CAP. LXXII.

_Come si fermò l’accordo e’ patti dall’imperadore al comune di Firenze._

Sentendo l’imperadore tornati gli ambasciadori del comune di Firenze

con pieno mandato e sindacato da fare l’accordo con lui, e come a’

Fiorentini era paruto malagevole, e conosciuto ch’egli avea recati

gli ambasciadori a promettergli centomila fiorini d’oro, più per

la revelazione ch’egli avea fatta loro del segreto del comune che

per altro piacere, e trovando che i Pisani per mala suggestione già

gli aveano domandato che li dovesse liberare della franchigia ch’e’

Fiorentini aveano in Pisa per li patti della pace, ed egli sostenea

dicendo, che il loro movimento non era buono; e vedendo che il suo

consiglio era insuperbito per la gente alamanna che crescea al suo

servigio tutto dì, e per la forte inzicagione che i ghibellini

italiani faceano loro, temette del suo consiglio, e poi volle gli

ambasciadori avere in camera seco col patriarca e col vececancelliere

soli: e cominciando a chiarire i patti, l’imperadore vi s’allargò

molto più che infino allora non avea fatto, per tema che discordia

non rinascesse, e per non avere a riferire la sua volontà col suo

consiglio. Nondimeno quando vennero al saramento per fermezza delle

cose che si trattavano, gli ambasciadori al tutto voleano il salvo

manifesto e palese fermato col detto saramento; l’imperadore si

fermò a non volerlo fare: ma volea la sommissione libera, e da parte

privilegiare i patti, e che nel saramento de’ sindachi non fosse

eccezione. Gli ambasciadori, in questa parte alquanto indiscreti,

potendolo fare a salvezza del comune, lungamente lo tennono sospeso

non senza sua turbazione, e poi il feciono, e già era molto infra la

notte. Appresso vennono a dire, che il saramento della sommissione

non voleano che si stendesse a’ successori dell’imperio, altro che

alla sua corona; a questo, disse l’imperadore, che non credea che vi

si stendesse, perocchè questo si dovea fare nominatamente alla sua

persona, ma dove a’ successori andasse, in niuna maniera intendea a

derogare le loro ragioni. Appresso domandarono, che tutte le leggi e

statuti fatte e fatti, o che per innanzi si facessono per lo comune di

Firenze, in quanto le comuni leggi nominatamente non le repugnassono,

le dovesse per suoi privilegi confermare. Questa gli parve sconvenevole

domanda, e non la volea consentire: e parendo questo agli ambasciadori

dubbioso, tre ore o più di piena notte tennono la contesa con lui, e

infine l’imperadore infellonito gittò la bacchetta ch’avea in mano

per terra, e mostrandosi forte crucciato, giurò in alta voce per più

riprese, che se innanzi ch’egli uscisse di quella camera questo non

si consentisse per i sindachi, che con la sua forza e de’ signori di

Milano e degli altri ghibellini d’Italia distruggerebbe la città di

Firenze, dicendo, che troppa era l’altezza della superbia d’uno comune

a volere suppeditare l’imperio. Gli ambasciadori vedendolo così forte

turbato dissono, che troverebbono modo di venire a fare di ciò la sua

volontà: e perocchè l’ora era fuori di modo tarda, presono licenza per

andarsi a posare, e per questa cagione ogni cosa rimase imperfetta in

quella notte, e in quell’ora significarono il fatto gli ambasciadori a’

signori di Firenze, per avere il dì vegnente da risposta a buon’ora.

L’imperadore sentendo che gli ambasciadori aveano scritto al comune

di Firenze significando le sue parole, temette forte che i Fiorentini

non si rompessono dalla concordia, e però la mattina per tempo, non

attendendo che gli ambasciadori avessono risposta, mandò per loro, e

usate molte savie parole intorno al movimento tedioso della notte, con

dimostramento di grande amore verso il comune di Firenze, largamente

acconsentì ciò che gli ambasciadori aveano domandato: e oltre a ciò per

sua liberalità, ove gli ambasciadori gli aveano promesso d’essergli

stadichi per attendere la promessa del comune, poco appresso fatta la

concordia disse, ch’alla fede del comune intendea di stare di questo

e d’ogni gran cosa, e licenziò gli stadichi, e raffermata tutta la

concordia, innanzi che da Firenze venisse la risposta: nondimeno il

comune avea risposto, che per le dette cose non volea che la concordia

rimanesse: e questo fu a dì 20 di marzo del detto anno.

Cronica di Matteo Villani, vol. 2 A miglior lezione ridotta coll'aiuto de' testi a penna · 第 189 / 214 题