Italiani morti l'8 febbraio 1846_ — e dall'altro — _184 Italiani nel
campo di S. Antonio_.
Verso il settembre del 46 rivedevano la capitale e i legionarii e
Garibaldi che senza avere per allora occasioni di rendere importanti
servigi alla Repubblica, continuò nonostante collo stesso zelo ed
affetto al mantenimento dell'ordine, e a tener lontano il nemico,
fino a tanto che sorvenute difficili circostanze, volle il governo
affidargli il comando supremo della guernigione della città, ch'egli
accettò dopo ripetute istanze ed a malincuore. Poco tempo rimase però
a quel luogo fatto argomento d'invidie e di gelosie. — Desideroso
piuttosto di meritare che di ottenere gli onori, ei rinunziava
spontaneo all'incarico ambito da altri. Di quei brevi giorni in cui
tenne il supremo comando non vuolsi dimenticare che tra i maneggi e
le infinite bassezze praticate da pochi individui, si tentò di far
ribellare alla di lui autorità un battaglione composto di negri, i
quali — affrettavasi taluno a dirgli — volevano ad ogni costo disfarsi
di lui, e a consigliarlo quindi a non esporsi mostrandosi a quegli
inferociti. — «Rimanete adunque, se avete paura» rispondeva Garibaldi,
e montato a cavallo correva solo e in quell'istesso momento al
battaglione ribelle, il quale intese poche e franche parole
del generale, acclamavalo con evviva e saluti d'affetto, smentendo le
calunnie e confondendo i tristi.
Rinunziato al comando supremo, il consiglio e l'appoggio di Garibaldi
continuò ad essere sempre vivamente ricercato dal governo nelle
circostanze, e furono non poche, in cui gravi pericoli minacciavano la
sua esistenza per opera delle interne fazioni agitantisi irrequiete.
Ciò che poi veramente è rimarchevole in costui, oltre le tante
rarissime sue doti, di cui siamo venuti parlando, si è la di lui
straordinaria attitudine a combattere valorosamente ed abilmente
in terra ed in mare. E rimarchevole più di tutto ancora si è il
disinteresse e la modestia che il guidano in tutte le sue azioni. La
qual cosa dimostrerà ciò che seguiamo a narrare. Il generale Rivera
avendo fatto donazione, che fu accettata, di terreni e bestiami a una
legione francese formatasi parimente in Montevideo, volle altrettanto
offerire agl'Italiani, e Garibaldi, quasi adontandosi dell'atto,
rispondeva ringraziando senza accettare il dono, e osservando che
«per debito d'uomini liberi soltanto avevano gl'Italiani preso
le armi in quella guerra, senza mire d'interessi od ambizioni
personali». Quando l'Assemblea della Repubblica volle solennizzare
il terzo anniversario dell'assedio cominciato in marzo del 1843, il
fece, decretando, tra le altre cose, diverse militari promozioni, e
tra i promossi s'annovera Garibaldi al grado di generale. — Egli,
non sentendo di sè presuntuosamente, scriveva allora al governo,
riconoscente per l'onorevole distinzione, e rinunciando non ostante a
quell'onore: rinuncia che nè il governo, nè l'Assemblea si indussero
mai ad ammettere. Ed a lord Howden, ministro inglese inviato per la
pacificazione delle repubbliche della Plata, allorchè accedendo al
di lui invito, recavasi a vederlo nelle sue stanze, dopo intese le
astute insinuazioni di sciogliere la legione italiana con profferte
d'indennizzazioni ai militi ed ai _capi_, rispondeva: «Sè ed i suoi
avere impugnate le armi per difendere la causa della giustizia, e
questa causa non potersi abbandonare da uomini onorati». Della quale
risposta maravigliato lord Howden, rigido sostenitore del partito
aristocratico, ed insigne spregiatore di tutti, ben si rammentava nella
tornata dei Pari in Londra del mese di luglio 1849, allorchè parlando
degli uomini che aveva visto figurare in quelle contese americane,
pronunziava dal suo seggio queste solenni parole, di cui ci compiaciamo
serbar memoria nelle nostre pagine: «Il presidio (di Montevideo) era
quasi per intero composto di Francesi e d'Italiani, ed era comandato
da un uomo cui sono felice di poter rendere testimonianza che solo
era disinteressato fra una folla d'individui che non cercavano che il
loro personale ingrandimento. Intendo parlare d'un uomo dotato di gran
coraggio e di alto ingegno militare, che ha il diritto alle vostre
simpatie per gli avvenimenti straordinarii accaduti in Italia, del
generale Garibaldi.»
