BIOGRAFIA
DI
GIUSEPPE GARIBALDI
COMPILATA
DA
G. B. CUNEO
DEPUTATO.
TORINO 1850
TIPOGRAFIA FORY E DALMAZZO GIÀ FAVALE
_in Doragrossa_.
GIUSEPPE GARIBALDI
Vedrai
Un Cavalier che Italia tutta onora
Pensoso più d'altrui, che di sè stesso.
PETRARCA.
Di media statura, largo nel petto e negli omeri, tarchiato e spigliato
ad un tempo, ti dà l'idea della forza e dell'agilità. Severo il volto
al primo affacciarsi; e gli danno aspetto imponente la fulva intonsa
barba, i lunghi e biondi capelli e l'ampia fronte da cui scende e
forma col naso una retta linea che cade a perpendicolo, e lo sguardo
perspicace ed acuto; ma fissandolo, una cara armonia di linee e di
forme ti balza come aspettata dinanzi, e un sentimento di fiducia e
di simpatia ti sorge improvviso nell'animo e si mesce al rispetto che
t'ispirava dapprima.
Aperto l'animo cavalleresco a tutte le manifestazioni del bello,
la musica e la poesia hanno su di lui un magico impero. I racconti
delle onorevoli imprese e gli atti di carità a pro degl'infelici lo
esaltano potentemente; ma ciò che sovra ogni cosa predomina in lui
è la devozione all'Italia ed all'onor nazionale. La costanza nelle
avversità, il coraggio crescente in ragione degli ostacoli e de'
pericoli, la fermezza nelle deliberazioni, un colpo d'occhio che di
rado colpisce in fallo ne' più terribili frangenti e la serenità in
tutti i casi della vita, sono altrettante doti che lo distinguono fra i
contemporanei.
Coi germi di queste virtù, fremente azione ed un campo di lotta, si
lanciò giovinetto sul mare, che dalle sponde della sua Nizza nativa
aveva tante volte con una specie di voluttà contemplato sconvolto
dalla tempesta, desideroso d'affrontare quelle onde infuriate e
signoreggiarle. E cominciò a dar prova dell'imperterrito animo e
della sua perspicacia, adolescente ancora, un giorno, che trovandosi
a diporto in riva al mare tra Nizza e Villafranca, gettavasi
nelle onde per recare aiuto ad alcuni compagni imbarcatisi sur un
palischermo che per improvviso infuriare del vento pareva vicino a
capovolgersi. Sottraevasi il minacciato legno all'imminente pericolo,
mercè l'ardire e il pronto consiglio di quel fanciulletto di 13 anni.
Navigò pel Levante, e in Mar Nero; toccò varii porti d'Italia, e da
uno di questi recossi in quei suoi primi anni a veder Roma, di cui
gli rimase poi sempre impressione profonda. Dato naturalmente allo
studio, alla pratica che andava facendo degli uomini accoppiava pure
lo insegnamento dei libri. E senza misura era quindi il dolore in lui,
allorchè pensando a ciò che l'Italia fu e può essere ancora, vedevala
misera preda dello straniero, e per giunta insultata da chi fu sempre
strumento della nostra rovina. Ira e pietà l'assalivano a un tempo;
e a questi affetti profondamente sentiti venivano ad accrescer forza
gli ammaestramenti d'un fratello console sardo in Filadelfia, il quale
dalla lontana terra non cessava dal rammentare all'amato Giuseppe,
loro essere Italiani, e come tali dover vivere, temendo forse che la
vicinanza di Francia e le bastarde tendenze di alcuni lo traviassero.
Nelle sue navigazioni in Levante, colto da malattia, dovè fermarsi
in Costantinopoli, ove conobbe la famiglia dell'esule Calosso, del
quale divenne amico; guarito e trovandosi privo di mezzi, s'offerse
maestro di calligrafia, di lingua italiana e francese; si provvide
così del bisognevole fino a che, avuto un favorevole incontro, riprese
l'interrotta carriera del mare. Una decisa inclinazione pei Greci e
pei lor canti popolari, di cui sovente egli ricorda con desiderio ed
affetto le armonie ed i versi, gli rimase nell'animo, frutto di quei
viaggi e delle reminiscenze dei primi studi.
Venivasi frattanto avvicinando l'epoca in cui l'Italia doveva
nuovamente tentare, e invano, di vincere l'avverso destino: e Garibaldi
affratellavasi ai generosi, cui non isgomentava l'indifferenza dei
molti. E da quanto rilevo da alcuni suoi versi fu appunto in Taganrok,
_al cospetto de' servi Cosacchi_, com'egli scriveva, che venne iniziato
_ai sublimi misteri da un credente_:
Nell'età giovanil . . . . . . .
Là sui ghiacci del Ponto giurava
Per la terra natale morir[1].
Nè mai uomo si adoperò con maggior religione per compiere il fatto
giuramento.
Scoperta la congiura del 1833, i patriotti si preparavano a riannodar
le fila sgominate, per un tempo non molto lontano. Più tardi, fallito
anche il tentativo di Savoia, e compromessi all'interno coloro che
eransi adoperati a secondarlo, Garibaldi, che all'intento di meglio
giovare erasi un mese prima offerto volontario nella marina da
guerra, nella fuga soltanto potè trovare salvezza. La notte del 3 al
4 gennaio 1834 un moto insurrezionale doveva aver luogo in Genova; le
notizie di Savoia pervenute in tempo, ed altri inaspettati avvenimenti
sospendevano fortunatamente ogni moto; ma tutto questo non avveniva
senza dare troppo chiari indizii alla polizia del mancato tentativo,
per cui molti de' congiurati ebbero ad evadersi: alcuni furono
arrestati. Garibaldi si rifugiò presso una buona popolana che il fornì
d'abiti contadineschi. Così travisato usciva il giorno seguente dalla
città, e prendeva su per le montagne. Di monte in monte, battendo rare
volte ai tuguri dei montanari per ripararsi dai freddi delle notti
alpine o chiedere un tozzo di pane, dopo molti giorni entrò furtivo
nella casa paterna in Nizza; riposatosi alquanto e stretti al seno i
cari parenti, se ne andò verso Francia. Vide finalmente dietro di sè
le acque del Varo! e commosso, dalla sponda straniera guardò la terra
nativa, per cui dopo i corsi pericoli e le tante fatiche sentì sorgersi
in petto più vivo e più intenso quell'amore che in lui cesserà colla
vita.
