Toccava finalmente la spiaggia; ma ivi la sua costanza ed il suo valore

dovevano trovarsi alla più tremenda prova, che mai padre e marito

possano sopportare. Tante corse affannose pe' monti tanti giorni e

notti senza prendere riposo, e lo sgomento continuo nell'animo per

la sorte del marito, e le privazioni d'ogni cosa al di lei stato

indispensabile, e l'incontro fatale sul mare, tutto aveva contribuito

a spossare le robuste forze della infelice sua donna, e a condurla a

termini di morte. Al toccare la riva appena rimaneva alla sventurata

un tenue alito di vita — Era quel luogo deserto; e nessun soccorso

poteva venirle apprestato. Più tardi apparve qualcheduno cui Garibaldi

mandò in fretta a Ravenna per un medico; ed inoltre potè dalla pietà

di quelle genti ottenere un biroccio, sul quale adagiò la morente,

che condusse nella casa d'un contadino, in una terra del marchese

Guiccioli, non molto lontana dal mare.

La povera famigliuola che l'abitava commossa a tanta sventura di quegli

sconosciuti offrì un letto per la donna moribonda — Sventurato! appena

Garibaldi ebbe tempo di coricarla, che già la travagliata aveva finito

di patire!

Quel colpo atterrò l'animo di colui che aveva tante volte nei

suoi giorni sentito senza punto commoversi ruggire intorno a sè la

desolazione e la morte — Chinò il capo come cedendo al peso di così

grande dolore; poi chiesto un bicchier d'acqua per mitigare l'arsura

che stringevalo alle fauci, ed alzato lo sguardo al cielo, quasi

invocandolo a testimonio di quanto pativa per la causa dell'umanità,

e dato un ultimo doloroso addio alla fredda spoglia della amata sua

donna, uscì frettoloso da quella casa e disparve.

Povera Anna! Ella che soleva con tanto amore visitare in America la

sepoltura d'una sua figliuoletta, che Dio le tolse, e volle tra i suoi

angeli, e con quell'affetto istesso con cui s'affaccendava a renderla

vaga e lieta d'ornamenti in vita, davasi continua cura perchè il

sepolcro ch'avevala accolta paresse men tristo, e desse testimonianza

d'un amore che durava oltre la fossa, povera Anna! era gran mercè se

la cristiana carità del buon contadino che avevala ospitata, poteva

dar riposo alle sue ossa in un campo ignorato, senza che un segno le

indicasse alla pietà de' suoi cari, o alla reverenza di quanti hanno in

pregio tanta virtù e tanto amore di sposa!

Ma quelle ossa non poterono aver pace! chè

La derelitta cagna ramingando

sconvolse quella terra, che le copriva, e svelò all'inquisizione

dell'austriaco la colpa del povero contadino, il quale convinto d'aver

dato ricetto in vita e poi sepoltura a quella morta, fu da que' feroci

messo in carcere!

All'uscire dall'infausta casa, Garibaldi aveva seco un suo fido,

capitano Leggero di Sardegna, il quale d'America era venuto con lui

a prender parte alla guerra nazionale. Accompagnato da questi, pensò

guadagnare lo stato sardo, unico luogo in Italia, in cui poteva sperare

tranquillità e sicurezza; ma il cammino era difficile e lungo, tutti

gli stati romani da quel lato erano occupati dagli austriaci, la

Toscana medesima erane ingombra, pure fidando in Dio e nella sua stella

s'accinse al periglioso viaggio.

Ignoravasi dovunque la sorte toccata all'uomo che aveva con sè l'amore

di tutti: non v'era patriotta in Italia che trepidante non ne chiedesse

novella: erasi sparsa la voce che avesse approdato in Venezia, e fu

questa una pietosa invenzione per eludere l'austriaca vigilanza; in

Venezia stessa era stato annunciato imminente il di lui arrivo, ma

fra l'incertezza di queste voci tutti perdevansi in conghietture, e

facevano voti per la salvezza d'un tant'uomo: la speranza di saperlo

fra non molto fuori d'ogni pericolo albergava nel cuore di tutti i

buoni, ma talora le liete speranze veniva a troncarle il lungo silenzio

e il non udirne mai nuova.

