_Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze._
Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze
con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’
Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati
gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per
la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che
per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già
gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’
Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea
dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo
consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo
servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini
italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli
ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere
soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò
molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia
non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo
consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle
cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo
manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si
fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte
privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse
eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti,
potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso
non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la
notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione
non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che
alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi
si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua
persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a
derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e
statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di
Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono,
le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole
domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori
dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e
infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano
per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più
riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non
si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di
Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di
Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune
a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte
turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua
volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per
andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in
quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’
signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora.
L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune
di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini
non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non
attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e
usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con
dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente
acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per
sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli
stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la
concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo
e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la
concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il
comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia
rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.