Quella croce porta queste semplici iscrizioni — da un lato — _36

Italiani morti l'8 febbraio 1846_ — e dall'altro — _184 Italiani nel

campo di S. Antonio_.

Verso il settembre del 46 rivedevano la capitale e i legionarii e

Garibaldi che senza avere per allora occasioni di rendere importanti

servigi alla Repubblica, continuò nonostante collo stesso zelo ed

affetto al mantenimento dell'ordine, e a tener lontano il nemico,

fino a tanto che sorvenute difficili circostanze, volle il governo

affidargli il comando supremo della guernigione della città, ch'egli

accettò dopo ripetute istanze ed a malincuore. Poco tempo rimase però

a quel luogo fatto argomento d'invidie e di gelosie. — Desideroso

piuttosto di meritare che di ottenere gli onori, ei rinunziava

spontaneo all'incarico ambito da altri. Di quei brevi giorni in cui

tenne il supremo comando non vuolsi dimenticare che tra i maneggi e

le infinite bassezze praticate da pochi individui, si tentò di far

ribellare alla di lui autorità un battaglione composto di negri, i

quali — affrettavasi taluno a dirgli — volevano ad ogni costo disfarsi

di lui, e a consigliarlo quindi a non esporsi mostrandosi a quegli

inferociti. — «Rimanete adunque, se avete paura» rispondeva Garibaldi,

e montato a cavallo correva solo e in quell'istesso momento al

battaglione ribelle, il quale intese poche e franche parole

del generale, acclamavalo con evviva e saluti d'affetto, smentendo le

calunnie e confondendo i tristi.

Rinunziato al comando supremo, il consiglio e l'appoggio di Garibaldi

continuò ad essere sempre vivamente ricercato dal governo nelle

circostanze, e furono non poche, in cui gravi pericoli minacciavano la

sua esistenza per opera delle interne fazioni agitantisi irrequiete.

Ciò che poi veramente è rimarchevole in costui, oltre le tante

rarissime sue doti, di cui siamo venuti parlando, si è la di lui

straordinaria attitudine a combattere valorosamente ed abilmente

in terra ed in mare. E rimarchevole più di tutto ancora si è il

disinteresse e la modestia che il guidano in tutte le sue azioni. La

qual cosa dimostrerà ciò che seguiamo a narrare. Il generale Rivera

avendo fatto donazione, che fu accettata, di terreni e bestiami a una

legione francese formatasi parimente in Montevideo, volle altrettanto

offerire agl'Italiani, e Garibaldi, quasi adontandosi dell'atto,

rispondeva ringraziando senza accettare il dono, e osservando che

«per debito d'uomini liberi soltanto avevano gl'Italiani preso

le armi in quella guerra, senza mire d'interessi od ambizioni

personali». Quando l'Assemblea della Repubblica volle solennizzare

il terzo anniversario dell'assedio cominciato in marzo del 1843, il

fece, decretando, tra le altre cose, diverse militari promozioni, e

tra i promossi s'annovera Garibaldi al grado di generale. — Egli,

non sentendo di sè presuntuosamente, scriveva allora al governo,

riconoscente per l'onorevole distinzione, e rinunciando non ostante a

quell'onore: rinuncia che nè il governo, nè l'Assemblea si indussero

mai ad ammettere. Ed a lord Howden, ministro inglese inviato per la

pacificazione delle repubbliche della Plata, allorchè accedendo al

di lui invito, recavasi a vederlo nelle sue stanze, dopo intese le

astute insinuazioni di sciogliere la legione italiana con profferte

d'indennizzazioni ai militi ed ai _capi_, rispondeva: «Sè ed i suoi

avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e

questa causa non potersi abbandonare da uomini onorati». Della quale

risposta maravigliato lord Howden, rigido sostenitore del partito

aristocratico, ed insigne spregiatore di tutti, ben si rammentava nella

tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849, allorchè parlando

degli uomini che aveva visto figurare in quelle contese americane,

pronunziava dal suo seggio queste solenni parole, di cui ci compiaciamo

serbar memoria nelle nostre pagine: «Il presidio (di Montevideo) era

quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato

da un uomo cui sono felice di poter rendere testimonianza che solo

era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il

loro personale ingrandimento. Intendo parlare d'un uomo dotato di gran

coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre

simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del

generale Garibaldi.»

