CAP. LXXVI.

_I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore._

Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore

impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò.

In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per

addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di

Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da

Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani

ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e

restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E

concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto

di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e

ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò

al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave,

cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per

innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni

leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle

leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini

nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della

giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato,

sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il

detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il

pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per

lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione,

promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella

città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti

a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico

la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo

per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in

segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze

per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo

passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per

qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per

tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e

in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque

mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo

tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto

imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro

per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono

tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule

quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e

distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa

obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi

reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea

di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse

carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè

quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme

si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota

della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune.

E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore

dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte

rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza

de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo

nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze

in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani,

e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso

di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e

avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’

centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando

l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni

ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano

tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio

movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in

suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al

nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo

tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il

Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la

montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di

Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo

contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che

qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di

Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 193 / 214 题