Ai profughi che d'Italia rifuggivansi sul territorio francese, il
governo di Luigi Filippo non permettendo scegliere il luogo della
dimora, veniva Garibaldi avviato a Draghignano, ove stette sorvegliato
da quelle autorità; ma non potendo egli sopportare a lungo quello stato
d'inerzia, scomparve; e di là recossi a Marsiglia, da dove poco tempo
dopo uscì ad altre navigazioni su legni francesi, e una volta andò
uffiziale a bordo d'una fregata a Tunisi, la quale aveva comprato in
Francia quel bey. Forse alle conoscenze fatte in quell'epoca è dovuta
la determinazione da lui presa ultimamente di recarsi in quel paese,
cercandovi un rifugio che non volle dargli la mal grata sua patria.
Un bel tratto di Garibaldi in Marsiglia merita di essere qui riferito.
Trovavasi egli a bordo in quel porto, e d'improvviso un rumore come di
chi annunzia una sciagura si leva sullo scalo dal popolo affollato:
Garibaldi guarda, e vede in mare un giovinetto lottante colle acque
presso a soccombere, e nessuno degli astanti osar strappare quella
vittima alla morte; — fu un istante — ed egli aveva già afferrato
quel morente prima che altri se ne addasse e non ancora erano ben
rinvenuti dallo stupore che quel compianto trovavasi salvo alla riva;
ma Garibaldi era sparito. Cercato però dalla famiglia del salvato, che
era, se male non ci rammentiamo una delle più potenti in quella città e
d'un generale d'armata, e finalmente rinvenuto, furongli dalla medesima
fatte offerte di ricompense, protezioni, e dati ringraziamenti senza
fine. Garibaldi accettò con amore la cordiale stretta di mano di quella
riconoscente famiglia, e ringraziò con dignità per le offerte, da cui
sentivasi come offeso.
La speranza di avvenimenti, che erano sembrati vicini avevalo
trattenuto per qualche tempo in Europa, ma questa speranza dileguatasi
più tardi, egli imprese un viaggio all'America, e toccò pel primo
porto Rio Janeiro nel 1836. Ivi strinsesi in amicizia con alcuni esuli
italiani, colà balestrati dalle patrie avversità; e col loro aiuto potè
fare acquisto di un'esile navicella, colla quale s'esercitò per nove
mesi nell'umile commercio del cabotaggio per la costa di Rio Janeiro a
Cabo Frio.
Quella vita lo affliggeva amaramente, non che egli s'adontasse del
lavoro in cui s'adoperava, che anzi noi lo abbiamo veduto andare
orgoglioso di dovere il pane che lo sfamava a durissime, eppur sempre
onorate fatiche; ma quell'affaccendarsi nei commerci nei quali ei
portava nonostante attività ed intelligenza, non corrispondeva ai
bisogni di quell'anima ardentissima, ond'egli da Cabo-Frio ci scriveva
il 27 dicembre del 1836: «Di me ti dirò soltanto che la fortuna non mi
favorisce, e ciò che m'affligge si è l'idea di non poter avanzar nulla
per le cose nostre; sono stanco, per Dio! di trascinar un'esistenza
tanto inutile per la nostra terra, di dover fare questo mestiere; sta
certo, _noi siamo destinati a cose maggiori_; siamo fuori del nostro
elemento.»
In questi viaggi fugli sempre caldo e affezionato compagno Luigi
Rossetti di Genova che più tardi, combattendo nella provincia di Rio
Grande per la Repubblica contro l'impero brasiliano, cadde da valoroso
sopraffatto dal numero, lasciando solenne testimonianza della virtù
italiana in que' solitari ed ignorati campi dell'America.
Un'altro fatto simile a quelli di Nizza e di Marsiglia compiè
Garibaldi in Rio Janeiro. Un povero negro era caduto in mare tra
mezzo ai bastimenti, mentre un vento furioso sollevando le acque
facevali cozzare l'un contro l'altro e rendeva oltremodo pericoloso
l'azzardarsi a dare aiuto a quell'infelice; e Garibaldi alla vista dei
molti spettatori curiosi e indifferenti, non curando la propria vita,
si tuffava nella ribollente marina, e con robusta mano stringendo il
negro, traevalo seco alla sponda sano e salvo. Un _negro_ non era per
Garibaldi un fratello meno che un _bianco_.
L'insurrezione repubblicana di Rio Grande contro il governo di Rio
Janeiro convertitasi in guerra, che durò poi circa dieci anni, aveva
ricevuto un terribile colpo quasi nei suoi primordi, nella disfatta
dell'isola di Fanfa. I capi di quel moto, abbenchè sotto l'egida
d'una capitolazione, furono arrestati e mandati nelle prigioni di Rio
Janeiro; eravi tra questi il nostro amico Livio Zambeccari, uno dei
principali fautori di quel movimento, e poi segretario e compagno del
Generale in capo dell'esercito riograndense, Bento Goncalves da Sylva,
quello stesso Zambeccari che, dopo aver tanto patito e combattuto
per la libertà in America, venne poi a dar l'opera sua nella guerra
nazionale, e tanto meritò della patria in Bologna, in Venezia, in
Ancona, ed ora nell'esilio, che le persecuzioni inglesi gli rendono
più amaro e più onorato. Garibaldi, messosi a contatto con Zambeccari
e con Bento Goncalves, caduto egualmente prigione, concepì il progetto
d'armare in guerra colla bandiera riograndense il piccolo legno a' suoi
ordini, e scorrere il mare nemico agli imperiali. Usciva difatti da Rio
Janeiro munito dei necessarii documenti dal governo insurrezionale, e
quasi subito impadronivasi d'una barca brasiliana, sulla cui antenna
inalberava lo stendardo repubblicano. Con quella dirigevasi alla
Repubblica Orientale, che gl'insorti credevano a loro favorevole; ma,
pervenuti in Maldonado, non trovavano accoglienza; e recavansi perciò
nelle vicinanze di Montevideo, inviando prima un messo a conoscere le
intenzioni del governo, il quale, appena saputo il fatto spediva una
grossa lancia armata onde coglierli prigioni. All'approssimarsi di
coloro, non vedendo Garibaldi il combinato segnale che li palesasse
amici, si preparò a combattere: cominciò il fuoco, e ai primi tiri
egli cadeva riverso sulla tolda allagata del suo sangue; una palla
avevalo colpito nel collo. L'equipaggio, rimasto così senza guida, e
profilando del vento che spirava forte da Levante, si allontanarono
dal pericolo, fuggendo pel lato opposto; e tanto corsero, che, entrati
nel Paranà, andarono a gittar l'ancora dinanzi a Gualeguay, piccolo
paese in Entrerios; dove non tenute per valide le carte del governo
riograndense, nè voluta riconoscere la nuova bandiera, tutti furono
messi in carcere. Garibaldi, mortalmente ferito, veniva affidato
al chirurgo Ramon Delarca, nativo di quel paese, se non erriamo, il
quale prodigando all'infermo le più affettuose cure durante la lunga
e difficile malattia, salvò all'Italia quest'importante vita col più
nobile disinteresse. La palla che avevalo colpito eraglisi introdotta
dal lato sinistro sotto l'orecchio, e traversato il collo, erasi
andata a fermare sotto gli integumenti dell'orecchio destro; oltre
questa ferita ebbe il braccio destro scalfitto dalle palle in due o
tre luoghi. Ma colla salute l'amico nostro non ricuperò la libertà;
fu trattenuto ancora per lungo tempo in quel paese nel quale poteva
passeggiare liberamente. Visse amichevolmente ospitato da uno Spagnuolo
colà stabilito, il sig. Andreus, che prese ad amare Garibaldi colla
passione direi d'un amante, tanto aveva egli compreso l'altezza di
quel nobile animo. E della sua cattività così Garibaldi ci scriveva:
«Circa ad evadermi, ti basti che sono in questa condizione, sulla mia
parola d'onore. Passo la maggior parte del giorno leggendo libri che
l'instancabile bontà del mio ospite mi provvede; talora nella sera
d'un bel giorno vado a passeggio, visito qualche conoscente, e guardo
malinconicamente le bellezze del paese, e mi ritiro a casa; altra volta
esco a godere d'una bella mattinata, e leggo o scrivo; e _sempre in
cuore l'Italia_; e parlando con dispetto io grido:
«Io la vorrei deserta
«E i suoi palagi infranti,
« . . . . . . . .