Frattanto egli imbattutosi in uomini pei quali la patria è una sacra

parola, aveva in essi trovato appoggio ed asilo fraterno; molti giorni

rimase celato in luogo, che non crediamo ancora fuori di pericolo per

que' generosi il rendere noto; di là scortato sempre da qualche fido

da uno in altro punto veniva lentamente avvicinandosi: sovente ozioso

nel giorno, e ricovrato ne' boschi aspettò il favore della notte per

continuare il viaggio, talora incalzato dagli eventi s'aggirò tra le

file dei nemici, mentre forse stavano meditando in qual modo avrebberlo

potuto raggiungere; altra volta mentre seduto in una osteria attendeva

a rifocillarsi, capitò, e s'assise accanto a lui il croato, che senza

sospetto vide quello sconosciuto alzarsi e partire.

Dovunque egli trovò ardenti e coraggiosi patriotti, che per lui non

badarono a pericoli nè a fatiche; e sappiamo d'un parroco il di cui

nome aspettiamo tempi men tristi per segnalare alla riconoscenza di

tutta Italia, il quale confortò l'illustre fuggiasco di tutte quelle

amorevoli cure, che soltanto sa suggerire un nobile animo, educato alla

sublime dottrina del Vangelo.

Finalmente dopo tanto errare, dopo tante dolorose vicende rivedeva la

marina dalla costa toscana. Novello Mario inseguito da crudeli nemici e

colla morte ruggente alle spalle, egli pure dalla spiaggia tendeva lo

sguardo sulle onde in traccia d'una vela, che il raccogliesse, e come

Mario ei vedeva una barca propizia a suoi voti approssimarsi alla riva

ed accoglierlo nel suo seno: ma del fuggiasco romano più fortunato egli

trovava cuori generosi, che lungi dallo spaventarsi all'apprenderne il

nome, vogarono più lieti alla costa sarda, superbi di poter salvare un

tant'uomo.

Era il 5 di settembre, ed il giorno trentacinquesimo del travaglioso

viaggio, allorquando la barca guidata da pescatori, raccoglieva la vela

sulla rada di Porto Venere. Garibaldi aveva unicamente tre lire in suo

potere! e male ei quindi poteva rimunerare a danaro i suoi salvatori,

cui diede unica ricompensa un'abbraccio, che que' buoni popolani

accolsero colle lagrime agli occhi, e uno scritto, che renderà fede ai

futuri della sua riconoscenza per tanto benefizio.

Ricevuto in Porto Venere con segni di manifesta reverenza e d'amore dal

popolo, ebbe da un amico i mezzi per recarsi a Chiavari, ove appena

arrivato, il governo per mezzo de' suoi agenti s'impadronì di lui, e

fecelo scortare coi carabinieri a Genova, ritenendolo ivi custodito nel

palazzo ducale.

Il Parlamento appena conosciuto il reo procedere del ministero contro

un cittadino, che aveva pur tanti diritti non solo ad un'accoglienza

amorevole per le sue sventure, ma al rispetto e ad ogni onorifica

dimostranza per quanto aveva operato in pro della patria comune,

biasimò altamente ed a gran maggioranza di voti quello scandaloso

contegno, adottando il seguente ordine del giorno, che noi riferiamo ad

encomio dei nobili sentimenti e dell'indignazione generosa, manifestati

nella tornata del 20 settembre dai rappresentanti nazionali. «La

Camera dichiarando che l'arresto del generale Garibaldi e la minacciata

espulsione di lui dal Piemonte sono lesivi dei diritti conservati dallo

Statuto e dei sentimenti della nazionalità italiana passa all'ordine

del giorno.»

In onta del quale Garibaldi continuò ad essere sostenuto in prigione,

ove molti fra i più ragguardevoli uomini che trovavansi in Genova, e

gli uffiziali del presidio affollavansi ogni giorno a visitarlo. Non

mai uscì dalla sua bocca un lamento intorno a quel modo d'agire verso

di lui, sembrava non accorgersi, o non dare alcuna importanza a quel

passeggero capriccio della nemica fortuna. A quanti l'avvicinarono

in quei giorni, egli non d'altro parlò che dell'avvenire d'Italia,

confortandoli ad aver fede e ad unirsi concordi per la guerra

nazionale, nè lontana, nè perduta, affine di raggiungere la bramata

vittoria. Quegli stessi che prevenuti contro di lui andarono a vederlo

per mera curiosità, ne partirono compenetrati d'un senso d'ammirazione,

se non d'affetto.