E a tutti questi tratti di animo generoso siamo lieti di poter

aggiungere i seguenti, che ricaviamo da un recente scritto dell'egregio

amico nostro il generale Pacheco y Obes ministro della repubblica

orientale in Parigi, col quale rispondendo ai detrattori del suo paese,

tesse pure l'elogio meritato a Garibaldi soldato di quella repubblica.

«Nel 1843, egli dice, il sig. Francesco Agell, uno tra i più

rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della

guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della

legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell'uomo infine,

che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, faceva, dico, sapere

al ministro che in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè

nella razione del soldato — _unica cosa sulla quale Garibaldi contasse

per vivere_ — non erano comprese le candele. Il ministro (ed era lo

stesso scrivente) mandò per il suo aiutante di campo G. M. Torres, 100

patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale ritenendo per sè la metà di

questa somma, restituì l'altra affinchè fosse recata alla casa d'una

vedova, che secondo lui, ne aveva maggiore bisogno.

«Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l'unica somma che Garibaldi

ebbe dalla repubblica. Mentre egli rimase tra noi, la sua famiglia

visse nella povertà, egli non fu mai diversamente calzato dei soldati,

sovente i di lui amici dovettero ricorrere a dei sotterfugi per

fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli

abitanti di Montevideo, giammai vi fu uomo più di lui universalmente

amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi sempre il primo al

combattimento, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra.

Quando recavasi negli offici del governo, era per domandare la grazia

di un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche

infelice; ed è all'intervento di Garibaldi, che il sig. Michele Haedo

condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita. — Nel 1844 un

orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una

goletta, che perdute le àncore, stava affidata con evidente pericolo,

all'unica che le rimaneva; a quel bordo stavano le famiglie dei signori

Carril. — Il generale Garibaldi informato del pericolo s'imbarcò con 6

uomini recando seco un'altra àncora, colla quale la goletta fu salva.

— A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più

feroci capi di Rosas e lo rilascia in libertà, come anche gli altri di

lui compagni. Nella sua spedizione all'interno, egli si distinse per

molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d'oggi formano

argomento di conversazione nel campo dei due partiti[7]».

A due altissime mire ebbe sempre rivolto il pensiero l'illustre nostro

concittadino: sostenere ed accrescere l'onore del nome italiano,

e combattere per la libertà in qualsivoglia terreno la trovasse in

pericolo. E mentre col braccio e coll'animo intendeva a propugnare i

diritti di altri popoli, ei non dimenticava la terra natia, continuo

desiderio e sospiro della vita solitaria dell'esule, sicchè egli

avidamente raccoglieva coll'anima inebbriata e fremente di nuove

speranze le prime voci dell'epoca nuova che da questa terra recavangli

i venti alla spiaggia americana. È difficile descrivere l'impressione

che le novelle d'Italia cagionavano nell'animo di Garibaldi ancora in

America; la sua fisonomia pareva avesse preso una espressione nuova, i

suoi modi erano divenuti più concitati: sovente ei s'arrestava sopra

pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso come a chi attende una

lieta fortuna. Al nome del nuovo pontefice, e alle lodi che avevano

eco in quelle remote contrade, ei pensò che l'uomo aspettato fosse

comparso sulla terra, e come tutti, s'illuse intorno a quell'uomo! E

caldo in quella illusione, scriveva da Montevideo, unito al valoroso e

nobile amico nostro, il colonnello Anzani, al nunzio apostolico Bedini

in Rio Janeiro, sotto la data del 12 ottobre colle seguenti parole che

troviamo in quella lettera: «Se queste braccia con qualche uso delle

armi, ponno riuscire ben accette a Sua Santità, noi ben più volentieri

le

adopreremo in vantaggio di colui che tanto bene serve alla Chiesa e

alla patria. — Purchè sia in sostegno _dell'opera redentrice di Pio

IX_, per bene avventurati ci terremo noi ed i nostri compagni, in di

cui nome parliamo, se ci sarà dato poterci mettere il nostro sangue».