«Pria che vederla trepida
«Sotto il baston del Vandalo
«. . . . . . . .»
Poi ispirandosi a quella fede che giammai venne in lui meno,
soggiungeva, «La mia sorte è legata alla tua — guidati da un
solo principio, consecrati ad una causa, abbiamo rinunciato alla
tranquillità ed imposto silenzio a tutte le passioni; ad onta dei
giudizii leggeri ed inconsiderati della moltitudine, chè non riguarda
sovente il nostro generoso proposito, che sotto l'aspetto d'interessate
mire, o d'ambizione, proseguiremo. — Il testimonio della coscienza ci
basta.»
Ma di tal quiete non si volle lasciargli fruttare più a lungo,
dacchè le autorità del luogo ricevevano ordine di farlo tradurre
alla capitale; la qual cosa era a lui comunicata alla vigilia della
partenza, essendo già la notte avanzata. Temendo allora Garibaldi che
si volesse sevire contro di lui, e viste mutate le condizioni, per le
quali aveva dato la sua parola di non evadersi, si credè sciolto da
parte sua, e tentò in quella notte medesima di porsi in salvo dalle
persecuzioni che sospettava; errò due giorni per que' campi a lui
sconosciuti. «Taccio, scriveva, le avventure di que' giorni di fuga;
fui arrestato e ricondotto a Gualeguay.... Qui dovrei finire e non
rammentare ciò che mi fece soffrire un mostro; però ti darò il suo nome
perchè lo segni all'esecrazione dell'universo — Sì — _Leonardo Millan
ha tenuto un vostro fratello per due ore appiccato per le mani......_»
E quello strazio crudele rendeva più osceno ed atroce una turba
selvaggia che, affollatasi alla soglia della prigione rimasta aperta,
scherniva il sofferente, e del martirio faceva argomento di contumelie.
Del tormento barbarico restò a Garibaldi offesa una mano, che in certe
condizioni atmosferiche gli si risente ancora dolorosamente dopo 12
anni. Fatto finalmente condurre alla Bajada, capitale della provincia
di Entre-rios, venne trattato alquanto umanamente: e forse la lunga
prigionia e i durati patimenti persuasero quel governatore a non
maggiormente incrudelire verso un uomo che in nulla aveva offeso le
leggi del paese, in cui era stato condotto moribondo.
Alla fine di circa otto mesi di detenzione, stanchi forse di
sorvegliarlo, o sazi di farlo patire, lasciarongli aperto il cammino
ad allontanarsi da quell'infausta terra, che pure non lasciò odio
nell'animo di Garibaldi, memore soltanto dell'affetto e delle simpatie
dei buoni, che gemevano sulle crudeltà contro di lui esercitate.
Dalla Bajada fece vela a Montevideo, di là a Rio Grande, ove si
combatteva per la libertà. Il governo della Repubblica accoglievalo con
entusiasmo, e affidavagli senz'altro il comando delle poche forze di
mare, che aveva sulla Lagoa dos patos. Senza perdere tempo Garibaldi
aumentava, riduceva a disciplina quelle forze, e illustrava con molto
onorevoli fatti parziali, e la bandiera repubblicana e la nascente sua
fama. Non c'è possibile dilungarci a narrarli partitamente, come non
c'è dato tacere i seguenti.
Un capitano detto Moringue con 120 uomini attaccò inaspettato Garibaldi
che trovavasi in Camacuàm con soli 11, tutti italiani, compreso
Rossetti; e tanto fu il coraggio con cui i sorpresi si seppero
difendere, che i nemici caddero morti, e i superstiti dovettero
fuggire; ond'è che narrando al Governo l'accaduto, Garibaldi esclamava
con nobile orgoglio: _Un uomo libero vale per dieci schiavi._
Altra volta i Repubblicani, spintisi fino alla costa sul mare, onde
prendere la fortezza che difende dal nord la bocca di Rio Grande,
Garibaldi con Rossetti ed altri non molti, affrontando il fuoco nemico,
arrampicaronsi su per le mura, e i difensori, maravigliati a tanto
ardimento, respinsero dalle cannoniere, e per quelle s'introdussero
nella fortezza, non osando più i nemici opporre resistenza. Però
tanto valore non veniva secondato dagli altri! Sicchè, vistisi soli e
abbandonati, dovettero ritirarsi.
Più tardi il Governo repubblicano, volendo estendere la rivoluzione
nelle altre provincie dell'impero, avea offerto aiuti a quella di S.
