_L’ordine diede l’imperadore agli Aretini._
Gli ambasciadori del comune d’Arezzo avendo sostenuto molte battaglie
in giudicio da’ Tarlati e dagli Ubertini nell’udienza dell’imperadore e
del suo consiglio, che domandavano di volere tornare nella loro città
d’Arezzo, e avendoli gli ambasciadori convinti con ragione come non
erano degni di tornare cittadini in quella città, dov’avevano per loro
sfrenata potenza usate le tirannie manifeste e l’ingiuste operazioni,
per le quali aveano per più riprese fatto manifesto all’imperadore e
al suo consiglio, che quello comune sosterrebbe innanzi ogni altro
pericolo di fortuna, che coloro consentissono di rimettere nella città
sotto alcun patto. L’imperadore avendo assai sostenuto a riceverli in
servigio de’ Tarlati e degli Ubertini, vedendo la giusta costanza degli
ambasciadori, diliberò che tutti i cittadini non ribelli di quello
comune raccomunassono gli ufici, e che tanti vi fossono de’ ghibellini
quanto de’ guelfi; ma che le due castella della città si guardassono
solo per i guelfi, com’erano usate di guardare, per più fermezza dello
stato della città; e che catuno dovesse avere il frutto de’ suoi
propri beni, e non potessono domandare altro a quello comune. Gli
ambasciadori col sindacato del loro comune gli feciono la sommessione
di quello comune e l’omaggio, promettendoli ogni anno per censo fiorini
quattrocento d’oro del mese di marzo: e oltre a ciò gli donarono per
aiuto alla sua coronazione fiorini cinquemila d’oro, e l’imperadore
futuro per suoi privilegi reali privilegiò loro tutto il contado: e
questo fu fatto nella città di Siena all’uscita del mese di marzo 1355.