_I patti e le convenienze da’ Fiorentini all’imperadore._
Questi furono i patti che messer Carlo re di Boemia eletto imperadore
impromise al comune di Firenze, e co’ suoi reali privilegi confermò.
In prima cassò e annullò ogni sentenza e condannagione le quali per
addietro fossono fatte contro alla città, e’ cittadini e comune di
Firenze e’ suoi contadini, e contra i conti da Battifolle, e da
Doadola, e da Mangona, e Nerone d’Alvernia per gl’imperadori romani
ovvero re de’ Romani suoi antecessori: e tutti e catuno integrò e
restituì ne’ suoi onorie giurisdizioni e dominii personali e reali. E
concedette che il comune e popolo, e la città e contado e distretto
di Firenze si reggesse secondo gli statuti e le leggi municipali e
ordinamenti consueti del detto comune: e di singolare grazia confermò
al detto comune per suoi privilegi quello che più gli parve grave,
cioè, la confermazione delle leggi dette e statuti fatti, e che per
innanzi si facessono, approvandoli e confermandoli in quanto le comuni
leggi nominatamente non le riprovassono: dicendo, la moltitudine delle
leggi è tanta, che se a questo non hanno provveduto, io a’ Fiorentini
nol vo’ negare. Ancora, che i priori dell’arti e il gonfaloniere della
giustizia, che sono e che per li tempi saranno all’uficio del priorato,
sieno irrevocabili suoi vicari tutto il tempo della sua vita. E il
detto imperadore graziosamente, avendo affezione a volere mantenere il
pacifico stato e tranquillo riposo del comune di Firenze, acciocchè per
lo suo avvenimento in quella città non nascesse tumulto o mutazione,
promise e concedette di grazia speziale di non volere entrare nella
città di Firenze nè in alcuna sua terra murata. I sindachi predetti
a vice e a nome del comune di sopra detto feciono a lui in pubblico
la sommessione e l’ubbidienza, e giurarono liberamente riconoscendolo
per vero eletto e futuro imperadore: e la reverenza li feciono in
segno del debito omaggio; e promisongli in nome del comune di Firenze
per satisfazione intera di ciò, che obbligati fossono per lo tempo
passato infino al presente dì, a lui e a tutti i suoi antecessori, per
qualunque ragione o cagione dire o nominare si potesse, e ancora per
tutte le terre che ’l detto comune tiene, e ha tenute in suo contado e
in suo distretto, fiorini centomila d’oro in quattro paghe in cinque
mesi, finendo per tutto il mese d’agosto del detto anno 1355: e per lo
tempo avvenire promisono di dare ogni anno del mese di marzo al detto
imperadore Carlo, alla sua vita solamente, fiorini quattromila d’oro
per compensagione di censo, in quanto le città di Toscana fossono
tenute di ragione all’imperio, e oltre a ciò, per tutte e singule
quelle cose le quali il detto comune per se e per lo suo contado e
distretto dire si potesse ch’all’imperio fossono per alcuna cosa
obbligati; e di tutti i detti patti e convenienze, oltre a’ privilegi
reali, fu contento l’imperadore futuro che ser Agnolo di ser Andrea
di messer Rinaldo da Barberino, notaio pubblico imperiale, ne facesse
carta e pubblico istrumento al detto comune. Aggiugnesi qui, benchè
quello che seguita avvenisse dopo la sua coronazione, acciocchè insieme
si trovi la memoria de’ patti e de’ privilegi imperiali, e dell’arrota
della graziosa libertà del detto imperadore inverso il nostro comune.
E a dì 3 di maggio 1355 nella città di Siena, tornando l’imperadore
dalla sua coronazione, tutte le dette convenienze e promesse fatte
rinnovò, e comandò che si dessono al nostro comune sotto la fermezza
de’ suoi privilegi imperiali roborati delle bolle dell’oro. E avendo
nel processo del tempo il detto imperadore trovato il comune di Firenze
in molta fede e dirittura delle sue promesse, non ostante che i Pisani,
e’ Sanesi e gli altri Toscani l’avessono tradito e messo in grave caso
di fortuna, essendo ridotto a Pietrasanta per partirsi d’Italia, e
avendogli i Fiorentini con gran pericolo mandato là il compimento de’
centomila fiorini promessi, avendolo egli molto a grado, e commendando
l’amore e la fede del comune, in vituperio degli altri comuni
ch’aveano mostrato la libera suggezione all’imperio, e poi l’aveano
tradito, s’offerse singolarmente a’ Fiorentini, e di suo proprio
movimento privilegiò al nostro comune generalmente ciò che tenea in
suo distretto, e mandonne i suoi privilegi imperiali bollati d’oro al
nostro comune, fatti in Pietrasanta a dì 3 di giugno 1355. In questo
tempo il comune di Firenze tenea in suo distretto la Valdinievole, il
Valdarno di sotto, Pistoia, e ’l castello di Serravalle, e tutta la
montagna di sotto, e Colle, e Laterina, e Montegemmoli, e la terra di
Barga con più castella di Garfagnana, e Castel san Niccolò col suo
contado, e la montagna fiorentina, e molte altre terre e castella che
qui per brevità non si nominano, e la nobile terra di Sangimignano e di
Prato, avvegnachè già, come è detto, erano ridotte a contado di Firenze.