, che gl'Italiani
non si sarebbero battuti, e alla vista delle armi loro dispersi. Forse
l'esempio di Novara, il cui funesto risultato erroneamente attribuivano
a mancanza di coraggio ne' nostri, aveva in loro esagerato quel
disprezzo verso gli altri popoli, così radicato in quella vanitosa
nazione.
Tentata in primo luogo Porta Cavalleggieri da cui furono virilmente
respinti per opera della guardia nazionale, eransi i nemici rivolti
alla porta S. Pancrazio, ove stava Garibaldi con 300 uomini vegliando
alla difesa. Con questo pugno di prodi egli sostenne l'urto dei
battaglioni nemici, e per qualche momento ne contenne la foga: vide in
quella gigantesca lotta cadergli morto a fianco il maggiore Montaldi,
in freschissima età, e venuto pur esso d'America; vide al Padre Bassi
che stavagli accanto ucciso d'un colpo il cavallo; una palla di cannone
battendogli poco discosto l'aveva coperto di polvere: la cintura
della sua spada era stata lambita da un tiro di moschetto; due altri
avevangli bucato il _poncho_; buona parte dei 300 erano caduti feriti
nel petto, e stanche le braccia nel percuotere il nemico; — e questi
superiore sempre di numero si avanzava occupando il posto dei caduti
non più difeso. Allora Garibaldi si ritrasse in ordine coi superstiti e
si ricongiunse alla riserva. — Riordinò celeremente colà le scomposte
file, e unito ad altre truppe non entrate ancora in battaglia, si
riversò impetuosamente sui nemici che già s'erano inoltrati fin
presso le porte; l'urto e il furore dei combattenti furono tali, che
i francesi perduto alla fine ogni ordine, cominciarono a retrocedere e
a cercare un rifugio nelle case vicine, ove riescirono a trincerarsi,
ma per poco; chè Garibaldi con tre sole compagnie si avventò egli
stesso a sloggiarli, e con tanto ardore gl'investiva, che dopo un lungo
combattere astringevali a ritirarsi facendo loro molti prigioni. — Durò
il memorando conflitto fino alle 6 della sera, lasciandovi i Francesi
circa 500 morti, e poco meno di 600 prigioni. Diresse Garibaldi
quella difesa, e v'acquistò nuova fama pel maraviglioso coraggio, e le
opportune disposizioni così energicamente secondate dalle truppe, dalla
guardia nazionale e dal popolo.
Dopo alcune ore di riposo, Garibaldi ardente nel desiderio di
cacciare d'Italia questi nuovi stranieri venuti a conculcarla,
dirigeva nuovamente le sue truppe contro i Francesi ritiratisi a
Palo, 10 miglia distante da Roma, con animo deliberato di attaccarli
e venire ad un decisivo risultato. Il generale nemico, compreso quale
fosse l'intenzione di Garibaldi, spedivagli un messo proponendo un
armistizio, cui egli sdegnosamente: «andatelo a fare a Parigi.»
Ma la proposta medesima fatta da lui pervenire al triumvirato
alle cui determinazioni doveva in ogni caso sottomettersi, era dai
supremi regolatori accettata, e Garibaldi rientrava quindi, benchè a
malincuore, ne' suoi alloggiamenti in città, che l'accoglieva tra le
acclamazioni e gli evviva universali.
Il giorno della battaglia i soldati avevano veduto il loro capo
avvicinarsi amorevolmente ai feriti, abbracciarli, e dar loro il
conforto di affettuose parole e di lodi: «_Consolatevi_, diceva, _voi
cadete in Roma per la libertà e l'onore d'Italia._»
Sublimi parole che rivelano l'altezza dell'animo, la potenza di
sacrificio e la tempra dell'amore alla patria in chi le pronunciava,
e in chi le udiva confortato! Possano gl'Italiani tutti comprendere, e
mostrarsi degni di siffatte consolazioni!
Il dì dopo allorchè avviava le truppe a respingere i Francesi da
Palo, ei volle in prima recarsi sul campo, ov'erano caduti i prodi
commilitoni, per onorare di sepoltura gli estinti, e assicurarsi
meglio se qualche ferito fosse rimasto dimenticato sul luogo. Le quali
amorevoli premure osservando i valorosi soldati, sentivano sempre più
crescere in loro l'affetto per l'umano e non meno valoroso lor capo.
