CAP. LXXXIV.

_L’ordine diede l’imperadore agli Aretini._

Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie

in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e

del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città

d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non

erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro

sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni,

per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e

al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro

pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città

sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in

servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli

ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello

comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini

quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono

solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello

stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi

propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli

ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione

di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini

quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per

aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore

futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e

questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 201 / 214 题