E a tutti questi tratti di animo generoso siamo lieti di poter
aggiungere i seguenti, che ricaviamo da un recente scritto dell'egregio
amico nostro il generale Pacheco y Obes ministro della repubblica
orientale in Parigi, col quale rispondendo ai detrattori del suo paese,
tesse pure l'elogio meritato a Garibaldi soldato di quella repubblica.
«Nel 1843, egli dice, il sig. Francesco Agell, uno tra i più
rispettabili negozianti di Montevideo, indirizzandosi al Ministro della
guerra, facevagli sapere che nella casa di Garibaldi, del capo della
legione italiana, del capo della flotta nazionale, dell'uomo infine,
che dava ogni giorno la sua vita per Montevideo, faceva, dico, sapere
al ministro che in quella casa non s'accendeva di notte il lume, perchè
nella razione del soldato — _unica cosa sulla quale Garibaldi contasse
per vivere_ — non erano comprese le candele. Il ministro (ed era lo
stesso scrivente) mandò per il suo aiutante di campo G. M. Torres, 100
patacconi (500 lire) a Garibaldi, il quale ritenendo per sè la metà di
questa somma, restituì l'altra affinchè fosse recata alla casa d'una
vedova, che secondo lui, ne aveva maggiore bisogno.
«Cinquanta patacconi (250 lire), ecco l'unica somma che Garibaldi
ebbe dalla repubblica. Mentre egli rimase tra noi, la sua famiglia
visse nella povertà, egli non fu mai diversamente calzato dei soldati,
sovente i di lui amici dovettero ricorrere a dei sotterfugi per
fargli cambiare gli abiti già logori. Egli aveva amici tutti gli
abitanti di Montevideo, giammai vi fu uomo più di lui universalmente
amato, ed era questo ben naturale. Garibaldi sempre il primo al
combattimento, lo era egualmente a raddolcire i mali della guerra.
Quando recavasi negli offici del governo, era per domandare la grazia
di un cospiratore, o per chiedere soccorsi in favore di qualche
infelice; ed è all'intervento di Garibaldi, che il sig. Michele Haedo
condannato dalle leggi della repubblica, dovè la vita. — Nel 1844 un
orribile tempesta flagellava la rada di Montevideo; eravi nel porto una
goletta, che perdute le àncore, stava affidata con evidente pericolo,
all'unica che le rimaneva; a quel bordo stavano le famiglie dei signori
Carril. — Il generale Garibaldi informato del pericolo s'imbarcò con 6
uomini recando seco un'altra àncora, colla quale la goletta fu salva.
— A Gualeguaychu fa prigioniero il colonnello Villagra, uno dei più
feroci capi di Rosas e lo rilascia in libertà, come anche gli altri di
lui compagni. Nella sua spedizione all'interno, egli si distinse per
molti tratti di cavalleresca generosità, che anche al dì d'oggi formano
argomento di conversazione nel campo dei due partiti[7]».
A due altissime mire ebbe sempre rivolto il pensiero l'illustre nostro
concittadino: sostenere ed accrescere l'onore del nome italiano,
e combattere per la libertà in qualsivoglia terreno la trovasse in
pericolo. E mentre col braccio e coll'animo intendeva a propugnare i
diritti di altri popoli, ei non dimenticava la terra natia, continuo
desiderio e sospiro della vita solitaria dell'esule, sicchè egli
avidamente raccoglieva coll'anima inebbriata e fremente di nuove
speranze le prime voci dell'epoca nuova che da questa terra recavangli
i venti alla spiaggia americana. È difficile descrivere l'impressione
che le novelle d'Italia cagionavano nell'animo di Garibaldi ancora in
America; la sua fisonomia pareva avesse preso una espressione nuova, i
suoi modi erano divenuti più concitati: sovente ei s'arrestava sopra
pensieri, e gli sfuggiva un leggiero sorriso come a chi attende una
lieta fortuna. Al nome del nuovo pontefice, e alle lodi che avevano
eco in quelle remote contrade, ei pensò che l'uomo aspettato fosse
comparso sulla terra, e come tutti, s'illuse intorno a quell'uomo! E
caldo in quella illusione, scriveva da Montevideo, unito al valoroso e
nobile amico nostro, il colonnello Anzani, al nunzio apostolico Bedini
in Rio Janeiro, sotto la data del 12 ottobre colle seguenti parole che
troviamo in quella lettera: «Se queste braccia con qualche uso delle
armi, ponno riuscire ben accette a Sua Santità, noi ben più volentieri
le
adopreremo in vantaggio di colui che tanto bene serve alla Chiesa e
alla patria. — Purchè sia in sostegno _dell'opera redentrice di Pio
IX_, per bene avventurati ci terremo noi ed i nostri compagni, in di
cui nome parliamo, se ci sarà dato poterci mettere il nostro sangue».