Quanti altri che formano attualmente i più bei titoli che abbia

l'Italia alla stima delle nazioni sono, com'era, ed è in parte tuttavia

Garibaldi, calunniati, e costringerebbero in egual modo i loro nemici a

ricredersi ed a stimarli, se fossero ben conosciuti!

Desiderando Garibaldi rivedere la vecchia madre in Nizza ed i figli,

consentì il governo che v'andasse sopra un vapore: si disse che

un agente di polizia in incognito lo accompagnasse. È impossibile

descrivere l'entusiasmo del popolo nicese al rivedere il suo

concittadino dopo tante avventure e dopo i fatti di Roma. Trattenutosi

colà appena il tempo necessario per visitare i parenti e gli amici,

risaliva a bordo del vapore per tornare a Genova, giusta la data

parola, e mettersi nuovamente alla disposizione del governo. Il

quale fermo nell'allontanarlo dallo Stato, alcuni giorni dopo fecelo

trasportare con un vapore da guerra a Tunisi, avendo Garibaldi scelto

per luogo della sua dimora quell'affricana città, venutigli forse

in dispetto cotestoro della civile Europa, che con atti da veri

barbari toglievano ai popoli la libertà, bombardavano città innocenti

vantandosene liberatori, e procedevano tant'oltre da perseguitare

perfino un individuo, solo ed inerme, e scampato per miracolo da tanti

e così gravi pericoli.

Nel suo tragitto da Genova alla volta di Barberia, il vapore che lo

conduceva approdò in Cagliari, ove la popolazione appena informata

della sorte di Garibaldi s'affollò numerosissima sulle barchette,

spinta dal desiderio di vedere almeno una volta quell'uomo di cui

avevano udito tante nobili e maravigliose imprese. I fieri isolani,

nelle cui vene scorre ardente il sangue latino, fecero ripetute volte

echeggiare quelle sponde agli evviva al _forte Italiano_, e agli auguri

di più lieta fortuna in non lontano avvenire — Era quello un ultimo

addio, che l'Italia mandava al prode guerriero dall'estremo suo lembo —

E quell'addio si prolungava sulle acque del golfo, come grido di madre

desolata che vede strapparsi dal seno il prediletto suo figlio.

Salpato poco dopo per Tunisi arrivava in quel porto il giorno 21

di settembre; ma anche là attendevalo la vendetta francese e la

persecuzione del governo sardo, se è vera la voce che ne corse[13].

Il Bey cedendo alle esigenze della _grande nazione_ che non poteva

vivere tranquilla se quell'uomo avesse avuto stanza in Barberia, negò

il permesso a Garibaldi di sbarcare nella sua città. E al medesimo

tempo quasi avesse voluto manifestargli l'animo suo non avverso, e

forse anco a scusa del rifiuto impostogli dal più forte, il Bey gli

offerì un vapore perchè si recasse a Malta, ove fosse piaciuto a

Garibaldi trasferirvisi.

Simile anche in ciò a Mario, che fuggitivo dalle coste d'Italia si

rivolse a quell'istesso porto, non molto discosto dal quale sedeva

l'antica Cartagine, e dovette subito allontanarsene riprendendo

nuovamente il mare per sottrarsi alle persecuzioni de' suoi

concittadini e de' barbari, Garibaldi tornò indietro colla stessa

nave, dal comandante della quale fu sbarcato nella piccola isola di

Maddalena, collocata presso la costa settentrionale della Sardegna, ed

ivi lasciato sotto la custodia del comandante militare del luogo, fino

a che il governo avesse preso nuove determinazioni.

Quell'isoletta fu per Garibaldi l'oasi invocata dal viaggiatore

affranto dalle lunghe e perigliose fatiche del deserto, sconvolto da

fierissimi venti. Ivi trovò riposo, e volti amici e cuori che fecero

sue le di lui pene. — Tutti quegli abitanti andarono a gara per

testimoniargli l'interesse e la stima che sentivano per lui. Dal più

ricco al più povero nessuno tra i buoni isolani lasciò di stringere

quella mano che aveva sì fieramente percosso i nemici d'Italia; tanto

essi l'amavano, tanta confidenza aveva egli ispirata col suo fare

semplice e cordiale! — Crediamo dover nostro di specialmente rammentare

qui a titolo d'onore il signor Susini sindaco nell'isoletta, padre di

quell'istesso Susini, scelto da Garibaldi a suo successore nel comando

della legione italiana in Montevideo, da cui il nostro amico ebbe le

più distinte prove di affettuosa amicizia.