Cui il nunzio mandava il 14 novembre questa risposta scritta e firmata

di proprio suo pugno, e che noi serbiamo originale in nostro potere....

«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si

contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso

il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e

merita riconoscenza ed elogio. Col pacchetto inglese che partì ieri

trasmisi lo indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in

più elevati petti i medesimi sentimenti.... Se la distanza di tutto

un emisfero può impedire di profittare di _magnanime offerte_, non

ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazione nel

riceverle», e conchiudeva con questo voto: «quelli che si trovano sotto

la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e

del sangue che li scalda! — Con questo voto sincerissimo accompagno

l'augurio ecc., ecc.»

Questo Bedini, dei voti _sincerissimi_, e che lodava nel 1847 i cuori

italiani, è quel medesimo che più tardi guidò l'armata austriaca

a bombardare Bologna per più giorni, e a distruggervi ogni seme di

libertà!

Ma oramai per Garibaldi era diventato impossibile rimanere più a

lungo lontano dalla patria; e veniva a mirabilmente secondare il di

lui desiderio di ritornarvi e a dare probabilità di buon esito ad un

progetto concepito in tempi remoti, e per lunghi anni accarezzato,

la straordinaria concitazione degl'italiani residenti in Montevideo,

i quali tocchi da quel medesimo spirito che aveva risvegliato una

vita novella nella madre patria, eransi al lieto annunzio dei primi

moti in Italia, sollevati alle più sublimi speranze, e, cacciati da

uno di quegli impeti di cuor generoso, che non fanno mai fallo nelle

moltitudini, allorchè una grande idea balena loro chiara dinanzi,

avevano in poco tempo per mezzo d'una soscrizione nazionale raccolto

una vistosa somma[8], che essi destinarono

fin dal primo momento _per la spedizione in Italia, comandata da

Garibaldi_.

Era l'offerta premurosamente accettata come augurio anche di felice

riuscita, e come pegno di appoggio fraterno in Italia. Presto ogni

cosa fu in pronto per la partenza: ma sorgeva a trattenerlo dal

sospirato viaggio il governo di Montevideo, che non sapeva rassegnarsi

alla privazione di un tanto uomo; ed il giorno della partenza veniva

quindi indefinitamente ritardato. Gli indugi frapposti accoravano

profondamente Garibaldi, che ogni giorno vissuto in quell'inerte

aspettativa, tormentavalo come un rimorso; pareva a lui che ogni

giorno di più passato nella terra straniera fosse una colpa verso

la patria; ond'ei soleva in quella circostanza ripetere con accento

di sentito dolore: — _Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto

sarà finito._ — Sventuratamente l'amico nostro non fu profeta, e il

dolore da cui fu contristato l'animo suo era destino, che dovesse

scaturire da ben altra ed invero amarissima fonte! Ma venuta l'ora

in cui il governo, a malincuore, assentiva che sciogliesse le vele,

presentavasi il commercio inglese a chiedergli rimanesse per qualche

tempo ancora, come se la sola sua presenza bastasse a rassicurare gli

abitanti, ed a preservargli da ogni colpo del nemico; ed a Garibaldi,

da cui gl'Inglesi apprendevano le enormi spese diarie causate

dal ritenere più a lungo il bastimento contrattato, offerivano il

bisognevole per soddisfarle durante molti giorni. Questi finalmente

trascorsi, accompagnato da un cento tra soldati della legione ed altri

volontarii[9], salpava finalmente da Montevideo nel mese di aprile del

1848, e dopo una lunga navigazione e quattordici anni d'esilio onorato,

rivedeva e toccava quella patria amata tanto, e al di cui vento

contemplava sventolante quella bandiera, pel di cui amore aveva dovuto

in così giovine età fuggire

dal suolo nativo, e menare una vita di stenti per le terre straniere!