Cui il nunzio mandava il 14 novembre questa risposta scritta e firmata
di proprio suo pugno, e che noi serbiamo originale in nostro potere....
«Sento il dovere di significarle senza indugio che quanto in essa si
contiene (nella lettera di Garibaldi) di devoto e di generoso verso
il Sommo Pontefice regnante è veramente degno di cuori italiani, e
merita riconoscenza ed elogio. Col pacchetto inglese che partì ieri
trasmisi lo indicato foglio a Roma, onde siano eccitati anche in
più elevati petti i medesimi sentimenti.... Se la distanza di tutto
un emisfero può impedire di profittare di _magnanime offerte_, non
ne sarà mai diminuito il merito, nè menomata la soddisfazione nel
riceverle», e conchiudeva con questo voto: «quelli che si trovano sotto
la sua direzione, deh! che sian sempre degni del nome che li onora e
del sangue che li scalda! — Con questo voto sincerissimo accompagno
l'augurio ecc., ecc.»
Questo Bedini, dei voti _sincerissimi_, e che lodava nel 1847 i cuori
italiani, è quel medesimo che più tardi guidò l'armata austriaca
a bombardare Bologna per più giorni, e a distruggervi ogni seme di
libertà!
Ma oramai per Garibaldi era diventato impossibile rimanere più a
lungo lontano dalla patria; e veniva a mirabilmente secondare il di
lui desiderio di ritornarvi e a dare probabilità di buon esito ad un
progetto concepito in tempi remoti, e per lunghi anni accarezzato,
la straordinaria concitazione degl'italiani residenti in Montevideo,
i quali tocchi da quel medesimo spirito che aveva risvegliato una
vita novella nella madre patria, eransi al lieto annunzio dei primi
moti in Italia, sollevati alle più sublimi speranze, e, cacciati da
uno di quegli impeti di cuor generoso, che non fanno mai fallo nelle
moltitudini, allorchè una grande idea balena loro chiara dinanzi,
avevano in poco tempo per mezzo d'una soscrizione nazionale raccolto
una vistosa somma[8], che essi destinarono
fin dal primo momento _per la spedizione in Italia, comandata da
Garibaldi_.
Era l'offerta premurosamente accettata come augurio anche di felice
riuscita, e come pegno di appoggio fraterno in Italia. Presto ogni
cosa fu in pronto per la partenza: ma sorgeva a trattenerlo dal
sospirato viaggio il governo di Montevideo, che non sapeva rassegnarsi
alla privazione di un tanto uomo; ed il giorno della partenza veniva
quindi indefinitamente ritardato. Gli indugi frapposti accoravano
profondamente Garibaldi, che ogni giorno vissuto in quell'inerte
aspettativa, tormentavalo come un rimorso; pareva a lui che ogni
giorno di più passato nella terra straniera fosse una colpa verso
la patria; ond'ei soleva in quella circostanza ripetere con accento
di sentito dolore: — _Duolmi che arriveremo gli ultimi, quando tutto
sarà finito._ — Sventuratamente l'amico nostro non fu profeta, e il
dolore da cui fu contristato l'animo suo era destino, che dovesse
scaturire da ben altra ed invero amarissima fonte! Ma venuta l'ora
in cui il governo, a malincuore, assentiva che sciogliesse le vele,
presentavasi il commercio inglese a chiedergli rimanesse per qualche
tempo ancora, come se la sola sua presenza bastasse a rassicurare gli
abitanti, ed a preservargli da ogni colpo del nemico; ed a Garibaldi,
da cui gl'Inglesi apprendevano le enormi spese diarie causate
dal ritenere più a lungo il bastimento contrattato, offerivano il
bisognevole per soddisfarle durante molti giorni. Questi finalmente
trascorsi, accompagnato da un cento tra soldati della legione ed altri
volontarii[9], salpava finalmente da Montevideo nel mese di aprile del
1848, e dopo una lunga navigazione e quattordici anni d'esilio onorato,
rivedeva e toccava quella patria amata tanto, e al di cui vento
contemplava sventolante quella bandiera, pel di cui amore aveva dovuto
in così giovine età fuggire
dal suolo nativo, e menare una vita di stenti per le terre straniere!