Catalina, che accettò. Una colonna, detta _auxiliadora_, si diresse
alla Laguna (paese collocato nella suddetta provincia, con piccolo
porto sulla costa); vi andava segretario del generale comandante la
colonna Rossetti, che poi tenne, o diresse il governo nella Laguna,
e Garibaldi, come sostegno potentissimo all'impresa. Cadeva il paese
agevolmente in mano dei Riograndesi; e in un'operazione di mare
Garibaldi a stento salvavasi a nuoto dal naufragio di una delle grosse
lancie ai suoi ordini, mentre periva in quell'occasione il giovane
amico suo Edoardo Mutrù di Nizza, anima ardente d'amore per l'Italia, e
anelante i pericoli per farvi mostra della virtù italiana.
Coll'attività ed energia che lo distinguono, Garibaldi, entrato nella
Laguna, v'allestì in pochi giorni tre piccoli legni, i migliori che
fossero in quel porto, e con questi, mal forniti d'armi e di munizioni,
e male atti ai combattimenti per la fragile costruzione, corse il mare,
molestò il commercio del nemico, una o due navi ne prese e mandò nel
porto; alla vista delle vele da guerra imperiali non fuggì; manovrando
destramente evitò l'urto delle più forti, e appiccò il fuoco con una
di forza minore, ma sempre superiore a lui; rimasto solo, inseguito
da tutti, si riparò in un seno, incagliò il suo legno, sbarcò i due
cannoncini, e da un'eminenza ove li pose continuò a fulminare il
nemico, che, scostatosi per la notte sorvenuta, stette non lontano
aspettando il giorno. — E il giorno fattosi ben chiaro non mostrò
la nave inseguita. L'instancabile ed astuto Ligure aveva lavorato
la notte, ed abilmente riguadagnato il porto prima che potessero
avvedersene gl'inseguitori. Raccontano che a meglio ingannarli
radunasse molte legna e nelle tenebre vi appiccasse il fuoco, per dar
loro ad intendere d'aver abbruciata la sua barca e risoluto di cercare
scampo per terra.
L'Impero aveva frattanto radunate molte forze di mare per riprendere la
Laguna, e riuscì facilmente a sforzarne l'entrata, non da altro difesa
che da una batteria poco atta a fare una grande resistenza. Entrarono i
molti vasi da guerra nel porto fulminando coi molti cannoni; Garibaldi
dai suoi gusci rispondeva alacremente, avendo a fianco l'impavida
moglie, nativa di quel paese, e che da pochi giorni erasi assunta a
compagna del cuore. Quando poi vide disperato il caso, mandò i suoi
a terra e rimase solo; — scortili in salvo, diè fuoco alle polveri, e
mandò in aria con orrendo scoppio i bastimenti, gettandosi al medesimo
tempo nelle onde, che valicò a nuoto riducendosi a terra.
La fortuna dei nemici soperchianti per numero prevalendo, i
repubblicani dovettero ritirarsi, e Garibaldi, ordinati i suoi in
fanteria, seguì la colonna, tenne lungamente la campagna, dando sempre
in ogni incontro luminose prove d'intelligenza e di coraggio; e un bel
giorno alle armi repubblicane ei segnò nel combattimento di _Lages_,
di cui il giornale del governo, _O Povo_, fece menzione in onore del
nostro concittadino. In uno dei molti fatti d'arme la moglie cadde in
potere del nemico: ma la valorosa donna non si rassegnò all'inerte
prigione, che anzi, pervenutale la falsa notizia della morte del
marito, tanto studiò e fece, che ad alla notte si sottrasse alla
vigilanza de' suoi custodi, e smaniosa di sapere se veramente l'avesse
colpita tanta sventura, primo suo pensiero fu quello di recarsi al
campo di battaglia, ove ad ogni istante tremava di rinvenire le amate
sembianze; e all'infelice, sull'albeggiare reclinata e fissa in quei
morti là ancora giacenti, parve, in un momento forse di aberrazione
mentale, di scorgere, ahi! lo sposo diletto, deturpato il volto per
ripetute ferite. Ma rassicuratasi alfine, dopo aver bene esaminato
quegli insepolti, s'affrettò a rintracciarlo per que' vasti e solitari
campi. Non la rattennero i pericoli, nè la solitudine spaventosa; corse
fidando in Dio e nel suo amore, che non le fallirono, e dopo due giorni
ebbe la fortuna di ricongiungersi all'uomo che amava ed amò sempre con
affetto, di cui rari s'incontrano gli esempi. In mezzo a tanti travagli
ebbero un figlio, cui, pel culto che Garibaldi professa agli uomini
morti per l'Italia, impose il sacro nome di Menotti.
Dopo la arrischiatissima impresa di _Cima da Serra_, ove il seguì
la moglie col nuovo nato, esponendosi ai disagi e ai pericoli i
più spaventosi, Garibaldi non si fermò più a lungo in Rio Grande.
Scorgendo le cose andare a rovescio, e non più sostenuta la causa
della Repubblica, pensò a ritirarsi da quel campo, ove alla guerra di
principii pareva volersi sostituire una guerra d'ambizioni individuali;
e verso la metà del 41 recavasi colla famigliuola a Montevideo,
lasciando in Rio-Grande, e presso quanti nel Brasile amavano la causa
rio-grandese, onorevole rinomanza e grato ricordo, e presso tutti gli
altri un nome temuto, involto nelle calunnie di cui i partiti son
prodighi in ogni parte del mondo; ma tutti amici e nemici compresi
d'ammirazione pel valore straordinario. E qui ci piace ad onore del
vero e della nostra patria rammentare che due nomi italiani rimasero
sovra gli altri cari e riveriti nella popolazione di Rio-Grande,
Zambeccari e Garibaldi.