Dopo questa vittoria riportata contro lo straniero e per la quale
Garibaldi esultava contento di aver fatto una volta toccar con mano ai
Francesi _se veramente gl'Italiani si battono_, quella fatalità che da
tanti secoli pesa sull'infelice Italia voleva che quelle stesse armi
che avevano respinto l'invasore venuto di Francia si appuntassero pochi
dì dopo contro petti italiani; poichè essendo in quei giorni invaso
il territorio della repubblica da un esercito mandato dal re Borbone,
era necessario ricorrere alla forza onde respingere gli aggressori.
Per lo che le truppe non ben anco ristorate del lungo faticare in quel
giorno 30 d'aprile, dovevano rimettersi in marcia e disporsi a versare
sangue fraterno. La qual impresa doveva profondamente affliggere
l'italiano animo di Garibaldi, in estremo repugnante ai dissidi ed
alle guerre tra noi figli d'una medesima madre. Pure la malignità degli
uomini di Gaeta avevalo collocato in tale situazione, che imponevagli,
senza via di scampo, anche questo dolorosissimo sacrificio — ed egli
accettò. — Uscì da Roma con 4,000 uomini, e corse ad incontrare i
fratelli convertiti in nemici, bramoso di torsi dinanzi quanto più
presto fosse stato possibile l'amarissimo calice. Avevano i borbonici
in numero di 7,000 occupato Valmontone, e Garibaldi ad ora già tarda
erasi andato a collocare in Palestrina, posizione vantaggiosissima,
nella quale meditava attirare il nemico che intento a riposarsi la
notte non sembrava disposto venire alle mani per quel giorno; ma
Garibaldi volendolo costringere a scuotere l'inerzia e ad uscire dai
suoi alloggiamenti, gli tenne durante le ore notturne quattro compagnie
continuamente ai fianchi con ordine di inquietarlo senza posa, e
mantenere vivo l'allarme nel di lui campo; nè sopravvenuto il giorno
egli faceva cessare quel fuoco, nella speranza che stanco il nemico di
essere molestato, sarebbesi finalmente risolto a respingere seriamente
gli assalitori; nè male s'appose, chè tratto in inganno dalla ritirata
di quelli si lasciò facilmente trascinare ad attaccarne il grosso in
Palestrina. Erano le 3 pomeridiane del giorno 8 di maggio allorquando
la zuffa cominciò, e non ebbe fine che a tarda sera. L'insegna del
dispotismo fu atterrata, la virtù repubblicana prevalse, ma del valore
malaugurato dei napolitani fratelli, rimasero, dolorosa testimonianza,
800 uomini fuori di combattimento.
I Francesi che per molti giorni erano rimasti quieti nei presi
alloggiamenti, collo scopo di guadagnar tempo, onde avere rinforzi
d'armi, d'uomini e di artiglierie d'assedio, covando in petto il
perfido disegno di restaurare pienamente l'antico ordine di cose
dalla pubblica coscienza condannato, avendo fatto qualche movimento,
per cui sembravano minacciare nuovamente Roma Garibaldi fu richiamato
subito in città. Respinti da un lato i borbonici, venivansi inoltrando
dall'altro su Bologna gli Austriaci. Gli Spagnuoli anch'essi sbarcavano
in Fiumicino rivolgendo un proclama nella loro lingua al popolo, di cui
s'annunziavano liberatori.
Fu in que' momenti che il triumviro Mazzini dirigendosi al
plenipotenziario di Francia facevagli osservare la slealtà e
l'ignominia di proseguire oltre gli ostili disegni contro Roma dinanzi
alla triplice invasione accennata «Vi sarebbe in ciò, esclamava
l'intemerato triumviro, qualche cosa simile all'accordo schifoso del
1772 contro la Polonia.» E l'accordo tra gl'invasori tutti v'era pur
troppo, come risulta dai dibattimenti nell'assemblea francese nelle
tornate d'ottobre. Ma intavolatesi tra il Lesseps e il triumvirato
trattative di sospendere le ostilità, il governo pensò mettere a
profitto quel tempo sbarazzandosi dell'esercito borbonico, che era
nuovamente venuto ad accamparsi in numero di 16,000, e munito di
numerosa artiglieria in Velletri ed in Palestrina, avente a capo lo
stesso re Ferdinando, che male sapeva comportare l'onta della prima
disfatta ricevuta dalle armi repubblicane.