Negli ultimi momenti che precessero la partenza di Garibaldi da
Montevideo, egli riceveva fra gli altri segni di stima e di affetto,
una commoventissima lettera del primo Corpo di quella guardia
nazionale, firmato dal valoroso suo colonnello Tajes e da tutti gli
uffiziali — «Non è possibile, scrivevano, che noi i quali abbiamo
veduto voi e i vostri compagni dividere con noi con tanta generosità e
valore tutti i travagli di questa guerra, siamo indifferenti al vuoto
che lascia tra noi la vostra assenza. Ricevete, proseguivano, queste
brevi parole, come un omaggio imperfetto, tributato ai grandi servigi
da voi prestati all'indipendenza e alla libertà della nostra patria».
Generose parole pronunziate da generosi, e che strapparono lagrime di
riconoscenza agli occhi di Garibaldi!
Approdò Garibaldi anzi tutto in Nizza ad abbracciarvi la vecchia madre
e la moglie coi figli, che aveva qualche mese prima avviati alla casa
paterna, ove delibate un istante le domestiche dolcezze, s'affrettava
a Genova per la via di mare, collo stesso legno, la _Esperanza_, che
avevalo trasportato coi compagni da Montevideo. Le accoglienze nella
forte e generosa città furono e di essa e di lui degne; ma Garibaldi
non si fermò che pochi momenti, prese difilato la via per Torino,
ansioso di agire egli pure, essendo già la guerra dell'indipendenza
inoltrata. Ma l'uomo ch'erasi mosso dall'America, divorato dalla febbre
di combattere per la gloria e l'indipendenza italiana, trovava nel
Ministero d'allora fredda accoglienza, e parole che dovettero fare una
ben triste sensazione su quell'animo non d'altro bramoso che d'opera,
e persuaso che questo fosse titolo sufficiente ond'essere ben accetto
ad uomini che reggevano un paese combattente contro l'Austriaco. Con
modi nei quali non era abbastanza dissimulato il poco conto in che
era tenuta la patriottica offerta, veniva egli consigliato a recarsi
dal Re, il quale trovavasi coll'esercito intorno a Mantova. Abbenchè
non uso, e repugnante anzi dal chiedere checchessia, accorreva
Garibaldi non ostante a Roverbella e si presentava a Carlo Alberto.
Egli voleva combattere e dare il suo sangue per l'Italia: questo era
supremo bisogno per lui, e superare gli ostacoli che gl'impedivano
lanciarsi nel campo delle battaglie, era pur sempre combattere e
spingersi innanzi. Il Re facevagli cortese accoglimento, e colle lodi
di quanto aveva operato in America rendevalo avvertito che il di lui
nome non eragli ignoto. Eppure anche Carlo Alberto, allorchè Garibaldi
esponevagli il motivo della sua visita, lasciavalo nell'incertezza,
e rispondeva vaghe parole, invitandolo a parlare ai ministri. Noi
lasciamo alla storia che dovrà trasmettere ai futuri la spiegazione
di tanti avvenimenti accaduti in questi ultimi due anni, tuttora
ravvolti nel mistero, l'incarico di far palese come il defunto re,
lungi dall'approfittare di tanto entusiasmo, di così maravigliosa
devozione alla patria e d'un nome già tanto noto e caro all'Italia,
consentisse invece allontanarlo da sè, e privare la guerra nazionale
d'un sì potente mezzo di vittoria. Forse egli trascinato obbediva suo
malgrado, e inconscio anche a quella fatalità che poi e la nazione e
lui stesso travolse in tanta sciagura che tuttavia ci preme. E, se vero
è quello che ci venne riferito di Re Caro Alberto, allorchè, esule in
Portogallo, udiva la disfatta dell'orda francese il 30 aprile sotto
le mura di Roma, ei certo dovè pentirsi di non aver adoperato nella
guerra da lui condotta un così prode e generoso uomo! Narrano che a
quell'annunzio egli esclamasse con viva emozione ed evidente fremito
di gioia: _Bravo Garibaldi! bravo Garibaldi!_ Forse in quel momento ei
rendeva nell'intima sua coscienza un omaggio negato a calunniate virtù;
ed il fiele onde era stato abbeverato in Novara per qualche istante
cessava dall'amareggiargli l'anima, assorta nella contemplazione
dell'onore italiano vendicato.