Da Rio-Grande, dopo quei cinque anni di affannosa vita, Garibaldi
trasse seco, unico tesoro, la moglie carissima ed il figlio: —
null'altro: — sicchè prima sua cura dovette essere, arrivando in
Montevideo, il cercar modo a sostentar se e la famigliuola. Abborrente
dal vivere a carico altrui, e nemico all'ozio, non risparmiò fatica,
nè lasciò intentalo alcun mezzo, e riescì onde provvedere ai suoi
cari. Tra le varie cose in cui s'adoperò vogliamo notare le lezioni di
algebra e di geometria che a certe ore del giorno dava nel principale
collegio di quella città. Lo studio delle scienze esatte fu sempre
una delle predilette occupazioni di Garibaldi. Però in un paese in
cui ardeva la guerra non era possibile a lui rimanere a lungo rivolto
agli studi ed alle cure dei tempi di pace. Il governo di Montevideo
cui erano note le di lui guerresche virtù e il carattere onoralo,
avevalo più volte fatto tentare, e invano, affinchè entrasse al
servizio della Repubblica; ma finalmente, cedendo alle istanze degli
amici, alla sua propria inclinazione e alla simpatia che gli ispirava
la giustizia della causa, assunse il comando di una parte della
flotta. Tre legni gli furono affidati, una corvetta, un brigantino,
una goletta; con questi partiva da Montevideo per Corrientes sulla
destra sponda del Paranà, affine di secondare il piano di guerra
contro Rosas, combinato tra i governi di quella provincia e della
Banda orientale. Affrontava in quella corsa il fuoco delle batterie
dell'Isola di Martin Garcia collocata sull'unico passaggio delle
navi, costrette quasi a rasentarla per iscarsità d'acqua nel fiume
restante; e tanto abilmente e coraggiosamente operò, che alcuni pezzi
di artiglieria nemica furono smontati in brev'ora, e agevolò, senza
danno agli altri suoi legni, rimanendo egli colla propria nave in
panna a sostenere tutto il fuoco nemico, quel passaggio considerato
arrischiatissimo: locchè gli valse e le lodi dei giornali del paese, e
i ringraziamenti del Governo. Da quel punto dirigevasi al Paranà, che
navigò stentatamente pegli spessi banchi che lo ingombrano; e arrivato
nelle vicinanze di Goya, mancategli intieramente le acque, ivi rimase
incagliato; ed ivi lo raggiunse la flotta nemica forte di 10 vele e
capitanata dall'ammiraglio Brown, già noto per riportate strepitose
vittorie sulla squadra brasiliana nella guerra contro l'impero
sostenuta dalla Repubblica Argentina. Baldanzoso pel numero, per la
fama che accompagnavalo, e per la sfavorevole posizione della flotta
orientale, Brown s'avanzava quasi sicuro della preda: ma la inaspettata
resistenza ben ordinata e sostenuta contro i di lui attacchi presto
il persuase della tempra del nemico che aveva a combattere. Durò il
fuoco accanito per tre giorni, senza che gli avversari _giudicassero
opportuno_, per servirmi d'una frase della relazione di Garibaldi,
_di andare all'arrembaggio_ malgrado la tanta superiorità del numero.
— Vennero in quel lungo battagliare a meno i proiettili alla flotta
orientale, e Garibaldi vi supplì tagliando a pezzi le catene delle
àncore ed altri strumenti di ferro: di notte lanciò dei brulotti contro
la squadra nemica che nonne ebbe alcun danno, perchè la molta violenza
delle acque del fiume, di cui egli occupava la parte superiore, li
fece sviare dalla imposta direzione; quando poi mancò ogni maniera
ad offendere ei dispose ed eseguì l'imbarco dei suoi nelle piccole
lance, ed abbandonate le non più difendibili navi, fecele saltare in
aria appiccando fuoco alle polveri. — Sotto il tempestare delle palle
nemiche vogò a terra, e la raggiunse in punto ove stava schierata e
pronta la fanteria che alla sua volta fulminavalo coi moschetti; non
pertanto toccò la sponda non solo, ma, ordinata la sua gente, respinse
i fanti nemici e s'aprì via, dopo lungo combattere in siffatta guisa, a
guadagnare il territorio di Corrientes conducendo seco i feriti.
Dell'equipaggio di quelle navi molti erano italiani, e non poche
preziose vite di nostri concittadini si spensero in quel glorioso
combattimento, che tanto onorò la bandiera di Montevideo. Fra questi
noi rammentiamo gli uffiziali Giuseppe Borzone di Chiavari, e Valerga,
ambedue giovani vigorosi e di provato coraggio. L'inglese Brown,
maravigliato di quella difesa, concepì d'allora in poi la più alla
stima pei talenti e pel valore di Garibaldi, e volle dargliene prova
non dubbia l'illustre vecchio allorchè, ritirandosi in Inghilterra,
approdò e rimase per alcuni giorni in Montevideo; poichè appena giunto
colà, inviava a Garibaldi un suo fido, annunziandogli il desiderio che
aveva di visitarlo. Garibaldi, per rispetto alla canizie e al leale e
generoso nemico, ch'ebbe tanta parte nei più rimarchevoli avvenimenti
nella storia delle repubbliche del Plata, e che per qualche tempo
aveva avuto l'onore di reggere la somma delle cose in Buenos-Aires,
s'affrettò egli il primo alla casa dell'ammiraglio, che, stupito
al vedere quella maschia figura, e in sì giovane età, stringevagli
affettuosamente la mano, e con parole di sentito encomio lodavalo pel
combattimento del Paranà e per altri fatti minori nella guerra di mare.
Non consentì Brown rimanere al disotto in cortesia al suo avversario,
che poco dopo si recò a vedere nella modesta di lui casa.
Da quell'infelice ma onorevole spedizione tornava Garibaldi colla sua
gente a Montevideo, dopo alcuni mesi, per via di terra; e v'arrivava
appunto quando l'esercito che tuttora assedia quella città stava per
invadere la Repubblica Orientale.
Gli imminenti pericoli facevano desiderato Garibaldi in Montevideo, e
molti dei più animosi tra i giovani di quella nobile città attendevanlo
ansiosi per unirsi a lui nella difesa che si andava preparando. «Con
Garibaldi, dicevano, o si vince o si muore onorati.» Appena giunto,
il governo incaricavalo d'organizzare una flotta di navi sottili,
uniche rimastegli della primitiva e fiorente sua squadra di mare.
Non è a dire l'impegno con cui s'adoperasse in questa bisogna; in
breve tempo, superando l'aspettativa del governo, e assai meglio che
non vi si attendesse per la scarsità de' mezzi, presentava ordinato
e pronto il naviglio. In questo mentre era venuto a collocarsi quasi
sotto le mura della città l'esercito assediatore; e il di lui capo, il
generale Oribe, conscio del terrore che ispirava il suo nome e delle
simpatie degli stranieri per la causa del popolo Orientale, mandava in
que' primi giorni una circolare ai consoli, colla quale minacciava di
trattar da nemici coloro tra gli stranieri che avessero o coll'armi
o colla loro influenza giovato alla causa di quelli che ei veniva a
combattere. A questa barbara minaccia i residenti tutti di Montevideo,
allarmatisi, chiesero il governo di essere armati onde prevenire
ogni danno. Gli Italiani abitanti in gran numero in quella capitale,
richiesto ed ottenuto Garibaldi a lor capo, formarono una legione di
circa 800 uomini e si posero agli ordini del governo. È noto all'Italia
come quei prodi nostri concittadini difendessero energicamente la causa
da essi abbracciata, e in quanto onore sollevassero il nome italiano
in quelle contrade. In mille incontri sfolgorò luminoso il valore dei
nostri condotti da Garibaldi e in particolar modo si distinse nei fatti
del _Cerro_, _de las tres Cruces_, _de la Boyada_.