Nei molti giorni, che quasi dimenticato rimase colà, ei soleva

per allontanare da sè la cupa malinconia, da cui era tormentato,

esercitare il corpo e distrarre la mente colla caccia e la pesca, di

lui prediletti passatempi. E un giorno mentre egli era in riva al mare

vide un burchiello a vela navigare lungo la costa con evidente pericolo

di capovolgersi, soffiando impetuoso il vento; nè s'ingannò, che poco

dopo cresciuto questo in forza e fattosi più turgido il seno della

vela, non presentando l'esile barchetta sufficiente peso a mantenere

l'equilibrio, si piegò rovesciandosi sulle acque. A quella vista non

rimase Garibaldi freddo spettatore; si precipitò nel mare seguito da un

suo compagno, e tanto s'adoperò colle robuste membra e coll'ingegno,

che que' naviganti furono salvati. Così la Provvidenza diede a lui

occasione di mostrare agli amorevoli suoi ospiti in qual guisa ei paghi

i debiti di gratitudine.

Non consentendo il governo ch'egli rimanesse più a lungo nel territorio

sardo, fecelo trasportare dal brigantino il «Colombo» a Gibilterra,

unico luogo ove potesse recarsi tra i più vicini in Europa. Al suo

arrivo colà ebbe l'assenso del governatore soltanto per isbarcarvi

e rimanervi pochi giorni. Richiesto il Console spagnuolo se sarebbe

accolto in qualche punto della Spagna, n'ebbe risposta negativa —

Andare in Francia non era cosa che potesse venirgli in mente. A fronte

di tante turpitudini, il Console degli Stati Uniti d'America e con

lui gli uffiziali delle sue navi da guerra, quasi a protestare contro

tanta infamia per l'onore dell'umanità, si presentarono ad offrire al

valent'uomo perseguitato dai vermi della diplomazia, oro, asilo nel

loro paese, e un legno da guerra per trasportarvelo — Garibaldi non

volendo allontanarsi d'Europa ringraziò que' nobili figli della libera

America, e preferì tentare di nuovo l'Affrica. Partì pochi giorni dopo

per Tangeri, nell'impero di Marocco, ove fu accolto da persona amica, e

trovò quel pacifico asilo che invano aveva desiderato in patria.

All'apprendere questi fatti i posteri maraviglieranno senza dubbio per

tanta ingratitudine verso un così illustre cittadino, e chiederanno

indignati se le proteste d'amore alla causa italiana e alla libertà

tanto spesso ripetute ai dì nostri da certi individui, fossero

un'ironia gettata in volto a un popolo di imbelli!

Tutta la vita di Garibaldi è un continuo e non infecondo sacrifizio

alla libertà e alla patria. Nei suoi atti d'uomo privato, come in

quelli d'uomo pubblico, ne' lieti convegni degli amici, come nelle

serie e gravi adunanze, uno fu sempre l'oggetto ch'ebbe in mira, uno

l'argomento dei suoi pensieri e de' suoi discorsi: PATRIA e _Umanità_.

Le sublimi aspirazioni della forte anima sua costantemente s'elevarono

a quell'altissimo concetto; di ogni altra cosa poco o nulla prese mai

cura, perciò fu visto combattere sempre, e la causa americana difendere

con quell'ardore medesimo con cui impugnò le armi in Lombardia ed in

Roma — Al pensiero tenne sempre dietro e incessante l'azione.

Convinto che soprattutto l'Italia ha bisogno di riabilitarsi

nell'opinione del mondo con forti e magnanimi fatti, e che la libertà,

come il pane, dev'essere acquistata col sudore della propria fronte,

egli vuol combattere solo co' suoi le italiane battaglie, e respinge

come uno sfregio all'onore nazionale, e una macchia che rimarrebbe

eterna nella storia d'Italia, ogni idea d'intervento straniero.

_L'Italia deve, e volendo può fare da sè_, glielo impone il suo

passato, lo esige l'altezza della sua missione avvenire. Lo schiavo

_ognor fremente_, e in continua lotta virilmente sostenuta è per lui

la più sublime protesta dell'uomo conscio della propria dignità; quegli

che infingardo o fiaccamente operando invoca, e accetta sollievo dalla

carità altrui lo muove a sdegno e disprezzo. Ei vorrebbe prolungata

la schiavitù della patria, anzi che averla libera per mano straniera.

Spezzerebbe la sua spada, e tra i ferri nemici cercherebbe la morte se

all'Italia fosse riserbata quell'onta.