Dopo avere inutilmente vagato e perduto un prezioso tempo, Garibaldi
recavasi alla fine in Milano, ove il Comitato di pubblica difesa non
esitava un solo istante a trar profitto dell'illustre guerriero, al
quale dava subito l'incarico di arruolare i volontarii, e formare un
corpo che destinava a difendere la provincia bergamasca. In breve
tempo, affidati al nome del capo, correvano sotto i di lui ordini
circa 3000 uomini, che immantinente venivano spediti alla volta di
Brescia. In segno di affettuosa memoria al compagno d'armi che aveva
secolui diviso pericoli, stenti e glorie in America, Garibaldi chiamava
parte di quel corpo _Battaglione Anzani_. Non ancor bene aveva egli
disposto le cose nella suddetta provincia, che era in tutta fretta
chiamato a Milano, cui le sorti avverse della guerra facevano temere
guai, che pur troppo si sono poi realizzati. Senza frapporre indugio
rispondeva alla chiamata, e rapidamente avviavasi alla minacciata
città. La nemica fortuna era stata veloce assai più! Garibaldi giungeva
a Monza, distante dodici miglia da Milano, quando l'infausto annunzio
dell'armistizio Salasco gli rivelava la tristissima condizione delle
cose nostre, e l'onta immensa che la perfidia e lo spirito di parte
avevano lanciato sulla italiana bandiera. Garibaldi, che aveva veduto
un sì fiorente esercito, e i soldati correre bramosi come a festa alla
battaglia, e gioire al tuonare delle artiglierie e affrontare con tanto
valore la morte, sospettò quell'armistizio una trama di pochi codardi,
e l'animo suo altamente italiano e dell'onore del nome gelosissimo,
sdegnò piegarsi a tanto infortunio, e preferì alla vergogna di scendere
a patti coll'Austriaco, incontrare coi pochi suoi fidi la morte contro
il soperchiante nemico.
Disdiceva perciò ogni tregua, e sentendo rivivere in sè il diritto che
appartiene a ciascun cittadino d'opporsi con tutte le sue forze e in
ogni modo alla rovina della patria od alla sua vergogna, sè costituiva
propugnatore della causa italiana, forte del mandato che la patria
confida a chiunque ha il coraggio d'assumerlo. E se nelle tristi
condizioni in cui trovavansi le nostre sorti precipitate, non era a lui
concesso rialzarle co' propri suoi sforzi, mancante de' mezzi necessari
a tant'uopo, egli volle mostrare almeno coll'esempio in qual guisa si
deve da uomini dell'onor nazionale zelanti, cedere all'avversa fortuna.
Coll'intento adunque di scegliere un terreno, su cui gli fosse dato
protestare solennemente e d'un modo onorevole per l'Italia contro
gli avversi destini, egli avviavasi da Monza alla volta di Como;
di là prendendo la via dei monti dirigevasi ad Arona, ove tolti
all'Austriaco i due vapori _S. Carlo_ e _Verbano_, imbarcava su
questi le sue truppe, e con esse navigando pel Lario giungeva alla
spiaggia di Luino inaspettato, mercè le rapide marcie con ch'erasi
accelerato per giungere in Arona. Era Luino occupato in quella
circostanza da un numero di truppe austriache forte quattro volte più
delle sue. Nonostante egli risolvevasi ad attaccarlo ne' suoi propri
alloggiamenti; e l'incredibile audacia sortendo esito felice veniva a
riconfermare la nota sentenza: _chi non ha paura, ha un grande elemento
di vittoria._
Il nome di Garibaldi e l'accanimento con cui sentivasi attaccato,
persuadevano il nemico a ritirarsi dall'occupata città; ma il concepito
divisamento non poteva così presto mandare ad effetto, che non vi
penetrasse Garibaldi, e giungesse ancora a tempo da fargli prigione un
distaccamento, ricoveratosi nella locanda della _Beccaccia_. Quanto più
il nemico ravvisava a sè vergognosa quella ritirata, tanto maggiore
era la pertinacia che ei metteva ad evitare un simile sfregio; la
resistenza fu quindi ostinata e sanguinosa, ma dovette finalmente
cessare all'impeto dei nostri, che guidati da Garibaldi in persona,
seguivano più che mai bramosi il lor capo, che coll'esempio, e con
infiammate parole inferocivali contro l'Austriaco.