Il fatto del _Cerro_ è stato, se non erriamo, il primo, in cui la
legione italiana potè dare un vero saggio di quanto più tardi operò
in benefizio di quella repubblica. Trovavasi in quella circostanza un
distaccamento di legionari, unito ad altri corpi nel _Cerro_ — monte
che sorge rimpetto a Montevideo dal lato occidentale della baia, che è
porto a quella capitale sotto gli ordini del generale Bauzà, intento a
far cacciare il nemico da certe posizioni, di cui erasi impossessato.
Le truppe già s'erano da qualche tempo valorosamente battute; e
tuttavia battevansi risolute a sloggiarnelo; e non ostante egli
rimaneva pur sempre lì ostinato senza dar segno di volersi allontanare.
Garibaldi ben calcolata ogni cosa, aveva scorto d'un tratto il punto
in cui avrebbe potuto con un decisivo vantaggio urtare il nemico, e,
dopo qualche esitanza, finalmente apriva il suo pensiero al generale,
chiedendo gli fosse commessa quell'impresa che il generale approvava,
e di buon animo affidavagli. Un forte pugno di truppe nemiche erasi
collocato in un fosso da dove senza poter essere offeso, offendeva
terribilmente; non molto da quello discosto, sorgeva una casa, da cui
gl'Italiani distavano da circa un cento passi, e tutto il rimanente era
campo aperto. Garibaldi presentatosi ai legionari, diceva così: «noi
dobbiamo recarci a quella casa senza trar colpo» e avviavasi il primo;
il nemico, indovinato lo scopo, tempestava furiosamente coi moschetti
l'ardito drappello, che s'affrettava verso la casa; e nonostante un
momento dopo, al riparo di quei muri, Garibaldi riordinava tutti i
compagni sani e salvi; «ora, soggiungeva, colle baionette calate al
fosso»; A quelle parole come allo scattar d'una molla, avventavasi la
piccola falange compatta al punto indicato e vi cadeva con tale impeto
che il nemico cominciò da quel lato a tentennare per siffatta guisa,
che ne trasalì lungo tutta la sua linea, e presentò così un momento
favorevole ai montevideani che, colta l'opportunità lo respinsero
facendogli molti prigioni.
Noi ci siamo alquanto diffusi intorno a questo fatto per rilevare
una circostanza che è utile far nota all'Italia, nella fiducia che,
ben conosciuti certi suoi pretesi amici, e nauseata finalmente dei
vergognosi amori forestieri vorrà pensare a dignitosamente provvedere
_da sè_ al proprio onore dapprima, supremo dei beni, poi alle altre
vitali questioni da cui dipende la sua felicità e la sua forza, ma che
tutte sottostanno a quella principalissima dell'onore nazionale, senza
di cui la libertà, l'indipendenza e tutto sono un nulla o una vergogna.
E la rileviamo anche per far sempre più chiaro il nobilissimo carattere
di Garibaldi, che il dispetto e l'ira in lui eccitati dalle bassezze di
chi vorrebbelo offendere, egli riversa in capo ai nemici, non mai sugli
individui che o per fede politica o per vincolo fraterno, dovrebbero
meglio di ogni altro tenerlo in pregio.
Quando adunque sui primi d'aprile del 43, gl'Italiani chiesero le
armi in Montevideo, un Francese, seguendo in ciò il costume de' suoi
connazionali, faceva presente al governo e al generale in capo Paz,
non d'altro essere capaci gl'Italiani, che di ferire nelle spalle di
notte e a tradimento, e quindi tempo, danari per organizzarli e fiducia
di valido aiuto, tutto sarebbesi risolto in nulla; e ciò, seguitava,
poterlo affermare per la pratica che aveva della gente nostra! Erano le
villanie francesi esattamente riferite a Garibaldi da persone, alla cui
autorità non potevasi negar fede; ma troppo senno e troppa generosità
aveva egli — e ben lo sapeva chi facevagli queste confidenze — per
non comprendere che, in faccia a un nemico che tutti si preparavano
a combattere, ogni personale risentimento tra uomini militanti per la
causa medesima doveva tacere; sicchè frenata la giusta indignazione,
fermava in cuor suo smentire e presto il calunniatore francese con
fatti, pei quali il nome italiano onorevolmente s'alzasse in quelle
contrade, e a danno soltanto del nemico comune, colla speranza di
poter pure col tempo umiliare que' tracotanti, allorchè un paragone
si fosse potuto istituire tra la legione italiana e la francese in
Montevideo; non è quindi a dirsi con quale ardore ei cogliesse quella
prima occasione del Cerro per dare alla Repubblica Orientale una prova
che erano stati gl'Italiani turpemente calunniati. E fino a qual punto
fosse già pervenuto poco dopo a levare in fama la legione italiana
superiore a quella dei francesi, si rileva dalla giornata del _paso
de la Boyada_, nella quale il generale Paz con animo di tentare un
arditissimo colpo, che avrebbe potuto cambiare in parte le sorti della
guerra se da tutti fosse stato egualmente secondato, sceglieva ad
essergli compagni nella più arrischiata fazione di quel giorno, alcuni
corpi, fra i quali l'italiano comandato da Garibaldi e da Anzani. Non
ebbe sventuratamente il piano del generale l'esito che s'era proposto
e per ragioni che non è qui debito nostro enumerare: ma non possiamo
tralasciar di dire che nel _paso de la Boyada_ Garibaldi col valore
e coll'intelletto, in ciò mirabilmente sostenuto dai suoi, contribuì
cogli altri corpi potentemente a dare un giorno di gloria alle armi
della Repubblica: mentre da un altro lato la legione francese lasciata
nei soliti trincieramenti, e lontana dal fervore della mischia,
spaventavasi in quel medesimo giorno all'apparire d'un gruppo di
cavalleria, sicchè molti perivano fuggendo colpiti nelle spalle, molti
altri a passi precipitosi andavano a cercare salvezza nella città,
lasciando quasi deserto il posto a loro affidato.
Noi rammentiamo aver in quel giorno udito i legionari italiani che
avean veduto il lor colonnello uscire illeso da quella tempesta
di palle, ripetere tra la maraviglia e lo scherzo: — che egli
scacciasse da se i piombi micidiali con uno scrollo come si fa de le
mosche. —
Lo scontro _de las tres Cruces_ fu sanguinosissimo per ambe le parti.