Bologna già da vari giorni sosteneva a quell'epoca una lotta accanita
contro l'esercito austriaco. Tuttochè priva di artiglieria, e in
gran parte anche della sua armigera gioventù accorsa alla difesa di
Roma, trovò nell'antica sua fierezza tanto e tale valore da resistere
per otto intieri giorni al bombardamento e agli attacchi della
preponderante forza, facendole costar cara la vittoria. Accompagnava
l'orda barbarica il prete Bedini in nome di Pio IX.
In onta a questi rovesci ed ai pericoli che la stringevano, la
repubblica mantenevasi ferma e lungi dall'affievolirsi nell'animo,
spediva 12,000 uomini con 12 bocche da fuoco ad incontrare il Borbone.
Comandava l'avanguardia il colonnello Giuseppe Marocchetti, il corpo
di battaglia Garibaldi, il comando supremo commesso al generale in
capo. Era sull'aggiornare del 19 maggio allorchè Garibaldi avanzatosi
verso Velletri incontrava alla distanza di alcune miglia il nemico
in grosso numero, ch'egli non esitò di attaccare con 100 uomini di
cavalleria, seguendo il suo stile di mostrare in certi casi estrema
audacia e risolutezza, affine di sorprendere la fortuna: ebbe in
quello scontro la peggio, e negli avviluppamenti della ritirata gli
cadde a terra il cavallo, che lui pure trascinò al suolo, lasciandogli
contuso il volto e ferita una mano: ma risalito celeremente in
groppa e postosi alla testa di 500 uomini di fanteria ritornava alla
carica colle baionette calate, dinanzi alle quali il nemico cedeva il
terreno, e finiva per andarsi a rifuggire sotto le mura di Velletri,
da dove continuò ad opporre accanita resistenza, in onta alla quale
Garibaldi proseguì a combattere, tuttochè inferiore di forze, non
essendo ancora il grosso della spedizione romana ripervenuto al luogo
della battaglia. Caricò a più altre prese il nemico alla baionetta, e
sarebbe forse anche riuscito colle poche truppe sotto i suoi ordini a
dare un colpo decisivo che avrebbelo fatto padrone d'una parte della
città, se la poderosa artiglieria dei borbonici collocata nell'altura
dei Cappuccini non lo avesse con vivo e continuo fuoco tenuto lontano.
Ravvolgeva in animo Garibaldi il progetto di precludere la via di
fuggire a re Ferdinando e farlo prigione, lo che forse temendo, erasi
questi quasi sul principiare della battaglia messo in salvo, con
ordine a' suoi soldati di seguirlo nella notte. Tutto il giorno 19 si
durò a combattere vigorosamente da ambe le parti, e soltanto a sera
avanzata si pose fine alla strage fraterna, che s'è fatta maggiore per
l'arrivo durante il giorno delle altre forze repubblicane sotto le
mura di Velletri, che tacitamente abbandonata dai borbonici accorsi
a raggiungere il re fuggitivo, venne dai Romani, già preparati ad
attaccarla, occupata nel giorno seguente 20 di maggio. Fu quello
scontro doloroso e rimarchevole pel numero dei fratelli nel campo
nemico rimasti fuori di combattimento, e che si fece ascendere a 1,200.
Avendo parte di quella spedizione contro Velletri, ripresa la via
di Roma, Garibaldi si rivolse due giorni dopo con 8000 uomini verso
il regno di Napoli, non senza speranza di raggiungere quei fuggenti
accelerando le marcie, nè senza la lusinga che entrando nel regno
sorgesse qualche moto favorevole alla causa della libertà. E questa
lusinga appare evidente dal proclama che usciva in quei giorni diretto
ai napoletani «Fratelli, diceva, noi non veniamo ad imporvi alcuna
legge, veniamo per dirvi una parola libera, motrice di magnanimi
affetti, per innalzare in mezzo a voi il vessillo della patria
comune.» E se i Francesi non erano, forse l'Europa vedeva da quel
canto d'Italia sorgere una potente favilla, che l'incendio avrebbe più
fieramente ridestato. Non appena toccava Garibaldi Rocca d'Arci, che
riceveva ordine dal governo di sforzare le marcie verso la capitale,
disponendosi i Francesi a nuovamente attaccarla. Rifece adunque il
cammino non riposando nè giorno nè notte, in tal guisa che il 2 giugno
entrava colla sua colonna in Roma.