Negli ultimi momenti che precessero la partenza di Garibaldi da

Montevideo, egli riceveva fra gli altri segni di stima e di affetto,

una commoventissima lettera del primo Corpo di quella guardia

nazionale, firmato dal valoroso suo colonnello Tajes e da tutti gli

uffiziali — «Non è possibile, scrivevano, che noi i quali abbiamo

veduto voi e i vostri compagni dividere con noi con tanta generosità e

valore tutti i travagli di questa guerra, siamo indifferenti al vuoto

che lascia tra noi la vostra assenza. Ricevete, proseguivano, queste

brevi parole, come un omaggio imperfetto, tributato ai grandi servigi

da voi prestati all'indipendenza e alla libertà della nostra patria».

Generose parole pronunziate da generosi, e che strapparono lagrime di

riconoscenza agli occhi di Garibaldi!

Approdò Garibaldi anzi tutto in Nizza ad abbracciarvi la vecchia madre

e la moglie coi figli, che aveva qualche mese prima avviati alla casa

paterna, ove delibate un istante le domestiche dolcezze, s'affrettava

a Genova per la via di mare, collo stesso legno, la _Esperanza_, che

avevalo trasportato coi compagni da Montevideo. Le accoglienze nella

forte e generosa città furono e di essa e di lui degne; ma Garibaldi

non si fermò che pochi momenti, prese difilato la via per Torino,

ansioso di agire egli pure, essendo già la guerra dell'indipendenza

inoltrata. Ma l'uomo ch'erasi mosso dall'America, divorato dalla febbre

di combattere per la gloria e l'indipendenza italiana, trovava nel

Ministero d'allora fredda accoglienza, e parole che dovettero fare una

ben triste sensazione su quell'animo non d'altro bramoso che d'opera,

e persuaso che questo fosse titolo sufficiente ond'essere ben accetto

ad uomini che reggevano un paese combattente contro l'Austriaco. Con

modi nei quali non era abbastanza dissimulato il poco conto in che

era tenuta la patriottica offerta, veniva egli consigliato a recarsi

dal Re, il quale trovavasi coll'esercito intorno a Mantova. Abbenchè

non uso, e repugnante anzi dal chiedere checchessia, accorreva

Garibaldi non ostante a Roverbella e si presentava a Carlo Alberto.

Egli voleva combattere e dare il suo sangue per l'Italia: questo era

supremo bisogno per lui, e superare gli ostacoli che gl'impedivano

lanciarsi nel campo delle battaglie, era pur sempre combattere e

spingersi innanzi. Il Re facevagli cortese accoglimento, e colle lodi

di quanto aveva operato in America rendevalo avvertito che il di lui

nome non eragli ignoto. Eppure anche Carlo Alberto, allorchè Garibaldi

esponevagli il motivo della sua visita, lasciavalo nell'incertezza,

e rispondeva vaghe parole, invitandolo a parlare ai ministri. Noi

lasciamo alla storia che dovrà trasmettere ai futuri la spiegazione

di tanti avvenimenti accaduti in questi ultimi due anni, tuttora

ravvolti nel mistero, l'incarico di far palese come il defunto re,

lungi dall'approfittare di tanto entusiasmo, di così maravigliosa

devozione alla patria e d'un nome già tanto noto e caro all'Italia,

consentisse invece allontanarlo da sè, e privare la guerra nazionale

d'un sì potente mezzo di vittoria. Forse egli trascinato obbediva suo

malgrado, e inconscio anche a quella fatalità che poi e la nazione e

lui stesso travolse in tanta sciagura che tuttavia ci preme. E, se vero

è quello che ci venne riferito di Re Caro Alberto, allorchè, esule in

Portogallo, udiva la disfatta dell'orda francese il 30 aprile sotto

le mura di Roma, ei certo dovè pentirsi di non aver adoperato nella

guerra da lui condotta un così prode e generoso uomo! Narrano che a

quell'annunzio egli esclamasse con viva emozione ed evidente fremito

di gioia: _Bravo Garibaldi! bravo Garibaldi!_ Forse in quel momento ei

rendeva nell'intima sua coscienza un omaggio negato a calunniate virtù;

ed il fiele onde era stato abbeverato in Novara per qualche istante

cessava dall'amareggiargli l'anima, assorta nella contemplazione

dell'onore italiano vendicato.