Un colonnello per nome Neira avanzatosi di troppo verso gli assediatori
di Montevideo, era caduto di cavallo colpito da un tiro di fucile:
Garibaldi avvertito del fatto, ordinava subito ad alcuni de' suoi
di raccogliere il caduto, reputandolo ferito: ma il nemico ch'era
ingrossato in quel punto staccava alla sua volta forze maggiori per
opporsi: lì impegnavasi una lotta accanita: Garibaldi coll'esempio e
colla voce animava gl'Italiani a tener fermo onde non lasciar perire
il ferito compagno: il nemico superiore di forze s'ostinava a non
cedere: dei 150 de' nostri cadde la quarta parte tra morti e feriti;
l'onore non concedeva a nessuno il ritirarsi: ma Garibaldi, fatto
fare un estremo sforzo ai suoi, vedeva il nemico andare indietro, poi
darsi alla fuga, che nol sottrasse alle baionette dei soldati furenti:
le memorie d'allora registrarono la perdita del nemico di gran lunga
maggiore a quella degl'Italiani. — Questo fatto mostrerà, come nell'ora
del pericolo possano i compagni d'armi contare fiduciosi sull'appoggio
del lor capo. V'hanno nella costui vita molti altri fatti di arme
brillanti, pari a questi o più splendidi, ma noi li preferimmo, perchè
da essi traluce meglio oltre il coraggio e il talento militare, la
tempra dell'animo generoso, qualità che sopratutte noi veneriamo.
Nella storia della Legione italiana in America, chi si farà un giorno
a compilarla potrà distesamente, e ad una ad una, narrare le imprese in
cui Garibaldi tanto meritamente si distinse.
Frattanto noi senza contraddire al nostro proposito ci faremo a
narrarne alcune altre, e più specialmente quella del febbraio 1846
nel campo di S. Antonio, in cui diede prova di straordinaria militare
perizia e d'incredibile audacia.
Veniva Garibaldi spedito dal governo con una divisione composta di
varii corpi e d'una parte della legione italiana al Salto, città
collocata quasi alla frontiera del Brasile, affinchè difendesse
e sgombrasse quel territorio dai nemici, i quali incontrò e battè
ripetute volte, scacciandoli finalmente da quella provincia. Nella sua
navigazione da Montevideo al Salto operò l'occupazione della Colonia,
sbarcando pel primo cogl'Italiani, che in quel giorno combatterono
soli contro il nemico, e riportarono poi dai giornali francesi la
taccia d'aver saccheggiata l'occupata città. Da quest'accusa noi
abbiamo già difesa la legione italiana in uno scritto pubblicato nel
Corriere Livornese[2] dimostrando come invece i soldati di Francia
fossero gli autori degli scandali nella Colonia. Lasciata però questa
città al colonnello Battle che continuò a difenderla valorosamente, ei
riducevasi infine al Salto. Colà fu diverse volte attaccato dal nemico
con molta artiglieria e superiore di forze, ma sempre invano.
In quel giorno 8 febbraio erane uscito con 184 legionari italiani ed
alcuni uomini di cavalleria onde proteggere il generale Medina, che
con pochi soldati doveva ricoverarsi nel Salto. Appena giunto a una
lega distante, trovavasi attorniato da 1500 nemici, contro i quali fu
forza combattere, poichè cedere nè far patti onde salvare la vita non
istà nella natura di Garibaldi. Andavano i nemici come a preda sicura,
e Garibaldi lasciavali approssimare di tanto che nessun colpo potesse
andare fallito: e solo allorchè una breve distanza lo separava dai 300
fanti, che marciavangli sopra, ordinò una scarica, che ridusse a metà
l'inorgoglito nemico. Durò l'ineguale conflitto 8 ore ostinatissimo.
Garibaldi combattè in quel giorno da soldato, appuntando sovente
il moschetto contro il soverchiante numero. — Non consentì che un
parlamento inviato dal nemico s'avvicinasse a lui, preferendo la bella
morte nel campo alla vita comprata con armistizi e codarde transazioni.
— I suoi udironlo, in tutto quel tempo che il fuoco durò, esortarli a
rammentarsi dell'onore italiano compromesso in quella lotta, e a non
cedere. E il possente scongiuro sortiva in quei valorosissimi l'effetto
bramato. Perirono 35 sul luogo, cinquanta rimasero feriti, e appena
100 trovavansi alle 9 ore di quella sera ancora in piedi, quantunque
tutti o quasi tocchi e contusi. In sì deplorabile condizione Garibaldi
rivolse dapprima il pensiero ai feriti, che collocò sui cavalli
rimasti, e cogli altri commilitoni scortò nella ritirata che imprese
a quell'ora notturna. Lungo e travagliato fu il breve tragitto da S.
Antonio al Salto, ove non entrarono che verso la mezzanotte; il nemico
tuttocchè battuto e assottigliato, pure rimasto sempre superiore di
forze ch'erano di cavalleria, aveva continuato a molestarli durante il
cammino.
Gli abitanti del Salto accoglievano festanti e come trasognati quei
gloriosi, e il loro capo, sì miracolosamente salvati per propria virtù
da tanti nemici. Di costoro vuolsi che 500 rimanessero in quel giorno
fuori di combattimento, la maggior parte estinti. — All'annunzio del
fatto strepitoso, il governo di Montevideo fece inscrivere a lettere
d'oro nella bandiera della legione italiana queste parole: — _Gesta
dell'8 febbraio 1846 della legione italiana agli ordini di Garibaldi_,
e alla legione medesima assegnava per un decreto, in tutte le parate
dell'esercito nazionale, la destra, distinzione altamente onorevole
alle armi italiane, dovuta al genio e al coraggio di Garibaldi così
valorosamente secondato dai compagni[3].
Di questo fatto scrivendo egli ad un amico in Montevideo, a giusto
titolo inorgoglito diceva: _Io non darei il mio nome di legionario
italiano per il globo in oro._ Nobilissimo detto che fu da tutti
raccolto, e sublimato in un canto, che il poeta orientale Figueroa
consacrava entusiasmato al difensore della di lui patria.