Uomo dell'Umanità, ei vagheggia nell'avvenire la fratellanza dei

popoli, ma al banchetto delle nazioni ei vuol sedere da eguale, o

non sedere. Può l'Italia dalla sua altezza discendere come l'uomo Dio

nelle tenebre del sepolcro, ma come l'Uomo Dio deve risorgere per sua

propria virtù — Grande sovra tutte le nazioni nel passato, deve esserlo

nell'avvenire; l'esempio altrui male s'attaglia a chi esce dalla sfera

comune.

Educato fin dai primi suoi anni ai principii delle libertà popolari

e convinto che a raggiungere l'altezza de' suoi destini l'Italia

deve in un futuro più o meno lontano essere una, ogni suo pensiero

ed ogni suo atto concernente alla Patria, fu sempre diretto a quelle

due mire; ma conscio egualmente che anzi tutto denno gl'Italiani

acquistarsi l'indipendenza, egli, come tutti i suoi fratelli di fede

politica[14], è pronto, messa a parte ogni individuale convinzione,

a far sua la bandiera di colui, che offrendo maggior probabilità di

riuscita, entrerà in campo irrevocabilmente deciso a cacciare oltr'alpe

l'austriaco.

Garibaldi conta oggi 42 anni d'età. La stessa energia e l'ardore

medesimo della prima gioventù governano tuttora quell'anima indomata.

Il suo discorso breve, e d'ordinario pacato, s'infiamma, e dai suoi

occhi scintilla un insolito splendore quando parla di patria e di

gloria nazionale. Austero nei costumi, parco nel dar lodi, dal suo

labbro non esce mai detto che offenda; delle offese ricevute non degna

mover lamento e le obblia. Inesorabile nel suo sdegno verso i codardi

ed i tristi, è indulgente co' valorosi.

Senza alterigia, come senz'umiltà, tratta con egual rispetto chiunque;

il semplice soldato come ogn'altro ha sempre libero accesso a lui;

pari all'ultimo de' suoi nel cibo, nel vestire e nelle privazioni

della vita militare, si distingue soltanto per l'aspetto decoroso e la

reverenza che nessuno sa negargli. Quanti l'avvicinarono gli rimasero

amici: i suoi compagni d'armi ebbero sempre per lui affetto di figli.

Allorchè un doloroso pensiero gli travaglia l'animo, ei suole calarsi

sulla fronte il berretto e starsi o passeggiare solo e taciturno; ha

il passo non greve, ma lento, e l'andare composto a gravità senz'ombra

di studio. Per lo più serio e sopra pensieri, la vista d'un amico

lo allegra e chiama il sorriso sulle di lui labbra. Fra persone di

sua intimità talora s'abbandona allo scherzo, ma per poco, quasi

l'assalisse rimorso d'aver sprecato il tempo. — Riverente alla madre,

ottimo marito, è co' figli or sorridente, ora severo.

I tanti travagli durati per la propria patria e l'altrui gli hanno

fruttato povertà, persecuzioni, un nome onorato in Europa e in

America[15], l'odio dei tristi e l'amore del suo paese, di cui forma

una delle più splendide glorie. Lasciò in Nizza la vecchia madre, coi

tre figli, Menotti, Ricciotti e Teresita, all'educazione de' quali

provvede con affetto di padre l'avvocato Garibaldi cugino del Generale:

— egli, il suo amico Daideri, e non altri.

Uomini generosi, di cui non è difetto la Dio mercè in Italia, offersero

al prode uomo ragguardevoli somme, che non accettò. D'indole laboriosa,

egli trova dovunque come sostentarsi coll'opera sua; all'uopo non

esiterebbe un solo momento a imbarcarsi per semplice marinaio. Sobrio,

modesto, e tollerante le fatiche, poco gli basta.

Accettò con lieto animo una spada superbamente lavorata in Firenze,

frutto d'una soscrizione nazionale. Un'altra eseguita dall'egregio

artista Borani in Torino, dono essa pure de' suoi compatrioti, sarà tra

non molto depositata nella sua casa materna.

Di queste spade una rappresenta nell'impugnatura l'Italia, che

appoggiata al brando attende a ristorare le proprie forze.