Dopo avere inutilmente vagato e perduto un prezioso tempo, Garibaldi

recavasi alla fine in Milano, ove il Comitato di pubblica difesa non

esitava un solo istante a trar profitto dell'illustre guerriero, al

quale dava subito l'incarico di arruolare i volontarii, e formare un

corpo che destinava a difendere la provincia bergamasca. In breve

tempo, affidati al nome del capo, correvano sotto i di lui ordini

circa 3000 uomini, che immantinente venivano spediti alla volta di

Brescia. In segno di affettuosa memoria al compagno d'armi che aveva

secolui diviso pericoli, stenti e glorie in America, Garibaldi chiamava

parte di quel corpo _Battaglione Anzani_. Non ancor bene aveva egli

disposto le cose nella suddetta provincia, che era in tutta fretta

chiamato a Milano, cui le sorti avverse della guerra facevano temere

guai, che pur troppo si sono poi realizzati. Senza frapporre indugio

rispondeva alla chiamata, e rapidamente avviavasi alla minacciata

città. La nemica fortuna era stata veloce assai più! Garibaldi giungeva

a Monza, distante dodici miglia da Milano, quando l'infausto annunzio

dell'armistizio Salasco gli rivelava la tristissima condizione delle

cose nostre, e l'onta immensa che la perfidia e lo spirito di parte

avevano lanciato sulla italiana bandiera. Garibaldi, che aveva veduto

un sì fiorente esercito, e i soldati correre bramosi come a festa alla

battaglia, e gioire al tuonare delle artiglierie e affrontare con tanto

valore la morte, sospettò quell'armistizio una trama di pochi codardi,

e l'animo suo altamente italiano e dell'onore del nome gelosissimo,

sdegnò piegarsi a tanto infortunio, e preferì alla vergogna di scendere

a patti coll'Austriaco, incontrare coi pochi suoi fidi la morte contro

il soperchiante nemico.

Disdiceva perciò ogni tregua, e sentendo rivivere in sè il diritto che

appartiene a ciascun cittadino d'opporsi con tutte le sue forze e in

ogni modo alla rovina della patria od alla sua vergogna, sè costituiva

propugnatore della causa italiana, forte del mandato che la patria

confida a chiunque ha il coraggio d'assumerlo. E se nelle tristi

condizioni in cui trovavansi le nostre sorti precipitate, non era a lui

concesso rialzarle co' propri suoi sforzi, mancante de' mezzi necessari

a tant'uopo, egli volle mostrare almeno coll'esempio in qual guisa si

deve da uomini dell'onor nazionale zelanti, cedere all'avversa fortuna.

Coll'intento adunque di scegliere un terreno, su cui gli fosse dato

protestare solennemente e d'un modo onorevole per l'Italia contro

gli avversi destini, egli avviavasi da Monza alla volta di Como;

di là prendendo la via dei monti dirigevasi ad Arona, ove tolti

all'Austriaco i due vapori _S. Carlo_ e _Verbano_, imbarcava su

questi le sue truppe, e con esse navigando pel Lario giungeva alla

spiaggia di Luino inaspettato, mercè le rapide marcie con ch'erasi

accelerato per giungere in Arona. Era Luino occupato in quella

circostanza da un numero di truppe austriache forte quattro volte più

delle sue. Nonostante egli risolvevasi ad attaccarlo ne' suoi propri

alloggiamenti; e l'incredibile audacia sortendo esito felice veniva a

riconfermare la nota sentenza: _chi non ha paura, ha un grande elemento

di vittoria._

Il nome di Garibaldi e l'accanimento con cui sentivasi attaccato,

persuadevano il nemico a ritirarsi dall'occupata città; ma il concepito

divisamento non poteva così presto mandare ad effetto, che non vi

penetrasse Garibaldi, e giungesse ancora a tempo da fargli prigione un

distaccamento, ricoveratosi nella locanda della _Beccaccia_. Quanto più

il nemico ravvisava a sè vergognosa quella ritirata, tanto maggiore

era la pertinacia che ei metteva ad evitare un simile sfregio; la

resistenza fu quindi ostinata e sanguinosa, ma dovette finalmente

cessare all'impeto dei nostri, che guidati da Garibaldi in persona,

seguivano più che mai bramosi il lor capo, che coll'esempio, e con

infiammate parole inferocivali contro l'Austriaco.