L'ammiraglio di Francia, nel Rio de la Plata, Lainé, colto da stupore
anch'egli, scriveva dalla sua fregata l'_Africaine_ al generale
Garibaldi le seguenti parole, che traduciamo dall'autografo in
nostro potere: «Io vi felicito, mio caro generale, d'avere così
potentemente contribuito colla intelligente ed intrepida vostra
condotta al compimento di fatti d'arme, dei quali si sarebbero
inorgogliti i soldati della grande armata, che per un momento contenne
tutta l'Europa. Io vi felicito in egual modo per la semplicità, e
la modestia che rendono più cara la lettura della relazione, in cui
ci date i più minuti ragguagli d'un fatto, del quale potreste senza
timore attribuirvi tutto l'onore. Del resto questa modestia vi ha
cattivato le simpatie di persone atte a meritamente apprezzare ciò
che voi siete venuto operando da sei mesi in qua[4], tra le quali
noterò in primo luogo il nostro ministro plenipotenziario, che onora
il vostro carattere, e nel quale avete un caldo difensore soprattutto
allorquando si tratta di scrivere a Parigi coll'intento di distruggere
le impressioni sfavorevoli, che ponno aver fatto
nascere alcuni articoli di giornali, redatti da persone poco use a dire
la verità anche quando raccontano dei fatti avvenuti sotto i proprii
loro occhi»[5].
Al tempo medesimo che aveva Garibaldi il comando della legione
italiana, conservava pur sempre quello della flottiglia orientale, e
in molte occasioni con questa prese il largo a molestare il commercio
del nemico, in onta al blocco tenuto dalle navi di Brown, le quali non
poterongli sempre impedire di condurre prigioni nel porto di Montevideo
i legni, che andavano a provvedere Oribe. Altre volte con opportuni
movimenti agevolò alle barche mercantili, che trasportavano vettovaglie
alla bloccata città, l'entrata nel porto gelosamente custodito dalla
squadra argentina. Talora di notte imbarcatosi con molti legionari in
grosse lancie usciva determinato a dare l'assalto alle navi nemiche,
che munite di grossi cannoni, ei non poteva affrontare di giorno; ma
l'ardito divisamento ei non potè mandare giammai ad effetto perchè il
nemico non ignorando con quale terribile uomo avesse a fare, soleva di
notte alzare le àncore, e trasportarsi altrove. Finalmente volendo un
giorno torsi quella voglia di venire alle mani, uscì con tre piccoli
legni, i meno cattivi della squadra, con animo deliberato d'attaccare
il nemico, che stava ancorato sulla rada di Montevideo. Tre navi, il
_25 de marzo_, _General Echague_, e la _Maypù_ con 44 cannoni, tra
tutte, presentava la squadra di Rosas; Garibaldi ne contava appena 8 di
piccolo calibro, e nonostante egli s'avanzò, e dispose i suoi legni in
linea di battaglia. La squadra nemica, che aveva già sciolto le vele,
rivolgeva le prore, e navigava minacciando gli audaci che le stavano
a rincontro: però vicina a toccare quella distanza, che avrebbe reso
inevitabile il combattimento, torceva la direzione e si allontanava.
Erano i terrazzi di
Montevideo gremiti di popolo ansioso e trepidante: dagli alberi delle
numerose navi mercantili e da guerra d'ogni nazione stavano i marini
attendendo meravigliati che quella lotta così disuguale s'ingaggiasse;
ma il nemico ritirandosi lasciava tutti sorpresi, mentre a Garibaldi
ridondavane gloria e concetto grandissimo presso quegli spettatori
ed in ispecie presso gli ufficiali delle navi inglesi, americane
e francesi. Intento di Garibaldi era d'aspettare il nemico che
superiore di tanto in forze credeva non avrebbe esitato a corrergli
sopra, e quando gli fosse stato vicino, avventarglisi ai fianchi, e
venire all'arma bianca: perlochè aveva al suo bordo un buon numero di
legionari risoluti a quel colpo arrischiato. Vuolsi che il comandante
di Rosas non disposto al decisivo esperimento, che avvicinandosi
scorgeva preparatogli dall'audace nemico, si ritraesse dal campo.
E ad onore di Garibaldi vogliamo registrare in queste pagine un
progetto, che ben dimostra di quanto sia capace l'imperterrito suo
animo. Ei proponeva adunque al governo di Montevideo, d'imbarcare
nella flottiglia la legione italiana e con essa navigare il più che
fosse possibile occulto alla volta di Buenos-Aires, e di notte tempo
scendere improvvisamente in quella città, accorrere alla casa di
Rosas, tentare di farlo prigione e chiamare quell'oppressa e fremente
popolazione alla libertà toltale dal suo feroce persecutore. Il governo
di Montevideo non osava accettare la proposta, e a scusa del rifiuto
adduceva il timore di perdere Garibaldi e i suoi, e con essi parte del
suo più valido appoggio. — Il colpo meditato da Garibaldi, ove, com'era
probabile, atteso l'esasperazione di quel popolo contro Rosas, fosse
riuscito, avrebbe potuto accelerare di molto e in beneficio della buona
causa il termine di quella guerra che tuttavia dura, e con incerte
speranze di prospero fine.
Il governo della Repubblica reputando a lui più conveniente avere
Garibaldi nella capitale, richiamavalo dal Salto, che da lungo tempo
non veniva più molestato, nè approssimato dai nemici ch'egli aveva
battuti, come già accennammo, in vari incontri, dei quali non vogliono
essere taciuti, prima quello d'Itapevy, ove sconfisse il colonnello
Lavalleja, togliendogli 100 prigioni, due pezzi d'artiglieria, oltre
l'essere rimasta in di lui potere la famiglia del capo nemico, al
quale la rimandò subito accompagnata da un picchetto composto di que'
prigionieri e da una lettera piena di cortesi e generosi sentimenti[6];
e l'altro avvenuto sulle sponde del fiume Dayman contro i colonnelli
Lamas e Vergara che disfece totalmente. Partiva adunque il generale
alla volta di Montevideo, lasciando quella città munita d'una ben
costrutta fortezza, opera dovuta alla perizia ed all'attività del
colonnello Anzani, e quella popolazione dolente di perdere i suoi buoni
amici e difensori.
E qui giova ricordare un monumento di pia ricordanza che a testimonio
del suo animo religioso lasciò Garibaldi nel Salto, come già aveva
fatto all'epoca del combattimento navale nel Paranà, presso Goya.
Appena provveduto ai compagni superstiti alla battaglia di S.
Antonio, fu suo pensiero far raccogliere i corpi gloriosamente caduti
in quel campo e dar loro sepoltura, ch'egli indicò al viandante
con un'altissima croce che la religione volle consecrare colle sue
benedizioni.