Dio le infonda vigore! Quando l'ora di sollevarlo nuovamente sarà

giunta, Garibaldi nol lascerà giacere ozioso. Dalle aride montagne

di Marocco, donde mirando all'Italia, medita la grande vendetta,

tornerà fulmine di guerra, a dar nuove glorie alla patria, nuovi

argomenti d'odio ai malvagi, e, Dio confermi l'augurio, l'ultimo colpo

all'austriaco fuggente oltre l'Alpi!

FINE.

NOTE:

[1] Nel 1831 trovandosi Garibaldi in Taganrok capitò in una locanda,

ov'eransi riuniti molti marini di varie parti d'Italia, i quali delle

umilianti condizioni di questa avevan fatto doloroso argomento ai loro

discorsi. Era tra costoro un giovane, _il credente_, a cui Garibaldi

allude, il quale affannavasi a far concepire ai poco creduli compagni

speranze di lieto e glorioso avvenire alla patria comune. Garibaldi dal

fondo della sala porgeva attento l'orecchio a quel ragionare; e alla

fine non potendo più trattenersi correva verso lo sconosciuto giovane

e, col trasporto che ben manifestava l'ardore dell'animo stringevalo

al suo seno. Da quel giorno ei divenne l'amico del cuore di quel

_credente_, che lo iniziò alle dottrine della Giovine Italia.

[2] Vedi dal n. 9, 11, al 16.

[3] Vedi CORR. LIV., numeri citati, nei quali è diffusamente narrato

questo fatto.

[4] Erano appunto sei mesi dacchè Garibaldi era stato dal governo

incaricato della spedizione al Salto.

[5] Queste parole dell'ammiraglio francese non possono far allusione

che alle ripetute calunnie a carico degl'Italiani apparse ne' giornali

francesi intorno all'occupazione della Colonia, e specialmente ad

articoli pubblicati nella _Presse_, generalmente attribuiti al signor

Page, comandante del brigantino Ducoëdic, il quale trovavasi dinanzi

alla Colonia all'epoca dell'occupazione suddetta, e traeva coi cannoni

sugl'Italiani sbarcati, in luogo di mitragliare i nemici. — Il signor

Page è tenuto nel Rio de la Plata come interessato partigiano di Rosas.

Era ministro di Francia in Montevideo il barone Deffaudis.

[6] Vedi: _Réponse aux détracteurs de Montevideo par M. Pacheco y

Obes_, Paris 1849.

[7] _Réponse aux détracteurs de Montevideo par M. Pacheco y Obes_, già

citato.

[8] Fra i molti che splendidamente contribuirono a formare la somma

necessaria, si distinse il signor Stefano Antonini, negoziante di

Genova, che sborsò la non tenue quantità di 30,000 lire e più onde

favorire la nobile intrapresa. Nella storia della Legione italiana in

Montevideo dovrebbe essere pubblicata la lista di tutti i contribuenti

a quella spedizione.

[9] Fra questi ultimi merita speciale menzione Francesco Gaggini, il

quale dopo venti e più anni d'assenza dalla patria, abbandonava ad un

tratto i suoi ben avviati commerci per venire a combattere in Italia, e

accompagnava Garibaldi fino al momento, in cui disciolta la Legione in

S. Marino, ciascheduno doveva provvedere alla propria salvezza.

[10] Specie di mantello usato nelle campagne dei paesi del Rio de la

Plata ed altri luoghi dell'America meridionale.

[11] _Siège de Rome_ par B. Del Vecchio.

[12] L'esercito francese montava a 40,000; gl'Italiani sommavano appena

a 12,000 di truppe regolari.

[13] Fu detto, che il Console francese in Tunisi d'accordo col sardo

facesse vive istanze presso il Bey, onde Garibaldi venisse respinto; e

che il secondo inviasse poi persona del Consolato a bordo del _Tripoli_

con incarico di far presente a Garibaldi che egli, il Console erasi

adoperato presso quel Governo affinchè gli accordasse la bramata

ospitalità!

[14] V. MAZZINI, _Italia del Popolo_. — Vol. II, pag. 23 — gennaio 1850.

[15] Nell'America del Nord quattro anni or sono vide la luce un romanzo

intitolato _Dolores_ nel quale a Garibaldi è assegnata una nobile

parte. — Noi rammentiamo questo lavoro del nostro amico Harro Harring

ad encomio dell'autore e di Garibaldi.

Nota del Trascrittore

Ortografia e punteggiatura originali sono state mantenute, correggendo

senza annotazione minimi errori tipografici.

Biografia di Giuseppe Garibaldi · 第 5 / 5 段