_Come l’imperadore richiese di lega i Fiorentini, e non l’ebbe._
Avendo l’imperadore compiuto e fermo l’accordo co’ Fiorentini, mandò
a Firenze suoi ambasciadori a richiedere il comune di Firenze con
grande stanza, che piacesse loro per bene e stato di tutte le città di
Toscana, e per levare ogni pericolo che venire potesse loro addosso per
la forza de’ tiranni e della gran compagnia, per vivere i detti comuni
insieme in unità e in pace, di fare lega insieme, e quella gente per
via di taglia che a’ Fiorentini piacesse, e offerendo l’aiuto suo ove
che fosse a ogni loro bisogno molto largamente, dicendo, che presa la
corona intendea d’andare in Lombardia o nella Magna, ove il comune di
Firenze consigliasse. I Fiorentini in più consigli privati e palesi
praticarono se questa lega fosse da fare o no: e infine considerato
il pericolo dell’imprese, e temendo di non correre ad essere indotti
a rompere la pace a’ signori di Milano, e che la gente d’arme raunata
sotto un capitano dato dall’imperadore non potesse essere cagione
di novità contro alla libertà del comune, al tutto deliberare che
la lega per lo nostro comune non si facesse, e con belle e oneste e
legittime cagioni si diliberarono di quella richiesta. L’imperadore
essendo in movimento per andare a vicitare le città e le terre che gli
s’erano date, e andare per la corona, soprastette senza accettare la
scusa, e domandò che il nostro comune apparecchiasse dugento cavalieri
che l’accompagnassono a Roma: e da Pisa si partì a dì 23 di marzo e
andossene a Volterra, ove fu ricevuto secondo la loro possa assai
onoratamente; e albergatovi una notte, l’altro dì venne a Samminiato, e
da loro fu ricevuto come signore; e a dì 23 di marzo giunse a Siena la
sera, ove fu ricevuto con singolar festa e onore.