Nè a questo primo esperimento collo straniero si acquetava Garibaldi,
che lasciate alcune ore di riposo nella notte ai compagni, allo
spuntar del sole conducevali nuovamente ad inseguire il nemico, il
quale concentrate le molte forze che teneva in quei dintorni, aveva
formato una cerchia in cui i nostri furono rinserrati. Rimasero in
quella difficile posizione per quattro interi giorni senza alcun serio
attacco. Nel frattempo Garibaldi avendo avuto agio a ben conoscere il
terreno ed a studiar modo ad evadersi colle sue truppe, di notte tempo
mettevasi in moto e perveniva con accorte marcie a sfuggire al nemico
ed entrare in Morazzone; da dove meditava lanciarsi sopra Varese nella
speranza di sorprendere il generale d'Aspre acquartierato in quel punto
con 10,000 uomini; mentre egli comandava appena a 1,500! Ma stante il
numero grandissimo dei nemici che ingombravano quelle terre, ei non
riuscì a siffattamente celare le sue mosse e gli intendimenti suoi, che
non fosse il di lui arrivo colà, e il concepito progetto ad un tempo,
conosciuto dal generale austriaco. Il quale staccato un corpo di 5000
uomini, munito d'artiglieria, inviavalo, e se non erriamo, conducevalo
egli stesso sopra Morazzone. Informato a tempo delle mosse del nemico,
Garibaldi si dispose a sostenere degnamente l'assalto, ordinando
che in ogni punto della città si formassero le barricate. E da ogni
parte cominciò a fervere improvvisamente il lavoro, per siffatto modo
che in breve ora si trovò in istato di ricevere il nemico, che non
tardò a dare l'attacco. Erano le quattro del dopo pranzo allorchè il
fuoco cominciò; l'austriaco colle bombe, colla mitraglia e coi razzi
incendiarii tentò sloggiare i nostri che sempre più irritati pei danni
crescenti della città, s'ostinavano nella difesa: che non era punto
cessata col cadere del giorno. Garibaldi accorrendo in quella notte a
tutti i luoghi ove il rischio era maggiore, vegliava su tutto e colla
sua presenza accresceva il furore della battaglia nei noti compagni; ma
visto inutile l'ostinarsi in quella lotta tanto disuguale, e temendo
d'altronde d'essere preso tra due fuochi all'apparir del giorno,
essendo il nemico grossissimo in quelle terre, verso le ore tre dopo la
mezza notte, lasciato addietro un buon pugno di uomini a difendere la
ritirata e ad ingannare coi tiri il nemico, fece uscire le sue truppe
dalla città: e divise queste in drappelli le sciolse avviandole ai
confini della Svizzera. L'austriaco aveva in que' due incontri di Luino
e di Morazzone nuovamente sentito quel braccio medesimo che l'aveva
percosso a Goito, a Pastrengo, ed a Santa Lucia; e le menti grossolane
dei suoi soldati atterriti a quel furioso tempestare, fantasticavano di
demoni accorsi a lor danno, e dicevano Garibaldi legato coi diavoli e
portarne la divisa, rammentando la tunica rossa dei legionarii italiani
venuti da Montevideo. E quei fatti ricordò più tardi senza dubbio
il general D'Aspre, allorchè in Parma alla presenza d'un'autorità
del nostro regno vuolsi che egli esclamasse: «L'uomo che avrebbe
potentemente giovato alla vostra guerra, voi non lo avete conosciuto, e
questi è Garibaldi.»