_Di quello medesimo._
Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è
detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa
del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con
gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una,
che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato
che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati
Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio,
o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e
chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie,
e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri
sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due
sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non
potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti
si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo
in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i
ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città
vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria,
e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e
levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici
della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non
è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti
imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi
e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e
strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’
gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo,
e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della
Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della
Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e
per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano
tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere
per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o
per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e
vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene
che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato
reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella
città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo
riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli,
che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non
essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi
con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza
gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo
qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà
de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà
ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il
nostro trattato.