Nè a questo primo esperimento collo straniero si acquetava Garibaldi,

che lasciate alcune ore di riposo nella notte ai compagni, allo

spuntar del sole conducevali nuovamente ad inseguire il nemico, il

quale concentrate le molte forze che teneva in quei dintorni, aveva

formato una cerchia in cui i nostri furono rinserrati. Rimasero in

quella difficile posizione per quattro interi giorni senza alcun serio

attacco. Nel frattempo Garibaldi avendo avuto agio a ben conoscere il

terreno ed a studiar modo ad evadersi colle sue truppe, di notte tempo

mettevasi in moto e perveniva con accorte marcie a sfuggire al nemico

ed entrare in Morazzone; da dove meditava lanciarsi sopra Varese nella

speranza di sorprendere il generale d'Aspre acquartierato in quel punto

con 10,000 uomini; mentre egli comandava appena a 1,500! Ma stante il

numero grandissimo dei nemici che ingombravano quelle terre, ei non

riuscì a siffattamente celare le sue mosse e gli intendimenti suoi, che

non fosse il di lui arrivo colà, e il concepito progetto ad un tempo,

conosciuto dal generale austriaco. Il quale staccato un corpo di 5000

uomini, munito d'artiglieria, inviavalo, e se non erriamo, conducevalo

egli stesso sopra Morazzone. Informato a tempo delle mosse del nemico,

Garibaldi si dispose a sostenere degnamente l'assalto, ordinando

che in ogni punto della città si formassero le barricate. E da ogni

parte cominciò a fervere improvvisamente il lavoro, per siffatto modo

che in breve ora si trovò in istato di ricevere il nemico, che non

tardò a dare l'attacco. Erano le quattro del dopo pranzo allorchè il

fuoco cominciò; l'austriaco colle bombe, colla mitraglia e coi razzi

incendiarii tentò sloggiare i nostri che sempre più irritati pei danni

crescenti della città, s'ostinavano nella difesa: che non era punto

cessata col cadere del giorno. Garibaldi accorrendo in quella notte a

tutti i luoghi ove il rischio era maggiore, vegliava su tutto e colla

sua presenza accresceva il furore della battaglia nei noti compagni; ma

visto inutile l'ostinarsi in quella lotta tanto disuguale, e temendo

d'altronde d'essere preso tra due fuochi all'apparir del giorno,

essendo il nemico grossissimo in quelle terre, verso le ore tre dopo la

mezza notte, lasciato addietro un buon pugno di uomini a difendere la

ritirata e ad ingannare coi tiri il nemico, fece uscire le sue truppe

dalla città: e divise queste in drappelli le sciolse avviandole ai

confini della Svizzera. L'austriaco aveva in que' due incontri di Luino

e di Morazzone nuovamente sentito quel braccio medesimo che l'aveva

percosso a Goito, a Pastrengo, ed a Santa Lucia; e le menti grossolane

dei suoi soldati atterriti a quel furioso tempestare, fantasticavano di

demoni accorsi a lor danno, e dicevano Garibaldi legato coi diavoli e

portarne la divisa, rammentando la tunica rossa dei legionarii italiani

venuti da Montevideo. E quei fatti ricordò più tardi senza dubbio

il general D'Aspre, allorchè in Parma alla presenza d'un'autorità

del nostro regno vuolsi che egli esclamasse: «L'uomo che avrebbe

potentemente giovato alla vostra guerra, voi non lo avete conosciuto, e

questi è Garibaldi.»

Biografia di Giuseppe Garibaldi · 第 2 / 5 段