CAP. LXXVIII.

_Di quello medesimo._

Seguitiamo ancora a dire le cagioni per le quali, oltre a ciò ch’è

detto nel precedente capitolo, a’ comuni italiani, senza offesa

del sommo impero, è loro lecito anzi debito il patteggiare con

gl’imperadori. L’Italia tutta è divisa mistamente in due parti, l’una,

che seguita ne’ fatti del mondo la santa Chiesa, secondo il principato

che ha da Dio e dal santo imperio in quello, e questi sono dinominati

Guelfi, cioè guardatori di fè: e l’altra parte seguitano l’imperio,

o fedele o infedele che sia delle cose del mondo o santa Chiesa, e

chiamansi Ghibellini, quasi guida belli, cioè guidatori di battaglie,

e seguitano il fatto, che per lo titolo imperiale sopra gli altri

sono superbi, e motori di lite e di guerra. E perocchè queste due

sette sono molto grandi, ciascuna vuole tenere il principato, ma non

potendosi fare, ove signoreggia l’una, e ove l’altra, quanto che tutti

si solessono reggere in libertà di comuni e di popoli. Ma scendendo

in Italia gl’imperadori alamanni, hanno più usato favoreggiare i

ghibellini ch’e’ guelfi, e per questo hanno lasciato nelle loro città

vicari imperiali con le loro masnade: i quali continovando la signoria,

e morti gl’imperadori di cui erano vicari, sono rimasi tiranni, e

levata la libertà a’ popoli, e fattisi potenti signori, e nemici

della parte fedele a santa Chiesa e alla loro libertà. E questa non

è piccola cagione a guardarsi di sottomettersi senza patti a’ detti

imperadori. Appresso è da considerare, che la lingua latina, e’ costumi

e’ movimenti della lingua tedesca sono come barbari, e divisati e

strani agl’Italiani, la cui lingua e le cui leggi, e’ costumi, e’

gravi e moderati movimenti, diedono ammaestramento a tutto l’universo,

e a loro la monarchia del mondo. E però venendo gl’imperadori della

Magna col supremo titolo, e volendo col senno e con la forza della

Magna reggere gl’Italiani, non lo sanno, e non lo possono fare: e

per questo, essendo con pace ricevuti nelle città d’Italia, generano

tumulti e commozioni di popoli, e in quelli si dilettano, per essere

per contraversia quello ch’essere non possono nè sanno per virtù, o

per ragione d’intendimento di costumi e di vita. E per queste vive e

vere ragioni, le città e’ popoli che liberamente gli ricevono conviene

che mutino stato, o di venire a tirannia, o di guastare il loro usato

reggimento, in confusione del pacifico e tranquillo stato di quella

città, o di quello popolo che liberamente il riceve. Onde volendo

riparare a’ detti pericoli, la necessità stringe le città e’ popoli,

che le loro franchigie e stato vogliono mantenere e conservare, e non

essere ribelli agl’imperadori alamanni, di provvedersi e patteggiarsi

con loro: e innanzi rimanere in contumacie con gl’imperadori, che senza

gran sicurtà li mettano nelle loro città. Quello che di ciò abbiamo

qui di sopra fatto memoria, a beneficio e ammaestramento della libertà

de’ comuni d’Italia, si prova per gli antichi esempi, chi li vorrà

ricercare, e per li nuovi, chi li vorrà ricercare e appresso leggere il

nostro trattato.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 195 / 214 题